Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 522 (26.5.2009) Un istruttivo carteggio

Questo numero


Un altro dei nostri carteggi che mostrano come funziona il Covile e lo spirito che lo ispira. L’amico Stefano Silvestri è già al lavoro sulla traduzione dei pattern dei quali si parla qui avanti, con l’aiuto di Nikos Salìngaros abbiamo ottenuto anche l’autorizzazione alla traduzione:
“Hello, Nikos. Your Italian friends have permission from Christopher Alexander to publish patterns 205-208, from A Pattern Language, in the journal Il Covile. Please make sure they mention that it is a translation, and that the book was published Oxford University Press.
Maggie Moore Alexander”
Grazie anticipate a tutti a nome dei lettori.
 

Dove un Ingegnere ed un Architetto parlano di studi universitari, di pattern e di cantieri


21 maggio 2009


Caro Stefano [...] Ho letto con interesse l’intervento del prof. Mazzola, che mi trova completamente d’accordo, salvo per le affermazioni riguardo le competenze di ingegneri e architetti… ma si tratta di una piccola rivendicazione di categoria! Leggendolo, mi sono ricordato di alcuni pattern che Christopher Alexander dedica proprio alla progettazione strutturale, e andandoli a rivedere mi sono accorto della loro importanza nel contesto generale del costruire, in connessione con quanto denunciato dall’arch. Mazzola. Sono molto significativi, solo in alcuni punti ostici per i non specialisti, per cui potrei iniziare a tradurli per una pubblicazione sul Covile. Che ne pensi? Sono diventato pesante con le traduzioni di C.A.?
Intanto ti mando il file con l’estratto in lingua inglese, da The pattern language di C.A, Oxford University Press, del 1977 (mi sorprendo sempre pensando che sono passati trent’anni da questo libro, il primo esempio di ipertesto…) [...]
Stefano Silvestri
 

22 maggio


Gent.mo ing. Silvestri, sono lieto che abbia apprezzato il mio intervento e che, addirittura, lo abbia avvicinato al grande C. A.
Devo chiarirle che la mia non vuol essere una “rivendicazione di categoria”, poiché molti miei colleghi andrebbero interdetti.
In ogni modo ho voluto far riferimento ad una specifica norma che, solo per restauro dei beni vincolati, esplicitamente dice che solo gli architetti sono ammessi ad intervenire.
Non ho nessuna avversione nei confronti della professione degli ingegneri, tuttavia non posso non sottolineare che essi, eccetto un corso di storia dell’architettura (spesso solo “lineamenti di”), ed un corso di disegno e rilievo, non seguono corsi specifici come quelli che gli studenti di architettura — almeno quelli che prendono un indirizzo di restauro o storico — seguono. (Storia dell’Architettura 1; Storia dell’Architettura 2; Storia dell’urbanistica; Storia della critica e della letteratura architettonica; Storia dell’arte; Storia e Teoria del Restauro; Restauro 1; Restauro 2; consolidamento degli edifici). Soprattutto, nei corsi di restauro, viene insegnato il metodo filologico, peraltro dovuto al più grande ingegnere della storia italiana, purtroppo ignorato sia nelle facoltà di architettura che di ingegneria, che è stato Gustavo Giovannoni.
Egli è anche stato il fondatore della facoltà di architettura, un tempo vista come una disciplina dell’ingegneria, detto “cambiamento” fu suggerito proprio a causa della necessità di distinguere alcune specifiche competenze.
Ancora oggi, però, dico sempre ai miei studenti che, quando l’architettura era fatta da personaggi come Giovannoni, Pirani, Milani (tutti ingegneri), funzionava molto meglio di come non funzioni oggi. Ma la sensibilità e le conoscenze di quegli ingegneri, purtroppo, oggi non viene insegnata come conoscenza indispensabile al corretto esercizio della professione. Va da sè che, se non si cambia il metodo formativo, sarebbe meglio che chi ha le conoscenze per operare filologicamente si interessi del restauro, ferma restando la necessità di consultarsi con chi ne sa più di lui circa le strutture. [...]
Ettore Maria Mazzola
 

