Il Covile | Indice Newsletter (2001-2009)

Il Covile - N.o 525 (6.6.2009) Intermezzo galileiano (di Pietro De Marco)

Questo numero


Il Covile si è già trovato a doversi occupare degli storici “militanti”, segnatamente nei nn. 436 (Alex Langer versione Fabio Levi) e 445 (Storici torinesi 2 - Massimo L. Salvadori si preoccupa degli ovini). Oggi Pietro De Marco ci presenta un altro della stessa covata, Adriano Prosperi, campione dell’intellettualità pisana e firmatario di appelli a getto continuo.
Per capire come funziona(va) l’ambiente che questi storici ha nutriti, utilissimo l’ultimo libro di Giampiero Mughini, da poco uscito presso Mondadori: Gli anni della peggio gioventù. L’omicidio Calabresi e la tragedia di una generazione, che tra l’altro parla anche di qualche salvatico del Covile.
Ma fuori dalle pisanerie, all’amico De Marco preme particolarmente che si discuta la sua tesi di un’identità italiana finalmente ricostruita, a condizione che l’ethos rivoluzionario dei “due Risorgimenti” sia ricomposto con la storia preunitaria, ossia con l’Italia della Controriforma e del Barocco. Sul tema epistemologico, invece, non si raccomanderà mai abbastanza il geniale Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, di Paul K. Feyerabend, Feltrinelli.
 

Galileo, la Chiesa, l’etica pubblica in Italia (di Pietro De Marco)


Una versione ridotta di questo testo è stata pubblicata da Avvenire il 4 giugno 2009

Lo sgradevole intervento che Adriano Prosperi ha riservato al caso Galileo (‘Se la chiesa processa gli eretici di oggi’, Repubblica, 30 maggio 2009) in concomitanza con il dibattito conclusivo del Congresso fiorentino, cui egli stesso ha partecipato, potrebbe restare sepolto nelle troppe pagine interne del quotidiano di Ezio Mauro. Ma non vi è motivo di lasciare alla forza delle cose (alla vischiosità della comunicazione o alla scarsa abitudine degli italiani alla lettura), invece che a buone ragioni, la confutazione di enunciati discutibili. Questo metodo ha fatto pensare, in passato, che l’intelletto cattolico avesse timore, o non fosse all’altezza, del confronto. E pesa negativamente anche sull’avversario, che si abitua a scrivere su chiesa e cristianesimo qualsiasi cosa gli passi per la testa, tanto nessuno si prenderà la pena di contraddirlo.
Prosperi adotta qua e là toni cupi; sentiamo rumor di catene (non è la prima volta) che si prolungano dal carcere-tribunale dell’Inquisizione al Concordato alla odierna violenza su “immigrati, malati, morenti” (!). D’altronde il processo a Galileo è storia di violenze e astuzie, di volpi e leoni, spiega lo storico ai lettori di Repubblica. Fu forse così, anche se non saprei come collocare in un tale quadro il Bellarmino, intelligenza di superiori capacità chiarificatrici e grande anima, come rivela la sua produzione spirituale. Il Cardinale (dignità cui il gesuita tentò di sottrarsi) non fu né volpe né leone, fu nel 1616 come in tutta la sua vita un mite fermamente preoccupato della verità, e ben attrezzato a ricercarla.
Purtroppo, se il Novecento storiografico ci aveva insegnato un’asciuttezza narrativa e una cura, appunto, stilistica oltre che metodologica per i fatti, anche quelli del potere, e per la loro comprensione senza fronzoli, gli storici stanno di nuovo dimenticando queste virtù. Così volpi e leoni, carceri-tribunali e “gotiche” figure col viso celato dal cappuccio fratesco, nel corrente inizio di Millennio si sprecano.
Ma questo aspetto sarebbe relativamente poco importante (il lettore mangia la foglia, fiuta il melodramma). Va invece respinta la riproposizione in Prosperi di una vecchia tesi anticattolica, che prende forma nel “primo Risorgimento” e risorge col “secondo”, talora con l’acritico consenso del cattolicesimo liberale: il processo Galileo sarebbe la chiave, non solo simbolica, per intendere la storia d’Italia. Propriamente per intendere la nostra decadenza e arretratezza, quella dei “secoli della Controriforma” come quella di oggi; infine la nostra civica inconsistenza, l’immoralità pubblica, il costume doppio e simulatore, la sudditanza al governo religioso delle coscienze, la nostra stessa irreligione. Tesi e immagini dell’Italia che, qualche lettore si stupirà, hanno una prima origine nella controversistica protestante e precedono il caso Galileo. Tesi che, comunque vengano riformulate, vanno dichiarate infondate.
Infondate, anzitutto, quanto al presente; solo il moralismo di un’intelligencija che disprezza l’uomo comune può credere che abbia fondamento obiettivo l’immagine di una società italiana civicamente inconsistente, irreligiosa ma cattolicamente conformista, simulatrice e dissimulatrice, governata dai preti per interposta persona.
Infondate nell’assegnare alla dominante cattolica un’arretratezza (già nell’età moderna), che oltre mezzo secolo di storiografia degli stati italiani preunitari ha mostrato in molti casi inesistente, comunque non correlata alla dominante cattolica (e non si citi, per favore, un Max Weber non capito). Mal posta la tesi della decadenza, specialmente controevidente quando essa nega all’Italia un ruolo eminente in Europa, non solo nelle lettere e nelle arti (ove l’Italia, anzi, godrà di un durevole primato) ma anche nelle scienze, nonostante il peso oggettivo della condanna di Galileo. Per sostenersi, questo argomento senza consistenza né metodo deve fare perno ora sul presente ora sul passato, ora sul privato ora sul pubblico, ora sull’etico ora sul politico, ora sull’economico ora sul religioso; tutto pur di non ammettere che l’Italia della Controriforma (dell’Inquisizione!) ha esercitato un suo magistero nella costruzione dell’Europa moderna.


