Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 512 (24.4.2009) La mia proposta per un nuovo modo di concepire le città (di Ettore Maria Mazzola)

Questo numero


Piano Casa e ricostruzione in Abruzzo hanno finalmente riaperto in Italia il dibattito sull’abitare. Per battere il ferro caldo, Ettore Maria Mazzola propone agli amici del Covile un’anticipazione del suo prossimo libro dedicato alla città sostenibile ed a misura umana.
 

La mia proposta per un nuovo modo di concepire le città (di Ettore Maria Mazzola)


Chiunque abbia visto la puntata di Anno Zero in cui l’avv. Ghedini ha presentato il modello di New Town che il Governo vorrebbe realizzare qua e là in Italia, non può non essere rimasto sconvolto.
Il modello, con la tipica urbanistica a cul de sac che ha caratterizzato le periferie del XX secolo, è stato arditamente presentato come “eco sostenibile”. Ovviamente, il rappresentate parlamentare ha sottolineato più volte il fatto che si tratta di un modello di New Town pensato per coppie giovani. E già, come si può immaginare che una famiglia anziana possa vivere in realtà di quel tipo? … Ma i giovani non sono anche loro destinati ad invecchiare? Oppure insieme alla casa gli viene consegnato l’elisir di lunga vita? … Boh! Come si può immaginare che un anziano o un disabile, o chiunque non abbia a disposizione un’automobile possa sopravvivere in un luogo che ti rende schiavo dell’autotrazione essendo distante da tutto e da tutti? Siamo dunque riprendendo il modello della Ville Radieuse che diceva (o meglio imponeva): «le città saranno parte della campagna; io vivrò a 30 miglia dal mio ufficio, in una direzione, sotto alberi di pino; la mia segretaria vivrà anch’essa a 30 miglia dall’ufficio, ma in direzione opposta e sotto altri alberi di pino. Noi avremo la nostra automobile. Dobbiamo usarla fino a stancarla, consumando strada, superfici e ingranaggi, consumando olio e benzina. Tutto ciò che serve per una grande mole di lavoro [...] sufficiente per tutti.» (1) ? Come si può immaginare che i figli di queste “fortunate” coppie giovani possano recarsi autonomamente a scuola, o dai propri amici, senza far uso di pericolosissimi motorini? Come si può immaginare, in una nazione che straparla di sicurezza e di ronde, che possano esistere delle realtà residenziali monofunzionali, e quindi morte, all’interno della quale si possa passeggiare al sicuro? Come si può immaginare di parlare di città, se non v’è luogo (piazze, portici, edifici pubblici, ecc.) che rimandi all’immagine di città, e che svolga un ruolo socializzante? Come, infine, e questo si collega al discorso sulla monofunzionalità, si può ancora immaginare che lungo le strade non debbano esserci esercizi commerciali che rendano queste new towns delle entità vitali ed autosufficienti? Inoltre c’è da chiedersi, perché dobbiamo continuare a consumare del territorio agroforestale piuttosto che ricompattare le nostre città mostruosamente sviluppatesi a macchia d’olio compromettendo il delicatissimo rapporto città-campagna?
Voglio chiarire che non mi diverto a dire queste cose semplicemente per spirito nihilista, sono avverso alle critiche non costruttive, e non condivido una certa forma di iperprotezionismo che caratterizza alcune decisioni “ambientaliste” e che spesso, mentre da un lato si batte per non toccare alcuni centri — anche dove questi sono mostruosamente compromessi e meriterebbero dei completamenti — dall’altra giustifica e consente l’edificazione di zone 167 e di altri abomini periferici. Quel modus operandi mi sembra infatti basato sull’adagio “luntan da l’uocchje, luntano da ‘o core” sempre da evitare.
Quindi, mi rimbocco le maniche e vedo di fare una controproposta, probabilmente più eco-sostenibile e rispettosa del paesaggio e degli esseri umani!


Quella che segue è un’anticipazione del libro che sto per pubblicare e che si intitolerà La città sostenibile è possibile. Prima di andare avanti, però, resta da fare qualche ulteriore considerazione sulla recente proposta del Piano Casa 2009, poiché i due argomenti sono intimamente connessi. Infine, penso vada considerato in aggiunta ad essi l’enorme problema della ricostruzione delle città vittime del recente sisma abruzzese.
Il piano casa recentemente proposto è un’arma a doppio taglio: se da un lato può essere considerato un passo avanti verso lo snellimento delle procedure burocratiche che precedono una costruzione, dall’altro rischia di essere un incentivo alla proliferazione di “cellule tumorali edilizie”, nelle città, e specie nella campagna italiana.
Così come è stato presentato il programma, esso sembra basato sulle immagini dello spot pubblicitario di una nota compagnia di telefonia mobile che presentava aggiunte alle pizze, ma anche stanze fuoriuscenti dagli edifici, come fossero i cassetti di una scrivania dimenticati aperti!


In una settimana mi è già capitato almeno tre volte di dover dissuadere alcuni clienti dal procedere nella loro intenzione di “verandare” dei balconi, cosa che a loro pareva “buona e giusta” perché così avevano capito dalle parole irresponsabili di qualche “consigliere” locale; alcuni addirittura avevano capito che si potesse fare a meno dei tecnici e che bastavano le imprese … va da sé che non si possa inneggiare al principio dell’autocostruzione in assenza di un chiarimento del come si possa procedere, e del chi e come debba sovrintendere alle costruzioni, cosa che dovrebbe avvenire nel rigoroso rispetto del principio del decoro urbano … definizione questa assente nelle norme urbanistiche attuali. Si noti che quando parlo del chi dovrebbe sovrintendere, non mi voglio riferire al singolo tecnico del singolo progetto, ma mi riferisco ad un’entità, che dovrebbe sovrintendere al controllo del decorum, ma anche al criterio di appaltare e gestire il denaro pubblico e gli interventi privati. Questa entità non è una mia utopia di matrice sinistrorsa, la politica non mi interessa, bensì è un qualcosa che l’Italia ha già avuto, un qualcosa che ha consentito di costruire meravigliosamente nel periodo più buio della fame di case, ma anche a seguito di terremoti ben più gravi di quello che ha colpito l’Abruzzo: sto parlando per esempio dell’ Unione Edilizia Nazionale (2). La conoscenza della storia di quest’Ente, infatti, può essere utile per evitare “sorprese” nella ricostruzione dei paesi terremotati, e per operare saggiamente per la riqualificazione urbanistica delle nostre città, garantendo un rilancio dell’economia basato sulla salvaguardia la piccola e media imprenditoria locale.


