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Il Covile - N.o 528 (21.6.2009) Pietro De Marco rilegge Cochin

Questo numero


Ancora uno sguardo alla sempre accesa lotta politica nel nostro paese. Pietro De Marco ripropone, e il Covile con lui, il pensiero di Augustin Cochin come utilissimo strumento per capire il funzionamento dell’opinione pubblica di sinistra. Seguono il commento di una nuova amica, Gabriella Rouf, all’intervista a Giampiero Mughini pubblicata nel N° 526 ed una breve lettera di Stefano Serafini.
 

Le opposizioni e le sociétés de pensée (di Pietro De Marco) 1

Ovvero del killer che accusa il proprio obiettivo di fargli da bersaglio e del pubblico che lo applaude.
 

1. Dal Caimano all’orgia.


Berlusconi come “un pericolo e un cattivo esempio”, un pericolo per il sistema politico e un cattivo esempio per la morale pubblica e, ora, per quella privata degli italiani; ecco il provvisorio punto d’approdo di una lunga battaglia lessicale contro l’homo novus dell’Italia repubblicana. La formula ha una sua apparente moderazione, se messa a confronto con la cosa Berlusconi (“una cosa que da fiestas, organiza orgías y manda en un país llamado Italia”) “sparata” [si veda avanti] dal Nobel Saramago dalle pagine del País del 6 giugno scorso, o col Berlusconi come Putin (capobanda, boss) da cui deriva un ‘gli italiani come i russi’ (popoli succubi, clientes e sudditi di boss), di Barbara Spinelli (La Stampa, 31 maggio).
Formula di condanna moralistica al livello del linguaggio medio, “cattivo esempio” non è mirata a agire solo presso i colti (a destinazione colta è stata l’accusa di “populismo” o, per un certo periodo, nel 2004, quella di “giacobinismo” 2). Ma guarda al paese conservatore, di buoni costumi. Così si cerca di divulgare, casa per casa, il panico dei mala tempora, promosso per tempo da Giovanni Sartori.


Di qualche interesse il confronto con le tattiche e le armi di un triennio fa. Scorro i ritagli di giornale dei giorni successivi alla tornata elettorale dell’aprile 2006 e mi fermo sul pezzo di Massimo L. Salvadori (“Si torni ad un paese normale”, Repubblica del 10.4.2006). Sintomatico, nonostante la sede giornalistica in cui è apparso ci avesse abituato a tutto; ad un ormai stucchevole eccesso visionario-apocalittico, come all’ossessiva e manierata affabulazione dualistica sulla nostra storia politica recente. Per Salvadori, le ultime mosse della battaglia elettorale del Cavaliere avrebbero dovuto aiutare l’elettorato a considerare l’alternanza di governo (cioè, per definizione, la propria sconfitta) “un evento normale e non eccezionale e traumatico”. Invece il messaggio apocalittico/salvifico del Cav. (fino all’estremo confronto con Prodi) ha segnato “la ricomparsa della volontà di portare alla ribalta ancora una volta la dialettica estrema che oppone i ‘buoni’ ai ‘cattivi’, gli ‘amici’ ai ‘nemici’, gli ‘edificatori’ ai ‘distruttori’ (…). Berlusconi ha dipinto la competizione alla stregua di uno scontro ultimo e epocale, vestendo i panni del Salvatore di un paese altrimenti votato al disastro”. Per Salvadori, “così facendo, [Berlusconi] ci ha fatti piombare nei momenti patologici della nostra storia”. Perché Berlusconi ha, comunque, “fatto presa”? Perché, risponde lo storico con argomento ricorrente, nel paese si è solidificato dall’età liberale ad oggi un costume corrotto, per cui il cittadino concepisce lo Stato al diretto servizio dei propri interessi particolari, e concepisce le classi dirigenti (in quanto “intangibili ceti politici”) disposte ad una tradizionale acquiescenza in questa direzione (clientelismo, privilegi, protezioni).
Va da sé che di tale storia della peggiore Italia Berlusconi è interprete e garante; ma veniva da chiedere a Salvadori perché il consenso che il Cavaliere ottiene non fosse ancora più esteso. Crediamo davvero che ad essere marcia sia l’esatta metà della mela, o sospettiamo che anche l’elettorato antiberlusconiano abbia contratto la malattia strutturale della nostra storia nazionale, ma non abbiamo cuore di dirlo? Inoltre, a proposito di salvatori, era difficile non vedere un salvatore genuino nel Romano Prodi cui il prof. Salvadori (del tutto legittimamente) attribuiva un eroico “appello all’unità, al convergere delle forze, alla riunificazione della nazione”. Tanto più salvatore Prodi perché chiamava alla vera Vita (civile) anche i reprobi, i complici dei peccati profondi del nostro ethos, la stessa “pesante e grossa rendita [del Cav.] consolidatasi nel tempo”.
La differenza tra un vero e un falso salvatore consiste dunque, per l’intelligencija, nel fatto che l’uno chiama all’unità l’altro alla guerra. Naturalmente chi chiama alla guerra (Berlusconi), essendo un falso salvatore, propone false ragioni. Contro Berlusconi Salvadori escludeva che vi fossero rischi per l’Italia: oggi rispetto al passato (ad es. al 1919 o allo “scontro di civiltà” del 1948) “nessuno mette in discussione le istituzioni”, né è credibile, anche per “moltissimi” dell’elettorato di centrodestra, che “il centrosinistra costituisca una minaccia per la democrazia”.
Salvatori era troppo buono; scopertamente Repubblica in ogni uscita quotidiana sosteneva che la minaccia per la democrazia era il premier. Qualcuno, dunque, metteva in discussione le istituzioni, il sistema democratico; ed era proprio colui che chiamava gli italiani alla difesa contro i “comunisti” come un San Giorgio contro un Drago inesistente. Poche colonne a sinistra (sempre a p.20) Pirani evocava “la devastazione istituzionale apportata da Berlusconi”, e incastonava una delle tante perle di Zagrebelsky: “[La cultura “altra” da noi del berlusconismo] non è [stata] democrazia ma è demagogia, un regime insidioso che si nasconde sotto apparenze ingannevoli”. Lo stesso “ritorno alla normalità” chiederebbe prima, coerentemente, una deberlusconizzazione.


