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Il Covile - N.o 526 (9.6.2009) Michele Fronterre intervista Giampiero Mughini

Questo numero


Tre giorni fa ho segnalato l’uscita de Gli anni della peggio gioventù di Giampiero Mughini, oggi ho scoperto in rete una bella intervista all’autore. Il giornalista, Michele Fronterre, condivide con Mughini le radici siciliane ed ha così concesso l’autorizzazione alla pubblicazione:
“Inserisca pure l’intervista all’interno della newsletter. Ho apprezzato molto il passaggio sull’Evaristo Carriego di Borges. Passaggio che mi ha richiamato alla memoria Gesualdo Bufalino [...]:
“L’ammola fuoffici e cutedda aspettato con impazienza dalla solerte sartina e dal pensoso assassino, che appariva nei vicoli spingendo il suo trabiccolo a ruota — finito il lavoro — riceveva la somma del patto e si allontanava come Giuda senza mai voltarsi” (Museo D'Ombre, Bompiani)
È molto difficile per un giovane accostarsi a quegli anni. Ho trovato molto interessante l’intervista con Mughini, [...]”
Su l’ “ammola fuoffici e cutedda” si veda più avanti la ricerca degli alunni della 1ª L della scuola G. Macherione di Giarre.
 

Il mio libro è un atto di temerarietà (di Michele Fronterre)


Fonte: www.giornalettismo.com/archives/28626/il-mio-libro-e-un-atto-di-temerarieta

Intervista a Giampiero Mughini, autore de Gli anni della peggio gioventù. Un libro che fornisce un nuovo contributo di verità su quelli che furono i movimentati anni ‘70 in Italia.
 


 
Giampiero Mughini, catanese d’origine, giornalista, scrittore, letterato, polemista. Ha collaborato per molti quotidiani e riviste di approfondimento, dall’Europeo al Foglio. Ha polemizzato con tutti e su tutto, senza mai tirarsi indietro quando c’era da dire Vaffa o Uffa. Gli anni della peggio gioventù, il suo ultimo libro, è il racconto degli anni 70, anni indigesti e dagli esiti ancora irrisolti. Mughini li ha vissuti da vicino, a partire dall’omicidio Calabresi, crocevia dell’epoca e della Storia recente di questo paese. Attraverso le pagine del libro, Mughini fornisce un contributo di verità. Verità che in questo Paese è troppo spesso subordinata alle subculture ed alle scelte di parte.

Perché “peggio gioventù”? Il suo giudizio è completamente negativo? Eppure qualcuno potrebbe obiettare dicendo che quella generazione, comunque, ci ha provato.
Con un certo numero di morti da una parte e dall’altra. Alcune centinaia di morti. Ha provato a fare cosa?

Leggendo l’ultimo Sofri è difficile immaginarselo collegato con un atto violento e barbaro come un omicidio.
Il Sofri del 1972 non esiste più. Il Sofri del 2009 ha poco a vedere o forse nulla con il Sofri del 1972. Così come nessuno di noi ha poco o nulla a che fare con quello che siamo stati tanti anni prima. Io, come ho scritto nel libro, non sono certo che Sofri abbia dato il mandato ad uccidere. Per tanti motivi. Perché su questo punto la versione di Marino zoppica. Perché non è provato adeguatamente. E comunque le persone del 1972 erano persone estranee a quello che sono adesso. Valerio Morucci che non ha scherzato a quel tempo, nel senso che andato con un mitra a Via Fani, ha partecipato al ratto di Aldo Moro, e che in questi anni è divenuto mio amico, mi ha detto: “Io non riesco neppure a immaginarmi, a ricordarmi quello che ero e ho fatto…”

È proprio difficile calarsi in quella realtà. Ho trovato molta difficoltà.
Per uno che non ci è stato è impossibile. Impossibile immaginare le parole, i climi, i furori, i volti. Di quei volti, ne sono morti centinaia.

Mi ha colpito molto la citazione di Borges tratta dall’Evaristo Carriego.
La citazione di Borges non è mia ma di Stefano Borselli. Un toscano ex-militante di Lotta Continua. Borselli, peraltro, non ha dubbi che l’omicidio Calabresi sia nato nelle viscere di Lotta Continua. Quella del coltello è una bella citazione che ho sottolineato. Il coltello che stava nel cassetto e aspettava di essere usato.

