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Il Covile - N.o 509 (18.4.2009) Speciale urbanistica 2009

Speciale urbanistica 2009


Numero dedicato all’urbanistica e al Piano Casa, con proposte che ne colgono gli aspetti innovatori nel rapporto tra cittadino e Stato, con il pensiero inevitabilmente rivolto all’Abruzzo, alle case che non ci sono più e agli errori da evitare.
Si inizia con un battagliero Controappello di Paolo Masciocchi, Pietro Pagliardini e Nikos Salìngaros pubblicato su Il Foglio in risposta all’appello di Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti contro il Piano Casa.
Continua con un articolo di Camillo Langone, sempre da Il Foglio, che con la sua penna ironica e tagliente dà consigli su come evitare una nuova Irpinia in Abruzzo.
Segue una commossa riflessione sul terremoto in Irpinia di Isabella Guarini che, al pari di Langone, mette in guardia dal pericolo di spostare in terra d’Abruzzo l’architettura-spettacolo e invita a ricostruire con un occhio alla memoria del passato e l’altro alla necessità del futuro.
Infine un richiamo di Pietro Pagliardini alla cultura urbanistica italiana a raccogliere in positivo la sfida lanciata dal Piano Casa e dalla proposta delle new-towns per ridisegnare le periferie delle nostre città.
 

Controappello sul piano casa: libertà ai cittadini oppressi dalle archistar! (di Paolo Masciocchi, Pietro Pagliardini e Nikos A. Salìngaros)


Fonte: il Foglio, martedì 24 marzo 2009, p. 4.

Il recente “piano casa” del Governo ha riaffermato una moda ormai diffusa nella cultura italiana, quella degli appelli al popolo condotti da uomini di spettacolo dalla fama di esperti. Accade anche nell’urbanistica dove le archistar italiane non hanno mancato (Repubblica, 10 Marzo 2009) di intervenire con voce altisonante, a sancire un “giammai!” incondizionato alle proposte di riforma, tacendo invece sul contenuto e sui criteri che devono crescere insieme alle scelte politiche.
 
Togliamo la maschera a questo appello alla resistenza, che olezza di conservatorismo protettivo di una casta. Pochi nomi indiscutibili hanno accresciuto il potere di mercato negli anni a danno delle città del Bel Paese, disseminando di stranezze architettoniche le città, rompendo equilibri civici, deturpando aree preziose e urbanisticamente vergini. Complice un bagaglio culturale spento, l’incoscienza del significato compartecipativo del messaggio urbanistico, l’assenza di dialogo autentico tra cittadini, creatori e amministratori del bene comune.
Invece, la buona rotta a nostro avviso possiede tutt’altra radicalità: occorre implementare una matrice socio-giuridica che permetta la fioritura di un’urbanistica «Peer-to-peer», e allo stesso tempo incoraggi un ritorno ai valori e alle tipologie in scala umana più antiche. Entrambi i punti rappresentano una minaccia per gli architetti, abituati a progettare attraverso una filosofia decostruttiva e una struttura legalistica totalitaria e pianificatrice.
 
Come intuibile, il termine «Peer-to-peer» si riferisce a quella particolare filosofia del mondo informatico che prevede la condivisione e crescita del software libero, è cioè una forma democratica di diffusione del sapere e della conoscenza riformulata in questo caso nel campo dell’urbanistica. Non si tratta di una novità, poiché tale concezione si è affermata dappertutto nel Terzo mondo ed in passato anche nel mondo occidentale, al tempo in cui gli individui avevano la libertà di costruire da soli la propria casa. Era d’uso il mutuo soccorso tra uomini, corporazioni di amici cooperavano con lavoro, materiali, competenze, in una rete democratica auto-organizzata fuori dal controllo centrale. Quest’ultimo, cioè lo Stato, sorvegliava soltanto per impedire eccessi ma non per imporre il suo potere né quello dei suoi architetti designati, legati al potere governativo. Purtroppo, abbiamo dimenticato questo modo di vivere e di costruire.
 
Dunque, per i nostri tempi, suggeriamo d’invertire il rapporto tra diritto e politica urbanistica: lo Stato può dare libertà ai cittadini mentre deve cancellare il potere monolitico delle archistar. Sì, proprio loro, quelle dell’appello alla revolución! Per ottimizzare questa nuova legge, il cittadino dovrebbe essere posto nella condizione di perdere lo svilente ruolo di agente contrattante con le amministrazioni e acquisire il diritto di ampliare la propria abitazione senza dover passare attraverso meccanismi farraginosi e spesso poco trasparenti. Occorre inoltre ridare un’immagine compatta e leggibile alla città nel suo complesso, grazie agli interventi di risanamento e rinnovamento del patrimonio edilizio, specie nelle aree ancora degradate. E ancora spingere alla crescita interna delle zone già urbanizzate non occupando nuovo suolo (tramite la cosiddetta densificazione) e dunque rispettando davvero l’ambiente. Infine ridefinire i confini, oggi slabbrati, delle città.
 
