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Freud as Fraud ovvero Una mitologia che ha molto potere (Antologia)


La povera vittima

“Ho sempre considerato una grande ingiustizia il fatto che non si sia voluto trattare la psicoanalisi come qualunque altra scienza naturale”: questo scriveva Freud in La mia vita e la psicoanalisi, pensando che la psicoanalisi è scienza così come è scienza la fisica o la geologia. [1]

Il cane da guardia

K. Abraham, nella sua critica alle teorie di Jung, aveva detto: “Va sottolineato che Freud stabilisce dapprima proprio il fondamento biologico, e vi costruisce sopra la sua teoria sessuale. Jung invece introduce il suo concetto di libido, cioè una costruzione filosofica, e spiega i fatti nel senso di questa teoria”.
E ancora: “Devo infine rilevare ancora che Jung contravviene seriamente al suo principio di prendere per norma solo la verità e non il sentimento morale, accostandosi alla sessualità infantile e all’inconscio con valutazioni etico-teologiche. È proprio verso questo lato che vorrei, in chiusura, erigere le difese. Si tratta di proteggere la psicoanalisi da influssi che potrebbero farne ciò che la filosofia fu in passato: la ancilla theologiae [7]

Karl Kraus

Le pretese di scientificità della psicoanalisi sono pretese ben fondate? No, non sono pretese fondate! E questo il verdetto del grande polemista viennese Karl Kraus (1874-1936). La psicoanalisi, dice Kraus, “contribuisce a dare una coscienza di classe all’inferiorità”. Essa, a suo avviso, “è più una passione che una scienza”. La psicoanalisi è “quella malattia di cui ritiene di essere la terapia”. [1]

Egon Friedell

E pure per un altro viennese, Egon Friedell (1878-1938), la psicoanalisi non è scientifica. Freud, sostiene Friedell nella sua monumentale opera Kulturgeschichte der Neuzeit, è “un poeta” e “la psicoanalisi ha un difetto catastrofico: gli psicoanalisti, esattamente”.
E con urgenza Friedell sottolinea che la psicoanalisi non è una scienza. Essa, piuttosto, è la fede di una setta. La realtà è che “proprio come la balena, sebbene sia un mammifero, si atteggia a pesce, così la psicoanalisi, che di fatto è una religione, si atteggia a scienza”. Si atteggia a scienza senza esserlo; e non lo è perché è fattualmente inconfutabile: “è improbabile convincere gli psicoanalisti della falsità di una diagnosi”. In breve: “Freud è un metafisico. Ma non lo sa”.[1]

Ludwig Wittgenstein

Sul fascino esercitato dalla psicoanalisi, un fascino che blocca l’esercizio della critica, ha posto l’attenzione Ludwig Wittgenstein (1889-1951). “Non c’è modo - afferma Wittgenstein - di mostrare che il risultato generale dell’analisi non potrebbe essere un inganno”. La psicoanalisi è “una mitologia che ha molto potere”. Mitologia e non scienza. E l’intento di Wittgenstein è quello di far perdere la nostra subordinazione nei confronti della psicoanalisi. [1]

Karl R. Popper

Ai nostri giorni la critica più nota nei confronti della psicoanalisi freudiana è sicuramente quella di Karl R. Popper (nato a Vienna nel 1902, morto nel 1994). Popper a più riprese ha sostenuto che la psicoanalisi non è scientifica, e non è scientifica perché non è falsificabile. “Non c’è - scrive Popper - alcun comportamento immaginabile che possa contraddire la psicoanalisi.” E “quanto all’epica freudiana dell’Io, del Super-io e dell’Es non si può avanzare nessuna pretesa ad uno stato scientifico, più fondatamente di quanto lo si possa fare per l’insieme delle favole omeriche dell’Olimpo. Queste teorie descrivono alcuni fatti, ma alla maniera dei miti. Esse contengono delle suggestioni psicologiche assai interessanti, ma in forma non suscettibile di controllo”. [1]

Giovanni Papini

“La psicanalisi non è altro che l’interpretazione di una vocazione letteraria in termini di psicologia e di patologia” [8]