L’Unione aveva iniziato la sua attività a Roma nell’immediato primo dopoguerra allo scopo di risolvere la crisi degli alloggi. Essa era nata nel 1917 (D.L. 4 febbraio 1917 n°151) dalla trasformazione dell’ Unione Edilizia Messinese (3), a seguito della necessità di provvedere alla ricostruzione delle città della Marsica colpite dal sisma del 1915 (si noti l’analogia alla situazione attuale!). Al termine della guerra l’Unione venne a consolidare la sua fisionomia grazie al coinvolgimento nella ricostruzione dei centri urbani danneggiati dal conflitto (4).
Sostanzialmente questo “Ente” «costruiva per conto dei proprietari danneggiati, sostituendosi nei loro diritti sui fondi dello Stato concessi attraverso i privilegi accordati alle società anonime o alle cooperative di lavoratori. Qualora i privati non avessero voluto pagare le quote di spesa a loro carico, l’Unione era autorizzata ad accettare la cessione dei diritti a mutuo in cambio di carature dello stesso valore» (5).
Al momento del suo coinvolgimento nello sviluppo di Roma dunque, l’ Unione vantava già una notevole esperienza nel settore edilizio, e svolgeva un’attività inusuale definita dal suo direttore Cesare Cagli come «uno dei più progrediti esperimenti di Ente intermedio». Essa infatti perseguiva interessi pubblici attraverso l’applicazione rigorosa delle leggi di mercato.
Alla fine del 1920 l’Unione poteva dichiarare il possesso di «mezzi e personali propri, senza assegnazioni speciali o concorsi sul bilancio dello Stato» e di realizzare «programmi edilizi completi dalla progettazione alla direzione e sorveglianza dei lavori, eseguiti per mezzo di cooperative di lavoro o di operai e cottimisti specializzati reclutati attraverso appalti in economia» (6).
Nel marzo del ’24, a coronamento di una lunga campagna denigratoria (7) nei confronti dell’ Unione Edilizia Nazionale — architettata dal partito Fascista nell’interesse degli speculatori privati — l’ Unione viene soppressa e venduto il suo patrimonio immobiliare: con questo atto veniva a mancare l’apporto qualitativo di molte di quelle cooperative edilizie, coordinate dall’Unione, che avevano costituito la principale fonte economica ed “artistica” locale, giocando altresì un ruolo di calmiere per il mercato immobiliare.


Non è comunque mia intenzione andare avanti con questa storia, né tantomeno quella di spiegare il funzionamento della nuova norma proposta dal governo, poiché ritengo sia stato fatto da altri in altre sedi.
Ciò che però mi preme fare è sottolineare la necessità di rivedere profondamente i contenuti di norme quali la legge urbanistica 1150, i decreti 1404 e 1444, la 167 (una mostruosità socialmente disastrosa), poiché queste norme sono da ritenersi all’origine del disastro urbanistico del XX secolo, cosa da non ripetere mai più. A mio avviso, solo quando potremo ritenere di aver debellato questi “mali” potremo, e dovremo, ritornare a parlare di un piano casa, diversamente continueremo a vedere città sviluppate secondo il principio della zonizzazione, con mostruosi piani pilotis, con la concentrazione dei negozi nei centri commerciali e la conseguente sparizione dei pedoni dalle strade. Continueremo dunque ad avere case fluttuanti al centro dei lotti secondo il principio delle “distanze di rispetto", basato sull’esasperazione della privacy e la voglia di non doversi relazionare con i propri vicini (mi è capitato spesso di essere chiamato come tecnico in cause che riguardavano beghe tra vicini nate grazie a queste norme antisociali).
In aggiunta a quanto sopra voglio inoltre sottolineare — come ho fatto nelle mie più recenti pubblicazioni — la necessità di cancellare, prima possibile, quelle leggi che hanno consentito ai “soliti noti” di aggiudicarsi gli appalti e gli incarichi, distruggendo la piccola e media imprenditoria locale e i giovani professionisti. Quelle norme — p. es. le Merloni ed una serie di direttive CEE — infatti, hanno inserito una serie di condizioni “a tutela della garanzia del risultato finale”, che hanno fatto sì che i grandi nomi si aggiudicassero il lavoro, per poi lavorare nel regime del subappalto a catena, portando al risultato che l’Italia è venuta ad “arricchirsi” di mostruosità griffate dalle archistar, nonché di edifici costruiti con materiali come quelli che ci ha fatto “scoprire” il terremoto d’Abruzzo!
 

L’alternativa


Ecco dunque ciò dovrebbe, e potrebbe farsi, per migliorare le condizioni socioeconomiche, ma anche climatiche, del nostro Paese, in nome della sua gloriosa tradizione.
In opposizione al discorso sulle New Towns voglio rammentare l’amara riflessione di Giolitti all’indomani del fallimento economico del Comune di Roma a causa di una politica edilizia sbagliata, poiché essa è alla base della mia proposta.
«Se in principio, nel 1870, vi fosse stata un’Amministrazione comunale che, intuendo l’avvenire di Roma, avesse acquistato le aree fino a 5 o 6 km intorno alla città, ed avesse compilato un piano di ingrandimento, studiato con concetti molto elevati, oltre ad avere creato una città con linee molto più grandiose, avrebbe anche fatto un’eccellente speculazione» (8) (Giovanni Giolitti)
Questa citazione serve infatti a farci riflettere sul fatto che oggi, se mai si decidesse di mettere in pratica questo modello di ricompattamento delle città, la situazione fondiaria risulterebbe totalmente ribaltata a favore delle amministrazioni comunali.