Due giorni dopo, Ezio Mauro, nella necessità di dar conto dei risultati elettorali, riconosceva un’anima (oltre che il portafoglio) alla “nuova classe” che ritiene essere in formazione; in effetti, se il Direttore ha ragione, il 50% dell’elettorato è davvero una impressionante “base sociale fatta di piccola borghesia antiliberale, di proprietà minuta, larga e diffusa, di intellettualità radicale e ‘rivoluzionaria’ pronta ad essere più che un blocco una nuova classe”, appunto, sotto l’azione del leader ora all’opposizione. Un’anima deve esservi, poiché una parte di questo elettorato ha votato (sosteneva Mauro) contro il proprio interesse, sia pure nel peccato cioè per “ideologismo”; può essergli concessa una qualche natura spirituale. Non così se si potesse dimostrare che ha agito solo per il portafoglio. Repubblica appare comunque tranquilla; come ogni intelligencija è gnostica e per l’ortodossia gnostica (quella valentiniana ad es., nella testimonianza di s. Ireneo) la “sostanza ilica [yliké, da yle materia] per necessità è destinata alla distruzione, perché non può accogliere alcun soffio di incorruttibilità”.
La discussione e le oscillazioni sull’anima della “base sociale” di Berlusconi ricordano lo stupore dei teologi di fronte all’indiano americano dopo la Scoperta. Non se ne aveva notizia; erano destinati anch’essi alla Salvezza? Difficile comunque attribuire loro un genus. In effetti il richiamo, da parte dell’intelligencija, all’unità di tutti non può che supporre la riplasmazione spirituale, se possibile, di questa massa damnata; certamente l’eliminazione dell’indecifrabile monstrum.
“S’ingigantisce ripetendo due o tre mosse elementari (agguato, scatto delle mascelle, digestione); la sua forza sta nel non pensare: il pensiero semina dubbi; lui punto diritto alla preda e l’inghiotte. I suoi quadri mentali ignorano l’Altro; siamo bestiame umano; perciò irrompe a testa bassa contro le categorie politiche, morali, estetiche (…)”.
Questa descrizione sarebbe eccellente se riferita all’intelligencija nella sua lotta contro l’indecifrabile, contro l’umanità che si sottrae alla sua pedagogia e difende se stessa. Peccato che l’ispirato trafiletto di Franco Cordero (Rep 24.3.2006) non lo veda; quanto bene si associa la metafora del Caimano al sempiterno agguato delle élites contro le culture diffuse che affermano se stesse, che si sottraggono loro dominio, alla Aufklärung! Che si tratti di Aufklärung lo rivela il singolare comparatismo di Pirani (“Il bluff del Cavaliere”, Repubblica 14.4.2006). Che forma assume Berlusconi di fronte alla mancata vittoria? “(…) La tensione parossistica che sta imponendo alle istituzioni fanno pensare allo stato d’animo tra il rivoltoso [rivoltoso deve esserci — anche se qui è vocabolo improprio — perchè chi dissente dalle regole dell’intelligencija è sempre un fuori legge], l’insultante e il disperato dei fedeli di San Gennaro (!) quando il ‘miracolo’ [virgolette di P.] non si compie e il sangue non si liquefa”.
Notevole la involontaria dimostrazione della alienità culturale, più ancora che psicopatologica, del devoto agli occhi l’illuminista; perfetta nell’analogia la conferma dell’alienità di Berlusconi. Non aveva appena detto: “L’impasto di queste pulsioni [delirio di onnipotenza e altro] ha distillato l’essenza di quell’anti-politica che caratterizza l’anomalia del personaggio e ne spiega la pericolosità” ?
Altri esempi, tra le migliaia che costituiscono un dossier da non dimenticare. Sempre nell’aprile 2006 Curzio Maltese (Repubblica 14.4.2006) poteva dire che il “fallimento del berlusconismo, pur con tutta la forza del suo radicamento nella società (…) è maturato fin dai primi mesi del 2001, e si è trascinato per cinque anni, con l’inutile impennata finale”. Troppo semplice la formula di Maltese, e decisamente consolatoria (oltre che contradittoria con le drammatizzazioni diagnostiche prodotte dal suo giornale) la sua sottovalutazione della capacità berlusconiana di una estrema mobilitazione del proprio elettorato. Oggi [2009] appaiono foglie secche portate via dal vento.
 

