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Il Covile - N.o 497 (1.3.2009) Perché leggere Jane Austen (di Alasdair MacIntyre)

Preferenze (2)

“Non rifiutare, ma preferire”
Nicolàs Gomez Dàvila
Mi riprometto di tornare più spesso con questa rubrica, aperta nel n° 426 e poi lasciata muta.
Questa volta propongo Jane Austen, lasciandone la presentazione al testo che me la fece conoscere. A chi chiede cosa leggere della grande spinster, rispondo: “Tutto”.

Al cinema


Perché leggere Jane Austen (di Alasdair MacIntyre)


Fonte: Alasdair MacIntyre, Dopo la virtù, Feltrinelli, 1988, pp 284-290

[William] Cobbett (“l’ultimo uomo della vecchia Inghilterra e il primo della nuova”, come lo definì Marx) bandì una crociata per trasformare la società nel suo insieme; Jane Austen tentò di scoprire luoghi entro cui le virtù potessero vivere. Cobbett guardava all’indietro, verso l’Inghilterra della sua infanzia, e di là da essa verso l’Inghilterra quale era prima della soluzione oligarchica del 1688, e ancora più indietro all’Inghilterra di prima della Riforma, considerando ciascuno stadio come una tappa di un processo di decadenza che culminava nella sua epoca. Cobbett credeva, come Jefferson, che il piccolo agricoltore fosse il tipo sociale dell’uomo virtuoso. “Se coloro che coltivano la terra non sono, parlando in linea generale, i più virtuosi e i più felici fra gli uomini, dev’esserci qualcosa nella comunità che agisce per ostacolare le operazioni della natura” (Political Register XXXIX, 5 maggio 1821). La natura obbliga il contadino alla saggezza pratica: “La natura e la qualità di tutti gli esseri viventi sono note ai ragazzi di campagna più di quanto non lo siano ai filosofi.” Quando Cobbett parla dei “filosofi” si riferisce di solito a Malthus e all’Adam Smith della Ricchezza delle nazioni, come questo libro aveva finito per essere letto alla luce della dottrina di Ricardo. Le virtù che Cobbett esalta in modo particolare sono la mancanza d’invidia, l’amore per la libertà, la perseveranza e l’operosità, il patriottismo, l’integrità e la giustizia. Il “qualcosa che agisce nella comunità” ostacolando la tendenza a produrre una comunità virtuosa e felice è l’influenza, estesa ad ogni campo della pleonexia (benché non sia questo il termine usato da Cobbett) nella forma dell’usura (è questo il termine usato da Cobbett), imposta alla società da un’economia e da un mercato individualistici, in cui la terra, il lavoro e lo stesso denaro sono stati tutti trasformati in merci. È appunto nel fatto che Cobbett guarda all’indietro versò il passato che precede quel grande spartiacque della storia umana costituito dall’individualismo e dal potere del mercato, quella che Karl Polanyi chiamava “la grande trasformazione”, che Marx scorgeva il particolare significato di Cobbett nella storia inglese.


Jane Austen, al contrario, identifica quella sfera sociale al cui interno può continuare la pratica delle virtù. Non che sia cieca, ovviamente, di fronte alle realtà economiche contro cui protesta Cobbett. In tutti i suoi romanzi c’è qualche punto in cui veniamo informati della provenienza del denaro dei personaggi principali: ci viene mostrata una gran quantità dell’iniziativa economica privata, della pleonexia che è fondamentale per la concezione di Cobbett. Al punto che una volta David Daiches la definì addirittura una “marxista prima di Marx”. Le sue eroine, se vogliono sopravvivere, devono cercare la sicurezza economica. Ma questo non solo a causa della minaccia del mondo economico esterno, bensì perché il telos delle sue eroine è una vita all’interno di un particolare tipo di matrimonio e di un particolare tipo di casa di cui tale matrimonio è destinato a rappresentare il punto focale. I suoi romanzi sono una critica morale dei genitori e dei tutori esattamente come dei giovani romantici, infatti i genitori e i tutori della specie peggiore (ad esempio la ridicola Mrs. Bennet e l’irresponsabile Mr. Bennet) sono ciò che i giovani romantici possono diventare se non imparano quello che dovrebbero imparare sul modo di sposarsi. Ma perché il matrimonio è così importante?
 
