Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 506 (13.4.2009) Il mestiere della pietra (di Luciano Funari)

Questo numero


Prima di Pasqua, nel n°503, parlando di Gran Torino abbiamo ricordato lo sceriffo Bell di Non è un paese per vecchi. È il personaggio chiave, le sue efficaci considerazioni tengono insieme i vari capitoli e danno senso a tutto il racconto. La più citata è questa:
Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profon­do altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po’ di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell’uomo si era messo lì con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere così ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lì quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, secondo me quell’abbeveratoio è ancora lì. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe più di tutte.
Cormac McCarty, Non è un paese per vecchi, Einaudi, 2006, pp. 249-50.

Bene, in questo numero presento agli amici un nuovo amico che credo proprio quell’abbeveratoio sarebbe in grado di farlo. Si chiama Luciano Funari e si è fatto vivo con una di quelle lettere che tanto ci incoraggiano a continuare. Non solo, valendo per lui quello che scrivemmo a suo tempo di Fabio Brotto [V. n°430], Luciano “a sua insaputa, si trova automaticamente tra i membri anziani del Covile.” Ecco la lettera:
[...] stavo per inviarLe la scarna richiesta di iscrizione alla newsletter del “Covile” — che peraltro con la presente desidero inoltrarLe — ma non ho potuto fare a meno di manifestarLe, in due parole, lo stupore e la gioia di aver scoperto il Suo sito: davvero un “covile”, se non addirittura un “covaccio” (per usare il gergo venatorio dei lepraioli di Maremma ). Un luogo dello spirito, in cui rifugiare la propria anima, al riparo dagli insulti della barbarie contemporanea; in cui rifocillare l’intelletto, alla luce di pensieri che non abbiano smarrito lo stupore per ciò che è Grande, Buono e Bello. Ho cinquantatre anni — da venticinque faccio il pittore e lo scultore a Viterbo (antica terra etrusca, ancora quasi incontaminata, grazie al sottosviluppo economico ed alla inefficienza imprenditoriale degli ignorantissimi aborigeni). Nel 1975-76 conobbi Giannozzo Pucci a Montalto di Castro, all’epoca della “guerra anti-nucleare”, presso il Comitato Cittadino colà fondato con altri ventenni amici: ed ora, cercando il suo nome tra i flutti di quest’oceano telematico, sono approdato sulla Vostra Isola!
Mi permetto allegare un libercolo-intervista [Il libro di Luciano e Giovanni Funari è disponibile a: http://www.arcionello.it], fatta da me e mio fratello Giovanni, ad un vecchio zio (Renzo Anselmi), ultimo rappresentante di una antica famiglia Viterbese, da sempre legata al mondo della lavorazione della pietra: nel mio piccolo, ho tentato di portare avanti anche questa battaglia, per salvare dall’oblio la grande eredità tecnica ed artistica, che — attraverso due millenni — ha foggiato, a suon di scalpello, l’epidermide dei nostri centri storici... Ma sembra non interessi un fico secco a nessuno! Lasceremo ai posteri chiese a forma di hangar e “sculture” di plexiglass, degne icone della nostra “civiltà”, e nessuno ricorderà più come si trasforma un sasso in un capitello corinzio, un pezzo di pietra in uno sguardo, in un sentimento... Ma forse queste sono querimonie da laudatores temporis acti ... Il fatto è che non mi ritrovo in nessuna categoria contemporanea: amo la natura, ma non rinuncio alla mia visione cattolica del mondo; sono ecologista, ma vado a caccia (anche se uso una doppietta ad avancarica e polvere nera, per caricare la quale ci vuole mezz’ora!); sono contrario agli OGM, ma non riesco ad accettare che gli esseri umani vengano “geneticamente modificati” ... Che Le debbo dire? Gli uomini pre-moderni come me non hanno più un ... “Covile” ! Mi faccia la cortesia: mi permetta ogni tanto di rifugiarmi nella Sua newsletter [...]
Luciano Funari

La presentazione continua con qualche estratto dal prezioso libro-intervista, ma il tema posto da Luciano ci è sembrato così importante che abbiamo chiesto un commento a qualche amico. Ne sono arrivati due che leggerete nel prossimo numero.
 

Il mestiere della pietra (di Luciano Funari)


Fonte: So’ impastato nel peperino, Stampa Alternativa

C’è una cosa che più ne consumi e più ti sembra averne, più ne risparmi e meno te ne resta: è il tempo.


Nessuno aveva più tempo a disposizione di un artigiano antico, che ne impegnava così tanto per compiere lavori, che noi oggi, – uomini senza più tempo da perdere – eseguiamo tanto in fretta con i nostri macchinari tecnologicamente sofisticati. Ma in quelle pulegge velocissime, tra gli ingranaggi assordanti è rimasta impigliata anche la nostra vita, in una corsa frenetica dietro al tempo.


