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Il Covile - N.o 524 (2.6.2009) Cosa fare in città come L’Aquila dopo il terremoto? (di Paolo Marconi)

Questo numero


La parola per presentare questo articolo, scritto appositamente per i nostri cento lettori da Paolo Marconi (www.paolomarconiarchitetto.it; www.restauroarchitettonico.it), è “onorati”. Per chi non conoscesse l’autore, alla fine Ettore Maria Mazzola spiega il perché.
 

Cosa fare in città come L’Aquila dopo il terremoto? (di Paolo Marconi)


Se non è fatta di pietre o di mattoni che si possano toccare, se non varia con le sue ombre sotto la luce, se non restituisce all’orecchio l’eco dei passi del visitatore, se non è abitata dagli uomini, se è infine raffigurata soltanto con fotografie e con disegni, l’Architettura non è completamente percepibile ai sensi così come non sarebbe percepibile la musica, se si limitasse ad essere scritta sugli spartiti cartacei.
Se poi l’architettura reale si trasformasse in ‘rovina’ a causa di un crollo e così venisse conservata (con gli attributi che l’accompagnano: edere e muschi, ossature rovinate e cadenti), diverrebbe la metafora più diretta dello scheletro umano, e dunque il simbolo universale della morte e dell’oblio, caro all’estetica romantica.
Per questi motivi, gli uomini hanno spesso preferito riprodurre l’Architettura “com’era, dov’era” — sempre che ne valesse la pena sotto l’aspetto psicologico e culturale e sotto quello economico ed ambientale — ricorrendo a materiali edilizi, a tipi ed a tecniche edilizie analoghe alle preesistenti, onde ripristinare la realtà materiale di quell’Architettura, seguendo una tradizione che esiste almeno da quando civiltà deriva da civilitas, e questa da civitas, ‘collettività di cittadini’.


A ben vedere tali ripristini — se sono occasionati dalla guerra — hanno il significato simbolico di riparazione all’aggressione sadica subita (1).
Ma i terremoti sono affini alla guerra nell’immaginario collettivo, e dunque richiedono anch’essi un cerimoniale di rimozione collettiva dell’evento tragico subito che esprima la volontà di restituire, ad un’architettura sentita come patrimonio collettivo ed alla cornice urbana che la ospita, una realtà corporea senza la quale sarebbe, come detto all’inizio, un fantasma cartaceo. Una ‘regressione’, certo, ma costruttiva: da quel sentimento di carenza profonda, da quella necessità di perpetuare la memoria di alcuni contesti urbani e di alcune costruzioni grazie alle loro repliche materiali è nata la consuetudine universale del restauro architettonico.


Non siamo i soli a subire una simile ‘regressione’, infatti: i Paesi orientali la coltivano addirittura con cerimoniali sacri: i santuari del complesso di Ise in Giappone vengono smantellati e ricostruiti identici una volta ogni vent’anni dal momento che il tempo e i terremoti ne offuscano la bellezza, e siamo alla sessantunesima ricostruzione. Man mano che ci si sposta verso l’Occidente, la spinta psicologica al ‘restauro integrale’ non viene meno, e si vadano a vedere le magnifiche ricostruzioni della Cattedrale di Montecassino, della Frauenkirche di Dresda o del Ponte di Mostar demoliti dalla guerra, o quella della Cattedrale di Messina demolita dal terremoto nel 1908 e ricostruita negli anni 1919-29 (2). Non è solo un vago ‘sentimento’, infatti, quello del quale parlavamo: lo stesso ‘spaesamento’ (da paese, con s sottrattivo) lo proveremmo se qualcuno ci parlasse senza preavviso in una lingua diversa dalla nostra lingua materna.
 


