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Il Covile - N.o 510 (21.4.2009) La fiducia nel futuro della piccola città (di Alzek Misheff)

Un’altra figura epimeteica


Nel numero scorso l’irpina Isabella Guarini ci ha parlato, con giusto orgoglio, dell’abitare nei “Borghi Appenninici Italiani”, in questo Alzek Misheff tratta del “sentimento italiano” e del vivere nelle “piccole città”, come la sua Acqui (Alessandria). Importante artista contemporaneo, pittore e musicista, Alzek Misheff è noto anche per i concerti in omaggio a Joseph Beuys da lui composti e diretti per la Biennale di Venezia 2007. Di Beuys, su suggerimento di Bernard Stiegler, parlammo giusto un anno fa, nel N° 442, seguendo il filo dei nostri esclusivi studi epimeteici (*). Se, come parrebbe dalla lettura del testo seguente, anche Alzek Misheff è di quelli che pensano dopo, il suo approdo al Covile avrebbe l’inevitabilità di un destino.
 
(*) Si veda il Quaderno del Covile N° 4 — WEHRLOS, DOCH IN NICHTS VERNICHTET Indagini su Epimeteo tra Ivan Illich, Konrad Weiss e Carl Schmitt.

 

La fiducia nel futuro della piccola città (di Alzek Misheff)


Fonte: L’Ancora, n° 13, 5 aprile 2009, Acqui (AL).

Tra Schubert e Courbet e Marinetti e Le Corbusier scelgo i primi due, il romanticismo e il realismo anzi che la modernità.
Ho cercato di vivere intensamente le avanguardie internazionali. So bene che l’ideologia della modernità ci ha educati a credere che tutto si evolva in un senso unico, quello che viene dopo è migliore e, se Schubert e Courbet avessero potuto vivere duecento anni, oggi sarebbero inevitabilmente rivoluzionari: Van Gogh, poi Marinetti e poi Le Corbusier, e avanti avanti fino a quel gran creativo nazionale che è Giorgio Armani o, che so, un talento come Battiato. Non è uno scherzo: parlo di artisti che sono il sinonimo della cultura, della economia, del gusto, sono un esempio da desiderare, sono il nostro tempo… I soldi e il successo sono il nostro tempo e una parte della società ha venduto l’anima per un “materialismo luccicante” … detto anche “mediatico”.
 
Non siete d’accordo? Allora, se è così, oso dire ancora che a mio avviso qualsiasi cultura che precede la modernità è migliore. Oso dire che viviamo nei sogni dei surrealisti e di futuristi realizzati (11 settembre!), alla fine siamo riusciti ad allontanarci dalla natura, abbiamo perpetrato terribili guerre come voleva Marinetti, per non parlare del delirio degli spostamenti, vivere per le vacanze, essere “esotici” a tutti costi. Perfino la parola “contaminazione” culturale, paradossalmente, è diventata d’obbligo …
 
È scomparsa una cultura. La cultura di una evoluzione armonica, dove si poteva dire ai figli, e sembrava logico: “cerca la tua strada e sviluppa le tue qualità, sii libero, ma rispetta la tradizione, il tuo futuro ha a che fare con la tradizione, si fa così”. Era nel costume laico e nella religione.
 

Il coraggio di pensare alle tradizioni


Oggi è di norma dire ai figli: “Siamo uomini moderni e democratici e tu fai come ti pare: nel nostro piccolo paese non c’è futuro, vai nel mondo grande e poi vedrai…”.
In realtà è un “vai” un po’ all’americana, è la rinuncia al principio della nostra responsabilità. È di moda oggi dire che la morale è una questione orizzontale: tanti uomini tante moralità!
Anche nella piccola città nella quale vivo da più di dieci anni è scomparso il coraggio di pensare che il nostro futuro è nel ritorno alle usanze locali, alla qualità, alle conoscenze tramandate e assorbite, alla raffinatezza, all’onestà, alla genuinità dei prodotti della terra e delle risorse naturali. Giusto orgoglio di una piccola e un tempo gloriosa città!
È il ricordo che costituisce la vera identità per tutti, poveri e ricchi, oggi come allora. Ma oggi, forse, mancano proprio il coraggio e la fiducia nel sostenere e riconoscere una azione: operare ripristinando; ricordare; sentirsi capaci di costruire quanto è necessario per la “media età” invece di dire — e senza crederci tanto — “per i giovani”. Perché sappiamo tutti benissimo che non abbiamo le strutture della metropoli e che per realizzarle occorreranno diversi anni. E nel frattempo? E le altre migliaia di piccole città?
 

