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Il Covile - N.o 501 (26.3.2009) 2009: un triste Natale di Roma (di Ettore Maria Mazzola)

Questo numero


Passata la festa al porcellino, ritorniamo alla nostra principale battaglia con un giustamente sdegnato articolo dell’Architetto Ettore Maria Mazzola (professore all’Università di Notre Dame, School of Architecture, Roma). Prima però devo ringraziare alcuni amici che hanno scritto in occasione del cinquecentesimo: Guido Aragona, Fulvio Conti, Giuseppe Ghini, Alfonso Giordano, Edi Rabini, Michele Salvadori, Gianna Scatizzi, Pier Luigi Tossani, Fabrizio Ugolini.
 

Il prossimo 21 aprile apre il MACRO, un altro tassello nel programma distruttivo per Roma (di Ettore Maria Mazzola)


E così il prossimo 21 Aprile, in occasione del 2762° Natale di Roma, verrà inaugurato in pompa magna il nuovo MACRO, il Nuovo Museo di Arte Contemporanea di Roma.
Purtroppo si tratta dell’ennesimo inutile progetto, il cui iniziale successo di pubblico (ottenuto grazie al tipico bombardamento mediatico ad hoc) è destinato ben presto a scemare a causa del soggetto e non solo. Tuttavia così è stato deciso; perché, come anche chi dovrebbe tutelare questa città va sbandierando ai quattro venti, Roma va modernizzata! Questo progetto è stato portato a termine nonostante l’arroganza con cui era stato presentato dall’autrice, in barba alle richieste di rispetto del monumento su cui si stava per intervenire, e di cui dirò più avanti. Quello che segue è un mio commento, aggiornato, “smussato” e corretto, ad un articolo pubblicato nel gennaio 2004 sul sito Exibart.com, intitolato Il Museo Trasgressivo. In linea con l’irriverenza modernista del progetto, l’articolo utilizzava positivamente l’accezione “trasgressivo”, alla faccia dei romani che si sarebbero sentiti offesi dall’affronto, nonché del povero Gustavo Giovannoni – autore dello Stabilimento Peroni trasformato dalla Decq – che dedicò tutta la sua vita a difesa della tradizione e della bellezza italiana (1) .
Chi conosca Odile Decq, perché come me ha ascoltato qualche sua intervista tipo quella rilasciata in occasione del documentario Ara sine Pacis trasmesso da Rai Sat Art, converrà con me che ella è una di quegli “artisti” che, avendo compreso quanto gli intellettualoidi italiani (e non) amino farsi prendere per i fondelli, ha deciso di impersonare un ruolo trasgressivo sì da distinguersi dalla massa e configurarsi come una star. Ma se questa stravaganza risulta appagante in tema d’arte con tutta la miriade di tendenze che nascono e muoiono nell’arco di un brevissimo periodo nel rispetto della loro concezione consumistica, fare altrettanto in tema di architettura risulta quanto meno sbagliato, poiché mentre il presunto oggetto d’arte può limitare i suoi effetti all’interno dell’ambiente in cui è confinato, un edificio si impone a chi gli passa di fronte e, dato ciò, andrebbe concepito nel rispetto di tutti quanti e non solo dell’ego dell’architetto. Voglio ricordare a tal proposito che, ancora nel 1930 nella Relazione al Piano di Bari Vecchia del 1930, ispirato da Gustavo Giovannoni e studiato da Concezio Petrucci, si diceva: «[…] Tra le attribuzioni del Comune e della commissione dovrà essere quella che fa capo al Diritto Architettonico, in quanto l’opera esterna non tanto appartiene al proprietario quanto alla città».
 


Il rendering presentato dall’architetto per mostrare orgogliosamente il suo intervento “trasgressivo”

Pensando in parallelo al concetto suddetto e al fatto che sia stato consentito, ad una persona che ha fatto della trasgressione la sua ragione di vita, di manipolare un brano di città come quello in oggetto, mi torna alla mente una frase del grande comico Marcello Marchesi che recitava: «l’uomo è nato per soffrire ... e fa di tutto per riuscirci!» Infatti penso alla “mente superiore” che ha deciso di affidarle un progetto del genere, visto che non poteva non immaginare, che nulla avesse a che fare, né volesse averne, con la città di Roma, perché troppo interessata solo alla sua immagine e firma.
Svolgere la professione di architetto è una grande responsabilità, dal suo operato può infatti dipendere il destino degli uomini ... chiunque abbia anche un minimo di conoscenza degli studi di Sociologia Urbana sa bene che le realtà disumane presenti nei quartieri “moderni” sono alla base del disagio sociale ivi riscontrabile!
 
