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Il Covile - N.o 508 (16.4.2009) Come e perché tutelare la tradizione artigiana (di Ettore Maria Mazzola)

Questo numero


È quasi pronto un numero speciale sul Piano casa e i criteri della ricostruzione in Abruzzo. Per questo, con la pubblicazione del secondo commento alla lettera di Luciano Funari, la conversazione sulla creazione farà una pausa, ma riprenderà quanto prima: abbiamo da presentare idee e lavori di altri due Maestri: Alzek Misheff e Roberto Andrenelli. Festina lente.
 

Come e perché tutelare la tradizione artigiana a servizio dell’architettura (di Ettore Maria Mazzola)


«Noi in Italia più che altrove, ci crediamo intralciati dalla tradizione, la quale, per quanto gloriosa, pesa a molti come una cappa di piombo: la tradizione può essere, come il Manzoni disse dell’errore, un ostacolo contro il quale inciampa chi va alla cieca, ma per chi alza il piede diventa gradino»[1]

Nei giorni scorsi ho ricevuto un messaggio con un link alle immagini della splendida produzione in Peperino del Maestro Luciano Funari. Ho così sentito l’esigenza di condividere, con gli amici e i lettori del Covile, alcune mie riflessioni su quella che è l’attuale condizione dell’Architettura e dell’artigianato edilizio, condizione che mi porta, una volta di più, a ritenere necessario riallacciare quanto prima quel filo che teneva legate l’Architettura e le Arti sorelle.


Sin dagli anni ‘30 del secolo trascorso l’architettura, a causa di motivi ideologico-speculativi, si è discostata violentemente dalle arti sorelle e dall’artigianato, il risultato di questo “divorzio” è sotto gli occhi di tutti: le città si sono impoverite, i monumenti sono stati offesi in ogni modo, l’artigianato sta lentamente scomparendo e, conseguentemente, il costo della manodopera specializzata (sempre ammesso che si riesca a trovare) per il restauro dei nostri tesori architettonici è salito alle stelle.


Non mi voglio dilungare su questi aspetti che ho trattato più dettagliatamente nelle mie ultime pubblicazioni [2], tuttavia voglio ricordare che non sempre è stato così. Infatti, nella Roma dell’inizio del XX secolo, si era addirittura arrivati a dimostrare gli aspetti educativi e sociali dell’uso della decorazione in architettura. Più precisamente, questo era avvenuto in risposta al disastro socio-urbanistico di fine ‘800, generato dalla costruzione dei primi edifici del quartiere Testaccio, da dare in affitto alla classe operaia. Queste costruzioni si erano basate sul massimo profitto e sul totale disinteresse per le condizioni di vita all’interno degli edifici. La tipologia adottata era quella del blocco chiuso, i cui ambienti bui e non ventilati umiliavano la gente che vi era costretta a vivere. In ragione di ciò la violenza nel quartiere imperversava, e gli abitanti imbestialiti sfogavano il loro risentimento danneggiando le case in cui vivevano, con grande disappunto da parte dei banchieri e degli ordini religiosi che li avevano costruiti. Quello che ho raccontato è ciò che emerge dalla lettura della pionieristica analisi sociologica svolta da Domenico Orano su quel Quartiere tra il 1905 e il 1910.
Quello studio, che tutti dovrebbero conoscere, ci serve d’ammonimento per ricordarci come il vandalismo delle periferie dimenticate o ignorate dai centri del potere sia la naturale risposta di chi si senta invisibile: gli atti vandalici verso la proprietà altrui o pubblica, allora come oggi, rappresentano l’espressione del senso di risentimento represso da parte dell’individuo, che viene sfogato su qualcosa che, oltre a non essere sentita come propria, viene anche identificata come simbolo del potere che lo costringe a vivere in determinate realtà.


Questo preambolo, apparentemente non legato al senso del presente articolo, era necessario, poiché ciò che accadde dopo quello studio sociologico ci porta a riflettere su molte cose che ci riguardano da vicino.
Ciò che è importante conoscere è infatti il modo in cui il Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio, presieduto da Orano, fece tradurre quello Studio Sociologico in termini urbanistico-architettonici nella progettazione di completamento del quartiere sviluppata da Giulio Magni e Quadrio Pirani: … il risanamento ambientale da loro generato pose fine al disagio dei Testaccini. Ma, ancora più importante, è ciò che accadde di seguito.
A tal proposito occorre ricordare le parole del Presidente dell’Istituto Romano Case Popolari, Malgadi, il quale, nel testo Il nuovo gruppo di case al Testaccio datato 1918, affermava:
«Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita.»

