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Il Covile - N.o 527 (16.6.2009) Ettore Maria Mazzola sulla ricostruzione in Abruzzo

Archistar per la ricostruzione post terremoto in Abruzzo? (di Ettore Maria Mazzola)


Qualche suggerimento per scongiurare un possibile scempio
 
Una cara persona mi ha pregato di scrivere qualcosa in risposta alle recenti dichiarazioni del sindaco di L’Aquila pubblicate sul Corriere della Sera del 13 maggio u.s. così ho sentito il dovere morale di scrivere il mio pensiero, nella speranza che venga raccolto da chi di dovere.
 


L’Aquila, Piazza del Duomo prima del terremoto

 
All’indomani del sisma, gli abitanti di Onna, cittadina totalmente distrutta essendo l’epicentro del terremoto, noncuranti dell’idea di falsificazione della storia né della proposta di costruire altrove, nuove sicure ed efficienti città nuove, hanno chiesto a gran voce di “ricostruire tutto com’era e dov’era”. La loro richiesta ha trovato appoggio nelle parole della Presidentessa della Provincia di L’Aquila, che ha parlato di “recuperare il senso di appartenenza al luogo”.
La notizia, circolata sul Corriere della Sera del 13 maggio u.s., circa il “sogno” del sindaco di L’Aquila, neo-nominato “subcommissario per la ricostruzione del Centro Storico”, di chiamare al capezzale della sua città le Archistar di tutto il mondo: «Affinché L’Aquila risorga più bella di prima», risulta di una gravità inaudita.
 


 
Il fatto che archistar non sia il sinonimo di garanzia in Abruzzo dovrebbero saperlo molto bene, specie dopo il flop milionario della fontana “calice” realizzata da di Toyo-Ito a Pescara, durata solo poche settimane prima di autodistruggersi.
Purtroppo i nostri amministratori pubblici, e peggio di loro i loro consiglieri, conoscono solo la faccia propagandistica delle archistar, ovvero quella che i loro uffici pubblicitari e l’industria edilizia propongono sulle riviste specializzate e che, ahimè, viene raccontata sui banchi universitari da docenti cresciuti con un complesso di inferiorità culturale rispetto a luoghi del pianeta totalmente sottomessi al modernismo. Per questo, prima che possa risultare tardivo, vorrei aiutare il sindaco aquilano, e chicchessia, a conoscere la faccia nascosta (ultimamente neanche più di tanto) delle archistar.
 



Ecco qualche esempio:
Il 14 febbraio 2007 (1), la Corte dei Conti della Regione Lazio ha aperto una inchiesta per comprendere la ragioni del raddoppio dei costi per la costruzione del nuovo Museo dell’Ara Pacis (ad oggi si sono spesi ben € 16.000.000) … a tal proposito sarebbe utile che quegli amministratori sapessero che i sovrintendenti, all’epoca delle contestazioni di massa sul modo irregolare con cui era stato commissionato l’incarico a Richard Meier, ebbero il coraggio di affermare: «Meier non si discute, il suo nome è sinonimo di garanzia!»
Storie simili a quella di Meier, a giudicare dai giornali, vedono coinvolti Frank Gehry, chiamato in tribunale dal Mit di Cambridge (Boston) per il flop del Ray and Maria Stata Center, oppure Santiago Calatrava, per i problemi del Palau de les Arts (il Teatro dell’ Opera di Valencia) (2) e più recentemente per il suo Ponte di Venezia, ma anche il nostro Renzo Piano ha avuto le sue belle critiche per il nuovo grattacielo del New York Times (3), ecc.
 


 
A questo punto, indipendentemente dal discorso sulle new towns, sul quale ho espresso ampiamente il mio parere negativo nell’articolo pubblicato sul n°512 de Il Covile, penso sia importante concludere chiarendo quello che, a mio modo di vedere, dovrebbe essere il giusto criterio da adottare per il restauro e la ricostruzione. Per far ciò, ritengo quanto meno utile citare la lezione di Carlo Ceschi, quando i danni derivanti dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale obbligarono l’Italia a confrontarsi con un problema totalmente nuovo: LA RICOSTRUZIONE.
 


 
Nell’era del Falso Storico e della promozione dello spirito Modernista si doveva decidere su quale dovesse essere l’atteggiamento da prendere nei confronti dei danni bellici: nel momento in cui ci si poneva il problema di come ricostruire, Carlo Ceschi aveva il modo riflettere, e di far riflettere, su alcuni aspetti fondamentali che avevano accompagnato anche la politica degli sventramenti, riflessioni che ancora oggi dovrebbero servire come monito:
«[...] la distruzione di un monumento d’arte ha sempre superato nella memoria anche lo stesso dolore per la perdita delle vite umane, per il fatto che la natura séguita a provvedere al rinnovamento degli uomini, la cui vita è limitata nel tempo, mentre nessuna forza naturale potrà mai produrre l’opera d’arte perduta anche se questa era nata per l’eternità».
 
«[...] Bisogna soltanto che ogni nostro pensiero sia posto su un piano di ordine morale quanto più alto e perfetto possibile, perché le opere che da esso discenderanno sul piano d’ordine pratico siano espressione di un ideale superiore non contaminato da interessi volgari ed egoistici. Nei centri originari delle nostre città, edifici comuni ed edifici artistici coesistono, variamente collegati tra loro, a costituire quel cosiddetto ambiente che ne forma la caratteristica fisionomia».
 
«[...] È necessario che il fattore economico, finora dominatore assoluto di ogni decisione urbanistica, venga riportato al suo giusto posto di subordinazione e che l’interesse privato cessi di avere valore risolutivo. La città è dominio pubblico anche se composta di proprietà private, essa è l’ambiente in cui vivono, lavorano, producono tutti i cittadini, e le sue strade, le sue piazze, i suoi giardini ed anche le facciate delle case che limitano strade e piazze costituendone la fisionomia, appartengono alla vita comune. Questo concetto fondamentale è necessario tener presente nel preordinare la fase ricostruttiva delle nostre città ferite».
 
