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Il Covile - N.o 515 (6.5.2009) Una lettera di Armando Ermini

Una lettera di Armando Ermini


Caro Stefano, lo scritto di Ciro Lomonte mi suggerisce due considerazioni.
 


“La via alchemica è un percorso spirituale che ha come scopo quello di liberare la divinità prigioniera della materia.”
È una definizione dell’alchimia trovata su Internet, che credo si possa in certo senso applicare a quanto scrive Lomonte:
“il gusto estetico si affina se si conosce il modo di forgiare la materia, oltre agli aspetti formali e simbolici dell’opera d’arte. La perdita di una simile eredità, qualora non fosse trasmessa a nuove generazioni di artigiani, comporterebbe l’impossibilità di restaurare e conservare i capolavori del passato. Non sarebbe inoltre praticabile la commissione di nuove produzioni.”
Oltre le considerazioni di ordine economico, peraltro sacrosante, c’è anche questo aspetto, per così dire immateriale o spirituale, nell’oggetto di metallo prezioso che scaturisce sì dalle mani dell’artigiano, ma guidate dalla sua anima. È come se il metallo bensì prezioso ma ancora allo stato grezzo, acquisisse l’anima nel mentre l’artigiano lo lavora donandogli forma. Un’anima irriducibilmente unica, irripetibile, che rispecchia quella del suo forgiatore, come immagini dell’anima di Michelangelo erano le statue che lui scorgeva già vive nei blocchi grezzi di marmo di Carrara.
 
E non può neanche essere solo una faccenda di gusto estetico fine a se stesso o di raffinatezza dei ceti colti e ricchi che quegli oggetti commissionavano. Certo, i Signori e le Dame ne godono esteticamente, ma tutto ciò che è bello rimanda al creato e a Dio. E Dio non lo si contempla e basta.
 
Quegli artigiani fanno molto di più traendo il bello dall’oro e dall’argento. Mettono in connessione e in sintonia la propria anima col Creatore. Come dice la definizione che ho riportato sopra, compiono un processo spirituale di liberazione. Forse senza rendersene conto, forse, ma è del tutto secondario. Perché è anche attraverso di loro che una Comunità non solo conserva se stessa e il suo rapporto col creatore nella continuità della memoria storica di un’epoca in cui quel rapporto era palese e ricercato, ma nello stesso tempo si apre anche alle nuove esperienze (la nuova produzione) che la libertà che ci ha donato Dio consente, e che è tale soltanto in quanto è libertà della persona non scissa dalla coscienza della relazione col sacro. La libertà non si trova, mai, nei fenomeni di massa, collettivi. E non c’entrano nulla la ricchezza materiale o i ceti sociali.
 


 
La seconda considerazione riguarda il Medioevo. Anche Lomonte si richiama ad esso, citando William Morris, come ad un’epoca più felice e coesa. Guardandoci intorno vediamo come i riferimenti al medioevo, alla sua architettura, alle sue città, ai suoi mestieri, si moltiplicano incessantemente. Sulle pagine culturali dei giornali di ogni tendenza, sulla Tv, sui depliant turistici. Ogni borgo antico si sente spinto ad organizzare un qualche evento che rievochi quel passato, e quasi ogni cortile degli antichi castelli ospita eventi e manifestazioni culturali, sempre ben frequentati. Non può trattarsi, evidentemente, solo di una moda effimera o del risultato della propaganda mediatica.
 
Ma se anche lo fosse, come si spiega la contraddizione stridentissima fra la valorizzazione di certi aspetti del medioevo con la contemporanea demonizzazione di altri? Eppure questa operazione contraddittoria è spesso praticata dagli stessi soggetti. Così che nelle pagine del medesimo quotidiano, preferibilmente progressista, e nello stesso giorno, troviamo l’articolo che descrive quelle meraviglie e l’articolo con l’immancabile riferimento all’oscurantismo, all’oppressione psichica e fisica, allo svilimento del corpo, di cui l’evo buio si sarebbe reso responsabile.
 
Ma come è possibile che mentre si costruivano le Civitas Dei, i borghi esempio di equilibrio e armonia architettonica e urbanistica, mentre prosperavano umili artigiani, che tali erano considerati anche coloro che oggi sono chiamati artisti, capaci di splendide opere pittoriche e scultoree, mentre si costruiva una società a detta ormai di tutti (quasi) coesa, nello stesso momento si fosse così ciechi, superstiziosi, oscurantisti e chi più ne ha più ne metta?
 
Qualcosa, anzi molto, stride. A me risulta che i regimi bui e dittatoriali non abbiano dato molto, se non ad opera di chi vi si opponeva, al bello e all’armonioso nei diversi campi dell’arte e della cultura. Non so se risulta anche ai soloni del progresso che dell’arte e della cultura si sono appropriati.
 
Armando Ermini