La stragrande maggioranza della superficie delle nostre città, è di fatto costituita da stradoni e spazi vuoti — talvolta irrazionalmente denominati “piazze” o “larghi” — che risultano sovradimensionati rispetto alle reali esigenze: la gran parte di questi “vuoti” risulta essere di pubblica proprietà!
Dunque, una qualsiasi operazione edilizia di grande portata, vedrebbe le pubbliche amministrazioni in una posizione nella quale non si ravvede la necessità di dover costituire quel demanio di aree edificabili lamentato da Giolitti. Questo è già “involontariamente” stato costituito!
A questo punto, se solo si volesse, piuttosto che investire in scommesse economiche industriali destinate all’insuccesso a causa del mercato globale, oppure accettare — e incentivare — chi produce il “made in Italy” in Paesi che aumentano il loro prodotto interno lordo (oltre che l’inquinamento atmosferico), grazie al sistema di schiavitù e sfruttamento del lavoro minorile ivi esistente e tollerato — dato che fa comodo all’occidente in-civile — o ancora, piuttosto che promuovere la costruzione di cattedrali nel deserto come il Ponte sullo Stretto, sarebbe più logico dirottare quei finanziamenti, investendo tutto ciò che si può in un’idea come questa, che mira a rilanciare l’economia, trasformando il Bel Paese in un enorme cantiere di riqualificazione urbanistica.
Per farlo, basterebbe limitarsi a recuperare gli aspetti più intelligenti delle norme emanate dal primo Governo Giolitti fino ai primi anni ‘20, sulle quali non posso dilungarmi in questa sede, integrandole con strumenti normativi più recenti che, se opportunamente utilizzati e/o modificati, risulterebbero enormemente interessanti.
Ci si riferisce per esempio a strumenti di recente istituzione, quali i Patti Territoriali, oppure le Società di Trasformazione Urbana (S.T.U.), o ancora i Contratti di Quartiere o, infine, il project financing, quest’ultimo però dovrebbe essere concepito in modo tale che l’amministrazione pubblica non debba venire a trovarsi assoggettata ad alcuna imposizione da parte dell’investitore privato, obbligandolo anzi ad accettare i progetti e le condizioni d’appalto.
In questo programma di riqualificazione urbana l’ecologia, la sociologia, le tradizioni e le economie locali, insieme all’industria del turismo, potrebbero esercitare il ruolo degli attori principali per un risveglio economico del Paese, finalmente libero dalla morsa della globalizzazione.
Come si è ben capito dalle premesse si ritiene che, per operare dei reali interventi “riqualificanti” per le nostre città, sia assolutamente indispensabile agire in modo che non vi siano ingiuste distribuzioni tra centro e periferia, e soprattutto che gli interventi non si limitino a realizzare edifici puntuali griffati, ma che riguardino interventi territoriali di quartiere, ovvero opere rispettose dei residenti.
La strategia che qui si ipotizza, come si è avuto modo di spiegare in una precedente pubblicazione (9), è sostanzialmente questa: considerando che i terreni sono pubblici, e che le amministrazioni possono dunque venderli o metterli a disposizione dei privati — promotori secondo il criterio del project financing — per costruire le opere necessarie a dare una nuova fisionomia “qualificante” ai quartieri degradati, (Contratti di Quartiere), i Comuni stessi possono fare l’operazione inversa a quella che a Roma, all’epoca del cardinale De Merode, veniva fatta dal proprietario terriero.
Come si ricorderà, con il criterio della “convenzione”, il proprietario terriero tracciava — nel suo esclusivo interesse — lo schema urbano e le tipologie edilizie da realizzare, e il Comune, come “segno di riconoscenza” del fatto che gli era stato venduto il terreno necessario per realizzare delle strade, autorizzava i lavori, e si accollava tutte le spese per la realizzazione e manutenzione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria.
Diversamente, oggi si potrebbe procedere in questo modo: in cambio della vendita dei terreni demaniali, o della loro concessione a lungo termine — visto che la norma del project financing prevede questa eventualità — nonché della possibilità di ricavare un utile dai realizzandi edifici, i privati, riuniti in consorzi, cooperative o quello che sarà — a patto che venga tutelato il ruolo della piccola e media imprenditoria e dell’artigianato locale — potrebbero impegnarsi a realizzare, a loro spese, sia i progetti redatti dalle amministrazioni pubbliche nel rispetto della tradizione locale, sia le infrastrutture necessarie alla loro vita.
A questo punto, le amministrazioni che hanno provveduto in proprio alla elaborazione di progetti che garantiscano costi di manutenzione ininfluenti nel medio e lungo termine, potrebbero tranquillamente assumersi anche l’onere delle spese di gestione e manutenzione delle opere pubbliche e infrastrutturali. Resta inteso che, tutto ciò che riguarda le opere private, potrà essere gestito dai proprietari secondo quanto già previsto dal Codice di Procedura Civile.


