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Il Covile - N.o 500 (23.3.2009) Numero speciale con Charles Lamb

500


Cinquecento è un buon numero. Lo festeggiamo con un raccontino di Charles Lamb credo poco conosciuto in Italia nonostante la superba traduzione e le curatissime note del nostro grande Mario Praz. Avevo invitato alcune delle firme più assidue del Covile ad inviare un loro commento al racconto, ma in questi tempi accelerati tutti sono troppo presi, così si è fatto vivo solo l’indefettibile Armando Ermini. Le sue acute osservazioni le trovate alla fine.
Per buona misura troverete allegato anche il N° 9, altro ottimo numero, dei “Quaderni del Covile”. Il contenuto è più amaro: si intitola MI SI SONO INTRECCIATE LE DITA - I “forse ex” fiorentini di fronte a Katyn.
Ma è il momento di esprimere anche il mio sincero ringraziamento a voi felici che col vostro interesse ed i vostri contributi fate sì che l’avventura del Covile continui. Da parte mia continuerò a fare di tutto affinché rimaniate pochi.
 
Stefano Borselli

Dissertazione sul porcellino arrosto (di Charles Lamb)


Traduzione di Mario Praz
Charles Lamb, Saggi di Elia, Rizzoli, 1981, pp. 128-137.

L’umanità, dice un manoscritto cinese che il mio amico M. (1) fu tanto gentile da leggermi e spiegarmi, per le prime settantamila età mangiò la carne cruda strappandola coll’ugne o coi denti dall’animale vivo, proprio come fanno anche oggi in Abissinia. A questo periodo allude esplicitamente il loro grande Confucio nel capitolo secondo delle sue Mutazioni Terrene, laddove egli designa una specie d’età dell’oro col termine Cho-fang, letteralmente: la vacanza del cuoco. Il manoscritto prosegue dicendo che l’arte d’arrostire, o, piuttosto, d’abbrustolire (che suppongo sia la sorella maggiore) fu scoperta per caso in questo modo (2): il porcaio, Ho-ti, andando una mattina al bosco, com’era solito, a raccoglier ghiande pei suoi maiali, lasciò a guardia della sua capanna il figlio maggiore Bo-bo, uno scimunito di ragazzone, e a costui, come in genere ai giovincelli della sua età, piaceva tanto scherzar col fuoco, che fece penetrare delle scintille in un mannello di paglia, il quale, accesosi rapidamente, diffuse l’incendio per tutto il loro misero abituro, sinché questo non fu che un mucchio di cenere. Insieme col tugurio (un miserabile surrogato antidiluviano d’edifizio, potete immaginarvi), perì, ciò che era assai più importante, una bella figliata di porcellini nati da poco, nientedimeno che nove. I porcellini cinesi sono stati considerati una leccornia per l’Oriente tutto, sin dai più remoti tempi di cui sappiamo. Bo-bo era al sommo della costernazione, come potete immaginarvi, non tanto a causa dell’edifizio, che suo padre e lui avrebbero potuto facilmente riedificare, quando che fosse, con un po’ di rami secchi, in un’ora o due di fatica, quanto per la perdita dei porcellini. Mentre stava pensando che cosa avrebbe potuto dire al padre, e si torceva le mani sui fumanti resti d’una di quelle vittime immature, un odore assali le sue nari, dissimile da tutti i profumi di cui aveva avuto sinora esperienza. Da che mai poteva venire? No davvero dalla capanna bruciata: aveva sentito quell’odore già altre volte invero questo non era il primo accidente della specie avvenuto in seguito alla negligenza di questo sciagurato giovine attizzatore. Tanto meno rassomigliava a quello di qualsiasi erba, pianta o fiore ch’egli conoscesse. Contemporaneamente un’acquolina ammonitrice sgorgò dal suo labbro inferiore. Lui non sapeva più che si pensare. Si chinò quindi giù per palpare il porcellino, se desse alcun segno di vita. Si bruciò le dita, e, per rinfrescarle, se le portò alla bocca secondo il suo costume di zoticaccio. Dei minuzzoli della pelle abbrustolita erano rimasti attaccati ai suoi diti, e per la prima volta in vita sua (anzi, nella vita del mondo, che prima di lui nessun uomo l’aveva conosciuto) egli gustò... il crackling! (3) Di nuovo si mise a tastare e a palpeggiare il porcellino. Ora non lo scottava più tanto, ma egli si leccava le dita quasi per abitudine. Finalmente nel suo tardo comprendonio si fece strada la verità: che il porcellino era quello che odorava cosi, e il porcellino quello che aveva un gusto cosi delizioso; e, abbandonandosi tutto al novello piacere, si mise a strappare a piene mani la pelle abbrustolita con la carne vicina, e se ne stava impinzando la gola nel suo modo bestiale, quando il genitore entrò fra i travicelli fumanti, armato del manganello retributivo, e, visto come stavan le cose cominciò a far piovere sulle spalle del discolo busse fitte come gragnuola, delle quali Bo-bo non si dette più pensiero che se state fossero mosche. Il titillante piacere che provava nelle sue parti basse, l’aveva reso perfettamente insensibile a qualunque disturbo egli avesse potuto sentire in quelle remote zone. Ben poteva dargliene suo padre ma non riuscì a distoglierlo dal porcellino se non quand’egli n’ebbe fatto piazza pulita; allora, divenuto il figlio un po’ più sensibile alla propria situazione, ebbe luogo un dialogo simile press’a poco a questo.
 
