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Il Covile - N.o 520 (20.5.2009) Considerazioni di un Architetto sul terremoto in Abruzzo (di Ettore Maria Mazzola)

Questo numero


Il Covile ha per obbiettivo dichiarato di restare un ridotto, un luogo dove esperienze ed idee pur diverse si possono confrontare al riparo dei clamori delle mobilitazioni. Non è una pubblicazione scientifica capace di verificare in modo tecnico gli scritti che pubblica: presentiamo perciò senza commenti queste interessanti tesi dell’Architetto Prof. Mazzola, lo scopo è di farle conoscere ed esaminare da chi in materia ne sa più di noi, in particolare dagli esperti di edilizia antisismica.
 

Considerazioni di un Architetto sul terremoto in Abruzzo (di Ettore Maria Mazzola)


 


L’Aquila, Piazza del Duomo prima del terremoto

Lunedì 6 aprile, alle 3:32 del mattino il rombo del terremoto ha rotto il silenzio della notte nella provincia di L’Aquila e di tutto il centro Italia. La vita in Abruzzo è stata bruscamente interrotta.
Alla fine delle operazioni di soccorso le vittime sono state 300. In aggiunta alla tragicità delle morti, c’è da aggiungersi la tragedia occorsa agli edifici. L’intero patrimonio della provincia di L’Aquila è stato compromesso.
Le televisioni ci hanno mostrato le immagini in tempo reale, e da ogni possibile angolazione, incluse la riprese dall’elicottero e quelle fatte dai Vigili del Fuoco all’interno degli edifici. I giornalisti hanno riportato ogni tipo di testimonianza, ogni italiano si è così potuto fare un’idea delle possibili ragioni del disastro, giungendo alla conclusione che, probabilmente, ci possa essere qualcosa su cui recriminare.
Molti italiani, come me, si sono chiesti: “ma sarebbe stato possibile prevenire il disastro? Oppure: Come mai edifici secolari sono crollati solo ora, dopo essere sopravvissuti a molti altri terremoti?” I terremoti in Abruzzo sono conosciuti almeno a partire da quello del 2 febbraio 1703, ma ovviamente quello non è stato il primo. Inoltre, cosa più importante, sappiamo che il terremoto del 13 gennaio 1915 – il Terremoto della Marsica – fu ben peggiore di quest’ultimo. Si è dunque trattato di una concomitanza di sfortunati eventi del destino, o possiamo immaginare qualcosa di diverso, magari relazionato alla responsabilità umana?
Come ho detto, molti degli edifici crollati erano sopravvissuti a molti terremoti nei secoli precedenti, questo fa sì che ci si possa legittimamente chiedere quale possa essere la ragione specifica che abbia reso il terremoto del XXI secolo diverso dai precedenti, incluso quello del 1915.
 

Una prima valutazione


Le immagini e i filmati delle rovine in TV ci aiutano a comprendere alcuni elementi ricorrenti, presenti in quasi tutti gli edifici collassati: strutture orizzontali in cemento armato!
Infatti, analizzando le immagini è possibile comprendere come, in molti degli edifici crollati siano stati realizzati, in tempi più o meno recenti, interventi di sostituzione di solai o coperture. Ovviamente va chiarito subito che questa non è l’unica ragione del crollo degli edifici. Va infatti sottolineato come anche molti edifici “tradizionali” risultino seriamente danneggiati, ma la ragione di ciò va ricercata nel fatto che, spesso, si tratta di edifici mal costruiti! Gli edifici tradizionali non sempre sono da considerarsi eccellenti, e di questo dirò andando avanti. Bisognerebbe inoltre verificare quanti di quegli edifici fossero stati costruiti, o modificati, legalmente. Sfortunatamente, infatti, a partire dalla Legge 47 del 1985, in Italia si sono susseguite, con regolarità decennale, leggi che hanno consentito di “regolarizzare” costruzioni, o trasformazioni di edifici preesistenti, illegalmente eseguite, probabilmente senza alcun ausilio tecnico.
Una delle più veloci ed economiche tecniche costruttive, in quella regione come in molte altre regioni italiane, è quella a blocchi di tufo (cm. 50x25x12,5), una tecnica tradizionale estremamente debole e tossica; a causa delle dimensioni di questi blocchi “soffici”, nonché della loro origine geologica non calcarea, le connessioni di malta non consentono di ottenere un legame forte a sufficienza, specie in una zona sismica. La tossicità del tufo è data dal fatto che, essendo di origine vulcanica, è considerato un materiale radioattivo.
 