Tornando al ruolo pedagogico delle leggi storiche, va da sé che sarà necessario riscoprire quello che fu il meccanismo degli incentivi per l’edilizia, dalla partecipazione dello Stato al pagamento degli interessi di mutuo, all’esenzione temporanea dell’imposta sui nuovi fabbricati, dalle condizioni particolari per accedere ai contributi, ai criteri per evitare sperequazioni, fino agli incentivi per la ri-formazione dell’artigianato nel settore edile, e quelli per la realizzazione di alloggi popolari, che risultino più che mai integrati all’interno di un tessuto sociale misto, ecc.
In vista del duplice obbiettivo della riduzione dei costi e del rilancio della piccola e media imprenditoria locale, bisognerà comunque provvedere ad eliminare la vergognosa esistenza del lavoro nero, e a salvaguardare gli operai in materia di sicurezza. Per far questo si dovrà assolutamente evitare — magari tassativamente vietandoli — i sistemi del subappalto e dell’aggiudicazione degli appalti al massimo ribasso, poiché questi sono due i fattori che generano il cortocircuito all’origine delle piaghe del lavoro sommerso e delle “morti bianche” … non ci vuole certo una scienza particolare per capire che, quando una “grande impresa” si aggiudica un appalto al massimo ribasso per poi subappaltare le opere ad un’impresa più piccola — che spesso subappalta a sua volta il lavoro — essendoci troppe figure che devono avere un profitto finale qualcuno ci verrà a rimettere …
La cosa interessante è che, con le leggi attuali, per poter partecipare ad una gara d’appalto — p.es. le cosiddette Leggi Merloni — Lo Stato ha pensato che per tutelarsi da possibili problemi occorre che le imprese, ma anche i professionisti, debbano dimostrare di avere determinate credenziali … ne consegue che siano sempre le stesse aziende e professionisti a risultare vincitori negli appalti; successivamente, questi “blasonati dell’edilizia”, risultati vincitori in quanto tali, provvedono a “strangolare” economicamente le piccole e medie imprese, o i giovani professionisti (compiacenti per fame di lavoro), che realmente realizzeranno l’opera! … Tutto questo perché, secondo le leggi menzionate, quel tipo di credenziali servirebbe a garantire il risultato finale dell’opera.
Tutti lo sanno ma nessuno lo dice, sarebbe ora di smetterla!
La lezione dei primi venti anni di vita dell’ICP di Roma, ci insegna invece che non è né il grande nome dell’azienda, né tanto meno quello del professionista, a garantire la qualità e l’economicità del risultato finale di un’opera, bensì il regime di concorrenza (più si è a partecipare, meglio è), nonché la necessità di farsi una buona pubblicità lasciando qualcosa di cui si possa andare orgogliosi. Un intervento edilizio considerato unanimemente riuscito, genera automaticamente il sistema del passaparola.
Una ditta, o un professionista, che lascia di sé il ricordo di una cattiva qualità edilizia, o quello dello sperpero di denaro, sarà automaticamente fuori dal mercato …
Se a questo si aggiunge che le menzionate leggi attuali prevedono, in aggiunta alle credenziali, la necessaria stipula di un’assicurazione a garanzia dell’operato, onestamente non si comprende né perché si debba dimostrare un fatturato stratosferico e un numero di dipendenti esagerato, né tanto meno come si possa dichiarare di promuovere un ricambio generazionale se si tagliano in partenza le gambe dei giovani professionisti e imprenditori!
A conferma della falsità di questa norma, si ricorda che, il 14 febbraio 2007 (10), la Corte dei Conti della Regione Lazio ha aperto una inchiesta per comprendere la ragioni del raddoppio dei costi per la costruzione del nuovo Museo dell’Ara Pacis (ad oggi si sono spesi ben € 16.000.000) … ebbene, a tal proposito il lettore deve sapere che i sovrintendenti, all'epoca delle contestazioni di massa sul modo irregolare con cui era stato commissionato l’incarico a Richard Meier, ebbero il coraggio di affermare: «Meier non si discute, il suo nome è sinonimo di garanzia!»
Dunque, visto che le contestazioni cittadine nulla poterono per fermare l’imposizione dittatoriale dell’obbrobrio di Meier, speriamo almeno che il suo fallimento economico, urbanistico e architettonico, serva a debellare, una volta per tutte, lo star-system; poiché è stato ampiamente dimostrato che non porta a nulla di buono.
Storie simili a quella di Meier, a giudicare dai giornali, vedono coinvolti Frank Gehry, chiamato in tribunale dal Mit di Cambridge (Boston) per il flop del Ray and Maria Stata Center, oppure Santiago Calatrava, per i problemi del Palau de les Arts (il Teatro dell' Opera di Valencia) (11), ma anche il nostro Renzo Piano ha avuto le sue belle critiche per il nuovo grattacielo del New York Times (12), ecc.


Tornando al discorso iniziale quindi, indipendentemente dagli strumenti normativi più recenti che sono stati citati, e che tutti i politici e professionisti ben conoscono, si ritiene giusto riassumere quelli che sono i principali testi di legge, nonché gli strumenti operativi di carattere storico — di cui si è detto in dettaglio — ai quali dovrebbe farsi riferimento per rendere possibile questo modello di riqualificazione urbanistica e rilancio delle economie locali.
A livello normativo, ci si riferisce ai criteri stabiliti dai D.L. del 23 marzo 1919 n°455, D.L. n°1040 del 19 giugno 1919, o quelli ancora più generosi del R.D.L. n°2318 del 30 novembre 1919, e poi ancora alle condizioni stabilite dal R.D.L. n°16 dell’8 gennaio 1920 e dal R.D. n°1636 dell’8 novembre 1921.
A livello di strumenti operativi, il riferimento va invece all’utilità di ricreare delle entità statali, sul genere del Comitato Centrale Edilizio, e parastatali, sul genere dell’ Unione Edilizia Nazionale, in grado di gestire il processo su tutto il territorio nazionale, magari limitandone il campo operativo a livello regionale o provinciale — soprattutto nel caso delle cosiddette aree metropolitane, che non possono essere considerate alla stessa stregua dei piccoli comuni siciliani o valdostani.


Ciò che però è certo, è che sarebbe il caso di ripristinare, accanto a questo Ente, la presenza di un comitato tecnico-artistico, sul genere di quello che affiancò l’ Unione Edilizia Nazionale nel periodo del suo massimo splendore, comitato che però, in questo momento più che mai, dovrebbe arricchirsi della presenza di sociologi urbani i quali, preventivamente agli interventi, dovrebbero operare sul campo, traendo ispirazione dall’opera di Orano, Montemartini, Schiavo, Casalini, ecc., al fine di raccogliere quelle che sono le vere esigenze, le volontà e le aspettative degli abitanti dei quartieri da “riqualificare”.
Così facendo, per ogni intervento urbanistico verrebbe a configurarsi una struttura simile a quella del Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio — ma anche più ricca e qualificata — in grado di dare un valido supporto agli architetti ed urbanisti. Il ruolo di questi ultimi diverrebbe così quello di tradurre in tre dimensioni le aspettative della gente …
Se il lettore di altre mie pubblicazioni e/o articoli è stato attento, noterà che questa idea non riguarda un’utopia di chi scrive, essa infatti altro non è che la lezione lasciataci da Orano, Magni e Pirani, lezione sulla quale gli urbanisti, dal dopoguerra ad oggi, si sono dimostrati gravemente impreparati!
In pratica, piuttosto che continuare ad avere una schiera di architetti-urbanisti che progettano per la gente, imponendogli come dovrà vivere, potremmo avere, come all’epoca del Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio, la gente che suggerisce agli architetti-urbanisti come progettare gli ambienti per la vita che desidererebbe vivere!