Bompressi è stato graziato, Pietrostefani si è dato alla macchia. Mi sembra che molti protagonisti di quell’epoca hanno cercato di sottrarsi alle loro responsabilità ed alla giustizia.
Non sono d’accordo. Pietrostefani, è vero, si è dato alla macchia. È a Parigi dove non lo disturba nessuno. Mi stupisce il fatto che ci siano due pesi e due misure. Penso a Battisti ed a come in Italia lo si stia reclamando. Se ci fosse una richiesta probabilmente… Probabilmente la giustizia Francese negherebbe. I Francesi hanno una loro idea di come i fatti sono andati in Italia. Bompressi non si è sottratto. Bompressi, che non ha la corazza intellettuale di Sofri, ha molto sofferto la sua condizione di ex-assassino. Ha sofferto al punto che è crollato. Gli ultimi tempi andava in udienza in sedia rotelle. Ho trovato giustissimo chiudere la vicenda giudiziaria. La pena non può essere un martirio. Ha chiesto la grazia e l’ha avuta. Adriano non la chiede. Ma non è questo il punto. La grazia non deve essere richiesta con una supplica. Ad Adriano non è stata data prima da un governo di centrodestra, poi da un governo di centrosinistra. Questo perché i Presidenti della Repubblica sanno bene che la maggioranza dell’opinione pubblica non è innocentista. C’è una asimmetria tra quello che succede sui giornali, dove quelli di Lotta Continua hanno un posto di primo piano, e la realtà del paese. Nella realtà del paese, la maggior parte della gente non ha dubbi sul fatto che Lotta Continua ha portato a termine quell’azione. Molti di sinistra, molti ex-terroristi che conosco, tanti di quelli che sapevano come andavano le cose a quel tempo sono convinti delle responsabilità degli ambienti vicini a Lotta Continua. Ma non lo dicono. In questo senso, il mio libro, non è un atto di coraggio ma di temerarietà. Perché disturba una delle icone della opinione pubblica di sinistra.

Che ne pensa del libro di Mario Calabresi?
Il libro di Calabresi è, nei confronti di Lotta Continua, uno schiaffo molto più violento che non una sentenza. Sofri, che si reputa molto elegante ma che ogni tanto scivola, ha scritto: “La vedova Pinelli non leggerà mai il libro di Mario Calabresi.”

Mi ha colpito il passaggio in cui ricorda le parole di Pietrostefani dopo le accuse di Marino. Pietrostefani dice che con uno come Marino non avrebbe parlato di politica ma al massimo di come era il tempo all’aeroporto di Caselle. Dove Marino, operaio Fiat, andava a prendere le copie di Lotta Continua per poi distribuirle.
Erano dei borghesi che per un tratto della loro vita avevano giocato a fare i rivoluzionari e che poi, naturalmente, erano tornati nel calduccio delle loro famiglie, dei loro patrimoni familiari, delle loro carriere. Pietrostefani (dirigente ENI) aveva fatto un’ottima carriera, aveva fatto un ottimo matrimonio. Non c’è nulla che tira la loro vergogna più di questo. Ognuno può fare il percorso, l’itinerario che vuole. Ma poi deve chiamarlo col proprio nome. Deve dire che è stato un pagliaccio.

Già. Spesso queste cose non vengono dette.
Chiamare le cose con il loro nome è l’impresa intellettuale più difficile che ci sia.

Erri de Luca, oggi, sembra un asceta ma ha avuto un passato molto “attivo”.
Erri de Luca, questo bisogna riconoscerglielo, ha detto: “Chiudiamo la vicenda giudiziaria e vi racconteremo come è andata”. Ma la sua posizione non è la posizione di tutti i suoi ex-compagni. Ho partecipato ad una conferenza dov’erano presenti sia Sofri che De Luca. Erri de Luca ed Adriano Sofri, che si trovavano a 5 metri di distanza, non si rivolgevano la parola.

Il suo libro ha avuto delle recensioni sui giornali cosiddetti di sinistra?
No, nessuna.

Quegli anni hanno portato delle conseguenze politiche i cui effetti sono visibili ancora oggi?
Hanno cambiato la struttura ossea di questo paese. Si è formata una cultura e una subcultura. Una subcultura che continua a reputare Calabresi responsabile della morte di Pinelli. Una subcultura per cui, quelli di sinistra, malgrado tutto, sono migliori.