«Bestiaccia malnata, che hai trovato da divorare costì? Non ti basta d’avermi arso tre case coi tuoi tiri birboni, ti possano ammazzare! ma devi anche metterti a mangiar fuoco, o che so io... cos’hai trovato costi, eh?».
 
«O padre, il porcellino, il porcellino! venite ad assaggiare quant’è soave al gusto il porcellino bruciato!»
 
Le orecchie di Ho-ti ronzarono d’orrore. Maledisse il figlio, e maledisse sé stesso d’aver mai generato un figlio che avrebbe un giorno mangiato del porcellino bruciato.
 
Bo-bo, il cui odorato si era mirabilmente acuito dal mattino, tosto sfruconando tirò fuori un altro porcellino e dopo averlo affatto squarciato in due pezzi, cacciò la metà più piccola a gran forza nei pugni di Ho-ti, non cessando di gridare: «Mangiate, mangiate, mangiate il porcellino bruciato, padre, assaggiate solo... Dio mio!» con altre simili barbare vociferazioni, impinzandosi tuttavia come se avesse voluto strozzarsi.
 
Ho-ti tremava verga a verga tenendo in mano la cosa abbominevole, esitando se non dovesse mettere a morte il proprio figlio, da quell’innaturale mostro in erba ch’egli era, allorché la crosta scottò le sue dita, come era accaduto al figlio, ed applicandovi egli lo stesso rimedio, alla sua volta gustò alcunché del sapore di essa; ne questo, per quante boccacce egli facesse per salvar le apparenze, risultò del tutto dispiacergli. In conclusione (che qui il manoscritto è alquanto noioso) sì il padre che il figlio si dettero a mangiare a quattro palmenti, né smisero sinché non ebbero spolverato tutto il resto della figliata.
 
A Bo-bo fu rigorosamente ingiunto di non lasciarsi sfuggire il segreto, poiché i vicini li avrebbero senz’altro lapidati, come una coppia di miserabili che s’immaginavano di render migliore la buona carne che Iddio aveva loro mandato. Ciononostante strane storie cominciarono a circolare. Fu notato che la capanna di Ho-ti veniva distrutta dal fuoco più frequentemente del solito. Nient’altro che incendi da quel tempo in poi! Alcuni scoppiavano di pieno giorno, altri di notte. Ogni volta che la troia figliava, si poteva star certi che la casa di Ho-ti avrebbe divampato; e Ho-ti stesso, e ciò era la cosa più notevole, invece di castigare il figlio, pareva farsi sempre più indulgente verso di lui. Finalmente essi furono sorvegliati, il terribile mistero fu scoperto, e padre e figlio furon citati a comparire in giudizio a Pechino, che era allora un capoluogo di mandamento poco importante. Si escussero i testimoni, l’odiosa vivanda stessa fu prodotta in giudizio, il verdetto era sul punto d’esser pronunciato, quando il capo della giuria pregò che un pezzo del porcellino bruciato, per cui i colpevoli erano sotto processo, fosse fatto circolare pei seggi dei giurati. Egli lo prese in mano, e cosi fecero gli altri, e, scottandosi le dita, com’era già accaduto a Bo-bo e al padre, e suggerendo la natura a ciascun d’essi lo stesso rimedio, contro l’apparenza di tutti i fatti, e la più chiara accusa che giudice avesse mai formulato, con gran sorpresa della corte tutta, della cittadinanza, degli stranieri, dei cronisti e di tutti i presenti senza abbandonare l’aula, o consultarsi in qualunque altra maniera, essi pronunziarono un simultaneo verdetto d’assoluzione.
 