In questi progetti di ricompattamento e riqualificazione urbana, progetti che potremmo forse definire di urbanistica partecipata, il sociologo dovrebbe svolgere anche il delicato compito di moderatore nel dibattito in corso d’opera. Questo aspetto si rende necessario, affinché i cittadini non debbano nuovamente subire, in modo passivo, le decisioni dell’architetto, del politico o dello speculatore di turno.
La fortuna di avere una così cospicua proprietà fondiaria da parte delle amministrazioni locali, garantirà loro uno svolgimento agevole del ruolo di calmiere contro la speculazione edilizia. Questa nuova condizione fondiaria dovrebbe altresì facilitare la restituzione di vasti territori all’agricoltura, fino ad oggi gravemente penalizzata dall’espansione speculativa a macchia d’olio delle città.
Come è stato esposto nelle precedenti pubblicazioni, per rendere possibile il ricompattamento delle città si dovrà procedere per fasi, assicurandosi di disporre delle nuove costruzioni prima di immaginare lo spostamento dei residenti.
È utile a tal proposito riflettere sul fatto che, la storia urbana ci insegna, nel processo di industrializzazione di una città, all’interno dei ceti popolari legati alle attività industriali, viene a generarsi un flusso migratorio interno verso il luogo di lavoro — questo è ciò che avvenne per esempio a Roma quando, in concomitanza col cambiamento di sede del Mattatoio alla fine dell’800, si verificò il trasferimento spontaneo degli abitanti della zona oggi occupata dal quartiere dell’Oca verso il quartiere Testaccio.
Analogamente a questo “flusso migratorio” potremmo essere certi che, nella fase attuativa del modello di riqualificazione che si sta proponendo, in conseguenza dei vantaggi offerti a livello urbanisticoarchitettonico, e dei benefici fiscali che lo Stato vorrà concedere, una buona parte degli “spostamenti” avverrà in maniera spontanea, in una sorta di sinecismo (13).
Resta ovviamente chiaro che si dovrà operare una sorta di “compensazione”, vale a dire che dovrà esserci un passaggio indolore, in termini economici, da un immobile ad un altro.
Come si sottolineava in una precedente pubblicazione, ma ancora di più come ha osservato James Howard Kunstler (14), considerando che sarà utile farci trovare preparati ai drastici cambiamenti economici che si avranno con la fine dell’era del petrolio a buon mercato, si ritiene indispensabile pensare rapidamente a come creare una nuova società basata sull’economia locale. E questo risulterà possibile farlo, traendo partito dalle informazioni storiche di cui si è detto in precedenza.
 
Ecco quelle che dovrebbero essere le fasi attuative di questo modello di riqualificazione urbana che prevede il ricompattamento della “città dispersa”.
 
1. Ogni quartiere — o presunto tale — dovrebbe essere studiato e circoscritto utilizzando l’unità di misura temporale dei cosiddetti 5 minuti a piedi (circa 800- 1.000 metri di diametro). È questa infatti la dimensione urbana che consente ai residenti di raggiungere agevolmente tutti i punti — ed i servizi — del proprio quartiere. Questa unità di misura, fortuita o calcolata che sia stata, è quella che ha sovrinteso alla realizzazione dei nostri centri storici i quali, prima del XX secolo, non si erano mai sviluppati in maniera caotica e concentrica. Le nostre città sono infatti il risultato di uno sviluppo per moltiplicazione e duplicazione (15) del modello iniziale autosufficiente;
 
2. una volta definiti i tessuti edilizi, al fine di scongiurare nuovi sviluppi “a macchia d’olio”, ne andrebbero chiaramente precisati i loro margini. Questo potrà e dovrà farsi operando un attento studio della viabilità carrabile. Seguendo questo criterio, sarà possibile comprendere il modo per garantire l’accesso carrabile ad ogni edificio, pensando al tempo stesso ad un’alternativa pedonale per i residenti. Per far questo ci viene in aiuto l’insegnamento di Venezia, dove ogni edificio è servito sia dai collegamenti via acqua che dai percorsi pedonali, così come la lezione del reticolo di corti pedonali dei quartieri popolari romani. La conoscenza di questi esempi ci consente di definire una corretta gerarchia tra le strade — carrabili e pedonali — che preveda una riduzione drastica della sezione di molte di esse, molte delle quali non hanno alcuna ragione di essere così dimensionate. Questo è essenzialmente il processo che comporterà la “scoperta” di tanti suoli, demaniali e non, trasformabili in aree edificabili;
 
3. il punto precedente comporta l’eliminazione delle inutili alberature sofferenti (16), così come quello degli antiestetici parcheggi, ai margini delle strade. Gli spazi che ne risulteranno consentiranno la realizzazione di nuovi edifici e piazze, con un eventuale sistema di parcheggi sotterranei a servizio di tutti … almeno fintanto che potremo permetterci di utilizzare le automobili. I parcheggi potranno svilupparsi in modo tradizionale e organizzati su un solo livello per il parcamento pubblico, oppure in profondità — con sistemi meccanizzati che riducono aree e costi — per quello che concerne il parcamento privato.
 
4. Tutte le alberature che verranno rimosse dalle strade, andranno ovviamente spostate e incrementate all’interno dei nuovi parchi e giardini di quartiere, posti a definizione dei margini urbani. Nuove ulteriori alberature troveranno piacevole ed opportuna collocazione nelle corti pedonali interne ai lotti urbani. Questi nuovi parchi e giardini potranno ospitare campi di gioco per i bimbi, piste ciclabili, aree attrezzate per lo sport, ecc. 5. i nuovi quartieri, perché possano realmente definirsi come tali, dovranno risultare dotati di tutte le funzioni vitali possibili, in modo da non ripetere mai più gli errori e i problemi sociali creati dalla zonizzazione modernista responsabile dei quartieri dormitorio. Ciò si traduce non solo in una equa distribuzione degli edifici speciali (edifici pubblici, edifici religiosi, monumenti, mercati, ecc.) all’interno dei tessuti residenziali, ma sottintende anche la necessità di creazione di quelle sequenze urbane, costituite da piazze e piazzette collegate tra loro, in grado di dare vita ad una piacevole alternativa pedonale alla città delle automobili;
 
6. a supporto del punto precedente, i centri commerciali visti come entità a sé stanti, essendo ormai unanimemente riconosciuti come i responsabili della distruzione del piccolo e medio commercio al dettaglio, e della conseguente sparizione dei pedoni dalle strade (17), dovranno scomparire! O meglio, per essere più diplomatico, essi dovranno trasformarsi in commercio diffuso, vale a dire che si dovrà operare una redistribuzione dei loro negozi lungo le strade cittadine, magari al di sotto di portici che consentano di proteggere dalle intemperie chi fa shopping passeggiando lungo le strade cittadine … il che vuol dire che i negozi dovranno tornare ad essere dov’erano prima della zonizzazione;
 
7. traendo ispirazione da quella che venne definita “operazione palazzina”, realizzata alla metà degli anni ’20 alla Garbatella di Roma, si potrà procedere ad un’operazione di ricucitura — accompagnata da demolizioni e/o sopraelevazioni parziali ove necessario — di tutti quegli edifici che oggi risultano isolati a causa delle obbligatorie, e stupide, “distanze di rispetto”. Così facendo essi si verranno a configurare come corpi di fabbrica facenti parte di blocchi urbani più estesi, continui e variati in altezza, nelle cui corti interne sarà possibile organizzare giardini condominiali, possibilmente aperti al pubblico passaggio, secondo quella saggia concezione limitativa della proprietà privata che, per esigenza di pubblica utilità, imponeva delle condizioni al proprietario terriero: l’aver adottato — in un passato non troppo remoto — questa concezione nello sviluppo delle città, ha consentito di creare quegli elementi funzionali e caratteristici che animano i nostri centri storici, vale a dire i passaggi coperti, le logge e i portici, così come i più recenti giardini interni alle corti dei complessi residenziali dell’ICP, IRCIS o INCIS costruiti fino agli anni ’30 del secolo scorso (18): anche in questo caso, come al punto 4, il verde realizzato sarebbe più definibile come tale, e farebbe la felicità delle piante e dei bambini!
 