«[...] Se in taluni casi l’inedificabilità di un’area deve imporsi per le ragioni sovraesposte (nuove visuali che si sono dimostrate riuscite ed accettate, motivi igienici ecc. n.d.a.) in altri casi i vuoti debbono tornare a ricolmarsi per non turbare l’armonia di certi allineamenti, per non squilibrare le proporzioni di certi ambienti chiusi e precostituiti, per non alterare la fisionomia di un complesso tradizionalmente formato».
 
«[...] Bisognerà in sostanza rendersi conto volta per volta se effettivamente un ambiente esiste e che valore artistico esso abbia. Perché se questo valore, tutto fatto di sensibilità particolari, non dovesse esistere o fosse comunque artisticamente minimo, si potrebbe considerare il nuovo edificio da erigersi come l’inizio di un totale rinnovamento della zona e quindi dello stesso ambiente che, invece di imporre il proprio carattere al nuovo edificio, riceverebbe da questo la spinta e il nuovo tono del suo rinnovamento [...] Là dove invece l’ambiente potrà imporsi, esso dovrà venire salvaguardato. La ricostruzione dell’edificio dovrà essere eseguita in funzione dell’ambiente in cui esso è destinato a vivere. Si tratterà insomma non tanto di ricostruire dov’era e com’era il singolo edificio distrutto, quanto di ricostruire l’ambiente».
Queste condizioni post-belliche dovettero, gioco forza, spostare l’attenzione degli addetti alle ricostruzioni dall’idea del singolo edificio a quella della ricostruzione dell’ambiente e, dunque, a superare falsi problemi come quelli del Falso Storico nel momento in cui era inimmaginabile l’idea di mantenere a rudere gli edifici bombardati: la perdita artistica superava l’importanza della perdita storica, ... anche se ci fu chi ebbe da ridire, in nome della teoria del Falso Storico, sulla ricostruzione di edifici quali il Ponte di S. Trinità a Firenze o i Palazzi Bianco e Serra-Campanella a Genova per esempio.
 


 
Il rispetto del senso di appartenenza al luogo, e quello della dignità degli abitanti abruzzesi, sono troppo importanti per poter essere ignorati dopo questa catastrofe, e questa ricostruzione potrebbe essere anche un’occasione per riformare l’artigianato edilizio e rilanciare le economie locali.
 


 
Se vogliamo argomentare correttamente ciò che il restauro, ma anche la ricostruzione, dovrebbero essere, dovremmo far ricorso alla terminologia utilizzata da Leon Battista Alberti nel De Re Aedificatoria, quando chiarisce che
«sono tre le leggi fondamentali su cui si fonda per intero il metodo che stiamo indagando: il numero, quanto noi chiameremo delimitazione (finitio) e la collocazione (collocatio). Ma vi è inoltre una qualità risultante dalla connessione, dalla unione di tutti questi elementi. In essa risplende mirabilmente tutta la forma della bellezza: noi la chiameremo concinnitas e diremo che è veramente nutrita di grazia e di splendore. È compito della concinnitas l’ordinare secondo leggi precise le parti che altrimenti per propria natura sarebbero ben distinte tra loro, di modo che il loro aspetto presenti una reciproca concordanza. La concinnitas va intesa come legge di armonia razionale dell’organismo architettonico, ma anche come principio di armonia sociale, come rispecchiamento dell’armonia cosmica».
Lo ‘scienziato’ Leon Battista Alberti ci rivela l’intimo pensiero e le idee dei mirabili artigiani, come erano allora chiamati uomini come Brunelleschi, Ghiberti, Masaccio, Donatello e tanti altri fino a Michelangelo e Leonardo, che tendevano appunto ad unire le conoscenze scientifiche con quelle che erano le loro personali attività pratiche.
Tornando quindi al discorso filologico, la parola concinnitas, che si può tradurre con ‘eleganza’ o con ‘ricercatezza’ nel senso datole da Cicerone, si riferisce ad cosa accuratamente esplorata, studiata.
Ebbene, tutte queste argomentazioni sono totalmente sconosciute, e ininfluenti, secondo gli architetti dello star system. Essi, per “dovere” della concezione modernista, sono obbligati a far derivare i propri meriti da sé stessi, sono obbligati ad ignorare la storia, perché appartenente ad un passato, classificato come tale all’interno di un percorso cronologico, e dunque impossibile da ripetersi. Quegli architetti ignorano la forma, e il processo evolutivo, della città, considerano l’urbanistica solo secondo i dettami della Ville Radieuse, che dimentica l’esistenza dei pedoni e la necessità della banalità quotidiana. Appare dunque evidente che né quegli architetti, né il sindaco aquilano, possono decidere “come” e “dove” devono tornare a rivivere gli abitanti abruzzesi!
 
Ettore Maria Mazzola
 

Note


  1. Cfr. La Repubblica, 15 febbraio 2007, pagina 31, sezione Cronaca, e l’articolo di Renata Mambelli “Ara Pacis, costi lavori raddoppiati” a Pag. 4, sezione cronaca di Roma.
  2. Cfr. articolo di Alberto Flores d’Arcais “Le grandi opere fanno acqua vacilla il mito dei super-architetti”. La Repubblica — 08 novembre 2007, pagina 31, sezione Politica Estera.
  3. Cfr. articolo “Il New York Times stronca il grattacielo di Renzo Piano”. La Nuova Sardegna — 21 novembre 2007, pagina 41, sezione: Spettacolo.