Il giudice, che era un furbacchione, chiuse un occhio di fronte alla manifesta iniquità della sentenza; e quando la corte fu sciolta, se ne andò di soppiatto a fare incetta di tutti i porcellini che potevano acquistarsi per amore o per denaro. Di li a pochi giorni si notò che la casa di città di Sua Eccellenza era in fiamme. La cosa si propagò, e ora non si vedevano che incendi da ogni parte. Il combustibile e i porcellini divennero spaventosamente cari in tutto il distretto. Gli uffici d’assicurazione chiusero bottega un dopo l’altro. La gente costruiva di giorno in giorno meno solidamente, a tal segno che si temé che la scienza stessa dell’architettura dovesse a breve scadenza andar perduta pel mondo. Cosi continuò questo costume d’incendiar case, sinché in processo di tempo, dice il mio manoscritto, sorse un saggio, una specie del nostro Locke, che fece una scoperta, che la carne di porco, ovvero di qualsiasi altro animale, poteva esser cotta (bruciata, com’essi dicevano) senza bisogno di consumare un’intiera casa per codesta operazione. Poi fece la sua comparsa per la prima volta una rozza forma di graticola. Il costume d’arrostire allo spiedo venne un secolo o due dopo, non mi ricordo sotto che dinastia. Con sì lenti passi, conclude il manoscritto, le più utili e apparentemente le più ovvie arti si fanno strada in mezzo agli uomini.
 
Senza annettere una fede troppo assoluta alla suesposta narrazione, bisogna convenire che, se un pretesto plausibile a un esperimento cosi pericoloso qual é quello di dar fuoco alle case (specialmente in questi giorni) potesse essere escogitato in favore d’un oggetto culinario, questo pretesto e questa scusa si troverebbero degnamente nel PORCELLINO ARROSTO.
 
Di quante ghiottonerie sono in tutto il mundus edibilis, io sostengo che questa è la più ghiotta — princeps obsoniorum.
 
Non parlo già di quei tali porchetti cresciuti — roba tra il porcello e il porco — quei giovincelli d’età ingrata, ma di un giovine e tenero lattonzolo — nato da men d’un mese non contaminato sinora dallo stabbio (4) — senza che sia ancor manifestata la macchia originale dell’amor immunditiae, la colpa ereditaria del primogenitore — la sua voce non ancora cangiata, ma qualcosa tra uno strillo infantile e un brontolio — il lene prenunzio, o praeludium, di un grugnito.
Esso dev’essere arrostito. Non ignoro che i nostri antichi li mangiavano lessati, o bolliti ma con qual sacrificio del tegumento esterno!
 
Non v’è sapore paragonabile, lo sostengo, a quello della crosta crespa, fulva, ben sorvegliata, non troppo arrostita, del crackling, come la chiamano a ragione gl’inglesi: (5) i denti stessi sono invitati alla lor parte di piacere in questo festino col superare la ritrosetta, fragile resistenza — con quell’adesivo oleaginoso — oh, non chiamatelo grasso! ma una ineffabile soavità che è un grasso in fieri — la tenera fioritura del grasso — il grasso tagliato in boccio — colto nel rampollo — nella prima innocenza — la crema e la quintessenza del cibo ancor puro del porcello infante — il magro, non magro, ma una specie di manna animale — o piuttosto, grasso e magro (se si deve proprio dir cosi) sì mescolati e confusi l’uno coll’altro, che entrambi insieme non danno se non una sola ambrosiaca risultante, o comune sostanza.
 
