Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 513 (29.4.2009) Commenti pasquali di Almanacco Romano ed Armando Ermini

Questo numero


La newsletter di oggi riprende quella di Pasqua, dove abbiamo presentato un lungo racconto di P. K. Dick, e la Pasqua medesima, anzi la sua Veglia. Quest’ultima ci è raccontata (e quanto ha fatto ricordare a chi scrive quelle della sua infanzia a Marcoiano o le più recenti a Contignano...) dall’ormai indispensabile Almanacco Romano, mentre su Dick ritorna acutamente Armando Ermini.
 

La Veglia pasquale (di Almanacco Romano)


Fonte: Almanacco Romano, 11 aprile 2009

[...] Pio XII modificò una secolare liturgia per riportarla a più antica coerenza: le campane non risuoneranno più la mattina del Sabato santo, i preti non benediranno più le case simultaneamente, nel pomeriggio dello stesso sabato, con le tavole già imbandite di uova e di agnelli, di salato e dolce: nel 1956, se ricordo bene l’anno, si tornava al millenario rito notturno, alla notte santa, pendant di quella natalizia, eredità della biblica notte santa per eccellenza, quella in cui l’angelo passò per le case degli ebrei e segnò col sangue lo stipite delle porte affinché i figli primogeniti dei discendenti di Abramo fossero risparmiati dal grande castigo e tutto il popolo di Israele uscisse liberato. Così la riunione notturna riprese le movenze clandestine degli ebrei in Egitto e quelle altrettanto nascoste dei primi cristiani che provavano anche loro a raccontarsi davanti a tutta la comunità la storia di Pesach, andando più indietro della grande fuga organizzata da Mosè e benedetta da Dio, ripartendo dagli errori di Adamo e di Eva, dalla felix culpa, dalle promesse ad Abramo, dai felici equivoci, dalle felici digressioni del popolo ebraico fino ad approdare all’ecumenismo con le genti pagane. Narrazione che si snoda non nell’intimità della famiglia intorno alla tavola, con i bambini che leggono la sacra scrittura e interrogano gli adulti, ma coram populo, proprio come si celebrava Pesach tra gli ebrei fino alla distruzione del Tempio di Gerusalemme.


In una notte ventosa di una bassissima Pasqua marzolina, la chiesa cattedrale di Terracina si presta al ricordo di cerimonie sotterranee e segrete delle origini cristiane. Città di liberti e di divinità straniere e popolari contrapposte all’olimpo ufficiale latino, porto dell’Impero in concorrenza con Ostia, che ostenta ancor oggi – restituito dalle bombe americane – un Foro dalla perfetta pavimentazione marmorea, costeggiato dalla Via Appia che gli corre accanto con il marciapiede assolutamente integro, segnando l’esatta metà del percorso che unisce l’Urbe a Napoli, l’Occidente e l’Oriente, i Romani e i Greci, e con il Capitolium che già nella decadenza imperiale sembra fosse occupato dagli ebrei che vi istallavano i loro banchi di commercio, e l’Appia che conduceva all’imbarco per la Giudea, strada che portò gli apostolici ebrei nella capitale imperiale… Dunque, questo Foro fu attraversato sicuramente da Pietro e Paolo diretti a Roma, molto prima che Goethe lo percorresse all’incontrario, eccitato dai profumi del Sud.


Nel Foro, dove prima si innalzava un tempio forse dedicato a Giove e ad Anxur, divinità dei Volsci che i Romani fondevano con la loro (educando il cattolicesimo a quel metodo dell’et et che si contrapporrà sempre all’etica luterana e poi kierkegaardiana dell’aut aut), nell’epoca romanica si innalzò un tempio cristiano dedicato ai martiri del luogo, architettura dalle mirabilia cosmatesche e dalle testimonianze commoventi di esoterici simboli per dire la religione nuova, con incisi i segni zodiacali per magie ancora benedette e sculture che confermano le parole vibranti di Novalis sulla funzione civilizzatrice del cristianesimo in Europa.