La malta buona


Il quantitativo di polvere rilevabile in molte delle murature rese visibili dal loro crollo, mostra un’altra possibile ragione del cedimento di alcuni edifici tradizionali in occasione del terremoto, e questa ragione non risiede in nessuna delle categorie precedentemente menzionate. Queste murature sono state evidentemente mal eseguite in termini di malta utilizzata. Possiamo riconoscere due tipi di malta di pessima qualità:
  1. per buona parte del XVIII secolo, alcune murature sono state costruite utilizzando come legante non la calce ma il fango. Quest’ultimo, se utilizzato per legare una muratura a blocchi regolari di pietra, sul genere dell’antico opus quadratum, può avere un senso, ma quando viene utilizzato per legare ciottoli o sassi, come quelli visibili nelle murature in oggetto, non apporta nessuna resistenza meccanica alle sollecitazioni che l’edificio può subire;
  2. alcune murature evidenziano la caratteristica dei cosiddetti “edifici che hanno sofferto la sete”. Chiunque abbia un minimo di esperienza nelle tecniche costruttive tradizionali, o abbia avuto l’occasione di parlare con qualche anziano muratore, conosce molto bene come si possa riconoscere un muro costruito – per ragioni economiche – con una malta sbagliata costituita da tanta sabbia, poca (o pochissima) calce, e poca acqua.

Non è quindi un caso se molti degli “edifici patrizi”, e molti “lotti gotici” all’interno degli stessi agglomerati urbani, siano perfettamente sopravvissuti, quasi senza lesioni, al sisma; poiché, a differenza delle categorie di edifici summenzionati, questi ultimi sono stati costruiti con malte che rispettavano le indicazioni Vitruviane (1 volume di calce, 2/3 volumi di sabbia di fiume o vulcanica – pozzolana – e acqua secondo necessità).
Per quanto attiene gli edifici “moderni”, abbiamo potuto constatare che la maggior concentrazione di decessi si è registrata in questo tipo di edifici, per esempio la “Casa dello studente” di L’Aquila, o in altri edifici “moderni” che si supponeva dovessero resistere maggiormente al sisma, specie quegli edifici costruiti dopo la Legge Antisismica. È stato vergognoso conoscere la storia dell’Ospedale di L’Aquila, inaugurato alla metà degli anni ’80 del secolo scorso, e che è stato necessario evacuare dopo questo terremoto a causa dei gravissimi danni patiti.
L’analisi dell’andamento di crollo degli edifici “moderni” mostra una caratteristica disposizione a strati dei solai implosi su sé stessi. Inoltre è stato possibile verificare come molti edifici fossero stati costruiti con un calcestruzzo scadente e barre in acciaio liscio al posto di quelle ad “aderenza maggiorata”.
 

Crollo ed implosione


Questa triste storia ci ha lasciato un’importante lezione: esistono buoni e cattivi edifici, sia tradizionali che “moderni”. Ma laddove gli edifici tradizionali – se non irresponsabilmente trasformati – danno qualche speranza di sopravvivenza, perché il loro andamento di crollo segue una serie di adattamenti in relazione al cambiamento di condizione delle strutture di supporto, “sedendosi” un po’ qui e un po’ là prima di schiantare al suolo, un edificio in cemento armato, o peggio ancora dei solai latero-cementizi su strutture tradizionali, non danno via di scampo al loro interno perché non consentono quel tipo di adattamenti a causa della loro tipica implosione. Si veda il caso della “Casa dello studente”.
 
Irrigidimenti orizzontali su vecchi edifici
La categoria di danno su cui vorrei soffermarmi ora è però quella degli edifici monumentali e del tessuto storico urbano, poiché, come accennato, in molti di essi è riconoscibile una responsabilità umana.
Finché gli edifici sono stati coerentemente costruiti, con murature ben fatte per le strutture verticali e volte, o strutture lignee, per quelle orizzontali, essi hanno risposto perfettamente ad ogni sollecitazione proveniente dalla terra, eventualmente adattandosi alle mutate condizioni. L’inserimento di nuove strutture – rigide – crea un’indipendenza tra le strutture orizzontali e i loro supporti verticali, portando un drastico cambiamento al modo in cui l’edificio risponderà ad uno stress.
 

Il caso di Santo Stefano di Sessanio




Santo Stefano di Sessanio, vista della cittadina con la Torre Medicea

Non sono solo io a dire certe cose. Per esempio, il sindaco di Santo Stefano di Sessanio, considerato uno dei più bei centri dell’Italia centrale, ha sottolineato pubblicamente come, mentre molte delle case di questa piccola cittadina, abbandonate per lungo tempo, e poi acquistate e restaurate dall’imprenditore italo-svedese Daniele Elow Kihlgren adottando tecniche e materiali tradizionali, sono rimaste intatte dopo il sisma, l’unico edificio ad essere venuto giù è stato proprio il simbolo cittadino, la Torre Medicea, una torre circolare alta 18 metri trasformata dalla famiglia dei Medici in una torre d’avvistamento per controllare i movimenti della “transumanza”, alla ricerca della pregiata lana “già colorata” delle pecore nere. Questa torre, recentemente restaurata ad opera dello Stato, è stato l’unico edificio di S. Stefano a non essere restaurato materiali e tecniche tradizionali! La rigidità e indipendenza di solai e tetto sono state le cause del suo collasso.
 