8. mano a mano che si procederà al riempimento dei vuoti, si potrà incedere alla demolizione — totale o parziale — degli edifici che andranno via via svuotandosi, questo processo dovrà investire per primi i cosiddetti “eco-mostri”, tipici dell’urbanistica degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Questo processo, come si è detto, porterà ad una restituzione alla natura di enormi superfici di terreno, superfici che potranno essere riutilizzate come parchi di quartiere, o a scopo agricolo e/o agrituristico, ecc. e che, abbiamo visto, serviranno alla definizione dei margini dello spazio urbanizzato;
 
9. Questo tipo di intervento, almeno per quello che riguarda le grandi città, dovrà andare di pari passo con il potenziamento del trasporto pubblico, che dovrà necessariamente risultare non inquinante: nuove linee tranviarie, nuovi filobus, autobus a idrogeno, ecc.
 
10. i nuovi edifici dovranno essere progettati basandosi sulle conoscenze dell’architettura tradizionale, dunque utilizzando tecniche e materiali durevoli e a basso consumo energetico. Ciò vuol dire che si dovrà incentivare l’impiego di murature portanti, volte, solai con travi in legno, solai con travature in acciaio e voltine a mattoni. Questo, se da un lato gioverà a velocizzare la costruzione degli edifici e ad abbattere i costi per la loro manutenzione, dall’altro consentirà la riduzione dei costi di restauro del patrimonio esistente, favorita da una nuova e vasta manodopera specializzata che, come tale, risulterebbe in regime di concorrenza (nel mio libro di prossima pubblicazione riporto i tempi realizzativi e costi reali di costruzione — attualizzati secondo gli indici ISTAT — di una serie di splendidi esempi di edifici costruiti a Roma fino agli anni ’30, ma anche quelli del Corviale sempre a Roma);
 
11. l’energia elettrica dovrà utilizzare fonti alternative rinnovabili, ragion per cui ogni edificio dovrà provvedere autonomamente alla produzione dell’energia elettrica, del riscaldamento e del raffreddamento di cui necessita, mediante l’impiego di sistemi solari e/o fotovoltaici opportunamente progettati in modo da non danneggiare l’estetica dell’edificio.
 
12. ove risulterà necessario, in attesa anche di una ri-formazione artistica adeguata — visto che la quasi totalità degli scultori di oggi tende a considerare la scultura non più come un’opera d’arte ma un come un oggetto di consumo — in tutte le piazze e luoghi che risulteranno opportuni, sarà possibile inserire fontane, monumenti celebrativi e quant’altro necessario a creare dei riferimenti simbolico-spaziali, operando il re-impiego di molti dei reperti attualmente nascosti nei dimenticatoi (depositi e archivi dei musei), che mai potranno essere esposti al pubblico per mancanza di spazi museali, oppure per il loro scarso valore artistico. Città, cittadini e reperti ne trarranno un enorme beneficio, probabilmente a discapito — solo momentaneo — dell’egoismo iperprotezionista dei carcerieri dell’arte. Ci si riferisce a quegli storici e conservatori, “adepti” delle Carte di Atene e Venezia, i quali probabilmente, vedendo un giorno esposti in piazza quegli oggetti che avevano dimenticato di aver imprigionato in qualche deposito, potranno riuscire a liberarsi dalle loro idee preconcette e ammirare, insieme agli altri, ciò che nemmeno loro sapevano di poter guardare.
 
13. definiti gli ambiti di intervento e i progetti, le pubbliche amministrazioni potranno dunque procedere ad invitare i soggetti privati che manifesteranno il loro interesse, utilizzando criteri quali per esempio quelli dei patti territoriali, del project financing o dei contratti di quartiere, ricordando che, come recita la norma, «le finalità individuate possono essere completamente raggiunte solo qualora, in aggiunta agli investimenti di recupero attinenti il settore dell’edilizia residenziale pubblica, siano presenti ulteriori iniziative poste in essere da altre amministrazioni pubbliche (ministeri, regioni, enti locali, enti pubblici), nonché da parte di associazioni senza fini di lucro, organizzazioni del volontariato e operatori privati, orientate a promuovere l’occupazione e lo sviluppo economico e sociale degli ambiti urbani degradati da riqualificare».
 
14. per ovviare alle possibili rimostranze da parte dei proprietari degli immobili suscettibili di demolizioni — totali o parziali — qualora gli appartamenti risulteranno essere delle “prime case”, i proprietari dovranno essere persuasi al “trasloco” mediante sovvenzioni e agevolazioni fiscali, dal pagamento di un’indennità proporzionale al valore dell’immobile da lasciare, alla concessione di mutui a tasso agevolato, dalla partecipazione dello Stato al pagamento degli interessi bancari, all’esenzione totale della tassa sugli immobili per l’intera durata del mutuo o ancora maggiore. Per i proprietari di appartamenti che invece non risultino essere le loro dimore principali, si dovrà comunque provvedere alla concessione di agevolazioni fiscali, ma in misura ridotta rispetto alle precedenti … ovviamente non sarà cosa giusta, né possibile, la concessione dell’esenzione della tassa sugli immobili che risultino beni d’investimento piuttosto che di necessità.
 
15. al fine di ridurre i costi di costruzione, nonché per la necessaria riformazione della manodopera artigianale, tutte le imprese, cooperative, consorzi, ecc., coinvolti nel processo edilizio che dimostreranno di operare specificatamente in quella direzione, dovranno poter beneficiare di contributi a fondo perduto, e/o sovvenzioni, per la riformazione dell’artigianato nell’edilizia.
 