Jingu (Ise Shrine) Saisyu-Syokusya

 
In effetti, il ‘linguaggio’ dei luoghi cittadini è ben più intenso del generico genius loci, e risulta dalla memorizzazione visiva del ‘vocabolario’ e delle modalità linguistiche dell’architettura locale nel suo paesaggio. Una memorizzazione nella quale si sommano dati spaziali e dati figurativi e materiali, come le modalità di conformazione di finestre, porte, architravi, cornici, scale, tetti, murature, ordini architettonici etc. Si tratta di un ‘linguaggio’ profondamente assimilato assieme alla lingua materna (armoniosa per noi, anche se per altri stridente) vivendo nelle Città o nei Borghi che lo ‘scrivono’ nei loro edifici, ed è costituito da sistemi di segni quali i ‘tipi’ planimetrici abitativi e i ‘tipi’ costruttivi e materici, assimilabili a vocaboli e intere frasi connesse tra loro dalla propria sintassi e dalla propria grammatica, caratteristici di ogni linguaggio. “[…] Quando guardo una finestra sulla facciata di una casa, per lo più io penso alla sua funzione […] a tal punto, che un architetto può anche farmi delle finte finestre, la cui funzione non esiste, e tuttavia queste finestre (denotando una funzione che non funziona, ma comunica) funzionano come finestre nel contesto architettonico e sono godute comunicativamente come finestre. In questo caso il messaggio architettonico evidenzia la funzione estetica, ma anche una funzione fàtica — (dal greco phatòs, ‘che si può esprimere’) — che si può evidenziare in messaggi quali l’obelisco, l’arco, il timpano, l’ordine architettonico, etc.)”, scriveva Umberto Eco (3). Con ciò egli ha per primo evidenziato la funzione fàtica (espressiva) dell’Architettura, dimostrata con questo bel sillogismo: “[...] Semiologia e Architettura: [...] gli oggetti dell’architettura apparentemente non comunicano ma funzionano [...] ma tutti i fenomeni di cultura sono sistemi di segni, dunque la cultura è essenzialmente comunicazione, l’architettura è cultura, dunque è comunicazione (4).


Nelle città terremotate o distrutte dalla guerra (andate a Varsavia, o a Vilnius in Lituania, distrutte e ricostruite dopo l’ultima Guerra mondiale), possiamo ed anzi dobbiamo ricostruire gli edifici più prestigiosi e più cari agli abitanti, cercando tuttavia di rimediare ad eventuali errori tecnici di costruzione indotti soprattutto dalla povertà nella realizzazione di quegli edifici. Ad esempio, nella Città dell’Aquila occorre esaminare bene la pristina consistenza materiale degli edifici distrutti o fortemente lesionati dal terremoto, prima di ricostruirli com’erano, dov’erano, tenendo conto di una considerazione semplice come l’acqua: essi crollarono specie se furono costruiti o ricostruiti con mezzi poveri, specie dopo il terremoto del 1703, e tali mezzi, purtroppo, consistevano — per le costruzioni borghesi (borghese era l’abitante che avesse conseguito il privilegio di vivere entro il Borgo murato, anche se non fosse ricco come i patrizi) — in pietre piccole o ciottoli di fiume di natura tufacea, spesso legati col fango vegetale (humus diluito con acqua) anziché argilloso. Piuttosto che con la calce ricavata dalla cottura di pietre calcaree o di marmi mescolata alla pozzolana, grazie alla quale ultima miscela gli edifici di grande qualità dell’Antichità sono sopravissuti fino a oggi. La calce infatti abbisogna di un buon materiale calcareo per essere prodotta grazie ad una cottura anch’essa costosa: è un ingrediente ‘ricco’, cui ricorrevano i patrizi oppure le Chiese ed i Monasteri, laddove i borghesi si accontentavano di materiali più poveri, come i sassi tufacei e il fango (o il mattone crudo, l’adobe), seguendo peraltro una tradizione costruttiva antica quanto il mondo. E si vada in Africa, in America meridionale, in Asia, in Francia meridionale, in Spagna meridionale, in Sardegna, in vaste zone della pianura padana o del beneventano in Italia (5). Tradizione che, nel caso di territori nei quali sia presente pietra calcarea di cava o ricavata da precedenti monumenti e sia presente anche il fango argilloso come la città di Roma, ha consentito che si costruissero fino alla metà del XVIII secolo con pietra commessa con il fango anche edifici di grande rappresentatività come la facciata di San Giovanni dei Fiorentini o la Chiesa della Trinità degli Spagnoli in Via dei Condotti a Roma, entrambe presso il Tevere, ove il fango è argilloso. Non solo: occorre filologicamente tornare ad altezze da terra non superiori a due o tre piani fuori terra, nel caso delle case borghesi destinate prevalentemente ad artigiani (fino ai primi anni del ‘900, i quali avevano al piano terreno la bottega e il soggiorno, al primo piano le camere da letto ed al terzo piano i dipendenti o gli eredi), consentendo solo alle case patrizie un’altezza di poco superiore (massimo cinque/sei piani), e si vedano i Tipi di palazzi patrizi rinascimentali italiani. E ciò per l’ovvio motivo che la maggiore altezza provoca maggiori oscillazioni e dunque maggiori danni alle murature sottostanti.