“Il tempo è denaro! – si dice – occorre risparmiare il denaro!”… ma forse non è vero: il tempo non è denaro, no. Il tempo è vita! E in un oggetto fabbricato con le mani c’è un condensato di tempo, tanto tempo, un pezzo della vita d’un uomo, un’anima infusa nel manufatto dal suo lento e paziente artefice. I prodotti della civiltà industriale, così perfetti, non hanno vita, non hanno anima!


“Tu sei il nipote di Luigi Anselmi, vero? – mi chiese un anziano signore, incontrato ad una mia mostra di scultura – Se hai tempo da dedicarmi, sono disposto ad insegnarti, sull’arte dello scalpello, quello che tuo nonno (morto nel 1925) ha insegnato a me”.


L’anziano signore era Leandro Leandrini, classe 1899, uno dei “ragazzi” che, impugnato il ‘91, rischiarono la vita nelle trincee della Grande Guerra. Era il 1986: fu l’inizio di un’entusiasmante avventura nel tempo, attraverso quegli stessi gesti, con i medesimi attrezzi, con l’identica passione e pazienza che avevano guidato il lavoro di uno scultore di venti secoli fa.


Quell’incontro fu come un ponte miracoloso gettato fra me e le innumerevoli generazioni che mi avevano preceduto: un ponte che era crollato inesorabilmente all’epoca in cui le prime lucidatrici avevano sostituito l’orso e i martelli pneumatici cominciarono a “maltrattare la pietra”.


“Lo scalpello deve tagliare la pietra come il fiume consuma i ciottoli” diceva l’anziano scalpellino, soffiando via la polvere di peperino con una cannuccia; quella stessa polvere che lasciava cadere, con gesto liturgico, come “emostatico” sulla ferita inferta alla mia mano da un maldestro colpo di mazzolo. “Non ti preoccupare, è da qui che entra il mestiere!”


Chi si sentirebbe di ripetere ad un figlio che l’esperienza e la saggezza si acquistano sulla propria pelle, con il sudore e la sofferenza? Valori fuori moda e fuori mercato, come quei manufatti, realizzati con precisione maniacale e meticolosità certosina. Esiste oggi un tornio computerizzato capace di creare colonne mastodontiche come quelle della basilica di San Paolo a Roma? Monoliti enormi, cavati a colpi di picchio, trascinati su rulli da coppie di buoi, squadrati e intagliati a mano, con il solo aiuto di qualche regolo e dei traguardi ottici. Sono dei capolavori della perizia, della precisione, della pazienza di anonimi artigiani, che hanno condensato nel loro lavoro un mondo di conoscenze tecniche, un pezzo della loro vita e… tanto tempo!


Eppure, questa cultura millenaria che fece della nostra Viterbo una piccola “Carrara del peperino” sta definitivamente scomparendo sotto i nostri occhi distratti e quel che ne resta rimane fragilmente appeso alla memoria degli ultimi testimoni.


Il sogno, anzi il dovere, di noi moderni amanuensi è quello di accogliere e tramandare ai posteri questa tradizione millenaria, salvando la memoria e il mestiere della pietra dall’oblio della barbarie tecnologica; rileggendo, insieme alle generazioni future, i geroglifici misteriosi lasciati sull’epidermide delle antiche pietre (quelle d’un monumento, come quelle d’una semplice parete di cava) dai fitti segni del picchio o della subbia, della gradina o dello scalpello. Non mere tracce inconsapevoli dello stridio d’un utensile, ma segni calligrafici d’una vita vissuta, di un’anima donata e di… tanto, tanto tempo.
 
Luciano Funari
 

Il Peperino

Tra fa’ ‘na cosa bella e una brutta,
tanto vale falla bella.

Provando e riprovando a definire la pietra dei nostri paesaggi, che così tanto amiamo lavorare, ci siamo accorti che la più bella definizione è quella che cià dato zio Renzo.
“Il peperino è ‘na pietra calda, è ‘na pietra che s’accoppia col mattone, col cotto, col legno. Si sposa benissimo con altri materiali. È una materia che il Viterbese la dovrebbe amare. Se vedo una cosa fatta di travertino, non è che me dispiace, ma méttece pure il peperino! È bello, i muri devono esse’ fatti de pietra, la casa deve respirà.
È una materia nostra, e ‘st’amore che ciò lo devo riconosce’ al mi’ nonno, al mi’ padre e ai mi’ fratelli. Di fronte a loro non ho fatto gnente. È stata loro l’idea di mette’ la segheria, il coraggio ce l’hanno avuto loro.”