A suo avviso la deproletarizzazione della sinistra si può fare partire da quegli anni?
No. Non penso. Lotta Continua rappresentava il 2% della sinistra di allora. Poi c’era la sinistra quella solida, quella istituzionale. Che rappresentava il 35%, il 40% del Paese. PSI, PCI, CGIL. Gli operai mica stavano dentro Lotta Continua. Stavano dentro la CGIL, dentro il PCI. Bisogna distinguere tra questa traiettoria impazzita (LC) e la realtà più complessiva della sinistra italiana. Alcuni dei grandi dirigenti comunisti odiavano queste organizzazioni, queste forme di lotta. Amendola, tanto per dirne uno, odiava a morte questi gruppi. Loro erano la schegge impazzite. Avevano 20 anni, erano nuovi rispetto al tempo precedente. Per tante cose, certamente, erano originali.

Oggi ci sono schegge impazzite?
Ho scritto recentemente a proposito dell’attentato a Bologna alla casa Paon. Con una tanica di benzina hanno appiccato il fuoco e due ragazzi di destra si sono salvati calandosi dalla finestra. La storia che si ripete è farsa. Non c’è alcuna base, alcun fondamento e radicamento nella società. Allora c’erano decine di migliaia di persone coinvolte. La tragedia è stata allora. Non si possono fare paragoni. Oggi episodi questo tipo sono delle farse.

Pasolini nel 1975, in un editoriale sul Corriere della Sera, polemizza contro l’egemonia politica e culturale della DC e di un blocco clerico fascista.
Ma quale cappa clerico fascista! In Italia, dopo un certo periodo, tutti i fiori hanno fiorito, tutte le opinioni, tutte le irregolarità. I democristiani, ai quali hanno ammazzato i loro uomini, non hanno mai chiesto la pena di morte. La pena di morte la chiese La Malfa che era un laico. Che era un azionista. La cappa clerico fascista è un’invenzione di quella subcultura di cui le ho detto.

È giusto che siano sempre gli stessi a parlare di quei fatti? Esiste secondo lei la possibilità o addirittura la necessità che siano altri, le nuove generazioni, a parlarne?
Nessuno lo impedisce. Certo quelli che sono stati i protagonisti, e ci sono stati dentro, hanno il diritto di parola. Certo nessuno impedisce a nessuno. Credo, però, che sia difficile senza essere stati almeno sfiorati un po’ da quella dinamiche, da quelle atmosfere. E’ difficile rivivere quel momento in cui ciascuno di noi seppe che Luigi Calabresi era stato assassinato. Quel momento è stato un momento centrale. In quel momento seppi che qualcuno dei nostri poteva togliere la vita ad uno che stava andando a lavoro. E’ stata una cosa di cui non mi dimenticherò mai. Uno dei punti più sgangherati della difesa di quelli che sono stati accusati di fare parte del commando, Bompressi e Pietrostefani, fu proprio quello. Dire di non ricordarsi dov’erano quando seppero della morte di Calabresi. Pietrostefani disse che lo aveva saputo, dopo 4 ore, alle 13. Da uno che aveva incontrato per strada.

Ed oggi. Qual è la traiettoria del nostro paese?
Oggi è un paese che sta andando a votare per Noemi Letizia o contro Noemi Letizia. Non è che sia migliore o peggiore. È un altro paese. Punto.
 
Michele Fronterre
 

Alla riscoperta degli antichi mestieri della nostra isola (Scuola G. Macherione di Giarre, Classe 1ª L)


Fonte: www.sicilia.lafragola.kataweb.it/catania/medie/gmacherione-giarre/story370340.html

Quest’anno insieme alle insegnanti Pipitone e Musmeci nell’ambito dei progetti integrativi di storia e di siciliano, la nostra classe 1ª L ha ricercato gli antichi mestieri della nostra Sicilia. I mestieri ormai scomparsi o modificati dal tempo, rimangono relegati per sempre nella soffitta del passato e quando riemergono nella memoria degli adulti le minuzie di ricordi che vi leggono fanno certamente parte della storia, che non è sola quella dei grandi fatti, ma è anche narrazione di piccole vicende e di umilissimi uomini legati al luogo, all’ambiente fisico e sociale cui ciascuno di essi è vissuto.
Con l’aiuto dei nostri nonni abbiamo ripercorso indietro nel tempo i mestieri tradizionali della nostra isola. La nostra classe si è divisa in due gruppi e siamo giunti alla realizzazione di questi due articoli che vi proponiamo qui di seguito:
Alcuni degli antichi mestieri che abbracciano la nostra epoca antica sono: il boscaiolo, il carbonaio, il barbiere, la filatrice, il campanaro, il fabbro, il ceramista, il puparo, l’acquarolo, l’arrotino, il bottaio, il cantastorie, il falegname, il calzolaio, la lavoratrice a tombolo, il conzalimuri-giustacofani e l’umbrellaro.
 