Tornando dunque ad impiegare buona pietra cementata con calce e pozzolana, e buon legname per i solai ed i tetti. Oppure consolidando, rinforzandole, le chiese o i palazzi patrizi che non fossero ancora crollati ma fossero solo stati parzialmente danneggiati, ricorrendo a pietra ben tagliata commessa con malta di calce e pozzolana ed a strutture orizzontali in legno ben selezionato e congiunto. Si pensi, a proposito del legname, che i solai lignei dei Cinque/Seicento romani (tuttora efficienti), sono perfettamente analoghi sotto il profilo tipologico e strutturale a quelli che si costruivano a Pompei ed Ercolano 1500 anni addietro, e così le murature. E questi sono identici come Tipo ai solai marmorei dell’Acropoli di Atene — parafrasi dei contemporanei solai lignei — e siamo al V secolo A.C.. Essi potrebbero dunque ritornare nel repertorio degli architetti contemporanei, se questi accettassero con la debita umiltà culturale tipi strutturali e formali tanto onusti di anni e di meriti.


Guarda caso, alla stessa domanda del titolo: “Cosa fare in Città come l’Aquila distrutte dal terremoto?”, Renzo Piano, Archistar italiana di livello internazionale, ha risposto: Vanno ricostruite o restaurate dove sono: non ha alcun senso fare altrimenti…”. “Mattoni o cemento armato?”, ha chiesto l’intervistatore, e Renzo Piano ha risposto: Meglio il legno. Che è un materiale leggero, flessibile, riciclabile, rinnovabile, sicuro. Si tagliano gli alberi e se ne piantano tre volte tanti… Si lavora, insomma, sulla natura. Meglio dimenticarsi del cemento armato che rende tutto meno elastico e più vulnerabile…”. Roberto Cecchi, Direttore Generale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero per i Beni Culturali, ha risposto: “Si può scegliere ad esempio di ricostruire esattamente l’originario come è avvenuto, sempre dopo un terremoto, per il Duomo di Venzone, in Friuli, dove però avevamo una documentazione estremamente precisa. Oppure si può fare come a Noto, dove si è lavorato integrando vecchio e nuovo. O ancora, si può agire ‘per ricuciture’, insomma sanando le ferite…”. C’è comunque una cosa che non deve assolutamente essere fatta, egli ha soggiunto: gli interventi di consolidamento degli edifici con calcestruzzo armato, che fanno più danni che altro, basta vedere quello che è successo in questo terremoto (6). Due interviste autorevoli, un’intenzione sola: ricostruire ‘com’era, dov’era’ la bellissima e venerabile città de L’Aquila, ricorrendo a materiali e tecniche tradizionali.