         

Due scorci dello Stabilimento della Birreria Peroni costruito da Gustavo Giovannoni tra il 1907 e il 1920

Detto ciò, risulta quanto meno inammissibile che un architetto come Odile Decq, descrivendo il suo approccio progettuale possa sfacciatamente dire: «(…) ci era stato detto che bisognava mantenere entrambe le facciate, e noi ne abbiamo tolto un pezzettino in angolo per far vedere che esistevamo!» … Ma che razza di giustificazione è questa? E perché poi?
La nostra Decq ha bisogno di distinguersi dalla massa, così fa di tutto in modo che la gente possa accorgersi di lei, non importa se in termini positivi o negativi, l’importante è far vedere che esiste! Del resto il grande sociologo Zigmunt Bauman ci insegna che questa è la legge delle nostra Civiltà del Consumismo. La sua pseudo-architettura dunque, figlia dell’era dell’usa e getta, è esattamente lo specchio dell’attuale modo distorto di concepire la vita.
Davanti a situazioni come questa, c’è comunque da riconoscere che gli idioti siamo noi: noi che diamo la possibilità agli architetti di autocelebrarsi a discapito della società. In primis i nostri amministratori che stendono il tappeto rosso sotto i piedi delle stars per farsi spiaccicare delle torta in faccia come quest’ultima ... eh già, «l’uomo è nato per soffrire” ... e fa di tutto per riuscirci!» ...
Però, fermiamoci un attimo e chiediamo a noi stessi: ma perché i politici che amministrano le nostre città e il nostro Paese si comportano in questo modo? E ancora, cosa può esserci all’origine del loro atteggiamento?
Come facevo notare nel mio Architettura e Urbanistica – Istruzioni per l’uso (2), penso che siamo governati da gente “ignorante” in materia, gente che è in balia delle Facoltà di Architettura e Ingegneria dove spesso piuttosto che insegnare si lobotomizzarno gli studenti in nome del Modernismo. Queste Facoltà infatti, si sono comportate esattamente come una congregazione la quale, al pari delle peggiori sette religiose, sotto l’ispirazione di una presunta intelligenza superiore, emette una dottrina ritenuta immutabile e procede, per raccogliere aderenti, per iniziazione. L’insegnamento distorto che è stato esercitato negli ultimi settant’anni, è stato mirato alla sottomissione delle intelligenze ad una dottrina, in vista di un risultato concepito in anticipo che non si chiama modernità ma modernismo!
La storia ci insegna che, quando le corporazioni e le maestranze si preoccuparono più di mantenere i loro privilegi che di innalzare la loro attività al livello delle conoscenze del tempo, quando divennero esclusive e vollero allontanare i concorrenti anziché sorpassarli, esse morirono o furono bandite. Allo stesso modo, quando ci si rese conto che la “Santa” inquisizione per la fede accusava di eresia soprattutto i ricchi per confiscarne i beni, il suo potere cessò di esistere!
Vista l’analogia storica, e per meglio comprendere quello che accade in determinate situazioni, parafraserò, attualizzandolo, quanto ebbe acutamente modo di osservare nelle sue Conversations sur l’Architecture (3) Eugène Viollet-Le-Duc all’epoca in cui fu vittima dell’ostracismo da parte del sistema Beaux-Arts. Si rifletta infatti sull’influenza esclusiva che può assumere una congregazione irresponsabile nei riguardi di un potere esecutivo responsabile, un’influenza talmente grande da rischiare di non poter essere controllata: cosa può opporre un’amministrazione non competente all’opinione di un’università o un ordine professionale che lo Stato stesso (poiché è lo Stato che li sostiene) considera del tutto competente? Come ammettere che un’amministrazione che non è artista, si accinga ad assumersi le responsabilità di affidare, per esempio, la costruzione di un monumento pubblico a un uomo che rifiuta un corpo che si ritiene si recluti nell’élite degli artisti?
La gente comune non ne può più di tutto ciò, tant’è vero che, ogni qualvolta si apra un cantiere di nuova costruzione – anche non conoscendo cosa verrà realizzato – i residenti della zona, sentendosi in pericolo si ribellano, e manifestano per bloccare l’ennesimo ipotetico scempio urbanistico.