Di lì a poco, lo slogan dell’Istituto Case Popolari per le sue nuove costruzioni divenne “la casa sana ed educatrice” [3].
Ma non solo di arte, urbanistica e sociologia si trattava quando si costruivano gli ultimi esempi di buona architettura che possono annoverarsi a Roma e in Italia. Quei saggi architetti infatti, avevano a cuore anche gli aspetti economici e gestionali degli edifici pubblici. Ecco infatti ciò che Quadrio Pirani, progettista per conto dell’ICP di Roma, sosteneva:
«non solo la casa 'bella all’esterno e pulita all’interno' contribuisce all’elevazione delle classi che la abitano, ma che un giusto impiego di materiali durevoli, quali i laterizi e le maioliche, porta ad una diminuzione nel tempo delle spese di manutenzione degli edifici, soprattutto quando si tratti di edifici a più piani riuniti in un isolato o in un quartiere urbano.»[4]


A rafforzare quanto detto, voglio ricordare un coevo aforisma di Jože Plečnik:
«L’architetto, al suo più alto grado, ha il compito di attestare il ben-fondato. Questo vuol dire che, al proprio livello, l’architetto deve imporre a sé stesso il compito di presentarsi come lo spirito che dà fondamento al bene, perché il bene e il bello si co-destinano: in vista di questo progetto, di cui l’architetto è l’elemento ordinatore, deve saper fare cooperare l’insieme più ampio possibile delle attività artigianali. La missione architettonica — ma anche armonica — dell’architetto consiste nel mantenere la dignità operativa di tutti gli stati socio-corporativi che partecipano all’atto di costruire e che sono minacciati dall’industria. Arti e Tecniche si fondono una nell’altra solo quando l’architetto ne assicura la vicinanza e l’articolazione; la tradizione dell’artigianato e delle corporazioni — fabbri, intagliatori in pietra, incisori, ceramisti, stuccatori, carpentieri, parquettisti — può mantenersi quindi solo all’interno dell’armonia complessa e diversificata dell’opera architettonica, nel rifiuto della modernità rappresentata dal “principio dell’economia”, distruttore dell’arte nella sua stessa essenza. L’opera architettonica deve essere espressione di questa completezza risolta. Interamente disegnata, formata, costruita operata, perfino nelle parti non visibili dell’edificio, un microcosmo in cui sono accolti e dotati di forma tutti i materiali che l’universo può offrire. L’arte è in grado di portare un contributo determinante alla nascita di un mondo migliore.»[5]

A far da contraltare a queste posizioni va ricordata la concezione che è alla base della cultura modernista in fatto di architettura, e che ha portato alla povertà dell’edilizia (non architettura) contemporanea, ovvero il Punto 8 del Manifesto dell’Architettura Futurista dell’11.07.1914 di Antonio Sant’Elia:
«da un’Architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i caratteri fondamentali dell’Architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà.”Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città” questo costante rinnovamento dell’ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del “Futurismo”, che già si afferma con le “Parole in libertà”, il “Dinamismo plastico”, la “Musica senza quadratura” e l’”Arte dei rumori”, e pel quale lottiamo senza tregua contro la vigliaccheria passatista.»
Concezione lontanissima dalla volontà della gente comune.


Chi dunque come me, voglia oggi interessarsi di Architettura con la “A” maiuscola piuttosto che di edilizia, e consideri la professione di architetto come una “missione” — secondo la definizione di Jože Plečnik — e voglia quindi lavorare a braccetto con gli artigiani — come sempre è stato prima della pialla modernista — rischia di sbattere la testa contro un muro di gomma, fatto di sgambetti professionali, di condanna al silenzio da parte delle “riviste specialistiche” e delle giurie dei concorsi, ma anche di giustificazioni (ingiustificabili) teoriche che si fondano sull’assurdo postulato del Falso Storico.
Purtroppo è proprio così, chi oggi voglia vedere sotto quest’ottica la sua professione di architetto si trova in una situazione simile a quella che lamentava Giulio Magni, scrivendo al suo amico e collega Raimondo D’Aronco
«[…] colui che deve lavorare si trova nel bivio difficilissimo se cioè fare come la ragione lo guida o come il generalizzato sentimento gli impone […] affrontare l’impopolarità è certo un eroismo e chi si sente forte nella battaglia da combattere, scenda in campo con quel coraggio che dà la sicurezza della vittoria. E noi giovani che coltiviamo questo ideale nella nostra mente, dobbiamo difenderlo e sostenerlo con tutte le nostre forze, studiando alacremente con la ferrea volontà di riuscire!»
E allora, guardando ciò che ancora oggi quei pochi artigiani sopravvissuti sono ancora in grado di produrre, mi schiero con il pensiero di Magni, e resto fermamente convinto che si debba combattere, in nome della nostra tradizione e del nostro patrimonio artistico, culturale e artigiano, affinché la futura produzione architettonica ritorni ad essere un valore aggiunto al territorio piuttosto che uno sfregio ad esso. Questo è il motivo per cui, guardando le opere che oggi realizza la “bottega” di Luciano Funari, sento il dovere morale di far qualcosa per tentare di mantenere vive queste “risorse umane”, qualcosa che non sia semplicemente progettare per loro, ma pensare al come, e perché, esse debbano essere utilizzate per formare — o ri-formare — quell’artigianato che un tempo il mondo ci invidiava, e che pian piano sta scomparendo.