In questo senso, è auspicabile un intervento di supporto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, a definire i criteri e gli orizzonti di sviluppo delle città italiane. Cultura, politica, scienza urbanistica e cittadinanza unite, in una formula ancora tutta da sperimentare. La politica scelga e osi, gli esperti lavorino con i Ministeri competenti per definire criteri e strumenti, e i cittadini scelgano la strada della giusta compartecipazione.
 
Paolo Masciocchi (sociologo), Pietro Pagliardini (architetto) e Nikos Salìngaros (matematico-urbanista).

Consigli utili per evitare di ricostruire l’Abruzzo come se fosse l’Irpinia (di Camillo Langone)


Fonte: il Foglio, N° 85, mercoledì 8 aprile 2009, p. 2.

No, l’Irpinia no! L’altra notte mi sono svegliato di soprassalto, ero spaventato e sudato: ho immaginato che per l’amato Abruzzo si profilasse una ricostruzione in stile Irpinia e non poteva esserci incubo peggiore. Siete mai stati a Bisaccia? Andateci. È un paese che fa parte della provincia di Avellino, quindi Campania, anche se a me sembra Lucania dal freddo che fa e dal vento che tira. Ha dato i natali a due personaggi, uno che la ricostruzione l’ha fatta e uno che l’ha descritta. Il primo è l’architetto Aldo Loris Rossi. Ve lo ricordate? Quando si discuteva del piano-casa era in prima fila tra i plaudentes. Per carità di patria feci finta di non vederlo e non ne scrissi, però pensai: se un provvedimento piace a lui deve nascondere qualche magagna.
 
Il secondo personaggio è lo scrittore Franco Arminio, il bardo triste dell’Alta Irpinia, e come potrebbe essere allegro uno che vive in un “blob urbanistico” fra le “opere oscene che l’architetto Aldo Loris Rossi ha piazzato a Bisaccia nuova”. Chi ha visto la chiesa di Bisaccia non se la dimenticherà per tutta la vita, “una chiesa cui si potrebbero applicare dei potenti motori per favorirne il decollo verticale e dunque il ritorno alla strana galassia da cui pare giunta, essendo tale e quale un’astronave”, ha scritto un altro autore campano, Francesco Durante, in un libro intitolato Scuorno ovvero “vergogna”, il sentimento che dovrebbe invadere chi ha disegnato approvato finanziato un simile spavento. “Io quando muoio non voglio essere portato in questa chiesa” dice Arminio, terrorizzato dalla prospettiva.
 
E non mi dilungo sugli altri edifici realizzati dal diabolus loci, tutti ambiziosamente “polifunzionali”, come da retorica architettese, ma che poi faticano ad assolvere una funzione sola. Chi conosce la neolingua orwelliana comprende subito l’irragionevolezza dell’architettura che si dice razionalista, la disorganicità degli architetti che si definiscono organici, eccetera. L’Abruzzo non deve cadere nelle mani di questa gente. Non deve subire un secondo terremoto, il Richter cinque punto otto dello sradicamento formale e spirituale. Niente Rossi, niente Portoghesi, niente Botta e soprattutto niente Libeskind, un altro devastatore di panorami e di bilanci, però su scala planetaria, che Moratti o Formigoni o Ligresti (ammesso non siano sinonimi) ancora vorrebbero a Milano perché non sanno quello che fanno.
 
John Silber nel suo Architetture dell’assurdo (Lindau) racconta la grottesca presunzione e l’insufficienza tecnica delle archistar più adulate. Gli edifici di Frank Gehry in cui piove dentro e i grattacieli di Libeskind, i più ambiziosi dei quali, da erigersi sull’area del World Trade Center, sono stati bocciati dalle autorità newyorkesi (meno provinciali e intellettualmente ricattabili di quelle milanesi) per via dei costi folli e della fragilità strutturale. Qualora simili individui si dovessero spingere oltre Tagliacozzo bisognerà lanciargli addosso il mammut del Museo Nazionale, quattro metri e mezzo di elefante autoctono abruzzese, con una zanna che non finisce più. Ma poi, che fare? Templi e palazzi del centro storico vanno ricostruiti com’erano dov’erano, coi modi che hanno salvato l’anima di Venezia (Fenice), di Noto (Cattedrale) e soprattutto del Friuli, che nel ‘76 fu colpito ancor più severamente di quanto sia stato l’Abruzzo oggi. Sarà da tralasciare solo la riedificazione dell’hotel Duca degli Abruzzi, un canchero piazzato nei cuore della città quando Bruno Vespa era giovane, miseramente crollato con tutto il suo cemento non abbastanza armato.
 