Questo aspetto della nostra società è una cosa totalmente nuova, che trova le sue origini nelle vergogne edilizie del XX secolo. Prima degli anni ’30 infatti, la gente aspettava con grande entusiasmo ciò che gli architetti le avrebbero costruito, mentre oggi avviene il contrario ... Non è possibile che gli architetti non se ne rendano conto ... e questo non è certo una cosa di cui poter andare fieri!
C’è però da dire che, qualche settimane fa si poteva leggere (4) come anche Rem Koolhaas abbia iniziato a rinnegare il suo passato de costruttivista – e la sua famosa, ed “elegante”, frase pronunciata negli anni ‘90 «fuck the context!» – in nome di una “generic architecture!” … miracolo!!!
Ricordo ancora oggi una delle frasi più ricorrenti tra i miei docenti all’interno Facoltà di Architettura di Roma alla fine degli anni ’80 dello scorso secolo, frase utile a fare crescere gli studenti con un senso di colpa e un complesso di inferiorità culturale: «in Francia si costruisce! Solo da noi non si batte un chiodo!» Sapevamo, e sapevano tutti, che ciò non corrispondesse a verità, tuttavia quell’adagio non si è mai sopito.
Infatti, sappiamo benissimo tutti che da noi si è costruito molto di più di quanto non fosse necessario, e lo si è fatto male, producendo tanta edilizia e nessuna, o quasi, architettura, si sono riempite migliaia di riviste specialistiche con foto e commenti entusiastici di progetti osceni, inclusi scempi urbanistici e sociali quali il Gallarratese, lo Zen, le Vele e il Corviale. L’unica cosa che probabilmente non è stata consentita, ma anche questo non sempre è vero, è stata la costruzione all’interno di alcuni centri storici.
Così non c’è da meravigliarsi quindi se, vittime del senso d’inferiorità coloniale, sul blog di exibart.com dedicato al MACRO, qualcuno tra gli architetti abbia inneggiato al successo di proposte come questa porcheria, o qualcun altro si sia chiesto «com'è che queste idee provengano sempre da architetti non italiani?» Sarei tentato di rispondergli: probabilmente perché gli italiani saprebbero fare meglio! Oppure, e direi la sacrosanta verità, perché l’Italia è il Paese più esterofilo del Mondo, dove la gente è stata educata secondo il principio che “l’erba del vicino è sempre la più verde” (… e non fa niente se qualche volta il vicino sembra essersela fumata!)
Questa è la ragione per cui non dobbiamo meravigliarci se oggi in Italia, invidiosi degli insuccessi della Grandeur di Mitterand, o delle follie di Blair (quasi tutti i progetti realizzati si sono rivelati dei fiaschi economici ed artistici), oggi assistiamo ad un proliferare di incarichi come il Museo per Ara Pacis a Roma, la devastazione della Scala di Milano, il massacro degli Uffizi di Firenze, l’affronto del Ponte di Calatrava a Venezia, e chi più ne ha più ne metta.
Spesso i nostri politici tendono a comportarsi come dei “mandanti” che si avvalgono dell’opera di “sicari” (gli architetti, spesso stranieri) per ammazzare le nostre città, e tutto questo per colpa di uno stupido ed inutile complesso di inferiorità culturale, che ci impedisce di guardarci intorno e comprendere quanto ancora avremmo da imparare dal nostro glorioso passato, neanche tanto remoto. Bisognerebbe che tutti sapessero che, almeno fino agli ultimi anni ’20 del secolo trascorso, erano gli altri Paesi ad essere invidiosi di noi, tant’è che alcune riviste specializzate, già ampiamente “controllate” dalla lobby dell’edilizia che investiva nella costruzione delle nostre città (a Roma e Milano operavano molte imprese e banche austriache, francesi, svizzere, belghe, tedesche, ecc.), ci accusavano di essere degli imbecilli. Una lettura dei commenti contro il “Barocchetto Romano” e il quartiere Garbatella di Roma pubblicati in quegli anni sulla rivista tedesca Der Moderne Bauformen può essere d’aiuto. Questa è essenzialmente la ragione per cui, a un certo punto della nostra gloriosa storia, che può fissarsi al 1931 con la Mostra di Architettura Razionale, in cui Pietro Maria Bardi mostrava la cosiddetta “Tavola degli Orrori”, abbiamo imparato che “dovevamo adeguarci” alle “perversioni” straniere ... non voglio sembrare un fondamentalista nazionalista, tuttavia voglio semplicemente far riflettere che quando è troppo è troppo! In fondo, la stessa Decq non è che stia portando chissà quali novità all’Italia, anzi, sta riproponendo le già discutibili “modernità” del nostro Fuksas ... che bisogno ce n’è?
 