2. Parole full metal jacket


La cultura politica del centro-destra ha subíto comunque, forse sottovalutandola, l’accusa di diffondere odio, di dividere il Paese; la troviamo ancora su un risvolto del recente libro di Giovanni Valentini, La sindrome di Arcore. Eppure vi è una distinzione nettissima da fare, aiutati dai pochi esempi addotti. La “tensione parossistica” (e perché no?) e la individuazione politico-ideologica del Nemico pubblico esibita dal premier è tutt’altra cosa dalla costruzione del Nemico come Male, come essere repellente da odiare. Altro è far pesare sull’avversario di sinistra una legittima, radicale diffidenza per la genealogia politica e ideologica, per il potenziale eversivo (politico, etico e di cultura) ch’esso porta con sé; altro è ciò che la gnosi affabulatoria delle sociétés de pensée ha indotto nell’opinione pubblica contro Berlusconi (le sue televisioni, i suoi atti, i suoi uomini, fino agli “atei devoti”), ovvero l’iniquità del Nemico e del suo popolo, la loro sottoumanità, da temere e da irridere.
La vicenda quotidiana dei diversi popoli di sinistra è segnata da una discriminazione secondo il valore: gli uomini del centrodestra sono così nemico personale, non hostis pubblico. Carl Schmitt distingueva rigorosamente i due livelli, lo si dimentica spesso. Ma ha profondamente visto l’eventualità del loro collasso moralistico in un unico conflitto fino all’annientamento. La vulgata (colta e di base) antiberluconiana corrisponde perfettamente alla moderna deriva analizzata da un celebre passo della Teoria del partigiano (1962) di Carl Schmitt:
“Armi extraconvenzionali presuppongono uomini extraconvenzionali. L’estremo pericolo [per il mondo; qui, diremmo analogicamente, per ogni società civile p.d.m.] risiede nella ineluttabilità di un obbligo morale [al conflitto]. Gli uomini che adoperano simili mezzi contro altri uomini devono bollare la parte avversa come criminale e disumana, come un non-valore assoluto, altrimenti sarebbero essi stessi criminali e mostri. La logica di valore e disvalore dispiega tutta la sua devastatrice consequenzialità e obbliga a creare sempre nuove e più profonde discriminazioni, criminalizzazioni e svalorizzazioni, fino all’annientamento di ogni vita indegna di esistere”.
Questa, appena metaforizzata, è la diagnosi esatta della logica dei lunghi anni di lotta contro il Caimano (perciò perfettamente rappresentato, da Cordero, come una non umana macchina predatrice), il suo governo, la sua base sociale. Dualismo gnostico – a piena conferma del celebre teorema di Eric Voegelin — che ha prodotto il mito (in abiti declinisti) di una presenza malvagia che ha contaminato il Paese o, semplice variante, si è fatto espressione della sua contaminazione. Hans Jonas sottolineava, nello gnostico l’esperienza dell’estraneità, anzi della frattura, col Mondo. L’intelligencija ha vissuto con angoscia la storia dell’ultimo decennio politico come un universo alieno, sotto il dominio, sotto la Legge, di un demiurgo inferiore, cieco e malevolente. L’odio dell’intelligencija alla persona del Premier è tutt’altro dalla parallela avversione politica di liberali-conservatori per il “comunismo”; è odio ontologico. In effetti il Nemico stesso è meno concreto (o non se ne darebbero le raffigurazioni più difformi e contradittorie) che non la manifestazione estrema della propria inimicizia:
“l’annientamento (…) non si rivolge più contro un nemico [in senso proprio e politico] ma è ormai al servizio solo di una presunta affermazione oggettiva dei valori più alti (…). [Giungiamo] all’opera di annientamento di un’inimicizia assoluta.” 3
Ora, anche il compatto orizzonte o reticolo degli “argomenti” prodotti contro il premier e il suo governo (personale e istituzionale) da parte degli oppositori deve essere considerato un arsenale bellico, ed anche efficace, come già nel passato hanno mostrano i suoi risultati sul bersaglio. Non vi è parola di opposizione (salvo poche e di poche persone) che non sia assemblata e rinforzata come per essere “sparata dalla canna di un fucile”.
È la formula di un grande storico contemporaneo delle idee politiche, John Pocock. A proposito di linguaggio politico e di paradigmi, scriveva, diversi anni fa:
“Le parole divengono paradigmatiche, nel senso che possono venir usate da più d’uno per trasmettere più d’un contenuto o imprimere loro un ‘taglio’, e la comunicazione sociale diventa una sorta di partita a tennis, in cui mi è permesso di importi la mia palla ‘tagliata’ a condizione che tu possa imprimere il tuo ‘taglio’ nel rimandarmela. (…). Ma può capitare che venga sparata dalla canna di un fucile una palla in nessun senso rimandabile. Vale a dire: inviarmi una comunicazione a cui non posso assolutamente imprimere quanto voglio dire nel rilanciarla significa inviarmene una cui, di fatto, mi è proibito rispondere, dato che mi viene proibito di fare qualsiasi comunicazione negli stessi termini.” 4
Anche “cattivo esempio” pubblico e privato è, come altri elementi dello stesso arsenale linguistico della guerra politica in corso, un’arma impropria; corredata di cronache e di foto quanto basta per trasformare inequivocabilmente la pocockiana palla da tennis in un micidiale proiettile full metal jacket. La continuità di una lotta senza quartiere la cui gioiosa macchina è, non sola, ma per eccellenza, Repubblica, usa lessico, analisi, notizie che sono, quali ne siano l’oggetto e l’occasione, solo armi assolute, “omicide” in un’unica direzione. 5