16. ulteriori contributi speciali dovranno essere stanziati per incentivare il ritorno alla coltivazione delle terre e all’allevamento di animali che utilizzino metodi naturali e biologici. Anche in questo caso bisognerà far sì che la gente risulti interessata ad investire in questo settore economico primario. Non si tratta solo di riflettere sull’importanza del “biologico”, bensì di rendersi conto di quanto risulti retorico, da parte degli organi politici, fingere di preoccuparsi per il risparmio energetico e per l’abbattimento dei gas serra, ma poi incentivare l’importazione di agrumi spagnoli e israeliani, uve cilene, carni argentine e olandesi, cereali nordamericani, ecc. si rifletta a tal proposito sul quanto ci costano, in termini non solo economici, il combustibile, l’olio lubrificante e le emissioni necessarie a rendere possibile queste importazioni.
 
17. benché fortunatamente già esistano, bisognerà ulteriormente incentivare il passaggio all’impiego di energie alternative che utilizzano fonti rinnovabili. A tal proposito, se è vero che si debba riconoscere un contributo economico statale a chi impiega pannelli solari o fotovoltaici, o altre tecnologie eco-sostenibili, altrettanto si dovrebbe fare per chi impiega murature tradizionali. Se è vero infatti che quel genere di murature comporta un abbattimento fino al 40% delle spese di riscaldamento invernale, e fino al 100% delle spese di rinfrescamento estivo (data la mancanza di necessità), è altrettanto vero che esse vengono a ridurre, nelle stesse proporzioni, le emissioni responsabili del surriscaldamento terrestre e dell’inquinamento atmosferico, e come tali vanno dunque riconosciute.
 
18. il denaro pubblico che si verrà a risparmiare per le spese energetiche potrà venire investito nella ricerca scientifica sullo sfruttamento delle fonti rinnovabili.
 
19. Sarebbe infine opportuno che i comuni più grandi, e quelli più piccoli riuniti in consorzi, si dotassero tutti di un sistema di smaltimento dei rifiuti urbani in grado di far delle immondizie una risorsa economica ed energetica per le comunità. Basta guardare a realtà come quella del piccolo centro di Sogliano al Rubicone per rendersi conto che ciò è possibile: qui, infatti, la corretta utilizzazione della discarica Ginepreto 1, che risulta quasi invisibile nonostante sia una delle più grandi discariche italiane, grazie al lavoro giornaliero di copertura superficiale, frutta alle casse del piccolo comune di tremila abitanti ben cinque milioni di Euro all’anno solo grazie alla tassa di scarico versata dai camion addetti al trasporto, mentre, grazie alla sapiente utilizzazione del sistema di smaltimento che consente il recupero dal fondo della discarica (quindi senza odori spiacevoli all’esterno) del biogas che, opportunamente trattato diviene metano che, rivenduto alla società di distribuzione dell’energia elettrica, rende ulteriori circa cinquemilioni di Euro all’anno, nel frattempo si recupera anche il percolato che viene utilizzato a scopi agricoli, e così il Comune riesce a guadagnare circa 11.000.000,00 Euro all’anno, a fronte di un bilancio comunale di tredici! Questo fa sì che il comune possa aiutare i propri cittadini all’acquisto della casa e alla riduzione delle tasse locali. Situazioni similari, anche più redditizie si ritrovano nella discarica di Peccioli, presso Forte dei Marmi, dove, anche qui senza cattivi odori, tutti i cittadini, riuniti in SpA, sono riusciti in dieci anni a fatturare 122.000.000,00 di Euro, traendo enormi benefici fiscali, ecologici ed energetici per l’intera comunità. Tutto ciò potrebbe avere ulteriori benefici imponendo una seria politica del riciclaggio di tutti i rifiuti.
 
Come si è sottolineato in un testo precedente, questo programma, lungo per essere attuato, porterebbe un’immane quantità di lavoro per tutti i sopravvissuti dell’era industriale.
Infatti, indipendentemente da una buona parte degli addetti al settore secondario, e di tutti gli addetti del settore terziario e terziario avanzato, che continuerebbero a svolgere la loro attività precedente, si verrebbero a moltiplicare figure, oggi quasi estinte, come quelle dei mattonatori, scalpellini, fabbri, intagliatori di pietra, vetrai, falegnami, scultori, pittori, decoratori, restauratori, stuccatori, così come anche quelle dei muratori, carpentieri, costruttori, architetti, paesaggisti, ingegneri, geometri, giardinieri, operatori turistici, albergatori, ristoratori, baristi, ecc., che avrebbero lavoro da vendere … ma anche le campagne verrebbero a ripopolarsi di agricoltori, allevatori e contadini, interessati ad un “ritorno alla natura”.
L’immensa fucina costituita dai cantieri di nuova Architettura e Urbanistica, come è stato più volte sottolineato, contribuirebbe alla ri-formazione di quella classe artigiana necessaria per il restauro degli edifici antichi, il cui mantenimento in vita non è solo un atto dovuto per la loro importanza storica, ma lo è altrettanto per il più venale aspetto economico legato al turismo. La riformazione di una manodopera numerosa infatti, consentirebbe l’abbattimento dei costi di restauro generato dall’aumento dell’offerta e, quindi, dal regime di concorrenza.
Tutto ciò porterebbe ad avere una qualità dell’ambiente migliore: i conti pubblici vedrebbero ridurre drasticamente, se non eliminare totalmente, i costi necessari per la manutenzione delle infrastrutture e degli edifici pubblici, che oggi risultano costruiti con materiali e tecniche dalla vita breve. Inoltre, in una realtà urbana così modificata, il disagio sociale delle periferie tenderebbe a scomparire.
 
Per concludere, creare ragioni di interesse e di vitalità nelle periferie contribuirebbe alla formazione del senso di appartenenza al luogo in cui si vive, e questo contribuirebbe ad eliminare il problema del congestionamento dei centri storici, poiché essi risulterebbero alleggeriti da quella immensa massa di gente che ogni giorno vi si riversa alla ricerca degli spazi per la socializzazione che i “moderni” progettisti avevano dimenticato.
La ricostruzione dei comuni disastrati dal terremoto del 6 aprile scorso può essere l’occasione per testare la validità di questa mia proposta, sarebbe il caso di non perdere questa opportunità per ridare dignità ad un popolo messo in ginocchio, e comprendere come tutto il resto d’Italia, umiliato dall’urbanistica modernista possa risollevarsi e tornare ad avere un ruolo guida per il resto del mondo: impariamo da ciò che il nostro patrimonio ci insegna, smettiamola di scimmiottare gli esempi sballati che ci vengono dalla produzione edilizia estera … ricordiamoci dell’insegnamento di Edmund Burke, «una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta!» (19).