Dalla tradizione all’attualità


I nostri ospiti, i ricchi signori e signore di Milano, Zurigo o Vienna, nostro “target” del passato, esistono ancora e esisteranno durante e dopo la crisi. La questione fondamentale è solo nostra: “come” vogliamo farli tornare? E per i giovani? Dobbiamo capire e dobbiamo ammettere che nell’epoca della comunicazione di Internet, del Web e del Blog, comunicazione sempre più di nicchia e sempre meno televisiva, investire in un nuovo Nashville o Rockstok nostrano è fuori logica. Invece consideriamo la tecnica, la tecnologia in positivo. Come un dono. Strumento utile per la conoscenza e per la ripresa dei valori, come la considera Papa Benedetto XVI.
 
Non solo i giovani e la terza, ma anche la “mezza” età Il target “nuovo” è la mezza età. La mezza età degli stranieri e la mezza età locale che accumula beni, benessere e cultura, che insegna e trascina i giovani in sfide reali e innovative, e serie e specifiche del luogo.
Conosciamo bene le autentiche qualità locali e, purtroppo, non sono rimaste molte. Conosciamo bene anche i monumenti e le chiese dei centri storici nei dintorni. Ma, se si continua ad accerchiarli con arredi moderni, si rischia sicuramente di perdere anche quei pochi viaggiatori vaganti che ancora esistono. I nostalgici europei da sempre hanno cercato in Italia l’autentico, l’intatto, anche nelle rovine. Saper conservare è molto, molto, difficile e ci vuole una provata sensibilità “speciale”. Di specialisti. E non basta il buon lavoro degli uffici tecnici: non è un lavoro di routine, il centro storico non è una periferia…
 

Quale risposta, quale soluzione?


Il termine “sentimento italiano” significa la presa di coscienza dell’italianità da parte di molti stranieri, oggi e nel passato. Tra loro illustri nomi della cultura europea nei secoli. Oso dire che il “sentimento italiano” è il sinonimo della cultura, di un modo d’essere tra gli altri. Non è possibile nemmeno pensare ad un “sentimento inglese”, “francese”, “tedesco”, “olandese” ecc. che non significa niente. Il “sentimento italiano” non è molto esplorato dagli italiani stessi, e ci sono molte ragioni. Ma non è la realtà della metropoli che lo propone, o lo propone di più. Sono le piccole città e le loro realtà ritrovate il vero serbatoio per il futuro d’Europa.
 
In Inghilterra e in Usa esiste un pensiero conservatore (da non confondere con il partito conservatore) come quello dell’architetto Nikos Salìngaros e del filosofo Roger Scruton. Non è una posizione di un barboso rimpianto di tempi perduti, ma dialettica nel vivere contemporaneo. La modernità e la postmodernità in molti paesi sono in crisi in tutti i campi, e anche nella cultura, nonostante che le nostre università ideologizzate, continuino ad essere afflitte da una lentezza esasperante, una sorta di “accademia del modernariato”, mentre proliferano le periferie degradate… Il pathos futurista si sta spegnendo proprio per ultimo nel centenario della nascita, comunque dopo il crollo fragoroso del muro comunista e, per fortuna, ancora prima, di quello fascista.
 
Meglio così. Ma ora che lo sguardo comincia ad essere un po’ più sgombro, si vede chiaro che le vere avventure della cultura e della società erano presenti molto, molto prima. Comunque molto prima degli “ismi”.
L’esempio di mille anni fa del nostro patrono San Guido può essere un inizio ed un esempio. Vogliamo ricordare la dimenticata e negata “luminosità” del Medioevo spirituale, comportamentale e sociale, un altro tema sul quale riflettere per il futuro della piccola città. Ma secoli dopo e altrove, “l’architetto degli architetti”, Palladio, guardando indietro nei secoli, è riuscito a fare da una piccola e povera città, Vicenza, un grande esempio universale.
Questione era e tale rimane: volontà culturale. Di ciascuno di noi.
 
Alzek Misheff
 

Alzek Misheff, Quarto Stato

Alzek Misheff, Quarto Stato, 2009, cm 170 x170, biro blu su tela.

Da una foto del 1909. La biro, materiale alla portata di tutti e la tridimensionale prospettica, una introspezione sul matrimonio come rito sociale fondante della società. A cento anni esatti di distanza dal manifesto del futurismo e dall’omonimo dipinto (1901) di Pellizza da Volpedo che tendeva alla bi-dimensionalità del “muro” umano o come scrive lui stesso “l’avanzarsi fatale dei lavoratori”.