Tutto veramente nuovo? Ho l’impressione, ma non mi sento documentato come vorrei in proposito, che materia e processi, linguaggio e logica con cui, a turno, le opposizioni politiche e intellettuali della storia dell’Italia repubblicana hanno rappresentato il loro Nemico (uomini, ceti e partiti) al potere, e il “mondo” come effetto dell’esercizio del potere da parte del Nemico, siano ancora da studiare. Resta da studiare, credo, il materiale argomentativo e simbolico della drammatica aggressione all’egemonia democristiana condotta negli anni Sessanta e Settanta (Berlusconi stesso ha ricordato di recente l’affaire del Presidente Leone), coronata prima dall’assassinio di Moro, poi dal massacro di Tangentopoli. E, però, coronato anche dall’irreversibile declino dei vincitori: sinistre e destre d’opposizione (al “sistema”) di ogni tipo e livello.
Era anche quella un’Italia popolata di mostri, sprofondata in abissi di alienazione; mostri e alienazioni che gli aggressori di allora ora paiono rimpiangere. Colpisce che oggi molti si rammarichino in buona fede della perdita di dominio da parte dei partiti della “prima Repubblica”. Quasi che per decenni la saturazione di ogni rilevante spazio ed esercizio potestativo, da parte di élites e quadri e clientes dei diversi e opposti gruppi dominanti, non abbia costituito e legittimato il più subdolo (perché ‘impersonale’ e diffuso) “conflitto di interessi” della storia repubblicana.
E proprio il non essere un ex della Prima repubblica ha potuto, anzi, essere una colpa! Da un documento delle micidiali scaramucce di un ciclo politico fa: “Forse solo Berlusconi non è un ex, perché è senza passato, vale a dire senza storia. Disgraziato quel popolo che, sperduto nella sua storia, se la ‘lifta’. Una storia ‘liftata’ è piattezza, è storia decebrata, perché è uguale a se stessa in qualsiasi punto” (Francesco Merlo, Repubblica, 6.2.2004). Ove basterebbero l’idea insensata che un leader che non proviene dalla politica sia un “senza storia” e la battuta che suo lifting non possa non “decerebrare” la storia in cui opera, per misurare il grado di corruzione delle migliori intelligenze, una volta arruolate in una intelligencija e militarizzata nella guerra delle parole. Ma sappiamo che quos perdere vult deus dementat prius, ora come allora.
 

3. Sociétés de pensée


Un’efficace stagione di configurazione del Nemico ordinata alla sua distruzione politica e materiale (essendo ogni altra condotta nei confronti di Berlusconi, una self-deception) è, comunque, nuovamente, e instancabilmente, in atto. La ‘(de)costruzione’ che ne segue è l’unica effettiva azione politica che le opposizioni siano riuscite e riescano ad esercitare. In virtù di due fattori. Il primo è in realtà un vincolo, costituito dal dato che la persona privata (l’imprenditore è figura privata, ovvero della società civile) del premier è stata e resta l’unico terreno obiettivamente vulnerabile dall’attacco di opposizioni senza unità e senza idee (riducibili ad unità) di governo, se non inattuabili, o autodistruttive delle alleanze, o elementari, o desuete. Il secondo, che qui interessa di più, è costituito invece da una grande risorsa endogena delle sinistre: la lunga esperienza strategica e tattica dell’intelligencija ‘illuminata’ nel patetizzare la congiuntura storica e ‘demonizzare’ (parola recente e inflazionata che non amo, ma che è qui tollerabile) l’avversario. Non che non si capisca quanto appagante sia cedere alla tentazione del vetriolo in faccia all’avversario; ci si “sente vivi”, non si pensa, si fanno lavorare gli altri (dai giudici ai sindacati ai letterati, all’Economist, al Times, al País; si affidano compiti persino al Vaticano e alla CEI), si hanno piccoli momenti di gloria; il gioco porta persino frutti. Alla prima, la migliore metafora per questo affannarsi sembra la coazione del giocatore alla slot machine. Prevale la scelta ludica, o onirica che, ancora una volta, dopo la omicida kermesse prodotta da tutti gli arcaismi ideologici negli anni Settanta, immunizza la cultura ‘illuminata’ dall’infetto paese reale, nell’illusione di proteggerlo o vendicarlo.