Miratelo, mentre si sta cuocendo a punto: sembra piuttosto un calore refrigerante, che un ardore bruciante, quello a cui esso è cosi passivo. Come armoniosamente si volge intorno allo spiedo! — Ora è cotto a puntino. Vedete la sensibilità estrema di questa tenera età! Esso ha stemperato in pianto i suoi begli occhi — radianti gelatine — stelle filanti (6)...
 
Vedetelo nel piatto, questa sua seconda culla, come dimesso giace!... avreste forse voluto che quest’innocente crescesse sino alla pinguedine e alla indisciplinatezza che troppo sovente accompagnano l’adulta porcinità? Dieci contro una si sarebbe rivelato un animale ghiotto, cialtrone, ostinato, spiacevole pronto a voltolarsi in ogni sorta di sudicio commercio: da questi peccati esso è strappato per sua ventura:
Ma il fallo immondo o il duol che strugge
Precorse provvida Morte... (7)
La memoria di lui è odorifera; nessun villano maledice il lardo rancido, mentre il suo stomaco sta lì lì per rigettarlo, — nessuno carbonaio lo ingolla sotto specie di puzzolenti salsicce — esso ha un bel sepolcro nello stomaco riconoscente del giudizioso epicureo — e per una tal tomba ben può esser contento di morire. (8) Esso è l’ottimo tra i Sapori. Grande è l’ananasso. Ma è davvero quasi quasi troppo trascendente — una voluttà, se non peccaminosa, pur tanto simile al peccato, che una persona tenera di coscienza farebbe proprio bene a rifletterci sopra — troppo travincente pel gusto mortale, esso ferisce od escoria le labbra che l’accostano — come i baci degli amanti, esso morde, — è un piacere che confina con la pena per l’acutezza e l’insania del suo gusto — ma s’arresta al palato — non si mescola con l’appetito — e la più grossolana fame lo baratterebbe senza contraddirsi con una costoletta di castrato.
 
II porcellino — fatemi dir le sue lodi — è atto non meno a provocar l’appetito, che a soddisfare la schizzinosità del palato esigente. L’uomo robusto può farne spanciate, il deboluccio non rifiuta i suoi delicati sughi.
 
Dissimile dai caratteri misti degli umani, fascio di virtù e di vizi, indissolubilmente intricati, che è un rischio sbrogliarli, esso è... buono da cima a fondo. Niuna parte di lui è migliore o peggiore dell’altra. Esso, per quanto glielo consentono i suoi limitati mezzi, serve tutti quanti. È la più imparziale delle vivande. È un festino per tutti i vicini.
 
Io son uno di quelli che liberalmente e di buon grado distribuiscono una parte delle buone cose di questa vita che toccano loro in sorte (per quanto poche siano quelle che mi capitano di questo genere) agli amici. Vi giuro che m’interesso tanto ai piaceri d’un amico, ai suoi gusti, e alle sue proprie soddisfazioni, quanto alle mie stesse. «I Presenti» dico spesso «rendon cari gli Assenti». Lepri, fagiani, pernici, beccaccini, pollastri (questi «domestici polli villerecci» (9) ), capponi, pivieri, salumi, barili di ostriche, io li dispenso cosi liberalmente come li ricevo. Amo assaggiarli, per cosi dire, sulla lingua del mio amico. Ma a un certo punto giova fermarsi. Nessuno vorrebbe, a mo’ di Lear, «donare ogni cosa». Io faccio alt al porcellino. Sarebbe, mi pare, un’ingratitudine verso il Donatore di tutti i buoni sapori estradomiciliare, o mandar via di casa, alla leggera, (sotto pretesto d’amicizia, o che so io) una benedizione cosi particolarmente adatta, predestinata, direi quasi, al mio individuale palato. — Ciò proverebbe insensibilità da parte mia.
 
