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Il Covile - N.o 504 (4.4.2009) Ancora sul Piano casa (di Pietro Pagliardini)

Ancora sul Piano casa (di Pietro Pagliardini)


Caro Stefano
Ho ricevuto la newsletter con lo scritto di Ettore Maria Mazzola, l’ho letto e mi sono entusiasmato.


Perché mi sono entusiasmato? Almeno per due motivi:Sentire parlare con candore di procedere nel restauro con il metodo del “caso per caso” o di fare capo al “Diritto Architettonico, in quanto l’opera esterna non appartiene al proprietario quanto alla città” significa che Ettore Maria Mazzola procede dritto per la sua strada, incurante, non ignaro, di ciò che avviene intorno perché saldo nei suoi principi che sa essere quelli giusti. Questo è il candore cui mi riferivo prima.


Nel merito del Piano casa e dell’articolo di Matteo Tosi credo si debba tenere mettere in conto il contesto in cui quell’articolo è stato pubblicato:


Questa popolarità sembra spaventare Mazzola perché, con qualche ragione, vi ravvede il risultato di un’eccitazione animale, stimolata da Berlusconi, della radicata e viscerale passione dell’italiano per il mattone. Il mattone per l’italiano è come il sangue per i pescecani: il solo odore risveglia gli istinti più ancestrali e Mazzola teme, come moltissimi altri, quale l’ottimo Marco Romano, che l’operazione si possa risolvere in un parossistico incremento di brutture, che la bellezza sarà tenuta ai margini e relegata a pochi casi illuminati. Per me non è un timore, è una certezza.
 
Non me ne preoccupo perché sono disinteressato al problema? Niente affatto, ma so che non è possibile una soluzione diversa perché i milioni di proprietari di case, che non sono speculatori ma normali cittadini di questo paese, escono da anni e anni di costrizione e compressione dei loro bisogni, direi di colpevolizzazione anche, anni in cui lo Stato, il Comune e poi anche la Regione e la Provincia hanno rappresentato il nemico che impediva ogni cosa, sulla carta, salvo poi concederlo dietro pressioni, richieste, petizioni, osservazioni, richieste e promesse di voti e quant’altro la nostra fantasiosa e furbesca politica è riuscita ad inventare.


L’urbanistica è lo strumento più utilizzato e diffuso di coercizione del consenso popolare, oltre che la maggiore fonte di corruzione, ovviamente. Lo è sempre stato storicamente, lo diventerà sempre più di fronte a PRG sempre più astratti, burocratici e indecifrabili spesso agli addetti ai lavori, figuriamoci al normale cittadino che, più o meno, ragiona così: ho la mia casa, ho il mio terreno, vorrei fare un appartamentino per mio figlio quando si sposerà, perché non dovrei poterlo fare, che c’è di strano in questo?
 
La risposta è molto semplice: non c’è niente di strano, anzi è la normalità da sempre. Mazzola sa benissimo come si sono evolute le città e come esse siano cresciute: esattamente in base a necessità elementari come queste. Eppure quelle superfetazioni, quelle aggiunte, quelle appendici oggi costituiscono il meglio delle nostre città. Dove sta la differenza tra allora ed oggi? Sta nel fatto che, prima, tutto questo avveniva all’interno di una società organica, di una società chiusa che tramandava di generazione in generazione un progetto interiorizzato in una coscienza spontanea che non usciva dai cardini della consuetudine, che non aveva né progetto né progettisti essendo ognuno progettista e costruttore.
 
Oggi sappiamo che questo non è più possibile perché la società è aperta a più istanze, a più scelte e, nella scelta si è perso, per definizione, un canone condiviso e con esso la coscienza spontanea. A questa perdita hanno contribuito molti altri fattori come l’industrializzazione e il conseguente spostamento di masse di persone dalla campagne alla città e da una città all’altra. Qualunque siano le cause, resta il dato di questa perdita insanabile che è stata sostituita dall’intervento di un soggetto esterni, il progettista, delegato dalle leggi a fare da tramite tra la società civile e lo Stato.
 