Sul lucido marmo bimillenario, alle undici di notte, degli uomini sistemavano un tripode. Dall’altra parte dell’immenso spazio c’ero soltanto io. Fino a poco prima la chiesa era sbarrata, poi questi tre paesani che accendevano la legna nel braciere, senza nessuno intorno, come si fossero scordati qui della Pasqua cristiana, l’oscuro borgo appariva deserto e chiuso nel sonno, mentre nella città bassa scorrevano fiumi di auto, e ristoranti e discoteche erano in festa. Invece, in breve tempo, dagli archi ogivali avanza una piccola folla, spuntano perfino delle suore, dalla cattedrale escono chierici e sacerdoti. Intorno al fuoco il celebrante parla con una cadenza burina, quasi fosse una lingua volgare appena partorita dal latino. La liturgia approssimativa rende complicata l’accensione del cero pasquale: il fuoco, sistemato lontano dalla scalinata della chiesa e dal suo porticato, è troppo esposto ai venti che salgono dal mare, lo stoppino del simbolico candelone di pura cera d’api – che sta al posto di Gesù risorto – , non appuntito bene, continua a spegnersi. Eppure quell’affannarsi di preti ed ex contadini intorno al fuoco appena benedetto e al cero, enfatizza il carattere di cerimonia solenne quanto segreta e lontana dai fasti imperiali come dovette essere la Veglia dei primi secoli. Rito cui partecipavano i catecumeni che per la prima volta ascoltavano le letture dei libri ebraici e il racconto zoppicante della resurrezione, sentendo parlare delle promesse inaudite sulla sconfitta della morte. Lumen Christi continua a ripetere il sacerdote, ma la fiamma del cero agonizza e non permette ai fedeli di accendere a loro volta le candeline che tutti stringono in mano. I bambini si divertono del contrattempo, i grandi una volta si sarebbero spaventati per i cattivi presagi, adesso non ci fanno troppo caso. In quell’ora solenne in cui viene consacrato il fuoco e l’acqua lustrale con la quale battezzare e benedire per tutto l’anno, la tradizione contadina in Toscana e in Emilia voleva che i più piccoli si passassero sugli occhi dell’acqua santa per garantirsi la vista anche in vecchiaia o al suono delle campane sciolte dal lutto facessero i loro primi passi… Lumen Christi, e finalmente il cero accende un centinaio di fiammelle del popolo di Dio, si entra nella chiesa romanica completamente al buio e i marmi dei cosmateschi si accendono dei bagliori sommessi delle candele tremolanti nelle mani dei fedeli in processione per la navata. Il soffitto baroccheggiante, gli ornamenti settecenteschi scompaiono senza i riflettori elettrici, la luce delle candele non va oltre l’altezza romanica, ecco una visione fuori dal tempo. Un popolo di contadini e di pescatori riempie interamente l’antichissimo tempio e ascolta le letture bibliche della notte più importante dell’anno (secondo le indicazioni dei padri della Chiesa). Non c’è l’aurea corazza del latino né dunque l’intonazione tradizionale che trasformava le parole, sono anzi uomini e donne che, al posto del diacono, leggono con i loro accenti ciociari e napoletani gli episodi più avvincenti della Bibbia. E tutti ascoltano, intorno ad altari e baldacchini dei primi secoli cristiani. Una volta tanto anche il rituale modernizzato resta impigliato nei modi tradizionali di questo ambiente. Vengono alla mente le rozze statue del primo medioevo ispirate alla Genesi, gli adamo e eva di Wiligelmo, gli Abramo pronti a sacrificare il figlio che ancora non hanno ricevuto il fiat divino di Nicola e Giovanni Pisano, i due pugliesi che rianimano l’arte scultorea dell’Occidente…


