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Il Covile - N.o 529 (24.6.2009) Intervengono i Maestri

Sostegno alla produzione di cose belle

Cari amici, scrivo a voi artisti perché come nel campo urbanistico-architettonico si sta aprendo qualche spazio, così vorremmo succedesse in quello diciamo ‘della produzione di cose belle’ [...] intanto, aspettando che i politici se ne accorgano, dovremmo utilizzare il Covile per mettere a punto una serie di proposte, non buttate là così né ideologiche, che quando si presenterà l’occasione buona saranno a disposizione anche per i politici.
Già nell’intervento di Ciro Lomonte sull’oreficeria siciliana [v. n° 514] c’era qualcosa, qui sotto inserisco una prima serie di punti che a suo tempo mi inviò Rodolfo Papa, vi chiederei su questi dei commenti [...]
Così scrivevo lo scorso maggio ad alcuni amici, ecco le loro prime risposte, ma sul tema ritorneremo. Promesso.
 

Le proposte di Rodolfo Papa

  1. Il rilancio e l’applicazione della legge del 2% sui lavori pubblici destinata alla realizzazione di opere d’arte (che è stata rovinata dai ministri Veltroni, Melandri e Rutelli). [E che gli artisti scelti siano italiani e figurativi (visto che le tendenze mondiali dell’arte lo sono e solo in Italia siamo rimasti ideologicamente agli anni sessanta)].
  2. La formazione di fondi e sgravi fiscali o perlomeno non mettere l’acquirente come è oggi in una posizione di inquisizione, perché un dipinto acquistato con fattura fa scattare immediatamente il redditometro con il risultato che nessuno compera più niente o non vuole la fattura il che è peggio perché gli artisti non hanno alcun reddito emerso o se ce lo hanno pagano una barca di tasse.
  3. Costituzione di leggi speciali per Fondazioni, Banche e Privati per il rilancio della produzione di nuove opere d’arte italiane.
  4. Sgravare gli artisti com’è in tutta Europa dall’IVA.
  5. Pensare un piano strategico (come c’era fino al 1945) per impegnare tutti gli artisti in lavori pubblici non a concorso ma a chiamata [si veda l’utilizzo della Quadriennale di Roma, oggi è una mostra come le altre, un tempo era il luogo dove si facevano esporre i migliori talenti giovani al fine di reclutarli per opere pubbliche].
  6. Pensare al rilancio dell’arte italiana nel mondo, ma non solo i capolavori del passato e i contemporanei di sinistra ma anche noi altri se è possibile ovviamente. (poiché il futuro è figurativo e non aniconico, basta vedere artisti cinesi, afgani, russi, australiani, statunitensi ecc.)
  7. Rilanciare nelle Accademie d’Arte italiane lo studio dell’anatomia e del disegno (stanno tentando da anni di abolire le cattedre di “Anatomia artistica” secondo l’assunto che disegnare non serve più a nulla; quando il mondo intero è tornato a copiare gli artisti italiani rinascimentali).

Questo mi sembra già un buon promemoria e se venisse recepito potremmo di nuovo concorrere alla pari con gli altri artisti e europei e mondiali.
 
Rodolfo Papa
 


Rodolfo Papa, San Pietro

 

Il commento di Alzek Misheff


Caro Stefano, [...] In generale: dobbiamo seminare stazioni covili abitando nei palazzi per riavere la direzione, per reimparare l’alta qualità responsabilità dell’opera, lo spirito radicale francescano per misurare la sincerità, criterio del non più moderno. “Ci vogliono opere ed esempi di comportamento” ci siamo detti con Giuseppe Romano a Firenze. A proposito della necessità urgente e fondamentale della committenza mi sono ricordato di un altro mio “programmino”:
 

Gli altri


Se nessuno mi chiede di concepire un dipinto
Io non dipingo.

Se nessuno mi chiede di eseguire un concerto
Io non suono.

Se nessuno mi chiede un progetto
Io non so come scrivere una poesia.

Dunque oggi non sono un artista.
Non sono nemmeno un musicista.
Non sono neanche un poeta.

Ma nella via,
è il poeta

inventore e distributore
di verità.
 

Il mondo esterno è mio interno.
 
