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Il Covile - N.o 518 (15.5.2009) Ancora su “Le Pre-Persone” di P. K. Dick

Questo numero


Su Le Pre-Persone, il geniale racconto di Philip K. Dick presentato nel n° 505 è successivamente intervenuto Armando Ermini (n° 513). In questi giorni è arrivata da una attenta lettrice la lettera parzialmente critica che trovate sotto, l’abbiamo girata ad Armando che ha amichevolmente risposto.
 

Un commento su Dick


Ho apprezzato il racconto di Philip Dick.
Da giovane sono stata un’accanita lettrice di fantascienza, ricordo che la sensazione tipica con cui ritornavo alla “realtà” dopo la lettura era un senso di gratitudine per vivere in un mondo diverso, umano, caldo; ad un certo punto mi sono anche domandata perché ci si accanisse a scrivere e anche ovviamente a leggere di certe realtà da incubo quotidiano.
Non avrei mai pensato allora, negli anni sessanta, che forse quegli scrittori, per lo più americani, vedette di una società più avanzata della nostra, intravedevano l’avvicinarsi di questo gelo, di questo buio.
 
Quello che però mi suona stonato e ideologico nel racconto di Dick è questo attribuire tutto questo male dilagante ad una sorta di inspiegabile mutazione genetica della donna .
 
Ho la mia teoria sulla nascita e il successo di questa “cultura della rivendicazione dei diritti della donna”.
Penso che tutto sia nato quando ogni valore è stato monetizzato, quando alle donne dell’età di mia madre (90 anni il 19 aprile) è stato fatto capire che niente di quello che davano aveva valore, a cominciare dal latte che doveva essere vantaggiosamente sostituito da quello artificiale, a finire con i calzini da rammendare che non valeva la pena stare a perdere tutto quel tempo.
Non si può negare che negli anni ‘50 molto prima che nascesse il femminismo si era provveduto, sempre a partire dall’America, a bocciare come inefficiente quando non inutile o perfino dannoso (e di tutta la retorica contro la madre apprensiva e mammona) la tradizionale attività delle donne.
Come stupirsi che le donne a questo punto abbiano preteso di accedere anche loro a quell’unica realtà che veniva gratificata di considerazione cioè il lavoro retribuito?
Da qui in poi essendo chiaro che la lotta era comunque impari per l’oggettiva differenza che passa tra avere figli per una donna e per un uomo, la strada intrapresa a portato a esiti grotteschi a divisioni e a disperati silenzi.
 
La maggior parte delle donne non si sente rappresentata dalle sedicenti rappresentanti dei loro diritti, ma la parte delle donne che non si sente da loro rappresentata ha altro da fare che contestarle: ha da portare i bambini a scuola, far da mangiare, la spesa, le pulizie ecc.
Insomma vorrei che voi sfuggiste a questo teatrino in cui alcune donne si attribuiscono il ruolo della DONNA e voi vi mettete a combattere con loro, contro tutte le donne.
 
Per spiegarvi il silenzio di molte donne vorrei ricordarvi quella favoletta terribile di non ricordo più chi.
 
Lo sparviero prende tra le sue grinfie il piccolo di un’ allodola che lo supplica di risparmiarlo. Lo sparviero le risponde: canta al tuo meglio se sarai capace di commuovermi ti restituirò tuo figlio.
Non ricordo come la storia finisce... è troppo terribile pensare che dobbiamo essere noi a cantare giusto per salvare i nostri figli, nessuno dovrebbe farci questa richiesta.
 
Non ci sono gli uomini e le donne ci sono persone che credono in una “umanità umana” e si comportano coerentemente, e altre che o non ci credono o ci credono ma poi non sono coerenti.
 
Posso aggiungere che la maggior parte delle donne che decide di abortire lo fa perché lasciata sola dal padre del bambino, sola ad affrontare tutto, magari anche se sposata?
 
Può darsi che non abbia cantato giusto, non è il mio mestiere, sforzatevi di capire per piacere. [...]
 
Maria “18 anni nel ‘68”
 

Risponde Armando Ermini


Maria ha ragione quando risale nel tempo fino all’epoca in cui si è iniziato a considerare ogni attività umana, non solo quella femminile però, in termini di monetizzazione oppure, potremmo dire, in termini utilitaristici in senso stretto. Anzi, l’inizio di quell’epoca può essere fatto risalire ancora più indietro, quando, come sostiene Ivan Illich, dalla “complementarietà asimmetrica fra generi”, ognuno dei quali aveva il proprio “dominio”, si passò al concetto di lavoro neutro indifferente al genere sessuale. Che sia avvenuto per motivi economici (leggasi le esigenze del capitalismo in ascesa di disporre di manodopera a basso costo) o per motivi culturali o meglio per entrambi, posto che la società non è fatta a compartimenti stagni, poco importa. Conta il fatto che sia accaduto. Ma un ritorno allo stato quo-ante è impensabile e impossibile. Dunque dobbiamo concentrarsi sul qui ed ora, per rendere compatibili le nuove condizioni con la riscoperta, almeno parziale, degli antichi saperi femminili ma anche maschili.
 
E forse, visto anche quel che accade negli Usa che notoriamente anticipano le tendenze mondiali, quella mutazione genetica di cui parla Philip Dick, è più superficiale che profonda. Perché la psiche sedimentata in millenni di storia non è facilmente modificabile e l’adesione ai nuovi “valori” nasconde un disagio che colpisce tutti. Testimoniato dai “disperati silenzi” di cui dice Maria e dallo stato, ben poco florido, dei rapporti fra uomini e donne. Parlo naturalmente degli uomini e delle donne normali, la grande maggioranza, che nulla hanno a che fare con quella che nel mio commento allo scritto di Dick definivo l’ibrida alleanza fra poteri forti e femminismo radicale.
Occorre allora, se non si vuol cedere alla moda di attribuire sempre le colpe a qualcosa o qualcuno esterno a noi stessi, assumersi ciascuno le proprie responsabilità, uomini e donne. In primo luogo quelle di aver assunto interamente come propri i nuovi “orizzonti” della modernità o meglio di questa declinazione della modernità. Perché se è vero, come sostiene Maria, che le donne sono state sovraccaricate di compiti impossibili ad essere svolti interamente e profittevolmente, gli uomini, ad esempio con l’abdicazione delle funzioni educative e il loro trasferimento alle donne (madri o insegnanti che siano), si sono in pratica “suicidati”. Ma quel che è peggio hanno pregiudicato la crescita psichicamente equilibrata delle nuove generazioni. Peggio di così!
Un’ultima frettolosa annotazione sull’aborto. È vero che esiste anche una responsabilità maschile mai troppo deprecata. Ma a parte che è molto difficile quantificarla in termini numerici ed a parte che è innegabile che molti aborti sono praticati per decisione autonoma femminile con motivazioni a prescindere dall’uomo, ci si è mai chiesti quanto influisca sull’atteggiamento maschile il fatto che le leggi abortive attribuiscano alla donna il diritto assoluto di sovranità sulla nascita del figlio. Ovvero, in altri termini, sanciscano l’ininfluenza del padre e con ciò lo deresponsabilizzino?
 
Armando Ermini