Penso allora (e adesso ricopio) alle parole, lette in treno, di Hans Urs von Balthasar, teologo della Bellezza, ancorato alla Bellezza nell’epoca antiestetica del Concilio Vaticano II:
«Religione è mondo che prende la direzione di Dio; cristianesimo è Dio che prende la direzione del mondo, e uomini che, credendo in lui, seguono la sua direzione. Cattolicesimo è quel cristianesimo che fa percorrere in totale serietà al Dio intero questa direzione sino all’amara e al fondo beata fine. In questo radicalismo gli altri cristianesimi finiscono col cadere nell’angoscia; si fermano, si inchiodano in qualche punto: nel religioso-sacrale (chiese orientali) o in un miscuglio di spiritualismo (che preferibilmente resta librato sulla materia) e secolarismo (che si oppone alla santificazione definitiva della materia da parte di Dio, come fanno le chiese della Riforma). Sono i malati, dice Gesù, ad aver bisogno del medico; ma ecco che se non è pudibondo il malato, capita che lo sia il medico.
Gli altri cristianesimi si vergognano per Dio, di questo Dio che si impegola così a fondo con il fango di Adamo, sporcandovisi per così dire le mani. Tante cose si lasciano come sono, le si rimette alla coscienza e alla discrezione del singolo, che deve ‘assoggettare’ se stesso ‘alla Parola’, la quale il più delle volte non si perde nel dare regolamenti particolari e concreti; avviene allora, per lo più, che la parola decisiva la dica lo Zeitgeist, il quale considera le cose dal punto di vista della secolarità. Ha davvero la chiesa il dovere di impelagarsi nelle questioni della sessualità endo- ed estramatrimoniale? […] A confronto della altre etiche cristiane, quella cattolica fa spesso la figura di essere tanto casistica e minuziosa e gretta, e la dogmatica cattolica sembra così materialistica!
[…] Ma dietro gli abusi si nasconde spesso una buona usanza, che si distingue per un modo religiosamente rispettoso di trattare anche quella materia di cui l’uomo è plasmato e con cui ha a che fare continuamente, di trattare cioè i profondi, delicatissimi, spesso umilianti misteri della corporeità umana che tali sono per la loro inscindibilità dalla Spirito…» (Da Katholisch, 1975.)
Il mistero della corporeità strettamente legato al mistero della resurrezione. [...]
 
Almanacco Romano
 

“Le pre-persone” di Philip K. Dick, ovvero la società della legalità rispettata (di Armando Ermini)


Nella società descritta da Philip K. Dick, nessuno potrebbe negare che la legalità sia rispettata. Tutto è scrupolosamente fatto secondo le regole, la legge, i parametri, i protocolli, le procedure. Per ottenere il trionfo della legalità non si è dovuto alterare o modificare nessun cardine antropologico, nessuna delle norme condivise a fondamento di ogni vivere civile. L’omicidio rimane omicidio, delitto sanzionato penalmente, e inalterate sono le regole auree di ogni società liberale.
La libertà di ciascuno finisce dove inizia la libertà dell’altra persona.
La legge non impone a nessuno una particolare visione del mondo. Al contrario, non avendo altri riferimenti che se stessa e il bene dei singoli, consente ad ogni persona di vivere secondo la propria visione e i propri desideri legittimi.
Il vero baluardo della libertà e della democrazia, la stampa e la TV, sono pronte a fare la propria parte inchiodando il potere quando non si attiene alle regole democraticamente stabilite.


Ma c’è di più. Non si tratta neanche infatti, di una società, sia pure formalmente democratica, che però proceda a legiferare a colpi di maggioranza ignorando i contributi dell’opposizione. Al contrario, ogni sforzo è stato fatto per trovare un punto d’incontro fra le diverse istanze, una giusta “mediazione” che tenga conto di tutti.
Insomma, vige il regno della legge e dello stato di diritto, dove ideologie, fondamentalismi e integralismi di ogni tipo sono stati accantonati, e l’individuo e suoi diritti e la sua libertà sono al centro dell’azione dei poteri pubblici.


Chi invoca la legalità come l’elemento più importante del vivere civile, e propone di insegnarla ad ogni cittadino anche mediante appositi corsi, non potrebbe avere niente da obbiettare.
In luogo dei vecchi, anacronistici e ipocriti divieti che costringevano alla clandestinità, ora tutto è alla luce del sole, regolamentato, e si potrà esercitare un giusto e severo controllo sui comportamenti individuali e delle istitutuzioni nel rispetto dei diritti e dei doveri di ciascuno.
Tutto a posto, dunque, ma niente in ordine.
È stato infatti sufficiente una semplice modifica della definizione del concetto di persona perché, mantenendo intatto l’ordine formale si rovesciasse invece quello sostanziale.


Non c’è dubbio che, ancor oggi, chiunque inorridirebbe di fronte alla definizione di persona sulla base delle sue capacità logico/matematiche, ma la differenza rispetto a quelle oggi di “moda” (capacità di ragionamento, autosufficienza etc.), coniate per il soggetto a cui assegnare tutela giuridica e diritti, sono solo quantitative. E va da sè che nell’impossibilità, una volta rinunciato al principio che la vita umana è tale in qualsiasi sua fase, di definire la persona in modo oggettivo e universalmente accettato, si tratta comunque di convenzioni, come tali arbitrarie e destinate a progressive modifiche nelle quali ad essere tutelati sono inevitabilmente gli interessi dei soggetti forti, quelli capaci di legiferare o influenzare le decisioni legislative, e mai dei soggetti deboli destinatari passivi di decisioni altrui.