Di nuovi volumi bisogna invece parlare nelle periferie brutte e cattive, sfasciate, più che dal sisma, da costruttori rapaci e professionisti compiacenti (dovrebbero tutti prendere esempio dall’ingegner Di Geso, che a Trani imponeva la propria presenza al momento di ogni gettata, affinché a nessun disgraziato venisse in mente di trasformare il cemento in sabbia).
 
Non sono molti coloro che si meritano, oggi in Italia, di lavorare in una città che pullulò di umanisti e di santi. Sicuramente l’urbanista Marco Romano che pensa le città come opere d’arte, ognuna con “un proprio riconoscibile stile”, in cui centro e periferie sono unite da una sequenza di temi collettivi, simboli capaci di trasformare in cittadini gli indigeni più nichilisti e gli immigrati più riottosi. E gli architetti? Mi sbilancio con qualche nome, persone che mi sembrano capaci di rispettare i luoghi con volumi, colori e materiali congrui: il lucchese Pietro Carlo Pellegrini, pratico della zona essendosi laureato a Pescara, poi Adolfo Natalini e Massimo Carmassi, toscani pure loro, forse Flavio Bruna e Paolo Mellano, forse Pietro Pagliardini. O loro, o l’Irpinia.
 
Camillo Langone
 

Come sono stati stravolti i centri dell’Irpinia (di Isabella Guarini)


Fonte: Archiwatch, giovedì 9 aprile 2009, versione riveduta dall’autore.

Essendo nata in un paese dell’Irpinia, sismico di primo grado, e avendo vissuto due terremoti, del 1962 e 1980, mentre già c’erano ancora i danni del terremoto del 1908, 1930 e dei bombardamenti della
seconda guerra mondiale, posso affermare che il pericolo più grande del terremoto stesso è la ricostruzione. Potrei scrivere un romanzo di come sono stati stravolti i centri dell’Irpinia, prima dai progetti importati dalle archistar del tempo, poi dai progetti del “dov’era e com’era”. Una gamma di esperienze che hanno trasformato nel bene e nel male una vasta zona della Campania interna.
 
Altra è l’esperienza della ricostruzione nella città di Napoli dopo il terremoto del 1980 e quella del bradisismo di Pozzuoli del 1985. Si potrebbe pensare che tante tipologie di interventi, facciano da guida
a non ripetere gli errori e gli orrori rilevabili dall’applicazione di alcune concezioni urbanistiche e architettoniche, dalla conservazione alla modernizzazione. Ma negli ultimi dieci anni le ricerche si sono anche affievolite di fronte all’affermarsi della global architecture, del monolite architettonico, metamorph-high tech. Da almeno venti anni non si parla più di nuovi quartieri, di strade e case in cui far abitare, visto che le città non si espandono per il decremento demografico e per la dismissione industriale, sostituita dal terziario post-industriale.
 
Invece il terremoto ci mette di fronte a vecchie basilari questioni insediative: il paesaggio, la memoria, la città, la casa, i trasporti, l’industria, il commercio, il tempo libero e le scuole, i parchi, i luoghi pubblici e collettivi. Noi, abitanti dei Borghi Appenninici Italiani siamo antichi, destinati a supportare il peso della storia millenaria, ma di tanto in tanto la nostra terra ci scuote dal torpore dei millenni e impone di cambiare per non far scomparire la nostra stessa identità. Come cambiare è la sfida del millennio, ma lasciamo da parte le archistar e le loro mirabolanti architetture da Megalopoli. Per grazia ricevuta!
 
Isabella Guarini
 

Il commento di Pietro Pagliardini


Nel grande, ininterrotto e a volte osceno spettacolo mediatico di questi giorni si inserisce il meglio e il peggio di questo paese: lo scienziato serio e il preveggente, la proposta meditata e l’improvvisazione promozionale, l’efficienza e l’improvvisazione. Una volta tanto mi sembra, almeno fino ad oggi, che la classe politica nella sua totalità, si sia comportata in maniera impeccabile, molto meglio di altri soggetti, di altre caste, di altri gruppi d’interesse. È un’eccezione da tenere a mente. Durasse!
Il testo di Isabella Guarini ha il pregio di non fare proposte, di non lanciare slogan ma di fare riflessioni generali sui sentimenti profondi della gente dei “Borghi Appenninici”. Questa gente (come le altre genti) non si stacca dai suoi defunti, dai suoi luoghi, dalle sue case, se pur crollate. Non c’è in fondo grande differenza tra il legame d’amore che lega due persone a quello che lega l’uomo al suo territorio. Chi appartiene ad una persona che ama non cambia, anche se nel cambio potrebbe apparentemente guadagnarci. Chi appartiene ad un luogo non cambia, anche se quel luogo l’ha tradito. Se non fosse così pochi luoghi nella terra sarebbero abitati perché pochi, forse nessuno, almeno una volta non hanno tradito. Proprio come gli uomini. Terremoti, vulcani, inondazioni, cicloni, tsunami non vincono l’appartenenza ai luoghi, anzi la rinforzano. Ragionare in termini funzionalisti o positivisti non giova. La storia, le radici, l’identità non sono fantasie intellettualistiche di reazionari antichisti e passatisti ma stanno dentro ognuno di noi, in riposo, celate sotto il velo della quotidianità che è la superficie della realtà, ma sono pronte a riemergere in tutta la loro concretezza ed evidenza quando un evento tragico le mette alla prova.
Con questi sentimenti, o istinti umani che siano, prima di tutto dovrà fare i conti la ricostruzione.
P.P.
 