Mi ricordo d’un rimorso di coscienza di questo genere che ebbi a scuola. La mia buona vecchia zia, che alla fine d’una vacanza non si separava mai da me senza imbottirmi la tasca con un dolce, o qualche buon boccone, mi aveva congedato una sera con un plum-cake fumante, caldo caldo dal forno. Sulla via di scuola (la scuola era al di là di London Bridge) mi salutò un vecchio mendicante canuto (oggigiorno non dubito più ch’egli non fosse un simulatore). Non avevo un centesimo di che confortarlo, e per vanità d’abnegazione, proprio per ostentazione di carità, da quello scolaretto che ero, gli feci dono di... tutto il pasticcio! Continuai per un po’ a camminare, tutto sollevato, come capita in tali occasioni, da una dolce lusinga di compiacenza, ma non ero ancor giunto di là del ponte, che mi tornarono i migliori sentimenti, e scoppiai in lacrime pensando a quant’ero stato ingrato verso la mia buona zia, a andare a dar via il suo buon dono a un estraneo, che non avevo visto mai prima, e che, dopo tutto, poteva essere benissimo un uomo cattivo; e poi pensai al piacere che avrebbe avuto mia zia pensando che io — proprio io e non un altro — avrei mangiato il suo delicato pasticcio — e che cosa le avrei detto vedendola la prossima volta — e che ragazzaccio ero stato a disfarmi del suo bei regalo; e l’odore di quel pasticcio aromatico mi rivenne in mente, e il piacere misto di curiosità che avevo provato nel vederglielo fare, e la sua gioia nel metterlo al forno, e con che delusione avrebbe sentito che io alla fine non ne avevo avuto neanche un po’ in bocca — e biasimai il mio intempestivo spirito d’elargizione, la mia inopportuna ipocrisia di bontà, e soprattutto desiderai di non riveder mai più di nuovo la faccia di quell’insidioso, buono a nulla, vecchio e canuto impostore.
 
I nostri antichi erano assai raffinati nel loro metodo di sacrificare queste tenere vittime. Leggiamo di porcellini frustati a morte, e ne siamo scandalizzati non meno di quando udiamo d’altri vieti costumi. L’età della flagellazione è tramontata, se non sarebbe curioso investigare (puramente dal punto di vista filosofico) quali effetti potrebbe avere questo processo ai fini di un intenerimento e di un addolcimento di una sostanza cosi tenera e soave di sua natura quale la carne dei giovani porci. È come voler aggiungere profumo alle violette (10). Pur dovremmo andar cauti, mentre ne condanniamo la crudeltà, a censurare la sapienza del sistema. Potrebbe conferire un gusto...
 
Mi ricordo di un’ipotesi di cui discutevano i giovani studenti, quand’io ero a St. Omer (11), sostenuta con copia di sapere e di spirito da ambe le parti: «Se, supponendo che il sapore di un porcellino che abbia trovato la morte a frustate (per flagellationem extremam) aggiunga un piacere sul palato d’un uomo, più intenso di qualunque possibile sofferenza che ci sia dato d’immaginare nell’animale, sia l’uomo giustificato d’usare quel metodo nel mettere l’animale a morte». Non mi ricordo della decisione.
 
Va ponderato il suo condimento. Decisamente, un po’ di mollica di pane, cotta insieme col suo fegato e il suo cervello, e un zinzino di blanda salvia. Ma bandite, o cara Signora Cuoca, vi supplico, tutta la tribù delle cipolle. Cucinate all’indiana i vostri porci interi pel vostro palato, impregnateli di scalogni, imbottiteli con piantagioni del reo e graveolente aglio; voi non potete avvelenarli, o renderli più selvatici di quel che non sono: ma considerate, lui è un tenerello... un fiore.
 