22 maggio


Gentile prof. Mazzola, la ringrazio per la risposta, la mia in fondo era più una battuta che altro, visto che personalmente come ingegnere civile non mi sognerei mai di avvicinarmi al restauro, in ogni caso penso però che per formare degli Architetti (e degli Ingegneri) occorra non solo una formazione teorica ma anche una formazione in cantiere, quasi da capo mastro, che tenga conto di ogni struttura come globalità organica (questo vale tanto nel nuovo che per l’esistente).
Per questo il suo intervento mi ha ricordato alcuni pattern di C.A, che invio anche a lei nel file allegato e in originale nella speranza di farle cosa gradita. [...]
Stefano Silvestri
 

23 maggio


Gent.mo ing. Silvestri, concordo totalmente con il suo pensiero circa la formazione degli architetti.
Da quando ero ancora studente, il mio sogno nel cassetto è stato quello di creare un giorno una facoltà di architettura, ingegneria, arti e mestieri.
Infatti, nonostante l’eccezionale preparazione teorica che, almeno fino a qualche tempo fa l’università italiana offriva, i nostri laureati sono costretti a fare una lunga gavetta prima di saper dirigere un cantiere, anche se, molto spesso, hanno la presunzione di “dilettarsi” di cantiere senza prepararsi a dovere, facendo un sacco di guai e figuracce.
Tornando alle nostre precedenti mail, questa esigenza di formare professionisti esperti era primaria nella mente del grande Giovannoni quando creò la facoltà di Architettura di Roma. Purtroppo, chi lo ha seguito ha ignorato la sua lezione dedicandosi più che ad insegnare l’architettura con la “A” maiuscola, la più becera edilizia con la “e” minuscola. Il testo di Alexander è molto più che gradito. [...]
Ettore Maria Mazzola
 

23 maggio


Caro prof. Mazzola, mi trovo perfettamente d’accordo, avendo verificato all’uscita dalla facoltà di ingegneria di Bologna (sicuramente tra le migliori un tempo) la necessità di una lunga gavetta! Chissà, speriamo che il suo sogno possa realizzarsi! [...]
Stefano Silvestri
 

24 maggio


Gent.mo ing. Silvestri, devo confessarle che non avevo mai avuto modo di leggere il pattern book di Alexander, lo avevo sempre sentito nominare, e onestamente pensavo si trattasse solo di urbanistica, mentre ho notato con piacere che si parla anche di tante altre cose.
Suppongo che C. A. abbia una qualche conoscenza del lavoro di Giovannoni, e questo è forse ciò che ci accomuna. Se così non fosse forse potrebbe conoscere il lavoro del maestro di Giovannoni, ovvero Boito, il quale a sua volta aveva avuto come maestro Camillo Sitte.
Devo dire che ho letto alcune cose che non condivido, ma non penso C.A. sia da criticare, in quanto quello scritto ha 32 anni e, soprattutto, è nato in un momento in cui non si sapeva moltissimo di termoigrometria o di effetti collaterali di alcuni dei materiali citati.
Penso che in una realtà americana, parlare di pannelli leggeri possa avere (avuto) una certa valenza, ma oggi non possono più essere ammissibili, né tantomeno si può pensare di sopperire alla dispersione termica, o al surriscaldamento estivo, con materiali isolanti nell’era dalla presunta sostenibilità. Dico presunta perché molto di ciò che ci viene spacciato come tale non lo è affatto.
Anche il discorso sui costi e i tempi realizzativi mi sembra figlio di quell’epoca.
Nel libro che sto per pubblicare riporto il costo reale di costruzione (attualizzato secondo gli indici ISTAT) di una serie di incredibili esempi di edifici popolari costruiti in tecnica tradizionale, comparandoli al costo di costruzione attuale e a quello dell’eco-mostro romano, “il Corviale”. In aggiunta ad essi riporto i tempi reali di costruzione degli stessi edifici, arrivando a dimostrare che siamo stati raggirati da chi aveva interesse a far abbandonare una tradizione che funzionava perfettamente, in nome di una sperimentazione industriale che ha poi fallito a livello economico, ecologico, estetico e soprattutto sociologico.
In ogni modo penso che al più presto dovrò procurarmi l’intero testo di C.A. perché credo sia davvero illuminante e lungimirante. [...]
Ettore Maria Mazzola