Il racconto di Philip K. Dick dovrebbe essere materia di riflessione per coloro che, in nome del rifiuto delle guerre “ideologiche” , pensano che le mediazioni sui principi siano il male minore. Non si rendono conto che quando una Comunità acconsente ad intaccare un principio simbolico ed anche coloro che dovrebbero difenderlo rinunciano a farlo , tutto è già perduto, anche sul piano pratico, perché è già saltato nella psiche collettiva il concetto di limite invalicabile.
Le vicende delle varie legislazioni abortive, che anche Dick indica come l’inizio del processo degenerativo, sono emblematiche in tal senso. Prendendo a pretesto l’obbiettivo, del tutto condivisibile ma raggiungibile in altri modi, di limitare la piaga degli aborti clandestini, si è rinunciato a tutelare il feto nelle prime settimane subordinando il suo diritto alla vita, che intuitivamente è diritto primario di ciascuno, a quello dell’autodeterminazione della donna. Per ottenere lo scopo si è dovuto procedere in duplice direzione. Da un lato negandogli la dignità di soggetto diverso dalla madre, dall’altro dissimulando l’operazione simbolica (e pratica) che si andava facendo, mediante l’edulcorazione del linguaggio, per cui non più di soppressione di vita umana si parla nel linguaggio ufficiale, ma di “interruzione terapeutica di gravidanza”.
Inevitabile che si subiscano le pressioni, prima o poi vincenti, di coloro che, con logica dal loro punto di vista ineccepibile, vorrebbero ampliarne, fino alla loro eliminazione, i limiti temporali. Da qui a considerare, a monte del processo, l’embrione come pura materia manipolabile, ed a valle il neonato come “non persona” ( il premio Nobel Peter Singer), il passo è breve fino ad essere inevitabile.


Ma Le pre-persone ci racconta anche altre cose, altrettanto importanti per capire in che mondo viviamo o in cui saremo destinati a vivere.
Ci racconta la storia di una alleanza ibrida e potentissima contro la vita, fra poteri forti e femminismo antagonista, così ben documentato da Alessandra Nucci in La donna a una dimensione (Marietti 1820 editore).
“È un certo tipo di donna a promuovere tutto ciò. Un tempo l’avrebbero definita ‘femmina castrante’ […] loro vogliono annientare l’uomo nella sua interezza, eliminarci tutti”, scrive Dick a pagina 11, evocando quella che Claudio Risè definisce la società della Grande Madre. E poco prima, a pag. 10, fa parlare l’autista con i concetti usati dagli organismi internazionali per giustificare gli aborti, anche qui dissimulati sotto la dizione “salute riproduttiva femminile”, come mezzo di controllo delle nascite: “Il mondo sta per esaurire ogni tipo di scorta, […] dobbiamo tenere sotto controllo la popolazione […] Crescita zero: è questa la risposta alla crisi energetica e alimentare”.


E ci racconta infine della speranza riposta nella ribellione dei padri ma anche della loro impotenza a cambiare lo stato delle cose, che ci rimanda alla responsabilità complessiva degli uomini che, per apparente convenienza o per viltà, non hanno saputo o voluto opporsi allo strutturarsi di una simile società. Questo fa ulteriormente riflettere su uno dei luoghi comuni più radicati dei nostri tempi, quello del dominio millenario del sesso maschile. Se caratteristica comune di ogni gruppo dominante è quella di difendere strenuamente i propri privilegi, non si capisce perché il gruppo maschile, tramite i suoi rappresentanti, ha rinunciato in pochi anni al potere/dovere più importante, quello di avere anch’esso voce sulla nascita dei propri figli, conservando nello stesso tempo il “privilegio” di morire in guerra, o quello dei suicidi o dei morti sul lavoro, o ancora conquistando invece il “vantaggio” di essere sbattuto fuori di casa a semplice richiesta. L’alleanza a cui accennavo prima rompe, se ci si riflette, una griglia interpretativa della realtà che sembrava inattaccabile, e fa balenare verità diverse, troppo politicamente scorrette per essere, ancora, accettate.
 
Armando Ermini