Vi sono, tuttavia, anche forti obiettivi civili che impongono di contrastare queste retoriche sull’Italia moderna e contemporanea: non solo esse inquinano di semplificazioni grossolane e spiriti anticlericali il dibattito pubblico, ma impediscono (e intendono impedire) oggi che la coscienza nazionale recuperi a sé l’integrità della storia d’Italia, compresi i secoli della modernità cattolica, e si riconosca in questa integrità. Eppure la difficile storia dell’Italia unita mostra che non si può edificare un’identità italiana solo sulle “narrazioni” della frattura risorgimentale. Non è riuscita a nessuno (né ai liberali, né ai fascisti, né ai comunisti) la costruzione di una memoria identitaria spaesata, paradossalmente incoerente con quanto la semplice visione delle nostre città storiche ci ricorda ogni giorno, e disarmonica con la lunga durata della storia cattolica. Non si edifica alcunché, che non sia artificiale e ideologico, escludendo dalla memoria che fonda la nostra cittadinanza i secoli ai quali risale il più, e sovente il meglio, della forma Italiae. Non è assurdo l’edificio del Vittoriano, tantomeno l’Altare della Patria in sé; ma fu vuoto progetto costituirlo a tempio della religione civile della nuova Italia in contrapposizione a San Pietro. Un ridondante artificio contro la storia.


La memoria identitaria di una nuova Italia dovrà essere, al contrario, pacificata e ricomposta con l’evidenza del suo valore passato; di quel passato contrastato ma imponente che si stende al di là del diaframma ideologico della “serva Italia” e delle invettive del “libero pensiero”. Per questo l’amplificazione neorisorgimentale dei significati del caso Galileo, il mito degli eretici come eroi fondatori della “nuova Italia”, o l’incredibile polemica ottocentesca di Prosperi contro il mondo aristotelico-tolemaico del “Vicedeo in terra” (!), sono un ostacolo, non un contributo, alla desiderata crescita civile.
 
Pietro De Marco