Tanto di cappello a Renzo Piano, definibile Archistar senza alcun sarcasmo: egli è l’erede di un’Impresa costruttrice ed è responsabile di ogni edificio che esca dal suo Studio anche a livello tecnico e costruttivo, come ha dimostrato fin’ora in tutto il mondo. Come tale, egli conosce bene la muratura ed il legname da costruzione come lo conoscevano i propri antenati costruttori, ed è autorizzato a dirne meraviglie. Il Direttore Generale è meno esperto di Renzo Piano in faccende tecniche, sebbene assai avvertito sul piano culturale: egli menziona l’anastilosi ‘archeologica’ della Cattedrale di Venzone — per la quale furono impiegati rilievi di grande precisione già esistenti, eseguiti manco a dirlo dagli Austriaci — parlandone come se tali rilievi fossero stati davvero indispensabili per tale opera, realizzata a suo tempo in ottima pietra da splendide maestranze e rovinata solo in parte lasciando a terra molti elementi facilmente ricollocabili. Ma menziona anche la ricostruzione della Cattedrale di Noto — della quale chi scrive fu consulente assieme a Luciano Marchetti, chiamati da Vittorio Sgarbi, affermando che in essa “fu integrato vecchio e nuovo”. Il lettore saprà che la Cattedrale di Noto, crollata in parte a causa di un terremoto negli anni ‘90-’96, fu ‘gemellata’ con la Franuenkirche di Dresda nel 1996, alla presenza anche di chi vi scrive. Essa fu ricostruita contemporaneamente alla cattedrale della ‘Firenze del Nord’ distrutta da un bombardamento inglese del 1945 — ma ricostruita negli anni ‘90 su finanziamenti in gran parte procurati dai suoi demolitori — ricorrendo alle moderne tecnologie cantieristiche, ma con materiali e modalità figurative identiche a quelle precedenti. La Cattedrale di Noto fu ricostruita ‘a furor di popolo’ (7), ed all’inaugurazione avvenuta il 26 maggio 2007 fu presente il Presidente del Consiglio Prodi e Cardinali e Vescovi di tutt’Italia, ma ne parlarono solo i giornali locali, dal momento che allora il nostro Ministero ai BB.CC. era ancora contrario al ‘com’era, dov’era’, in ossequio della Carta di Venezia del 1964.
Una Carta del Restauro tuttavia, quella del 1964, nata all’insegna del distico di Camillo Boito del 1883: “Far si deve così che ognun discerna / essere l’aggiunta un’opera moderna”, nonché dei divieti apocalittici di ogni replica di C. Brandi (8), tuonati in tempi in cui i restauri di ripristino (le repliche) venivano considerati ‘falsificazioni’ in quanto — ma limitatamente al campo delle Arti mobili, esportabili e commerciabili — erano opera degli innumerevoli falsari che vivevano ed operavano in Italia, costituendo peraltro l’unica industria fine del Bel Paese. Una mentalità che voleva assimilare il Restauro Architettonico al Restauro degli Oggetti d’Arte in nome dell’intenzione prevalentemente politica — nata non a caso nel ventennio fascista sotto l’egida di G. Bottai (1939) — di costringere entrambi i campi e le filosofie d’intervento sotto la direzione di C. Brandi, allora al vertice dell’appena costituito Istituto Centrale del Restauro (I.C.R.). La Carta del Restauro di Venezia, peraltro, è stata radicalmente contestata dall’Associazione di Architetti presieduta dal Principe Carlo d’Inghilterra in un Congesso internazionale tenutosi a Venezia nel 2006 inaugurato da una conferenza tenuta da chi scrive, intitolata: Conservation vs restoration: the italian cultural revolution, dando luogo alla ‘THE INTBAU VENICE DECLARATION’ ON THE CONSERVATION OF MONUMENTS AND SITES IN THE 21ST CENTURY’ (9).
 