Quando un conflitto a fuoco è in corso, anche un minimo di distacco diagnostico sembra impraticabile. Ma tentiamo. Si può riconoscere, guardando con maggiore attenzione, che nella mobilitazione dell’intelligencija opera una convergenza di spontaneità e di calcolo strategico. Una “regìa” di medio raggio, fin dove arrivano i media e una rete di blog, prende per mano le emozioni, collega la dimensione spontanea con quella indotta ed integra il denotativo col connotativo deturpante, provocando (e ‘fingendo’) presso l’opinione pubblica la negatività ultima di ogni evento e tratto del leader. Ma è una regìa sui generis; per l’aspetto sociale, quanto questa reticolarità antiberlusconiana ha eventualmente di complottistico è, comunque, meno importante di quanto è riconducibile ad un mécanisme diffuso e pubblico. Intendo dire che l’aggressione al premier, in corso da tre lustri, conferma la plausibilità della evocazione, sulla scena italiana, delle sociétés de pensée, della loro coazione a modellare come un’arma una opinion sociale, a iterare attacchi da tutte le direzioni purché la loro creatura (l’opinion) non venga intaccata dal dubbio e persista nella propria opposizione al Pouvoir.


È nota (anche Sergio Romano vi dedicò anni fa attenzione) la figura storica delle sociétés de pensée, ovvero di quella formazione che moltiplica e collega tra loro congiunturalmente gli intellettuali “critici”, l’intelligencija più difforme, nella ruminazione e nella espressione anzitutto retorica e libellistica dell’opposizione al Sovrano. Le sociétés de pensée furono individuate, denominate e studiate nel corso del primo decennio del Novecento da Augustin Cochin, il giovane erudito (e quale storico!) cattolico antirepubblicano che, vicino a Maurras quanto posto idealmente e paradossalmente alla scuola di Durkheim e Lévy-Bruhl, ha reso possibile come pochi altri la nostra attuale libertà nei confronti del mito rivoluzionario francese.
Scriveva Cochin sotto la duplice esperienza della ricerca storiografica e dell’osservazione dell’intelligencija a lui contemporanea:
“le sociétés [ de pensée ] creano una République ideale ai margini della vera, un piccolo stato ad immagine del grande, con l’unica differenza che non è reale. Le decisioni prese sono solo auspici [ voeux ], e (dato fondamentale) i suoi membri non hanno personale interesse né responsabilità riguardo alle questioni [ affaires ] di cui parlano”.
L’amico De Meaux (al cui bel profilo del 1928 attingo) glossava: “Realizzazione di una società irreale, costruita sulla carta da irresponsabili, questo è lo stile di lavoro nelle sociétés de pensée . S’intende, nella vicenda rivoluzionaria si passerà dalle armi della critica alla critica delle armi, ma secondo Cochin lo stile deliberativo già operante nel 1785 resta in quello delle sociétés al potere del 1794.
Perché le invisibili sociétés, plesso di individualisti senza un credo comune che intendono, tuttavia, parlare a nome della società civile ed anzi porsi come l’autentica società civile stessa, possano uscire dalla latenza è necessario, per dire così, un catalizzatore. Senza catalizzatore tali macchine generative dell’opinione pubblica tornano ad essere ciò che ordinariamente sono, individualità e piccole cerchie tra loro in concorrenza, o scompaiono.
Le sociétés, questo potere nuovo, fondano, scriveva Cochin,
“un’ortodossia di nuovo genere, [in cui] la ‘conformità’ , la ‘regolarità’ si distinguono dalle antiche per il fatto di non ammettere misure, gradi, quali lo scarto tra lettera e spirito, tra regola e fatto. [Regolarità e conformità si esprimono solo nell’] adesione implicita, brutale a delle formule cut and dried, come dicono i macellai inglesi, pronte per servire come quarti da salare. [Formule] troppo numerose e definite, in effetti, per permettere — e troppo legate all’attualità per tollerare – la minima discussione. Peraltro, questo rigore di forma è senza compensazione: […] è letterale, impone un atteggiamento, un linguaggio, ma in nessun modo una convinzione [nel senso che non ha veri principi]: “vincolato” all’esterno [nella mobilitazione], ogni fratello è internamente libero. Questo furono i cahiers del 1789, capolavori della letteratura cut and dried, analoghi fin nella fraseologia.” 6
Sembra che Cochin abbia davanti, invece che le filze degli archivi della Bretagna, le infinite colonne di stampa, cariche delle metafore e delle invettive più fantasiose, degli argomenti più dissonanti (ad un esame) eppure emotivamente convergenti, da Liberazione a Europa, passando per il Manifesto e la Repubblica, e comodamente esemplificabili nella ridda di proposizioni in libertà, magari concentrate in una stessa pagina, di Cordero e di Zagrebelsky, di Merlo e di Giannini, di Bocca e di Scalfari.
In effetti, quanti contingenti risultati si sono ottenuti col metodo del cut and dried in questi anni! L’azione quotidiana contro il premier ha nel passato messo la maggioranza sulla difensiva, l’ha sorpresa spesso intenta a costruire ripari e l’ha costretta a contrattaccare, talora disordinatamente o senza convinzione, su terreni di volta in volta tecnici o etici, che non era essa a scegliere. Così l’opposizione è effettivamente riuscita (sia detto senza niente togliere agli errori della coalizione di governo) a bloccare o ritardare o disordinare l’azione di governo specialmente nei settori programmatici portanti, nei quali anche la semplice continuità dell’azione governativa sarebbe stata pericolosa per l’opposizione, e ne ha ricavato vantaggi tattici a cascata. Anche oggi può imputare al premier ciò che essa gli ha abilmente imposto: anzitutto la priorità data agli ‘interessi personali’, tensioni con la presidenza della repubblica, inefficienze e inadempienze nell’attuazione dei programmi, disarmonie con gli alleati, ora [giugno 2009] la “ricattabilità” sul terreno privato. Il killer spara e irride l’obiettivo perché gli fa da bersaglio.
Tattica immobilizzante lecita in termini di cruda lotta politica; peccato sia condotta, col basso continuo della deprecazione virtuosa, e sotto il segno della guerra assoluta, civile e morale e, talora, religiosa.
 