Sebastiano Timpanaro

Nel saggio acutissimo sul lapsus Timpanaro sottopone alla verifica dei criteri della filologia le spiegazioni di lapsus, dimenticanze ecc. fornite da Freud nella Psicopatologia della vita quotidiana. Il meccanismo del lapsus si rivela in più di un caso simile a quello che porta il copista di un manoscritto alla omissione o alla trascrizione erronea di una o più parole. Perciò l’errore non rimanda necessariamente a cause ‘profonde’, come la rimozione di argomenti spiacevoli e così via; si tratta, assai più spesso, di fenomeni che rientrano nell’ambito della ‘distrazione’; il lapsus ha in più di un caso cause ‘meccaniche’, che rimandano alla neuropsicologia, più che a esperienze sepolte nell’inconscio.
Di qui l’operazione di Timpanaro passa a investire direttamente il problema della ‘scientificità’ del metodo freudiano, segnato da una concezione dell’inconscio che tende a misconoscere il carattere ‘meccanico’ di molti processi biologici, e rappresenta invece quella dell’inconscio (il quale vorrebbe tornare a esprimere il materiale rimosso) come una sorta di attività ‘finalistica’. La Psicopatologia resta valida soprattutto come quadro vivacissimo dei complessi e delle ipocrisie della buona società viennese nel periodo della Krisis: agli occhi di Timpanaro, la grandezza di Freud è più simile a quella di un grande scrittore (come Proust, Kafka, Musil, Joyce) che a quella di un grande scienziato. [4]

Tilde Giani Gallino

“Per cento anni, da quando Freud si inventò la teoria della seduzione, non si è voluto credere ai bambini che denunciavano un abuso sessuale, attribuendolo sempre alle loro fantasticherie. E’ triste vedere in aula giudici che si ritengono intelligenti e che credono di dire cose scientifiche perché citano Freud. Un giudice che cita Freud è indietro di cento anni”. Queste affermazioni sono di Tilde Giani Gallino, docente di psicologia all’Università di Torino. (…)
Dice la Gallino: “Freud è colpevole di un ritardo centenario nella comprensione dei bambini che hanno subito un abuso sessuale in famiglia”. L’argomentazione parte dalla nota teoria della seduzione, per cui Freud riteneva che le donne, spiega la Gallino, diventano isteriche e gli uomini ossessivi se da piccoli un adulto ne ha abusato. Mentre nelle opere scientifiche Freud parla degli abusi sessuali affermando che erano le governanti o le persone di servizio a commetterli, nelle lettere all’amico Fliess racconta che sono i padri, fornendo una doppia versione dei fatti. Freud va avanti così fino alla morte del padre. Aveva deciso che pure suo padre avesse abusato di suo fratello e sua sorella, ma quando muore non resiste al peso di questa denuncia e fa un sogno in cui legge un cartello: “Si prega di chiudere gli occhi”, che interpreta come un invito a mettere una pietra sul passato. Allora ripiega sulla governante, Nannie, che avrebbe abusato anche di lui. Poi, dopo un silenzio durato una ventina d’anni, afferma che in realtà si era ingannato e che gli abusi erano fantasie dei suoi clienti. Dopodiché, conclude la Gallino, inventa il complesso di Edipo come proiezione fantastica del bambino che vuole attirare su di sé l’attenzione. [3]

L’uomo dei lupi

L’uomo dei lupi incontra Freud nel febbraio del 1910 e termina la sua carriera di oggetto per psichiatri, psicanalisti, psicoterapeuti, nel 1979, anno della morte. Quindi, se voi mettete che ha iniziato la sua carriera psichiatrica nel 1908, fa quasi settant’anni. Ha incominciato la sua carriera psichiatrica nel 1908 incontrando Sian a Berlino e Kraepelin a Monaco. Freud lo vede nel febbraio 1910, fino al 1926 e passa la mano a Ruth Mc Brunswich che lo vede dal ‘26 al ‘39, poi c’e Gardiner, e si passa in America, il quale lo vede nel ‘48, negli ultimi trent’anni, diversi psichiatri e psicanalisti lo vedono Eissler, ... , Soltz, e un certo Dr. X, rimasto sconosciuto, interessante che sarà lui a dare la diagnosi di borderline. Le diagnosi dell’Uomo dei lupi:
  1. Kraepelin dà una diagnosi di psicosi maniaco repressiva,
  2. Freud:
  3. Ruth Mc Brunswich diagnostica una psicosi paranoica di forma ipocondriaca,
  4. Gardiner prudente, ritorna alla nevrosi ossessiva di Freud,
  5. Eissler nevrosi ossessiva,
  6. Soltz nevrosi ossessiva.
  7. Il Dr. X, non identificato, riportato da Gardiner, dà diagnosi di borderline con tendenza all’ aeting out.
[9]