Tornando a Roberto Cecchi, ciò che egli ha affermato è vero, ma nel senso che le integrazioni della Cattedrale di Noto sono state identiche sotto l’aspetto strutturale e materiale alle strutture architettoniche distrutte o degradate dal terremoto, tralasciando tuttavia di dare importanza alle differenze che corrono inevitabilmente tra il ‘vecchio’ degradato e deformato dagli anni (realizzato in pietra e rivestito con intonaci) ed il ‘nuovo’ appena uscito dalle mani dei muratori e degli stuccatori, destinato tuttavia ad invecchiare e degradarsi nuovamente in pochi decenni. Ed abbiamo infatti ricostruito ex novo le murature, gli archi, le volte sbriciolate e gli intonaci che le rivestivano, ‘segando’ via talvolta le parti inferiori dei pilastri lesionati e ricostruendole in breccia. Ma non abbiamo potuto né voluto, rifacendo gli intonaci, riprodurre le ‘rughe’ e gli ‘acciacchi’ degli intonaci invecchiati: non abbiamo potuto realizzare un’“anastilosi’ di tipo archeologico dei frammenti sbriciolati, dunque, trattandosi di un’opera intonacata all’interno, ma abbiamo riprodotto le strutture medesime nella loro integralità con buone pietre tagliate — dalle mura, agli arconi, alle volte, alla cupola — e le abbiamo rivestite di intonaci, come esse erano state. In quanto alle decorazioni pittoriche sbriciolatesi con gli intonaci, si sta ricorrendo a pittori giovani di preparazione figurativa con buoni studi accademici alle spalle (non di tendenza astrattista, informale o pop), capaci di proporre altre figurazioni pittoriche su temi iconografici (Benedetto Croce li chiamava contenuti) analoghi o identici a quelli scomparsi. Non sono stati dunque necessari rilievi al millesimo di millimetro, a Noto, bensì una grande competenza dell’Impresa e delle maestranze locali nel ricostruire quelle possenti strutture in buona pietra e buon legno, ricorrendo anzi, per modellare le superfici ricurve delle volte a botte della navata centrale, a stuoie di canne vegetali poste sopra un’ossatura lignea. Quelle stesse stuoie che erano state usate nella costruzione settecentesca della Cattedrale e che trovammo assai ben conservate sotto gli intonaci.
Se vi fu una differenza tra la ricostruzione di Venzone e quella di Noto, insomma, essa non consistette in un rilievo ‘di ultima generazione’, bensì nel ricorrere, per Noto, ad un cantiere di ricostruzione identico a quello di costruzione, non davvero ad un cantiere ‘archeologico’ di anastilosi. Un cantiere basato sul saper fare tradizionale dei progettisti, dei consulenti e delle maestranze locali e sull’impiego di materiali tradizionali come il legno elogiato da Renzo Piano, “leggero, flessibile, riciclabile, rinnovabile, sicuro” e dunque assai più durevole e meno pericoloso del cemento armato, così come lo sono le canne vegetali impiegate nelle volte di Noto, il cui nome è testimoniato ancora oggi dal termine vernacolare antichissimo di ‘incannucciata’ o di ‘camera canna’, destinato alle coperte — leggere e flessibili — degli ambienti.
 




In quanto però alle ‘ricuciture per sanare le ferite’, va detto che la cupola della Chiesa delle Anime Sante all’Aquila già menzionata è crollata proprio a causa di alcune recentissime ‘ricuciture’ effettuate nel 2006, le quali hanno iniettato cemento liquido nei muri (nel gergo ingegneresco, queste sono le ricuciture, le quali peraltro non possono sapere dove tale liquido s’infiltra, dal momento che è impossibile saperlo) ed a ‘rinforzare’ la cupola del Valadier con una ‘cappa’ di acciaio e cemento la quale non solo non ha impedito il crollo, ma probabilmente lo ha causato, dal momento che tale materiale pesa almeno tre volte più del legno ed è molto meno flessibile. E dunque sarebbe bastato, nel corso dei recenti restauri, sostituire le tre cerchiature di legno del 1805 che contenevano la cupola, le quali, pur sopravissute al terremoto del 1915, si sono slegate tra loro a causa della povertà con la quale furono realizzate, come si vede benissimo dalle fotografie Ansa del dopo-terremoto.
 