4. Destino dell’intelligencija


Forse è per la periodica manifestazione di vitalità e di buona salute di tale mécanisme, ricaricato dal ritorno del Cavaliere al governo, che nell’opposizione non si fanno (o non si mostra di aver fatto) bilanci politici seri, per quanto provvisori. Tutti sanno, però (e regolarmente si conferma), che un cospicuo settore delle sociétés de pensée, dell’intelligencija, che sta contro il Nemico una campagna fatta di parole (cui provvedono i giornali), di piazza (cui provvedono le risorse sindacali e movimentiste), e di interviste e registrazioni ricattatorie, sarà tagliato fuori dalla coalizione anti-Berlusconi eventualmente vincente. Non è plausibile che un grande centro-sinistra che si proponga di erodere al Cavaliere sia gli elettorati settentrionali che quelli meridionali possa, un domani, dare spazio a tali ‘minoranze’ radicali e/o di sinistra (incluse parti della stessa sinistra ex-DS e della nevrosi cattolico-democratica) nell’organigramma di un governo.
È un pessimo sintomo che ciò che resta della “politica” (alta) di opposizione pensi il futuro, magari, con un simile realismo, ma ritenga di lucrare contemporaneamente dai risultati distruttivi (non solo di erosione del premier ma di molto altro) della quotidiana incriminazione e squalifica del Nemico; che, insomma, lasci agire l’intelligencija con gli strumenti infamanti e patetizzanti che da sempre conosce e usa con slancio perché sono la sua vita stessa (dall’indignazione alla diffamazione, dal disprezzo all’irrisione falsificante) — senza supporre di dover scontare politicamente e moralmente (e non per la prima volta) questa scissione tra giudizio e pratiche, o di star già pagando il conto.
Come non supporre, infatti, che a) nell’eventualità di un qualche successo elettorale su Berlusconi, il nucleo moderato che solo potrà governare dovrà, come detto, liquidare quella base di sociétés che hanno (avranno) condotto per anni l’estenuante lavoro ai fianchi del leader, e partire da capo; b) nell’eventualità di una nuova sconfitta, la sinistra in particolare si troverà in un campo di macerie, di risentimenti frustrati, in aggiunta all’assenza strutturale di una “ragione politica” all’altezza del presente? 7
Vi è un’intelligenza capace di defilarsi da quella “sinistra che le spara grosse” a se stessa e al paese, e della quale non è certo se abbia “consapevolezza di quello che fa, e dunque debba sentirsi come annichilita dalla propria sparata”? (Sorprenderà il lettore, ma cito — adattandole nella sintassi — espressioni di Francesco Merlo, risalenti a pochi anni fa).
Infatti, non è il bersaglio delle sociétés (cioè il capo del governo) colui che può arrestare il mécanisme; non solo perché, in termini di sistema politico, il mécanisme è nerbo dell’opinione pubblica moderna ed è (anche de iure) inattaccabile in democrazia, ma perché, in termini di fatto, ogni reazione contro l’intelligencija ‘critica’ ottiene il suo potenziamento, almeno quando il gioco è in corso, come la vicenda italiana mostra ogni giorno: aggredito, il nesso, il lien d’union, tra membri e cerchie aumenta la sua stretta, quella per cui già ordinariamente, nella rete militante, “chacun se soumet à ce qu’il croit approuvé par tout le monde” (così, per Cochin, si diffonde l’opinion sociale), mobilita altre risorse, convince gli incerti ad intervenire in ausilio ai combattenti.
Non è il Nemico, dunque, che ha ordinariamente la chance di arrestare il meccanismo che lo assedia, anche se ha il diritto, politicamente ben fondato, di difendersi. Lo può (e lo deve) chi in parte alimenta il mécanisme dall’interno e si illude di fruirne, se non altro in termini di vantaggio contingente (“intanto lasciamogli distruggere Lui”). Spetta a lui rimuovere il mécanisme, accettando lui finalmente la “normalità” delle sconfitte passate e future (mai accettate razionalmente), e la “normalità” del presente avversario. O lo stesso mécanisme, costituito nel più classico dei modi, su pretese di Verità, Libertà, Giustizia e Virtù, giunto al suo buon esito distruttivo, impedirà a chiunque altro di governare. Anzitutto a quei partiti la cui residua anima è oggi uno dei motori della lotta senza quartiere (tipica ribellione senatoria) contro l’ homo novus. Appare questo, anche, il migliore quadro con cui interpretare l’ascesa del “partito giustizialista” di Antonio Di Pietro, a danno degli eredi del PCI.
In breve. È necessario che l’opposizione, specialmente la più recente e inesperta, ricordi come operano, sempre anarchicamente, anche in virtù dell’assetto occasionale del loro eloquio “sans dogme ni credo” (Cochin), le sociétés de pensée. Le parole, quali che siano, sono tutte ‘tagliate’ per inibire nel bersaglio la risposta. Nel senso di Pocock, per ‘uccidere’ il Nemico.
Una grande figura del cattolicesimo francese, e arabista eminente, Louis Massignon, dedicò nel 1955 un saggio celebre alla difesa della memoria di Maria Antonietta. Giudicando i calunniosi attacchi delle sociétés all’onore della Regina Massignon coglieva l’essenziale: l’immondizia gettata su di lei (“poursuivant à la fois son déshonneur et sa mort”) vuole colpire, non importa con quali mezzi, il “testimone convinto del diritto divino della monarchia”, ossia — in termini più ampi — la dignità e il fondamento dell’istituto sovrano. In effetti il nemico da sconciare con la calunnia e condurre al patibolo per accelerare la Rigenerazione (della storia, del paese, della sinistra) è sempre il Potere legittimo.