Sulla cocaina

Forse la droga che ha contribuito più di ogni altra a chiarire i meccanismi neurobiologici del piacere, del desiderio dell’euforia e della depressione è la cocaina. Di essa si innamorò Sigmund Freud sia personalmente che professionalmente. “Finalmente la felicità si può spedire per posta”, scrisse alla fidanzatina Martha Bernays. Nel suo famoso saggio Über Coca ne parlò in termini così entusiastici da creare un’ondata di interesse e qualche cocainomane anche tra i suoi pazienti. Ecco cosa scriveva il padre della psicoanalisi nella “apologia” di questa droga: “Ho preso regolarmente dosi molto piccole di cocaina per combattere la mia depressione con un brillantissimo risultato. L’effetto consiste in una sensazione esilarante e in un’euforia durevole, che non presenta nessuna differenza da quelle di un individuo normale. [...] Si avverte un aumento dell’autocontrollo e ci si sente più vigorosi e dotati di un’aumentata capacità di lavoro. In altre parole ci si sente semplicemente normali e ben presto si stenta a credere di trovarsi sotto l’influsso di qualsiasi sostanza. [...] Un protratto e intenso lavoro, mentale o fisico che sia, può essere compiuto senza che compaia alcuna sensazione di stanchezza. [...] Se si vuole, si può anche mangiare abbondantemente e senza provare disgusto, ma si ha la netta impressione che il pasto sia assolutamente superfluo. [...] L’effetto stenico viene goduto senza che si verifichi nessuno di quegli spiacevoli strascichi che accompagnano l’euforia ottenuta con sostanze alcoliche. [...] L’assunzione di una dose unica o ripetuta non provoca il desiderio irresistibile di usare ancora altra sostanza; al contrario, si prova una specie di immotivata avversione nei suoi confronti. [2]

Luciano Mecacci

Marilyn Monroe fu curata da cinque psicoanalisti: Margaret Herz Hohenberg, Anna Freud, Marianne Rie Kris, Ralph S. Greenwood e Milton Wexler. La prima, a New York, le consigliò di andare dalla figlia di Freud mentre, a Londra, girava il film Il principe e la ballerina. La terza, di nuovo a New York, era stata a sua volta analizzata da Anna Freud. E aveva lo studio sotto casa di Lee Strasberg, il maestro dal quale, dopo ognuna delle cinque sedute settimanali, Marilyn saliva per trasformare in recitazione i contenuti emotivi. Marilyn cominciò ad andare dal quarto, Greenson, a Hollywood nel 1960, mentre, quando era a New York, continuava ad andare da Marianne Kris. Ma nel ‘61 fu la Kris a farla rinchiudere in una clinica psichiatrica e, riuscita a uscirne, Marilyn ruppe il rapporto con lei. A Hollywood continuò con Greenson: due volte al giorno, più ore di telefonate, finché diventò un membro di famiglia, mentre Greenson le inibiva la relazione con Frank Sinatra, altro suo analizzato, e le faceva assumere come governante Eunice Murray, già moglie di John M. Murray , analista di Marianne Kris. La vicenda dell’attrice più sexy e più fragile di Hollywood apre Il caso Marilyn M. E altri disastri della psicoanalisi che Luciano Mecacci, docente di Psicologia generale a Firenze, ha pubblicato da Laterza. Una rete nella quale la povera Norma Jean Baker si trova intrappolata: con l’intelligenza di chi cerca esperti di primo piano (tutti i suoi analisti hanno lasciato contributi di spicco alla teoria freudiana) e la debolezza di chi ha bisogno di sostituti a genitori inesistenti. Fino alla morte: quanto alla quale l’autore di questo saggio sembra avvalorare la tesi esposta da D.H. Wolfe in un libro recente: in essa operarono un ruolo importante Greenson ed Eunice Murray, membri del partito comunista americano. Questa rete è - spiega Mecacci - una “costellazione”: una tessitura di relazioni di amicizia, affetti, parentela, sesso e politica tra analisti e pazienti. E se la costellazione che faceva capo a Hollywood era spettacolare, più in sordina, ma con altrettanta efficacia, dimostra, altre “costellazioni” hanno operato durante il secolo di vita della psicoanalisi. Trasgredendo le leggi sul setting e inficiando la credibilità della “scienza dell’inconscio”.