 
Ed anche a causa del fatto che — evidentemente — i progettisti e Direttori degli ultimi lavori le avevano bellamente ignorate, sicuri com’erano delle loro pessime abitudini tecniche, imperniare sull’uso esclusivo delle ‘ricuciture’ e delle ‘cappe’ in cemento armato. Anche in tal caso, dunque, dietro al terremoto dell’Aquila vi è da sospettare della competenza e dell’onestà delle imprese costruttrici ottocentesche che non legarono tra loro efficientemente le tre cerchiature progettate dal povero Valadier (distante dal cantiere aquilano ben tre giorni a dorso di mulo) nonché delle tecnologie di ‘ultima generazione’.


Si deduce tuttavia dalle interviste sopra riportate che un’Archistar di notevole spessore culturale come Renzo Piano e la massima Autorità delle Tutela, Roberto Cecchi, sono convinti che gli ‘architetti moderni’ foggiati cent’anni fa dalle profezie di Sant’Elia (“[...] i caratteri fondamentali dell’Architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà [...] le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città, [...] questo costante rinnovamento dell’ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del “Futurismo” [...] pel quale lottiamo senza tregua contro la vigliaccheria passatista) non sono necessarisono anzi pericolosamente incompetenti — per tale genere di operazioni. Gli architetti moderni infatti non sono affatto preparati a ricostruire i centri storici devastati dai terremoti, dal momento che essi s’iscrivono a migliaia alle Facoltà di Architettura italiane (circa 140.000 iscritti all’Ordine Nazionale degli Architetti) con la speranza di divenire simili a Gehry, a Meier, a Fuxas, a Piano, piuttosto che cimentarsi in opere che costringano alla ‘vigliaccheria passatista’ menzionata dai nonni futuristi.


Che il ‘passatismo’ sia d’obbligo, invece, per le buone ricostruzioni, è ormai fuori dubbio: è necessario infatti saper leggere ed interpretare correttamente i linguaggi dell’architettura dei secoli passati, se s’intende restituirla agli uomini con le sue fattezze strutturali e morfologiche dopo il terremoto, dopo l’incendio, dopo la guerra ed il terrorismo, ed anzi sarà migliore colui che l’avrà interpretata meglio degli altri, aggiungendole se possibile un tocco ulteriore di ‘poesia’ (10). Sarebbe necessario dunque, per gli Architetti, esercitarsi bene nella filologia: quella Scienza umana “relativa alla ricostruzione e alla corretta interpretazione dei documenti di un ambiente culturale definito […]” (11), i cui progressi, dal XVIII secolo in poi, sono stati notevolissimi, fornendo agli archeologi criteri e metodi fondamentali d’interpretazione e ricostruzione delle ‘rovine’ antiche, e fornendoli anche agli architetti, sempre che essi ne avessero voglia e capacità culturali sufficienti. Ma gli architetti che escono dalle ben 26 Facoltà di Architettura fondate dopo il 1921/22 e sparpagliate oggi in Italia (in concorrenza con le 22 Facoltà di Ingegneria ed Architettura) vengono appena (forse) preparati a progettare l’edilizia sparsa nelle nostre campagne e nelle nostre periferie guastandone la residua bellezza (impiegando un proletariato operaio ormai privo di qualità) e dunque non sono in grado di progettare il recupero della bellezza di una città come l’Aquila, unica per il suo messaggio storico ed estetico. Oppure sarebbero in grado — sempre che trovassero lo sponsor adatto e ne avessero le necessarie capacità poetiche (e dunque forse uno su diecimila) — di far costruire agli Ingegneri oggetti mirabolanti di design, realizzati in periferia con materiali ‘moderni’ ad alto consumo energetico e di breve durata come il Museo di Bilbao. Ma non saprebbero neppure da dove incominciare per ‘leggere’, interpretare ed eventualmente ricostruire per parti una città antica, come non saprebbe leggere e tanto meno correggere ed implementare (“emendare”, dicono i Filologi) un testo lacero scritto in latino antico o medievale chi conoscesse solo l’italiano odierno.