Charles Lamb
 

Note

  1. Thomas Manning.
  2. Il Lamb dovette prendere lo spunto dalla versione inglese dello Spione turco del Marana [The Turkish Spy, vol. IV, Book I, Letter 5]. Codesta fonte fu comunicata da Arthur Bateman in «Notes and Queries», 4th Series, VIII Novembre 1871, p. 415. «Il Sacrificante, raccogliendo un pezzo della carne arrostita che dall’altare era caduto in terra, e bruciandosi le dita, immediatamente se le portò alla bocca per mitigare la pena. Ma appena ebbe assaggiato la dolcezza del grasso, non solo ne bramò di più, ma ne dette un pezzo al suo assistente, e costui agli altri e tutti, deliziati dalla nuova leccornia, si misero a mangiare carne avidamente.»
  3. V. la nota 5.
  4. Guiltless of the sty foggiato su guiltless of fire del Paradiso Perduto, IX, 392.
  5. Crackling da crackle, scricchiare. L’unico modo di rendere in italiano crackling sarebbe tradurlo: croccante, ma croccante significa un altra cosa. Ho dovuto quindi adattare il testo del Lamb alla circostanza.
  6. Nell’Epitalamion made at Lincolnes Inne, di J. Donne, stanza X, si allude alla superstizione secondo cui le stelle filanti lascerebbero gelatina nel luogo ove vanno a cadere. La credenza era del resto comune, e si trova ricordata in autori sia anteriori che posteriori al Donne, come, p. es. nel Dryden. Nella Bartholomew Fair di Ben Jonson, Atto II, Sc. I, un’ostessa s’informa di come si comportino due porcellini che ha messo allo spiedo, ed ottiene la seguente risposta: «Molto tristi, signora; un d’essi ha pianto un occhio».
  7. Da Coleridge, Epitaffio d’un infante.
  8. Cfr. Milton, Epitaffio di Shakespeare, ultimi versi:
    In tal pompa è sepolto, e non v’è sire,
    Che per tal tomba non vorria morire.
  9. Milton, Samson Agonistes, verso 1695.
  10. Cfr. King John, IV. 2.12.
  11. Collegio di Gesuiti in Francia. Lamb non fu mai colà.

Il commento di Armando Ermini


Oibò, caro Stefano, non ti facevo così sprezzante del rischio e noncurante del pericolo di essere messo al bando del vivere civile per apologia della violenza sadica contro gli animali. Tema “scottante” quello che tocchi, e politicamente scorrettissimo, nostalgico e revanscista, in una parola di “chiaro stampo...”. Ma vuoi mettere un pastone di miglio come nella cucina macrobiotica? Innocuo agli altri e nutriente. Occorre solo un po’ di tempo per abituarsi e il gioco è fatto... se non si è morti nel frattempo.
Però, però... la tua apologia del porcellino è un inno al lusso, alla depense, uno scialacquamento di risorse che farebbe inorridire ogni bravo cittadino che calibra ogni sua mossa calcolandone l’utile in termini monetari. Bruciare una casa, un’intera città, per il piacere del palato. Inconcepibile! Eppure qualcosa mi dice che in questo caso si tratta di un argomento sbagliato anche dal punto di vista dell’utilitarismo. Mai sentito parlare delle distruzioni delle guerre che danno poi l’opportunità di ricostruire? E che dire, argomento attualissimo, della possibilità di abbattere edifici per poterne costruire altri più funzionali? Circuito indubbiamente virtuoso, con in più il piacere del palato che infonde nuova linfa e rinnova le motivazioni, nonché le esangui forze fisiche, dei ricostruttori di case. Da questo punto di vista, viene da concludere, l’invenzione della griglia è stata una iattura. Anche perché, avendo lo stomaco limiti insuperabili alla capacità di digerir cibo, l’equilibrio era comunque assicurato. Voglio dire che era escluso ogni pericolo di cementificazione (in quel tempo si sarebbe detto “fanghificazione”) del territorio. Gli ambientalisti dovrebbero prendere l’argomento in seria considerazione, dunque, anche perché essendo tutto commestibile si ridurrebbero drasticamente i rifiuti e chissà se anche a Napoli tornerebbe finalmente la pace sociale e l’aria limpida e pulita come un tempo. Ma non solo loro. Anche gli animalisti dovrebbero essere felici. Perché una umanità dedita al sublime piacere del porcellino, si dimenticherebbe o quasi di mucche, vitelli, fagiani, lepri, pesci etc. etc., così che l’equilibrio degli ecosistemi sarebbe rispettato e tutte le altre specie animali salvaguardate senza bisogno di divieti, controlli, piani di ripopolamento etc, tutte cose notoriamente costose. Certo, il porcellino sarebbe la specie sacrificata, ma con qualche opportuna lezione di educazione alla legalità ed al bene comune, non è escluso che sarebbe anch’esso felice. E poi, come pressappoco si diceva un tempo; “colpiscine uno per salvarne cento”.
 
Armando Ermini