Piano casa e densificazione (di Pietro Pagliardini)


Fonte: De Architectura, 10 aprile 2009, testo riveduto dall’autore.

Demolire e ricostruire nelle periferie vuol dire tessere l’ordito stradale che ancora non esiste, riempire i vuoti per unire brandelli di città, trovare spazi pubblici e verde urbano.
 
La caratteristica prima della città, e di quella europea e mediterranea in particolare, sta nella densità, nello spazio racchiuso più che nello spazio aperto. La concentrazione, in orizzontale e non in verticale, è un valore perché incrementa i contatti e lo scambio, il vuoto isola.
 
È il momento della svolta, è il momento di disegnare città con le regole che hanno sovrainteso alla crescita delle nostre città storiche.
 
È il momento in cui la strada deve tornare ad essere l’elemento generatore della trama urbana, abbandonando il lotto razionalista con l’edificio che vi fluttua dentro, indifferente agli edifici e alla strada stessa, banale accostamento casuale di oggetti di (scarso) design.
 
È il momento dell’isolato che aumenta la densità senza eccessivi sviluppi in altezza che restituisca ai cittadini il piacere di abitare in una città autentica e dia loro la possibilità di intessere normali rapporti sociali con gli altri individui lungo la strada finalmente percorribile anche a piedi e non solo funzionale al traffico veicolare. La città è il luogo della socialità, dello scambio di merci, di cultura e anche di sentimenti umani che non sono affatto cambiati come da più parti si tende a far credere. Senza città non esiste forma di civiltà umana possibile e l’unica città in grado di garantirla è quella tradizionale.
 
È necessario perciò che gli architetti tornino a fare il loro lavoro e abbandonino le procedure dell’urbanistica, che nelle loro mani si sono trasformate da mezzo a fine, e le lascino svolgere a coloro che ad esse sono deputati per cultura e professione.
Le piazze non dovranno più chiamarsi tali solo per via della targa, ma diventarlo realmente quali risultanti di nodalità cui concorre il disegno gerarchico della rete stradale, la quale dovrà tenere conto delle relazioni territoriali esistenti e delle preesistenze naturali o artificiali.
 
Dovrà finire la zonizzazione funzionale, che ha diviso la città in reparti stagni ognuno dei quali è abitato alternativamente solo di giorno o solo di notte, per fare posto al mix di funzioni.
 
L’edilizia sociale non dovrà avere niente che la possa distinguere come tale e dovranno avere fine i quartieri popolari che nascono, oggi più che mai con il fenomeno dell’immigrazione, con il marchio della diversità e dell’emarginazione.
 
Per ottenere questo risultato, tuttavia, dovrà essere accantonata la mentalità della complicazione burocratica fine a se stessa e il sacrificio del principio di realtà a leggi irrazionali e incomprensibili. Il rapporto tra realtà e Legge è sempre bi-univoco nel senso che l’una crea l’altra e viceversa ma quando questo rapporto diventa univoco, come sta accadendo da anni ormai a tutto vantaggio della Legge, significa che nella società si è insinuato un virus capace di fiaccare la volontà e le coscienze e di far scadere il mondo reale a pura astrazione.
 
È abbastanza chiaro che ipotizzare 100 nuove città di fondazione non può che rappresentare un segnale simbolico per dire: le nostre città hanno fallito e devono essere cambiate e migliorate radicalmente e tornare belle come lo erano prima e come abbiamo dimenticato di farle.
 
Nell’ambito del territorio nazionale ci potranno essere villaggi totalmente nuovi (e non c’è niente di strano visto che anche in Gran Bretagna stanno andando in questa direzione) dotati di una loro autonomia e villaggi nuovi ma fortemente integrati con le città esistenti, in base alle diverse realtà urbane esistenti.
 
Pietro Pagliardini

 
Luciano Funari, Bomarzo, particolare

Luciano Funari, Bomarzo, particolare