Oggi è venuto piuttosto il momento di dichiarare ‘vigliaccheria’ quella di chi vuole e sa progettare esclusivamente il ‘moderno’: è o non è un’opera sacrosanta quella che consiste nell’esercitare la filologia architettonica sui testi venerabili delle nostra città e Borghi antichi, piuttosto che dedicarsi alla ‘scrittura creativa’ che consiste nell’usare solo il linguaggio odierno per chissà quali ‘istorie’ attuali? Nelle Facoltà di Lettere, grazie a Dio, vi sono ancora numerosi Corsi di Filologia classica e romanza, di Filologia della letteratura greca, latina, italiana, germanica, inglese, spagnola, etc.; cosa spinge gli iscritti a codesti Corsi ed ai successivi Dottorati, se non la legittima e bellissima voglia di cimentarsi con la Poesia dei nostri avi, piuttosto che esercitarsi esclusivamente in ‘scrittura creativa’? Chi ha detto che tale lavoro sia inutile ed anzi dannoso? Da quando in qua la cultura è diventata dannosa, ed anzi il suo impiego è divenuto vigliaccheria?


Dobbiamo convincerci, dunque, che se gli Architetti volessero essere ‘eroici’ anziché vigliacchi, dovrebbero cimentarsi, piuttosto che col sedicente ‘linguaggio moderno’, con la ricostruzione dei centri urbani abbandonati o terremotati: ecco un argomento di studio e di meditazione al quale chi scrive ha contribuito assai negli ultimi vent’anni non solo con la Direzione scientifica dei Manuali del Recupero di Roma (due edizioni) e di Palermo e con la sua didattica nazionale ed internazionale ma anche con la propria professione di architetto-restauratore (non di architetto-conservatore, vi prego!) che va da Alcamo, a Palermo, a Trapani in Sicilia, al Belice, a Roma, a Torino, a Vicenza e dintorni. Una professione che gli è costata e gli costa molta fatica ma anche grandi soddisfazioni, se per un medico degno di questo nome è una grande soddisfazione aver prolungato la vita attiva ai pazienti sottoposti alle proprie cure.
 
Paolo Marconi

Note


  1. Così li definiva Mélanie Klein in Scritti 1921-1958, trad. it., Torino, 1978.
  2. P. Marconi, Il recupero della bellezza, Milano, 2005.
  3. In La struttura assente, Milano, 1968.
  4. Ibidem.
  5. Cfr., E. Galdieri, Le meraviglie dell’architettura in terra cruda, Bari, 1982.
  6. Da Stefano Bucci, “Interviste a caldo”, Corriere Della Sera, 9 aprile 2009.
  7. Cfr., R. De Benedictis e S. Tringali, La ricostruzione della cattedrale di Noto, L.C.T. Edizioni, Noto, 2000.
  8. Teoria del restauro, Roma, 1963.
  9. Vedi: www.intbau.org/venicedeclaration.htm
  10. Dal latino poiesis, risalente al greco poiesis, der. di poieo, ‘fare, produrre’, dal Vocabolario Italiano di G. Devoto - G.F. Oli, Milano, 1987.
  11. Dal Devoto-Oli, cit.