 
Il boscaiolo recideva gli alberi con due grandi seghe, per reperire legna che veniva un tempo usata per riscaldarsi e cucinare, viveva nelle zone più alte del nostro vulcano Etna vicino alla pineta e riforniva tutti i paesi alle falde della montagna.
 
Un tempo gli uomini andavano dal barbiere oltre che per tagliarsi i capelli, per togliersi i baffi e la barba con rasoi molto affilati, ma anche per eliminare i pidocchi con il doppio pettine ed estrarre con grosse tenaglie i denti.
 
La filatrice aveva un arcolaio per la filatura della lana o della canapa. Il movimento di esso era dato alla pressione del piede.
 
In chiesa il sacrestano oltre a pulire ed aiutare il parroco aveva il compito di suonare le campane per riunire i fedeli ed era chiamato campanaro.
 
Un’altro mestiere che esisteva in Sicilia era il fabbro, che usando l’incudine e il martello trasformava il ferro in utensili utili, mobili d’arredo e lampade.
 
Un altro mestiere creativo era quello del ceramista che impastava l’argilla e dopo averla messa nel forno la decorava creando dei bellissimi vasi e utili oggetti.
 
Un mestiere tipico del nostro territorio è il puparo, che oltre a costruire i pupi tipici siciliani, come Orlando e Rinaldo, che erano realizzati con un’ossatura di legno di faggio o abete, dipinti con colori ad olio e rivestiti con l’armatura fatta con fogli di metallo; metteva in scena varie opere teatrali legate alle rappresentazioni che sono l’emblema della Sicilia nel mondo.
 
Il mestiere dell’acquarolo consisteva nella vendita di acqua per dissetare la gente nelle giornate estive. L’acqua era tenuta in un recipiente di terracotta chiamato in siciliano “bummulo”, che serviva a mantenerla fresca.
 
L’arrotino offriva il servizio di affilare vari utensili. In siciliano era chiamato “l’ammola fuoffici e cutedda”, spingeva a mano un trabiccolo a ruote con sopra montata una mola. Agendo su pedale imprimeva al congegno un movimento appropriato, si appoggiava con forza alla pietra per affilare la lama fin quando questa brillava acuminata.
 
Il bottaio è un mestiere ormai quasi scomparso, con il legno e cerchi di ferro costruiva le botti per contenere il vino.
 
Il cantastorie risale a molti anni fa, si fermava nei vicoli e le piazze ed offriva in cambio di monete una storia cantata.
 
Il falegname non è un mestiere del tutto scomparso, ma gli attrezzi si sono evoluti sostituendo squadra, graffietto, compasso, calibro e trapano a violino con attrezzi moderni.
 
Il calzolaio, chiamato in siciliano “U scarparu”, aveva il compito di costruire scarpe comode con pelle morbida e cuoio resistente usando questi arnesi: le lesine, i trincetti, le tenaglie, i martelli e molte forme di legno. Costruiva anche zoccoli di legno che erano molto usati dai contadini questi erano costruiti con legno di Ontano perché era molto resistente all’acqua.
 
Il lavoro a tombolo era un lavoro che le donne facevano con tanti spilli, intrecciando fili colorati, ma il vero lavoro consisteva nel creare grandi centri da tavolo, tovaglie e a volte copriletto.
 
Il conzalimuri-giustacofani era quello che aggiustava vasi rotti con il trapano di legno, un filo di ferro ecc...
 
Un mestiere che servirebbe ancora adesso è quello dell’umbrellaru, che riparava gli ombrelli. Quest’uomo appariva soprattutto nei mesi di pioggia. Portava con se un attrezzatura composta da: pinze e filo di ferro. Ai tempi antichi una famiglia si poteva permettere un solo ombrello ed è per questo che esisteva questo mestiere.
 
Molti di questi mestieri non ci sono più, anche se alcuni di questi sono rimasti con l’utilizzo di tecniche differenti.
 
Bellinghieri Chiara, Biondi Giovanni, Bonaccorsi Antonio, Leotta Salvatore, Mangano Giulia, Novàkovà Chiara, Strano Dario, Vitale Jlenia.