Chiudo ricordando una massima di Hassan Fathy:
«io dico che la bella Architettura è un atto di civiltà verso chi entra nell’edificio; si inchina a voi ad ogni angolo, come in un minuetto … ogni costruzione brutta o insensata è un insulto a chi le passa di fronte. Ogni edificio dovrebbe rappresentare un ornamento e un contributo alla propria cultura. Avendo deciso di abbandonare il passato, in quanto irrilevante, sono andati perduti o distrutti elementi di valore incalcolabile. La conoscenza rivelata del saggio è ora sostituita dalla scienza analitica moderna, e la macchina ha rimpiazzato l’abilità della mano artigiana»[6]

… facciamo tutti in modo che si inverta questa tendenza!
 
Ettore Maria Mazzola
 

Note

  1. Maria Ponti Pasolini, Il Giardino Italiano, E. Loesher & C., Roma, 1915, pag. 4.
  2. E. M. Mazzola, Contro Storia dell’Architettura Moderna: Roma 1900-1940 – A Counter History of Modern Architecture: Rome 1900-1940, Alinea Edizioni, Firenze 2004; E. M. Mazzola, Architettura e Urbanistica, Istruzioni per l’uso – Architecture and Town Planning, Operating Instructions, Gangemi Edizioni, Roma 2006; E. M. Mazzola, Verso un’architettura sostenibile – Toward Sustainable Architecture, Gangemi Edizioni, Roma 2007.
  3. Così si esprimeva Alberto Calza Bini in Il fascismo per le case del popolo, Tipografia Sociale, Roma 1927. «[…] l’Ente dedicò le maggiori cure affinché la concezione tecnica fosse indissolubile da quella artistica per la casa sana ed educatrice. Una città di superbe tradizioni di arte e di bellezza quale Roma impone infatti una dignità architettonica tanto più necessaria in questo periodo di rifiorimento civile[…]»
  4. Dalla Relazione allegata al Concorso per il Progetto di un Tipo di Casa Popolare per Roma redatto in occasione del II Congresso delle Case Popolari del 1911.
  5. Sergio Polano, Jože Plečnik. Aforismi sull’Architettura, in “Domus”, n°696, luglio-agosto 1988.
  6. Hassan Fathy, Construire avec le peuple, Sindbad, Parigi, 1970.

Questione di coraggio (di Luciano Funari)


Leggendo l’interessantissimo testo del Prof. Arch. Ettore Maria Mazzola, sono stato particolarmente colpito da un brano di Giulio Magni — ivi citato — che descrive il “bivio difficilissimo: se cioè fare come la ragione guida o come il generalizzato sentimento impone (...) affrontare l’impopolarità è eroismo e chi si sente forte nella battaglia da combattere, scenda in campo...” Invero, mi sono trovato — una decina d’anni fa — di fronte a questo bivio così pericoloso: avevo ricevuto l’incarico, da parte del Comune di Viterbo, di realizzare una “copia a vista” di un sarcofago romano (riutilizzato, in epoca medioevale prima e rinascimentale poi, come monumento funebre alla “Bella Galiana”).
 
Il sacello originale, il cui marmo fortemente decoesionato non consentiva la realizzazione di stampi per trarne una copia pedissequa, era stato ricoverato e restaurato presso il locale Museo Municipale a cura della competente Sovrintendenza. Io mi domandai allora che senso avrebbe avuto eseguire una “copia a vista” di un manufatto fortemente deteriorato e pressoché illeggibile in molte parti!
 
Stavo sul punto di rifiutare l’incarico, quando la Direttrice del Museo Civico, la Prof.ssa Adriana Emiliozzi (del CNR, Istituto di Studi sulle civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico), mi diede coraggio: “la cittadinanza viterbese rivuole il suo monumento in Piazza del Plebiscito e non si tratta qui di creare un volgare falso storico, quanto di risolvere un problema di arredo urbano, mediante un’opera d’arte contemporanea, che sostituisca quella antica, senza dar vita al classico pugno in un occhio...”
 

 
Una realizzazione d’arte contemporanea, scolpita rispettando l’impianto iconografico dell’antico sarcofago, ma reinterpretandone le figure con l’autonomia espressiva di un’opera originale : il tutto nel rispetto di uno studio naturalistico dell’anatomia e secondo i dettami metodologici della tradizione classica. Come puoi vedere dalle foto, non mi sono giocato la “popolarità” , né presso la cittadinanza viterbese — che, anzi, mi ha regalato mille attestazioni di affetto — né presso i cosiddetti “esperti” — perché semplicemente non hanno ancora capito cosa io abbia veramente fatto, se un’opera originale o un miracoloso maquillage del sepolcro romano!
 

 
Addirittura, un assessore mi ha pubblicamente elogiato per il “magnifico restauro eseguito”, nonostante fosse stato pubblicato un libro (Arch. Angela Vittoria Goletti, Arte e mestiere) in cui si descrive l’intero iter metodologico utilizzato per l’esecuzione del nuovo monumento!
 
Luciano Funari