Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 503 (3.4.2009) Ettore Maria Mazzola ed Enrico Delfini - Via del campo e Piano casa

Questo numero


Insieme a qualche consiglio abbiamo: 1) “un pensierino” di Enrico Delfini — “Senza pretese, e senza che abbia nulla a che fare con gli ultimi argomenti trattati, ti inoltro un pensierino che ho buttato giù la settimana scorsa, tornando da Genova. / Enrico D. / P.S. non sono un puttaniere” — 2) alcune dense riflessioni sul Piano Casa di Ettore Maria Mazzola, stimolate dall’ultimo numero del Domenicale.
 

Consigli per gli acquisti

Le puttane di Genova (di Enrico Delfini)


Ho sempre ammirato Fabrizio De André e le sue canzoni; in particolare quelle di ambiente genovese.
C’era però un aspetto della sua poetica che non riuscivo a comprendere appieno. Parlo del suo rapporto con il mondo della prostituzione. Quell’alone affettuoso verso le “puttane” che si avverte nitido in tanti suoi testi mi sembrava un poco fuori luogo, eccessivo. Quasi una ricerca di consenso “alternativo”: atteggiamento questo che mal si addiceva ad uno spirito libero ed intelligente come quello di F.
Negli ultimi mesi mi è capitato di trascorrere numerosi brevi periodi sotto la lanterna, girando per le sue vie e i suoi carugi quasi come un genovese. Non come un turista costretto a cercare un parcheggio a grande distanza dal centro, ma avendo la possibilità di partire da un comodo alloggio a Castelletto, da cui scendere in pochi minuti direttamente a via Garibaldi e ai vicoli verso il porto.
E forse ho capito qualcosa del mondo di De André e delle sue prostitute; qualcosa che è difficile da comprendere per chi abita a Bologna, o a Milano, o a Roma ed è avvezzo allo spettacolo degradante dei viali di periferia con il loro campionario di volgarità.
Le professioniste del sesso delle nostre periferie agiscono in un contesto completamente diverso, giocano un ruolo del tutto differente dalle loro colleghe dei carugi attorno a via del campo.
Chi deve attirare l’attenzione di clienti che passano a bordo delle loro automobili in quartieri poco illuminati, deve per forza ostentare la “mercanzia”; ed ecco gli eccessi di nudità, di ostentazione, con tutto il loro contorno di grida, fuochi, risse...
A Genova no: le signorine, appoggiate allo stipite del portone di casa, o sedute a fare quattro chiacchiere fra di loro sui gradini di una bottega, non devono per forza ostentare abbigliamento striminzito, biancheria calze a rete e stivali improbabili. Qui i potenziali clienti sono a piedi, possono rallentare senza intralciare il traffico; si possono scambiare due chiacchiere senza il diaframma del finestrino appena abbassato. Qui anche una breve occhiata, un semplice voltare il capo, un rapido tornare sui propri passi, sono gesti umani; sono brandelli di un rapporto tra persone. Quando il cliente si rivolge ad una prostituta dall’interno della sua automobile, ogni elemento evidenzia il distacco sociale; viene marcata la superiorità di uno a danno della dignità dell’altra.
A Genova, almeno in parte, non è così: addirittura si potrebbe dire che è la donna a “giocare in casa”, in territorio protetto.
Per attirare l’attenzione, non le è necessario sventolare le mutande o scosciarsi al bordo di una strada a pochi metri dal traffico; a Genova un ammiccamento, un sorriso, un breve tocco della mano, sono elementi di un adescamento “a misura d’uomo”.
In questo contesto assume un valore diverso anche la proposta, avanzata qualche tempo fa da qualche amministratore del capoluogo ligure, di assegnare alle prostitute dei carugi un qualche ruolo nella tutela dell’ordine pubblico, e nella salvaguardia di una identità sociale culturale tipica del centro storico. Continuo a credere che si tratti di un’idea bislacca e sbagliata; ma non così assurda come potrebbe pensare chi ha della prostituzione l’immagine degradata e degradante cui assistiamo in tante parti d’Italia.
Un’ultima notazione: nei miei brevi tragitti nel cuore di Genova, mi sono intrattenuto a scambiare due parole con un paio di ragazze; giovani, carine, non italiane; parlavano un buon italiano, non assumevano atteggiamenti provocanti o esageratamente volgari.
Certamente non assomigliano a quelle conosciute e cantate da Fabrizio De André, ma in un certo senso, pareva ne avessero assorbito il carattere, la cultura. L’atteggiamento con cui si appoggiavano al portone di casa, come a riceverne forza e sicurezza, credo fosse lo stesso della “graziosa di via del campo”.
 