Alzek Misheff Acqui, 12 agosto 2007
 



Alzek Misheff, Eleonora

 

Un’idea di Luciano Funari


Carissimo Stefano, salvare la produzione artigianale dalla deriva culturale ed economica in atto è certamente problema complesso e sicuramente fuori dalla portata e dalle capacità di analisi di un semplice “operatore”, quale io sono. Non scendiamo, poi, nel campo più propriamente artistico, perché — oltre alle note difficoltà di sopravvivenza, già implicite nell’impostazione psichica “anti-economica” dell’artista — incontreremmo, schierato, il plotone di esecuzione della “cultura dominante”...


Ti racconterò, allora, la breve storia di un mio progetto fallito (per ora!), nella speranza che qualche esperto di economia e di politica possa trarne ispirazione, immaginando proposte fattibili, da suggerire ai nostri governanti. L’idea è nata osservando ciò che sta succedendo in agricoltura: il reddito agricolo è insufficiente a sostenere i costi di gestione e i contadini cercano di integrare il loro profitto con attività collaterali, come l’agriturismo e le “fattorie didattiche”. Queste ultime, in particolare, mantengono in vita animali, come l’asino o i bovini da lavoro, altrimenti non più remunerativi (e pertanto condannati all’estinzione), con lo scopo di mostrarli alle scolaresche in visita, le quali possono ammirare ancora il pastore che munge a mano o il “caciaro” che fa il formaggio in diretta, con attrezzi e manualità scomparse altrove. Il piccolo reddito che scaturisce da queste attività sta salvando dall’oblio una parte della nostra eredità culturale e finanche una buona quota di bio-diversità genetica: l’orgoglio e la soddisfazione sono i guadagni aggiuntivi d’una iniziativa privata, ben più efficace di tanti provvedimenti pubblici di stampo “assistenzialista”.


Venendo al caso dell’antica “BOTTEGA” — sia essa d’un artigiano come d’un artista — l’aspetto didattico si trovava connaturato con la sua stessa fisionomia di centro di produzione dei manufatti e di trasmissione delle conoscenze necessarie a produrli: come in ogni scuola privata (e non solo!) i genitori dell’allievo versavano al Maestro una retta, che costituiva un’utile integrazione all’attivo di bilancio... Senza contare il fatto che il valore della manodopera gratuita, fornita dagli apprendisti, era di sicuro maggiore dell’onere — da parte del Mastro — di perdere tempo prezioso in insegnamenti e spiegazioni (di norma sostituiti dall’esempio pratico e dall’imitazione). Perché, allora, non ispirarsi a questo antico modello? Purtroppo, le normative vigenti — giustamente solerti nella tutela del lavoratore dipendente, sia pur “allievo” — hanno di fatto cancellato la parola “apprendistato” dal vocabolario dell’artigiano italiano, condannando all’estinzione un patrimonio di conoscenze tecniche e tradizioni irripetibile. Ho pensato allora di “travestire da scuola” la vecchia bottega: non più lavoratori-apprendisti, ma studenti, i quali, anziché “perdere tempo” in esercitazioni fini a sé stesse, lavorino alla realizzazione di un’opera, destinata ad una vera committenza.


Nel caso specifico, ho proposto ad una Amministrazione Comunale la costituzione di un “laboratorio didattico” di lavorazione della pietra: dieci/venti studenti-scalpellini avrebbero lavorato un anno gratis per la comunità, producendo un’opera pubblica a costo quasi nullo (il costo della pietra e del materiale di “consumo”), sotto la guida di due scultori (io e mio fratello), anch’essi a costo zero (saremmo stati pagati dagli studenti stessi, e non dal Comune). La spesa prevista per la pubblica amministrazione sarebbe stata di circa venticinque milioni di lire (UNA TANTUM), per l’acquisto dell’attrezzatura di base, cui si sarebbe sommato l’onere di mettere a disposizione dell’iniziativa uno dei tanti immobili semi-abbandonati, di proprietà del Comune stesso, con le relative utenze (acqua, elettricità). Il progetto non ha avuto seguito per “mancanza di finanziamenti” e, soprattutto, a causa del particolare stato psichico del sottoscritto (un misto di ipotensione morale e di ira biblica), che inibisce in maniera esiziale le capacità di interrelazione con le Istituzioni pubbliche. Ci pensi: realizzare tutti gli arredi in pietra dei parchi cittadini (panchine, fontane, fioriere, ecc.) oppure restaurare gli stemmi pericolanti ed altri complementi architettonici deteriorati del centro storico... formando, nel contempo, manodopera specializzata e salvaguardando, in un sol colpo, il patrimonio storico-architettonico e le tradizioni culturali! E tutto senza cacciar fuori neanche un soldo, né per la manodopera, né per il progettista-maestro-direttore dei lavori !
Onestamente, era veramente troppo, per dei poveri politici di provincia!
 