Se i quadri militanti dell’intelligencija non sopravvivono a lungo al successo, questo non rassicura quanti temono gli effetti perversi delle loro prassi. Non solo, nella congiuntura, con l’incattivirsi del gioco e l’uso incontrollato di strumenti di delegittimazione, come in queste prime settimane di giugno. Le stagioni ‘rivoluzionarie’ che usano le parole come proiettili si scontano, infatti, collettivamente in termini (questi veri!) di arretratezza della cultura politica, che non risparmia alcuno. Esempio non remoto il Sessantotto europeo e le sue eredità. La proliferazione delle sociétés conduce spesso al collasso l’organismo di cui esse si alimentano.
 
Pietro De Marco
 

Note


  1. Buona parte di queste pagine [aggiornate al 20 giugno 2009] era stata scritta nei primi mesi del 2004 [vedi Il Covile n° 194], e ritoccata più volte in quell’anno. Ne pubblicai (in www.chiesa.espressonline.it di Sandro Magister) solo un adattamento alla vicenda postdemocristiana dell’intelligencija cattolica, ripreso in P. De Marco, Apparizioni quotidiane, Firenze, LEF, 2005, pp.141-147. Ho usato alcune formulazioni del 2004 anche nel contributo al convegno fiorentino del 2008 sulla Firenze politico-religiosa del dopoguerra, ora in P. De Marco, a cura di, La Pira, don Milani, padre Balducci. Il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo a fine Novecento, Roma, Magna Carta, 2009, pp. 93-152 : 113-117.
  2. Chi tra i contendenti degli ultimi venti anni di storia civile italiana è meno distante, ad esempio, dalla definizione (estensiva) di giacobinismo, formulata così da Croce: “l’atteggiamento pratico che, movendo da un astratto ideale, ricorre all’imposizione e alla violenza per attuarlo”?
  3. Teoria del partigiano, Adelphi, 2005, pp.130-131; cfr. id., Il Saggiatore, 1981, p. 75 — la versione 2005 è riveduta e migliorata.
  4. J. Pocock, Politica, linguaggio e storia, Comunità, 1990, pp.100-101; ho ritoccato la trad. it.
  5. Una chiave lessicale/balistica meritevole di attenzione negli ultimi anni è quella della barbarie o imbarbarimento, a scalare dalla politica delle nazioni a quella della società italiana e della politica quotidiana. Una classica e imbarazzante categoria (con barbaro si stigmatizza l’Altro! dice il progressista quando gli viene comodo), dunque, viene associata ad un ragionamento che regolarmente si risolve nel mirare ad un uomo; il resto è orpello culturale.
  6. Cito da Les sociétés de pensée et la démocratie moderne, reperibile facilmente on line.
  7. Scrivevo queste cose, alla lettera, nel 2004.

 

Sull’intervista a Giampiero Mughini (di Gabriella Rouf)