Enrico Delfini
 

Piano Casa 2009 (di Ettore Maria Mazzola)


Commento all’articolo di Matteo Tosi Piano-casa: spazio alle persone e alla libera iniziativa di chi ci abita, uscito su “il Domenicale” di sabato 28 marzo, a fianco di Edilizia: piazza pulita delle archistar che hanno sinistrato le nostre città, di Nikos Salingaros.

Sono ovviamente d’accordo con ciò le parole di Salingaros, e non potrebbe essere diversamente. Mi spaventa un po’ il tono (per larga parte condivisibile) di Matteo Tosi, che può venir frainteso con un inno all’attuale primo ministro e una demonizzazione di tutto ciò che si trovi alla sua sinistra.
 
È indubbio che le amministrazioni di centro sinistra abbiano portato allo sfascio totale delle città, ma non è solo il colore politico all’origine del disastro, tant’è che finora non credo che le amministrazioni di destra abbiano fatto meglio.
 
E non ci si riferisce alle sole politiche del “ventennio” a partire dal 1923, ovvero dalla liberalizzazione dei canoni d’affitto (per incentivare la speculazione edilizia), all’istituzione dei Governatorati (per annullare le autonomie locali e limitare le attività dell’Istituto Case Popolari), dal boicottaggio e massacro del sistema cooperativistico che manteneva vive le economie locali e l’artigianato, all’incremento in verticale delle cubature per incentivare la speculazione edilizia (passaggio dai villini alle palazzine e dalle palazzine agli intensivi), dai piani urbanistici votati al massacro delle città (Roma 1931), alle Norme per il Restauro dei Monumenti del 1938 (che tutto sono tranne il loro titolo (1)), fino alla legge urbanistica 1150/1942, ecc., ma si fa riferimento anche alla precedente legislatura berlusconiana la quale, a partire dalle norme per il Condono Edilizio, ha prodotto moltissimi danni in materia edilizia e di salvaguardia del patrimonio artistico e ambientale, norme che, probabilmente, andrebbero discusse in un articolo specifico, poiché si aprirebbe un capitolo troppo vasto per essere discusso e concluso brevemente.
 
Ciò che in questo momento appare preoccupante della norma proposta – e mi sembra che Tosi abbia usato l’articolo di Saligaros dandone l’interpretazione in quella direzione – è il rischio di un ennesimo incentivo alla “autocostruzione”, cosa che potrebbe generare il proliferare di verande e volumi irrispettosi degli edifici, delle città, del paesaggio e di tutto ciò che possa annoverarsi sotto una sola parola latina “DECORUM”.
 
La storia dell’urbanistica, quella scritta e quella mai scritta ma saggiamente tramandata nel corso dei secoli, ci insegna che le città del vecchio continente si sono, attraverso secoli, armoniosamente sviluppate nel rispetto di norme che possiamo definire linee guida, mentre solo a partire dal momento in cui si è deciso di “ordinare il tutto” in maniera rigida, basandosi su indici e standard, esse sono andate morendo, di pari passo con il crescere dei problemi sociali … non è un caso se, di lì a poco, si sia stato necessario creare una disciplina ad hoc che studiasse gli effetti collaterali della “pianificazione” delle città.
 
Questa è la ragione per cui sono dell’idea che si debba procedere, come nel campo del restauro suggeriva Carlo Ceschi, “caso per caso”, perché l’idea di una regola assoluta ha sempre portato a cattivi risultati, dal Neoclassicismo al Beaux Arts al Modernismo. È questo il motivo per cui ritengo necessario che, almeno quando si va ad intaccare un tessuto preesistente, si debbano studiare le condizioni ambientali, urbanistiche e sociali, per comprendere i criteri di sviluppo che lo hanno generato. Questo tipo di analisi andrebbe articolata su due livelli: 1) ricerca sul campo, per decifrare graficamente il lessico urbanistico, architettonico e tecnologico del contesto su cui si interviene; 2) ricerca archivistica per ritrovare quelle norme urbanistiche che hanno sovrinteso a livello giuridico, ma spesso solo a livello di buon senso, allo sviluppo urbano prima del disastro otto-novecentesco (la formula di approvazione di un progetto a Venezia era “ch’el sia fata e ca staga ben!”, mentre nella Relazione al Piano di Bari Vecchia del 1930, ispirato da Gustavo Giovannoni e studiato da Concezio Petrucci, si diceva: «[…] Tra le attribuzioni del Comune e della commissione dovrà essere quella che fa capo al Diritto Architettonico, in quanto l’opera esterna non tanto appartiene al proprietario quanto alla città»). In realtà occorrerebbe un terzo livello, ma a questo punto si parla già della fase progettuale, che riguarderebbe l’indagine sulle reali necessità di sviluppo urbanistico, atte ad individuare quelle che sono le esigenze e le metodologie progettuali, in modo da realizzare un intervento mirato, con bassi rischi economici da parte degli investitori e alti margini di successo da parte dei fruitori (lo studio socio-economico-urbanistico effettuato dallo Stato Olandese e che ha portato alla decisione/necessità di realizzare la cittadina di Brandevoort in Olanda, progetto di Rob Krier e Christoph Kohl, può risultare un utile esempio da studiare).
 