Luciano Funari
 


Luciano Funari, Il sentiero giusto

 

Conclude Roberto Alabiso


Non posso non chiedermi quale sia il significato di quanto accade oggi nel mondo dell’economia. Sappiamo tutti che c’è la crisi dell’automobile, che le borse sono precipitate che la banche americane sono fallite insomma la crisi è mondiale. Quotidianamente in ogni telegiornale, radiogiornale e trasmissioni varie se ne discute. Ma è difficile o quantomeno raro sentire la voce di qualche artigiano e se accade immediatamente pensiamo all’idraulico o al meccanico che è sicuramente un evasore fiscale oppure ad uno che si occupa di souvenir e che magari non li produce lui ma li compra in Cina. Sempre di meno si sa e viene detto che l’artigianato in Italia ha una tradizione millenaria e che la maggior parte delle opere d’arte in qualsiasi campo gli devono qualche merito.


I nostri governi sia di destra che di sinistra hanno sempre voluto credere che bastasse solo la passione a tenere in piedi un’impresa artigiana di fronte alla mole sempre crescente di adempimenti, balzelli e tasse che negli ultimi anni sono cresciuti a dismisura. Un artigiano per poter aprire bottega ha bisogno di due consulenti, uno fiscale e uno del lavoro, se sta poco bene o si ammala non ha diritto a nulla, sebbene paghi inps ed inail, non ha diritto a cassa integrazione se ha dipendenti, con i quali spesso il rapporto è di amicizia oltre che aziendale o professionale; se non ce la fa a pagare in tempo tasse ed altro tra more, diritti di riscossione interessi e spese varie per chi incassa ogni ritardo si trasforma in un investimento ad alto reddito, infatti tempo fa ho preferito chiedere un mutuo per poterle pagare. Se mia moglie non lavorasse difficilmente potrei ancora fare l’artigiano e se mi chiedessero perché ancora faccio questo mestiere a 53 anni forse non saprei darne al “mondo”, che chiede sempre risultati valutabili soltanto economicamente ed a brevissima scadenza, ragioni adeguate e convincenti. Oggi lavorare come artigiani è diventato quasi un lusso che in pochi possiamo ancora permetterci; si è proprio un lusso oltre che un bisogno a cui non posso più rinunciare.


L’artigiano è colui che in ciò che fa mette tutto se stesso e la riuscita del buon prodotto per chi gli si affida non è opzionale, ne va del suo volto nel rapporto umano che nasce con il cliente, portatore di un desiderio a cui rispondere senza tradirne la fiducia. Il lavoro dell’artigiano è sempre destinato ad un altro, alla persona che gli sta di fronte con un volto preciso ed è soprattutto da ciò che in qualche modo viene generato; ogni opera è quindi a causa di circostanze sempre diverse un “fatto” unico ed irripetibile. Questa possibilità di ricchezza non va perduta e proprio oggi nel mondo globalizzato va sostenuta l’iniziativa di uomini che producono opere ed oggetti che hanno in se il respiro delle storia del nostro popolo e che dalla sua cultura millenaria traggono la forza per trasmettere una bellezza di cui c’è sempre più necessità, ma che diviene sempre più rara e se c’è è meno visibile, considerando che gli strumenti di comunicazione sono sempre più assorbiti da cose inutili, stupide e prive di durata.
Inoltre per la loro modalità di realizzazione i prodotti artigianali non sono riproducibili meccanicamente o sostituibili ed è questa la loro peculiarità che la rende inattaccabile dalla produzione massiva di paesi che ci invidiano per la nostra capacità creativa.
 
Roberto Alabiso
 


Roberto Alabiso, Episodio della vita di Fra Luigi Lo Verde (vetrata)