giovane ricamatrice

Georg Friedrich Kersting, ca. 1814, Ritratto di giovane ricamatrice

È definitivamente nel diciottesimo secolo, quando la produzione si è trasferita fuori delle mura domestiche che e donne non lavorano più in modi e rapporti di lavoro abbastanza simili a quelli degli uomini, ma si dividono invece in due classi: un piccolo gruppo di donne agiate non hanno alcun lavoro con cui riempire la giornata e per le quali devono essere inventate occupazioni (ricamo raffinato, lettura di brutti romanzi e occasioni organizzate di pettegolezzo, attività che sono dunque considerate “essenzialmente femminili” sia dagli uomini che dalle donne) e un gruppo enorme di donne condannate all’ingrata fatica del lavoro domestico, o a quello dell’opificio o della fabbrica, o alla prostituzione. Quando la produzione si svolgeva all’interno della casa, la sorella o la zia nubile era un membro utile e stimato della famiglia: non sorprende che la “spinster”, la zitella, si occupasse dello spinning, della filatura E solo all’inizio del diciottesimo secolo che l’espressione diventa denigratoria, ed è solo allora che le donne che non si sposano devono temere l’espulsione dalla famiglia e il lavoro umile come loro sorte caratteristica. Perciò rifiutare persino un cattivo matrimonio è un atto di grande coraggio, un atto che è fondamentale nell’intreccio di Mansfield Park. Uno dei sentimenti principali che stanno alla base dei romanzi di Jane Austen e quello che D.W. Harding definì il suo “odio controllato” per l’atteggiamento della società verso le donne nubili: “La figlia godeva di un grado di popolarità assai fuori del comune per una donna né giovane, né bella, né ricca, e neppure sposata. Miss Bates si trovava assolutamente nella peggiore situazione del mondo per conquistarsi gran che del pubblico favore, e non aveva alcuna superiorità intellettuale per far stupire di se stessa o per intimorire chi potesse odiarla tanto da indurlo al rispetto esteriore. La sua giovinezza era trascorsa senza eventi di rilievo e la sua età matura era consacrata alla cura di una madre fallita e al tentativo di far durare il più a lungo possibile un piccolo patrimonio. E tuttavia era una donna felice, e una donna che nessuno nominava senza benevolenza. Era la sua stessa benevolenza e contentezza fuori del comune a operare simili miracoli.” Si osservi che Miss Bates è eccezionalmente favorita perché è eccezionalmente buona. Di solito se non si è ricche, o belle, o giovani o sposate, si può conquistare il rispetto esteriore degli altri solo utilizzando la propria superiorità intellettuale per intimorire coloro che altrimenti ci disprezzerebbero. E così, possiamo supporre, fece Jane Austen.


Quando Jane Austen parla di “felicità”, lo fa da aristotelica. Gilbert Ryle riteneva che il suo aristotelismo (che considerava la chiave di lettura della tempra morale dei suoi romanzi) potesse derivare da una lettura di Shaftesbury. C.S. Lewis, con pari esattezza, vede in lei una scrittrice essenzialmente cristiana. È il suo riunire temi cristiani e aristotelici in un contesto sociale determinato che fa di Jane Austen l’ultima grande voce davvero creativa della tradizione di pensiero e di pratica delle virtù che ho tentato di identificare. Per questo volta le spalle ai cataloghi rivali delle virtù del diciottesimo secolo, e restaura una prospettiva teleologica. Le sue eroine ricercano il bene attraverso la ricerca del loro bene personale nel matrimonio. Le ristrette comunità domestiche di Highbury e di Mansfield Park devono fungere da surrogati per la città-stato greca e il regno medioevale.
 