Non si può non apprezzare l’assunzione di responsabilità e non affiancare la richiesta che essa si estenda e faccia chiarezza di fatti ed episodi che hanno lasciato un seguito di sofferenza.
Faccio riferimento all’intervista a Mughini, riservandomi altre riflessioni dopo la lettura del suo libro e di altri testi correlati.
Occorre ampliare il discorso per quanto riguarda quelli che costituirono i terreni su cui le punte estremistiche si svilupparono e come tali ne condividono le responsabilità, per lo meno storicamente e certo moralmente.
In questa visione più ampia colloco anche la posizione di Sofri, nel suo appello a considerare lo stato di vittima anche di chi agì ispirato e quasi indotto da altri.
Un terreno è quello coltivato dalle gerarchie accademiche di impostazione rozzamente storicistica o dichiaratamente marxista che dettero fondamenti teorici, dignità culturale e l’ambito concreto per un ambiguo proselitismo basato sul disprezzo intellettuale, il conformismo e l’oscuramento delle coscienze, fino alla rovina delle istituzioni universitarie, sotto il profilo umano prima che scientifico. E qui nessuno si è assunto responsabilità, anzi .
L’altro è quello della sinistra istituzionale. Infatti l’analisi di Mughini, che si distribuisce socialmente tra borghesia e classe operaia, trascura il milieu più pervasivo e insidioso: quello della piccola borghesia, ceto imitativo e mitizzante, che figlierà, nel ricambio generazionale, la burocrazia degli apparati di partito.
In realtà per molti anni nella sinistra la scelta tra una militanza estremistica o «d’ordine» è stata per molti giovani imitativa, o psicologica o casuale. Questo a dimostrazione che la discriminante di principio non c’era, e l’epopea degli eroi della Resistenza, esempio ispiratore, spogliato della sua dolorosa realtà, era per entrambi un dogmatico «bene» , per gli uni da mitizzare, per gli altri da imitare.


Quanto a questo non solo non vi è assunzione di responsabilità, ma si assiste ad un trasformismo che rimuove i fatti (favorito dal naturale sfoltimento dei testimoni) e può permettersi di essere autocompiacente e nostalgico, arrivando con la sua schiuma fino ai girotondini ecc.
Il fatto che i dirigenti « odiassero » i gruppi extraparlamentari non deriva da una diversa visione morale della lotta politica, dato che l’ideologia era sempre quella del partito divinizzato e de« il fine giustifica i mezzi», ma solo dal disturbo arrecato all’avanzata al potere, quindi ad una questione di metodi e di rapporto costi/benefici.
La prova è che l’interfaccia interna aveva gli stessi meccanismi dei gruppi, lo stesso costume sessuale e lo stesso stile di sopraffazione personale e di faide interne.
In realtà il PCI ha sempre avuto un meccanismo di stratificazione propagandistica per cui il ricorso alla violenza e all’atto dimostrativo non era moralmente ripudiato quanto ritenuto inefficace e controproducente.
La nemesi storica sugli apparati statali e istituzionale fondati sul materialismo storico non ha portato, proprio per l’anguillesca subcultura degli apparati di partito, al più logico dissolvimento e ad un assorbimento degli ideali sociali in un nuovo sistema di valori, ma semplicemente ad un prosciugamento degli stessi in un esercizio del potere come fine (per i vantaggi che ne derivano e per assicurarne il perpetuo mantenimento).
La pericolosità di questo neo-cinismo è che si rende disponibile a qualunque movimentazione banalizzante anche nelle tematiche più serie e delicate (come la bioetica) e produce un blocco di conservazione e di incapacità del governo della realtà.
Va detto che dall’altra parte il pragmatismo (che è una forma seria di governare) viene assunto talvolta con timidezza, quasi con reverenza verso le ideologie sconfitte ma che ancora si avvalgono di paludamenti accademici e si avvantaggiano direttamente e indirettamente dell’imbarbarimento dei media.
L’ambiguità della parola «libertà» dimostra che non vi è assunzione di responsabilità senza conversione, e l’errore va circostanziato in modo revulsivo di un nuovo livello di coscienza, che passi dagli individui alla società.
Questa discussione è interessante più per i suoi aspetti di rifondazione morale della politica che per la fenomenologia specifica dell’estremismo di cui si danno nella storia significative ricorrenze.
L’azione politica, in sé pragmatica, deve far riferimento a valori fortemente incardinati nella sfera spirituale e nella tradizione dei popoli, come retaggio e identità.
La sfera politica, in sé fitta e opaca di interessi e passioni, può essere illuminata e purificata nell’incontro di personalità indipendenti e coraggiose, animate da spirito di servizio .
Per arrivare a questo, ammesso che sia possibile, occorre certo cimentarsi e riflettere sulle questioni del passato e del presente che chiamino in causa la coscienza, la morale, la responsabilità: e si difendono le radici anche scoprendo e tagliando i rami secchi.
 
Gabriella Rouf
 

Hapax legomenon (di Stefano Serafini)


Io ero fuori, ma mia moglie è rimasta esterrefatta nel seguire ieri sera la prima puntata de Il Grande Gioco condotto da Pietrangelo Buttafuoco, ospiti Carlo Rossella e Franco Cardini, dal titolo “Eurasia”. Si stropicciava gli occhi incredula, mentre sentiva lodare la Russia e la cultura ortodossa, asseverare che il destino europeo è anche quello russo, spiegare la questione cecena in termini storici e non di proclami a senso unico, parlar bene di Putin, affermare che — come ha dichiarato l’ONU qualche giorno fa — fu Saakashvili ad aggredire l’Ossezia del Sud, e non la Russia la Georgia, ecc. ecc.
L’esatto opposto del solito format russofobo al quale siamo ormai rassegnati.
Interessante, fra tante “scosse” (compresi gli insulti del compassato Times) al governo più filorusso d’Europa, del Paese che meglio ha retto alla crisi economica grazie alla mancata deregulation invocata da anni da tutto il mondo finanziario “scontento” di Berlusconi.
 
Stefano Serafini