L’Aquila, la piazza com’era e come vorremmo rivederla

 

Notizie sull’Autore


Sono molto felice che il Prof. Marconi abbia accettato il mio invito a scrivere un articolo per il Covile, poiché egli rappresenta per me l’immagine del grande maestro che raccoglie in sé un grande sapere, e che ama divulgarlo ai suoi allievi e a tutti coloro i quali intervengono alle sue lezioni e conferenze. Una persona di una statura superiore ma al tempo stesso di una modestia incredibile. Forse questo è il motivo del suo successo nel campo del restauro, campo nel quale bisogna mettere in primo piano il rispetto per il monumento e non la propria firma. Un campo dove occorre procedere rispettosamente al fine di tramandare ai posteri ciò che abbiamo avuto la fortuna di ricevere dai nostri avi.
Tutto ciò ovviamente non appartiene a quel genere di archistar, o presunte tali, le quali sono narcisisticamente interessate solo a se stesse e, piuttosto che “svelare” i segreti della loro arte — sempre ammesso che ce ne siano — amano tenerli nascosti e, semmai, divertirsi a far sentire la gente comune una ignobile massa di ignoranti.
Durante l’ultimo anno accademico ho invitato il Prof. Marconi alla presentazione dei progetti dei miei studenti della University of Notre Dame, e lui mi ha ripagato con splendide perle di saggezza che ancora riecheggiano nella mente dei miei studenti. Non dico questo per adulare il maestro, ma perché davvero i miei studenti mi hanno ringraziato per aver invitato una persona come lui.
L’esperienza ultraquarantennale del prof. Marconi nel settore del restauro, ma soprattutto nel cantiere di restauro, dovrebbe essere tenuta in grandissima considerazione da parte di chi, in questo triste momento, deve prendere decisioni cruciali sul futuro delle città distrutte dal sisma del 6 aprile, e questo è il motivo per cui sono stato felicissimo quando egli ha accettato il mio invito.
Marconi ha avuto la fortuna di crescere a fianco di un padre come il grande Plinio Marconi, un uomo di grandissima cultura, di grandissima esperienza e, soprattutto, una persona estremamente pratica. Non è un caso se la direzione lavori e “l’ambientamento e imbellettamento d’insieme” del primo e dell’ultimo “lotto” di grande valore della Garbatella fu affidata a lui. Paolo Marconi non si è seduto sugli allori di un padre “mitico” nella cultura architettonica romana, ma ha saputo andare avanti con la sue gambe raggiungendo successi non inferiori a quelli di suo padre, inoltre ha saputo creare un seguito, formando tantissime giovani leve (e non più tanto giovani) che lavorano con lui all’Università di Roma III e al Master Internazionale di II livello.
Nel mio scambio di vedute con l’Ing. Silvestri, pubblicato su Il Covile avevamo parlato del grave problema che attanaglia le facoltà di architettura e di ingegneria italiane, dove si fa tanta teoria e poca pratica, ebbene il Prof. Marconi è l’eccezione che conferma la regola.
Io purtroppo non ho avuto la fortuna di averlo come professore, poiché all’epoca in cui studiavo sono stato obbligato, per motivi di organizzazione degli indirizzi si studio ad andare in un altro corso, così ho dovuto “studiare” il suo lavoro autonomamente.
Oggi Marconi è Professore Emerito di Restauro dei monumenti presso la facoltà di architettura dell’Università degli studi Roma Tre; Direttore del master di II livello in Restauro architettonico e recupero della bellezza dei centri storici presso la stessa facoltà; Professore di Teoria e tecnica del restauro architettonico presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene; Member of the Committe of honour of The International Network for Traditional Building, Architecture & Urbanism (INTBAU). Patron: His Royal Highness The Prince Of Wales. Tuttavia nel menzionare una sfilza di nomi di archistar cui affidare la ricostruzione di L’Aquila, il sindaco di quella città ha ignorato l’unica star che andava invitata al capezzale, poiché essa è l’unica con le “conoscenze mediche” per curare quel particolare paziente.
Mi auguro con tutto il cuore che questo suo bellissimo articolo abbia il riscontro che merita e che, prima che sia troppo tardi, chi deve decidere il da farsi si affidi a chi di dovere!
 
Ettore Maria Mazzola