Chawton Cottage

Chawton Cottage

Quindi molto di ciò che ella mostra circa le virtù e i vizi è assolutamente tradizionale. Elogia la virtù della gradevolezza sociale, come fa Aristotele, pur mettendo più in alto, tanto nelle lettere quanto nei romanzi, la virtù dell’amabilità, che richiede un autentico rispetto amorevole per le altre persone in quanto tali, e non soltanto la manifestazione esteriore di un rispetto del genere attraverso i modi. È, dopo tutto, una scrittrice cristiana, e quindi profondamente sospettosa nei confronti di una gradevolezza che nasconda una mancanza di vera amabilità. Elogia aristotelicamente l’intelligenza pratica, e cristianamente l’umiltà. Ma non si limita mai a riprodurre la tradizione: la estende di continuo, e nell’estenderla si pone tre problemi fondamentali.


Del primo ho già parlato. La Austen è, e in effetti, dato il clima morale del suo tempo, non può che essere, preoccupata in modo del tutto nuovo per le simulazioni delle virtù. In Jane Austen la morale non è mai la mera inibizione e irreggimentazione delle passioni, benché possa apparire tale a coloro che, come Marianne Dashwood, si sono identificati romanticamente con una passione dominante, e in un modo assai poco humeano fanno della ragione la serva delle passioni. Lo scopo della morale è invece di educare le passioni: ma l’apparenza esteriore della morale può sempre essere il travestimento di passioni non educate. E la frivolezza di Marianne Dashwood è la frivolezza di una vittima, mentre la correttezza superficiale di Henry e Mary Crawford, insieme con la loro eleganza e il loro fascino che forniscono appunto un travestimento a passioni non educate moralmente, tende a trasformare in vittime sia gli altri sia essi stessi. Henry Crawford è il simulatore par excellence. Si vanta della sua abilità nel recitare parti, e nel corso di una conversazione rivela chiaramente che per lui essere un prete consiste nel dare l’impressione di essere un prete. L’io è quasi, se non del tutto, dissolto nella rappresentazione dell’io, ma ciò che nel mondo sociale di Goffman diventa la forma dell’io, nel mondo di Jane Austen è ancora un sintomo dei vizi.


Alla preoccupazione per la simulazione corrisponde in Jane Austen il ruolo essenziale attribuito alla conoscenza di sé, una conoscenza cristiana più che socratica, che può essere raggiunta solo attraverso una sorta di pentimento. In quattro dei suoi sei grandi romanzi vi è una scena di riconoscimento in cui la persona che l’eroe o l’eroina riconoscono è lui stesso o lei stessa. “Fino a questo momento non ho mai conosciuto me stessa,” dice Elisabeth Bennet. “Come capire le delusioni che aveva avuto sforzandosi in questo modo di giungere al di sopra di se stessa, e vivendo al di sotto!” riflette Emma. La conoscenza di sé è per Jane Austen una virtù sia intellettuale sia morale, ed è strettamente legata a un’altra virtù per lei essenziale, e realmente nuova nel catalogo delle virtù.