Santo Stefano di Sessanio, la Torre Medicea dopo il crollo

E quello di Santa Maria del Suffragio


Una storia simile è quella dalla Chiesa di Santa Maria del Suffragio, detta delle Anime Sante, di L’Aquila, considerata ormai il simbolo del terremoto a causa del crollo, documentato in diretta televisiva, di parte della sua cupola durante la seconda forte scossa sismica.
Ebbene, guardando le immagini filmate dai Vigili del Fuoco la mattina successiva al crollo, è stato possibile notare come, mentre la bella facciata barocca di Gianfrancesco Leomporri e Lorenzo Bucci da Pescocostanzo, e l’intera struttura di Carlo Brunatti erano ancora lì sin dal 1713, il tetto e parte del tamburo e della cupola erano venuti giù. Sul fondo della navata, tra i detriti, si potevano notare “tondini di ferro”, reti metalliche elettrosaldate, e lastre di calcestruzzo armato. Così ho voluto investigare un po’ per saperne di più, cercando di capire quando questi nuovi “moderni” materiali fossero stati introdotti. Quasi subito ho scoperto che, solo due anni or sono, “la chiesa è stata riaperta dopo un lungo e difficoltoso intervento di restauro e [che ci crediate o no] di rafforzamento”.
 


L’Aquila, la cupola e la Chiesa di Santa Maria del Suffragio prima del terremoto

Per essere più preciso, leggendo la Relazione tecnica, Allegato 1, dell’Accordo di Programma-Quadro in materia di beni ed attività culturali per il territorio della Regione Abruzzo – Secondo atto integrativo, datato 31 marzo 2004 è possibile sapere che le opere, solo per questa fase, sono consistite nel “consolidamento e restauro della cupola mediante la scomposizione delle coperture esistenti, la successiva applicazione di una rete elettrosaldata con tirantature in acciaio, il consolidamento del tamburo mediante iniezione di malta cementizia, […] il consolidamento delle volte a copertura delle due cappelle laterali costituenti il transetto. […] la bonifica delle strutture murarie in fondazione […]”.
Ebbene, le immagini mostrano esattamente il risultato di questo intervento: una struttura di copertura, che lavora rigidamente e indipendentemente dal resto dell’edificio, in caso di terremoto si comporta come un bambino seduto su di uno scivolo! Inoltre si deve sottolineare come la nuova struttura risulti molto più pesante della struttura originaria (mentre il peso specifico del legno è di 0,60 – 1,10 kg/dm3, e quello della malta di calce è di 1,60 – 1,80 kg/dm3, quello del calcestruzzo è di 2,00 – 2,50 kg/dm3. Il nuovo “consolidamento” ha tirato giù la cupola!
 


L’Aquila, la cupola della Chiesa di Santa Maria del Suffragio dopo il terremoto

Il restauro proibito


Sfortunatamente, dopo la Carta di Atene (1931), l’uso del cemento armato nel restauro è stato imposto, sulla base dell’ingenua aspettativa di ottenere, da questo nuovo ed apparentemente ottimo, materiale dei buoni risultati; ma quella imposizione avvenne anche per motivi ideologici derivanti dalla teoria della “falsificazione della storia”. Tutto ciò venne orribilmente rinforzato dalla Carta di Venezia (1964). Così, oggi, risulta sempre più difficile convincere le soprintendenze ad adottare materiali e tecniche tradizionali, specie qui in Italia, dove il cosiddetto “falso storico” è tuttora considerato un crimine, ben maggiore del crollo di un edificio mal restaurato! I nostri ingegneri sono cresciuti “mangiando pane e cemento armato”, per cui quella è l’unica conoscenza in loro possesso. Ci troviamo in una situazione simile a quella condannata da Viollet-Le_Duc due secoli or sono, quando si mostrava scettico sulla formazione monotematica “classica” data dal sistema Beaux-Art agli architetti, ignorando l’insegnamento degli edifici medievali. La sua lamentela era questa: “chi potrà prendersi cura dei veri edifici francesi (medievali) se gli architetti formati all’Ecole des Beaux-Arts non comprendono, né vogliono comprendere quegli edifici?”
Come spesso ama ricordare il grande Prof. Paolo Marconi, probabilmente il più grande architetto di restauro vivente, è troppo scomodo dover procedere ad una lunga ricerca filologica prima di intraprendere un restauro, così risulta sempre più “conveniente” affidarsi ad un grande (o meno) studio di ingegneria per intervenire.
A tal proposito ritengo che sarebbe finalmente il caso di applicare quella norma secondo cui, su un immobile vincolato (ma io estenderei il discorso a tutto il tessuto storico perché intimamente connesso con le emergenze monumentali), il restauro possa affidarsi unicamente ad un architetto (*) , poiché la conoscenza della storia dell’architettura, del restauro, e delle tecniche tradizionali, è praticamente ignota alle facoltà di ingegneria.
 
Ettore Maria Mazzola
 

(*) Sui progetti di restauro la competenza è esclusivamente degli architetti. A stabilirlo è la sentenza n. 5239/06 del Consiglio di Stato che conferma la precedente pronuncia del Tar Toscana respingendo il ricorso di un ingegnere civile il cui progetto di restauro non era stato accettato dalla Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici perché “redatto da un tecnico non abilitato, in quanto non iscritto all’albo degli architetti”.