Oggi è necessario in ogni modo il progettista ma il progettista è proprio quello che Mazzola descrive come massa di architetti “ignoranti e presuntuosi”, allevati nella cultura del Bauhaus prima, di Le Corbusier e di Bruno Zevi dopo e adesso anche peggio, dei vari Koolhaas, Eisenman, Hadid.


Tornando a quel cittadino che dice, considerandolo, a ragione, un suo diritto “Voglio ampliare casa”, cosa gli viene opposto in risposta? “Non è così facile perché occorre verificare la congruenza di tale esigenza con gli indirizzi territoriali, metterli a confronto con le compatibilità previsti dal Sistema e dal sottosistema entro il cui ambito la sua casa è compresa, studiare se esistono alternative possibili al nuovo consumo di suolo mediante valutazione dell’opportunità di trasferire volumetrie provenienti da recupero, perché il suo eventuale intervento rientri nei parametri della sostenibilità ambientale, ecc”.
 
Non ricorda forse la violenza e la prevaricazione fatta al povero Renzo dai Don Abbondio e Azzecarbugli di turno con il loro latinorum?
 
E allora Berlusconi (perché è palese che la legge è proprio sua) si mette in contatto diretto con tutti i Renzo del paese, scavalca i miseri dibattiti da latinorum e la povera cultura urbanistica dominante, povera sì ma, appunto, dominante, nel senso che ha il potere di paralizzare e frustrare ogni iniziativa, e la lascia nuda e disarmata perché improvvisamente si è accorta dell’esistenza del “popolo”, quei cittadini con il sangue alla bocca perché è loro balenato davanti il “diritto” al mattone, cioè la loro casa, la loro famiglia, i loro affetti, i loro figli, ciò che hanno di più caro al mondo, ben oltre le apparenze dell’automobile, di Sharm el Sheick, dei reality, del calcio, della gita domenicale all’Outlet.


Dunque Matteo Tosi credo non abbia fatto altro che una scelta, privilegiando questo valore profondo del nostro popolo e se non saranno un milione di ampliamenti belli sarà responsabilità, ma direi meglio “colpa” sempre di quella cultura dominante, spiazzata ma non vinta. Questa legge è ormai incontenibile da chiunque e se, per avventura,fosse contenuta, avremmo ancora una volta la vittoria di quella cultura costituita da una élite scadente ma arrogante perché considera i cittadini come il popolo bue, e la sconfitta di bisogni, desideri reali, giusti e umani.
 
Qui siamo di fronte ad un popolo affamato a cui è difficile e neppure giusto chiedere di mettersi a tavola con educazione e rispettare l’etichetta.


Forse il quadro che ho disegnato è un po’ a tinte forti, probabilmente ho esagerato ma nell’estremo si avverte meglio la differenza. Però mi è impossibile non considerare il 20% un gesto liberatorio e una rivoluzione culturale. Mi è impossibile non godere immaginando lo sconcerto e la sincera indignazione delle migliaia di burocrati regionali e comunali che, temendo la perdita di ruolo, staranno cominciando a pensare a qualche nuovo stratagemma che faccia riprendere loro il controllo della situazione. E ce la faranno senz’altro, probabilmente inventando qualche nuova legge capace di creare nuove regole che poi diventerà la “nuova disciplina” della nostra élite culturale.


Se vogliamo renderci utili non dobbiamo demonizzare bisogni primari ma cercare, ognuno per la sua parte e possibilmente tutti insieme, di contribuire a divulgare l’architettura e l’urbanistica dell’uomo e per l’uomo, per risvegliare non certo la coscienza spontanea ma la coscienza critica degli architetti, senza estremismi né ritorni acritici al passato ma, come scritto in testa al sito web di Ettore Maria Mazzola:
“una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta!” (Edmund Burke)

Pietro Pagliardini