Ettore Maria Mazzola
 

Note


  1. Le Corbusier, La ville radieuse, Eléments d'une doctrine d'urbanisme pour l'équipement de la civilisation machiniste, Paris, Genève, Rio de Janeiro, Sao Paolo, Montevideo, Buenos-Aires, Alger, Moscou, Anvers, Barcelone, Stockholm, Nemours, Piace. Editions de l'Architecture d'aujourd'hui, Boulogne (Seine), 1935.
  2. Come ricordava Giuseppe Emanuele Modigliani in una discussione tenutasi il 4 agosto del 1921 presso la Camera dei Deputati, «l’Istituto dell’Unione Edi lizia Nazionale è stato fatto appositamente per integrare gli sforzi delle cooperative, quindi per controbilanciare la privata speculazione».
  3. L’Unione Messinese era un Ente creato nel 1910 (Legge n°466 del 10 luglio 1910) per provvedere alla ricostruzione di Messina distrutta dal terremoto del 1908. A partire dal 1914 l’Unione cambia denominazione e diviene Unione Edilizia Messinese, ricevendo nuovi compiti non più limitati alle opere di ricostruzione, bensì di costruzione di case popolari, economiche e per gli impiegati dello Stato di Messina (D.L. 18 giugno 1914, n°700) ed esecutore di opere commissionate dallo Stato e dalle amministrazioni locali delle regioni colpite dal terremoto.
  4. R.D.L. 16 novembre 1918, n°1723, art. 33.
  5. Francesco Bartolini, Roma Borghese – La casa e i ceti medi tra le due guerre,. Giuseppe Laterza e figli Spa, Roma-Bari 2001.
  6. Cfr. L’Unione Edilizia Nazionale, L'Opera dell’Istituto, pag. 16.
  7. Giovanni Preziosi sul Giornale d’Italia pubblicò una serie di articoli mirati in tale direzione e affermò (28.06 e 2.07 del 1922) di essere stato invitato ad avviare una campagna contro la casa gratis durante l’adunata del Partito Fascista tenutasi il 18.06.1922 al Teatro Argentina. Contemporaneamente pubblicò un saggio edito da Laterza titolato Cooperativismo rosso piovra dello Stato, pp.65-69.
  8. Per l’edilizia della capitale, Camera dei deputati, tornata 16 giugno 1907, Discorsi, vol. III, p. 969.
  9. E. M. Mazzola, Verso un’Architettura Sostenibile, ripensare le nostre città prima che collassino – Toward Sustainable Architecture, recreating our cities before they collapse, Gangemi Edizioni, Roma 2007.
  10. Cfr. La Repubblica, 15 febbraio 2007, pagina 31, sezione Cronaca, e l’articolo di Renata Mambelli “Ara Pacis, costi lavori raddoppiati” a Pag. 4, sezione cronaca di Roma.
  11. Cfr. articolo di Alberto Flores d’Arcais “Le grandi opere fanno acqua vacilla il mito dei superarchitetti”, La Repubblica, 8 novembre 2007, pagina 31, sezione Politica Estera.
  12. Cfr. articolo “Il New York Times stronca il grattacielo di Renzo Piano”, La Nuova Sardegna, 21 novembre 2007, pagina 41, sezione: Spettacolo.
  13. Con il termine sinecismo (in greco: συνοικισμóς) si intende l'unificazione di entità politiche precedentemente indipendenti in una città od organizzazione statale. Nell'antica Grecia questo fenomeno era determinato da esigenze politiche e necessità militari di rafforzamento, per le quali i villaggi o comunità rinunciavano alla propria autonomia in favore della città-stato e comportava sempre il comune riconoscimento di una o più divinità cittadine. Il termine significa “vivere insieme” o “unirsi in Città-Stato”. Il sinecismo è l’opposto del Diecismo, termine raro, usato dalla storiografia per indicare l'operazione, imposta da una realtà egemone, di "smembramento" di una città sottoposta, invertendo gli effetti del sinecismo. Si trattava di un estremo provvedimento punitivo, che decretava la fine politica della vita di una comunità.
  14. «Possiamo stare certi che il prezzo e la fornitura di combustibili fossili subiranno oscillazioni e interruzioni nel periodo futuro che io definisco "la lunga emergenza". Il declino dei combustibili fossili avvierà sicuramente conflitti cronici tra nazioni che si contendono quel che ne rimane. Queste guerre per le risorse sono già iniziate. Ce ne saranno altre, che probabilmente si protrarranno per decenni aggravando una situazione che, già di per sé, potrebbe distruggere alcune civiltà. L'entità della sofferenza nel nostro paese dipenderà certamente dalla tenacia con cui cercheremo di rimanere aggrappati ad abitudini, consuetudini e convinzioni obsolete come, ad esempio, da quanto strenuamente gli americani decideranno di combattere per conservare stili di vita suburbani che semplicemente non hanno più una giustificazione razionale». Estratto da: James Howard Kunstler, The Long Emergency – Surviving the End of the Oil Age, Climate Change, and Other Converging Catastrophes of the Twenty-first Century, 2005. Atlantic Monthly Press. Versione italiana: Collasso – Sopravvivere alle attuali guerre e catastrofi in attesa di un inevitabile ritorno al passato, 2005, Edizioni Nuovi Mondi Media.
  15. Cfr. Ettore Maria Mazzola, Contro Storia dell’Architettura Moderna …, op. cit.
  16. Ettore Maria Mazzola, Verso un’Architettura Sostenibile – Ripensare le nostre città prima che collassino, Toward Sustainable Architecture – Recreating our cities before they collapse, Gangemi Edizioni, 2007.
  17. Ettore Maria Mazzola, Architettura e Urbanistica, Istruzioni per l’Uso – Architecture and Town Planning, Operation Instructions, Gangemi Edizioni, Roma 2006.
  18. Per una più completa conoscenza dell’argomento: Ettore Maria Mazzola, Contro Storia dell’Architettura Moderna, Roma 1900-1940 – A Counter History of Modern Architecture, Roma 1900-1940, Alinea Edizioni, Firenze 2004.