1931 – La Tavola degli Orrori. Gli orrori erano tutti gli edifici costruiti in Italia da Armando Brasini, Cesare Bazzani, il primo Marcello Piacentini e tanti altri architetti ostili al modernismo in nome della gloriosa tradizione italiana

Una peculiarità dell’architettura modernista è l’essere sempre accompagnata da lunghi e contorti testi descrittivi, spesso basati su concetti imperscrutabili. Il caso in questione non poteva essere da meno e così, già a partire da cinque anni prima dell’ultimazione dei lavori, sono stati versati fiumi di inchiostro per descrivere l’oggetto misterioso. Così abbiamo potuto sapere che il suo concepimento spaziale, a detta della Decq e del compiacente critico di turno, si fonda sul dinamismo! ... Cosa ci sarebbe di dinamico in un cubo di vetro? Scusatemi ma non riesco a cogliere il messaggio! Forse dovrei parafrasare Mario Praz e chiedermi: «quale droga manca a me per apprezzare cotanta artistica invenzione?»
La verità è che qui si parla tanto, anzi troppo, per convincere il “popolino” ignorante che l’architetto, “depositario del Verbo”, ha fatto chissà quale opera. Mi si consenta di citare l’aneddoto del film di Carlo Verdone Compagni di Scuola, quando un Christian De Sica, disperato economicamente, cercava di vendere al suo “ignorantissimo” compagno un orribile quadro d’autore dicendogli: «guarda che ‘n quadro de questi te risolve ‘na serata!» l’apoteosi della scena era in ogni modo nella splendida risposta, frutto della grande saggezza popolare del troglodita, che non oso ripetere.
L’opera di molti critici ed architetti oggi è esattamente questa, far credere all’ignobile popolino che le porcherie siano belle, anzi moderne: questa è esattamente la sottile differenza tra la Modernità e il Modernismo che, come tutti gli “ismi”, è solo un’aberrazione del Moderno, una forzatura.
Per concludere, penso un risultato positivo nel Museo della Decq ci potrà essere: grazie alla trasparenza delle sue pareti, la gente sarà “obbligata” a vedere anche dall’esterno le orribili opere di Arte Contemporanea che non vorrebbe mai vedere pagando un inutile biglietto ... Ecco, si! Credo proprio di aver compreso il messaggio nascosto di questo edificio ... “se Maometto non va dalla montagna, la montagna va da Maometto!” … però mi chiedo, ma se a Maometto non frega niente di andare dalla montagna, perché questa rompiscatole dovrebbe andarlo a disturbare?
La grande sfida degli architetti dovrebbe essere quella di produrre il nuovo in armonia con ciò che lo circonda, così come è sempre stato prima dell’avvento del Modernismo e di tutte le sue distorte interpretazioni ... non c’è nulla di più sbagliato di ciò che dice la Decq a difesa del suo progetto: «(…) a volte è necessario demolire, a volte bisogna togliere» ... ciò che è necessario è infatti aggiungere, ma con rispetto.
Questo scempio ormai è compiuto, mi auguro fortemente che chi lo ha consentito abbia la decenza di ammettere l’errore commesso, di imparare da esso, e di non ripeterlo mai più. Sarebbe il caso che il 21 aprile queste cose venissero dette.
 
Ettore Maria Mazzola
 

Note


  1. A proposito dell’insegnamento della tradizione italiana, della necessità del rispetto e della difesa di questa, in occasione della sua ultima lezione alla Scuola di Ingegneria nel 1943 Gustavo Giovannoni disse: «ed io, che non mi riconosco altro vanto che quello di non aver mai vacillato nella difesa della tradizione e della bellezza d’Italia, riterrò, la mia opera appassionata di studioso e d’insegnante non sarà stata spesa invano, se avrà contribuito al riconoscimento della gloria dell’Architettura nostra nel passato, all’avviamento di affermazioni degne nell’Architettura nostra del presente e dell’avvenire».
  2. E. M. Mazzola, Architettura e Urbanistica, Istruzioni per l’uso – Architecture and Town Planning, Operating Instructions, Gangemi Edizioni, Roma 2006
  3. Per la traduzione italiana: Conversazioni sull’Architettura, Edizioni Jaca Book S.p.A.
  4. F. Irace, Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 2009.