Contrapponendo, in Enten-Eller, gli stili di vita etico ed estetico, Kierkegaard sosteneva che quella estetica fosse una vita in cui l’esistenza umana è dissolta in una serie di momenti presenti separati, in cui l’unità della vita umana viene perduta di vista. Nella vita etica, al contrario, gli impegni e le responsabilità verso il futuro, che derivano da episodi passati in cui furono creati doveri e assunti obblighi, uniscono il presente al passato e al futuro in modo tale da fare di una vita umana un’unità. [...] Nel frattempo, Jane Austen ha scritto che tale unità non può più essere considerata un semplice presupposto o contesto della vita virtuosa. Deve essere a sua volta continuamente riaffermata, e la sua riaffermazione, negli atti più che nelle parole, è la virtù che Jane Austen chiama costanza. La costanza ha un’importanza centrale almeno in due romanzi, Mansfield Park e Persuasione, in ciascuno dei quali è una virtù fondamentale dell’eroina. La costanza, come Jane Austen fa sostenere in modo convincente da Anne Elliot nel secondo di questi due romanzi, è una virtù alla cui pratica le donne sono più predisposte degli uomini. E senza la costanza tutte le altre virtù perdono in qualche misura il loro senso. La costanza è rafforzata dalla virtù cristiana della pazienza e a sua volta la rafforza, ma non coincide con essa, esattamente come la pazienza, che è rafforzata dalla virtù aristotelica del coraggio e la rafforza, non coincide con il coraggio. Infatti, proprio come la pazienza implica necessariamente un riconoscimento della natura del mondo di una specie che il coraggio non richiede necessariamente, così la costanza richiede il riconoscimento di un genere particolare di minaccia all’integrità della personalità nel mondo sociale specificamente moderno, riconoscimento che la pazienza non richiede necessariamente.


Non è un caso che le due eroine che manifestano costanza nella misura più notevole siano meno affascinanti di altre eroine della Austen, e che una di esse, Fanny Price, sia stata giudicata addirittura non attraente da molti critici Ma la mancanza di fascino di Fanny è essenziale per le intenzioni di Jane Austen. Il fascino, infatti, è la qualità tipicamente moderna di cui coloro che sono privi delle virtù o che le simulano si servono per affrontare le situazioni della vita sociale tipicamente moderna. Una volta Camus definì il fascino come quella qualità che procura la risposta “Sì” prima che sia stata posta qualsiasi domanda. E il fascino di una Elisabeth Bennet o persino di una Emma, per quanto possa essere davvero attraente rischia di fuorviarci nel giudizio sul loro carattere. Fanny non ha fascino: ha soltanto, per difendersi, le virtù, le autentiche virtù, e quando disobbedisce al suo tutore Sir Thomas Bertram rifiutandosi di sposare Henry Crawford, ciò avviene soltanto per rispettare le esigenze della costanza. Con tale rifiuto Fanny antepone il rischio di perdere la propria anima al lato positivo di guadagnare quello che per lei sarebbe un mondo intero. Persegue la virtù in nome di un certo genere di felicità e non per la sua utilità. Jane Austen, attraverso Fanny Price, rifiuta quei cataloghi alternativi delle virtù che troviamo in David Hume o in Benjamin Franklin.
 
Jane Austen

Jane Austen

Il suo punto di vista morale coincide con la forma narrativa dei suoi romanzi. La forma è quella della commedia ironica. Jane Austen scrive commedie anziché tragedie per la stessa ragione di Dante: è cristiana, e vede il telos della vita umana implicito nella sua forma quotidiana. La sua ironia sta nel modo in cui fa vedere e dire ai suoi personaggi e ai suoi lettori qualcosa di più e di diverso da quanto era nelle loro intenzioni sicché sia essi sia noi ci troviamo a doverci correggere da soli. Le virtù, e i mali e i pericoli che solo le virtù sono in grado di superare, forniscono la struttura tanto di una vita in cui il telos possa essere raggiunto quanto di una narrazione in cui la storia di una vita siffatta possa essere spiegata. Una volta di più risulta che qualsiasi interpretazione specifica delle virtù presuppone un’interpretazione altrettanto specifica della struttura e dell’unità narrativa della vita umana, e viceversa
In un senso essenziale Jane Austen, insieme con Cobbett e con i giacobini, è l’ultima grande rappresentante della tradizione classica delle virtù. Si è dimostrato facile per le generalizzazioni successive non capire la sua importanza come moralisti perché dopo tutto si tratta di una romanziera.
 
Alasdair MacIntyre