Dall’antica Roma, fino ai primi del Novecento, lo sviluppo delle città italiane si è basato su norme logiche derivanti dal Diritto Romano, su norme bizantine e, almeno per le regioni meridionali, sull’introduzione di norme islamiche di derivazione bizantina e romana (vedere gli studi di Besim Hakim), queste norme si ritrovano in tutti i regolamenti edilizi italiani antecedenti l’assurda legge urbanistica del 1150/1942, e gli standard urbanistici dei Decreti 1404/68 e 1444/68 che hanno sancito l’abbandono della logica e del Decorum in nome del nuovo “principio ordinatore” dello zoning e degli standard.
 
Probabilmente queste sono le ragioni per cui oggi, a causa della loro formazione modernista, gli architetti (ma non tutti), risultano possedere delle gravi limitazioni per poter risolvere le problematiche della città contemporanea, tuttavia, diversamente dal senso del testo del Tosi e di Salingaros, penso che la loro totale estromissione possa risultare davvero pericolosa.
 
Come ho più volte ribadito nei miei libri, il male di tutto risiede nell’insegnamento distorto della materia, insegnamento che ha prodotto – e continua a produrre – una massa sterminata di architetti, “ignoranti e presuntuosi”, che basano le loro verità sull’auto-affermazione della conoscenza (Gropius e Zevi) da non disvelare all’ “ignorante” massa di gente che dovrà vivere nelle loro ambientazioni. Questi architetti, purtroppo, basano le loro scelte sul principio che chiunque possa ritenersi poeta (Zevi lo ha detto a chiare lettere), anche a discapito degli altri.
 
Detto ciò, appare evidente che la patologia di cui si parla vada studiata attentamente e, piuttosto che ipotizzare l’utilizzo di una cura recidivante, o peggio ancora acutizzante, si dovrebbe, una volta comprese le ragioni del male socio-urbanistico, provvedere alla loro rimozione, una volta e per sempre ... va da sé che l’unica “medicina” possibile vada individuata nella riformazione, “onesta” e non “faziosa e presuntuosa”, del corpo docente delle facoltà di architettura e ingegneria, ricordando loro quella che dovrebbe essere la missione di chi è preposto a fornire un insegnamento.
 
Voglio sperare che, se pubblicato, questo mio scritto generi un lungo e – si spera – costruttivo dibattito. Mi piace ricordare e sottolineare il fatto che esso non parta da me, ma dallo spunto fornitoci dal grande Nikos Salingaros il quale, non a caso, non è un architetto, né un ingegnere, e forse proprio per il fatto di non aver “subito” insegnamenti distorti, comprende molto più di molti architetti ed ingegneri gli aspetti negativi della nostra “maledetta” professione … a tal proposito mi piace rammentare quanto non casuale sia stata la scelta di titolare Maledetti Architetti la traduzione italiana il libro di Tom Wolfe From Bauhaus to our house (2) , ma gli architetti italiani non si sono mai interrogati sul perché di quel titolo!
 
Ettore Maria Mazzola
 

Note


  1. Come ricordavo nel mio Contro Storia dell’Architettura in Italia – Roma 1900 - 1940, Alinea Edizioni 2004, le “Norme Tecniche per il Restauro dei Monumenti” redatte dal Ministero della Pubblica Istruzione, precisamente al punto 8, ammonivano: «per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in «stili» antichi, rappresentando essi una doppia falsificazione, nei riguardi dell’antica e della recente storia dell’arte». Davanti a tali “imposizioni di Stato” gli architetti interessati alla tradizione erano oramai banditi ... conseguentemente l’Architettura era definitivamente sconfitta!
  2. Bompiani Edizioni, Milano 1988-2001.