Il suo studio, Mecacci, benché agile reca una documentazione poderosa. Ma converrà che partire dal caso Monroe è partire da un mondo a sensazione...
“Quello della Monroe non è un caso clinico illustre. Non ha, cioè, ricevuto attenzioni scientifiche particolari. Ma, dal mio punto di vista, per l’intreccio di rapporti pubblici, privati, politici che nasconde è una fetta di storia della psicoanalisi”.

Costellazioni analoghe le ritrova intorno alle figure di Freud, Jung, Melanie Klein, Ferenczi e Lacan. Perché la promiscuità terapeuti-pazienti la scandalizza?
“Sono intrecci - affettivi, sessuali, professionali - tipici della storia della psicoanalisi, e non di quella di altre scienze. Se la psicoanalisi è una scienza, e se la scienza è galileiana, pubblica, oggettiva, come la intendiamo, le passioni personali dovrebbero essere ridotte al minimo. Così come è importante studiare se, mettiamo, Melanie Klein ha elaborato una teoria della depressione nel 1900” partendo da un proprio vissuto di depressa”.

Le prime generazioni di psicoanalisti avevano strumenti per evitare di far pasticci col transfert?
“Lo studio delle reazioni di colui che cura è nell’origine stessa della scienza di Freud. Già tra il 1895 e il 1900 la questione era chiara. Anche se ha continuato a costituire un problema tecnicosistematico fino ad anni recentissimi”.

Lei scrive che oggi la psicoanalisi è morta. In senso assoluto?
“La comunità dei terapeuti che aderiscono al pensiero di Freud è una ristrettissima minoranza rispetto alla pratica terapeutica di oggi. Il setting freudiano classico va scomparendo. E’ un mondo che non corrisponde più alla realtà delle conoscenze attuali sulla mente. La psicoanalisi ha avuto un’importanza eccezionale nella storia della cultura. Ma è legata a figure controverse, a circoli ristretti, iniziatici e forse è qui il motivo della sua crisi”.

Da due decenni si scrive sul suo “fallimento”. Eppure psicologi e analisti di tutte le scuole continuano a essere presi d’assedio da pazienti. Per quale bisogno?
“Un bisogno indotto dalla stessa psicoanalisi e dalla psicologia, nel Novecento: quello di trovare rifugio dentro se stessi contro i drammi della Storia. Io, come psicologo, faccio un discorso che va contro la mia stessa professione. Ma la dovremmo smettere di pensare che certe questioni storiche, poniamo le grandi dittature, si possano esaurire in questioni di psicologia di massa. E che problematiche socio-politiche, poniamo devianze giovanili e droga, si possano risolvere con lo psicologo. Questo significa deresponsabilizzarci socialmente”. [5]

Felice Accame

Da un po’ di tempo in qua la psicoanalisi è diventata un tiro a segno. Tanto che Corbellini ha presentato l’introduzione di Jervis a Il secolo della psicoanalisi (Bollati Boringhieri, Torino 1999) come “un bel necrologio della psicoanalisi, intesa come dottrina scientifica o teoria della mente”. Fra i tanti colpi che hanno centrato il bersaglio, mi vengono in mente quelli di Borch-Jacobsen, prima contro Freud e Breuer per le falsificazioni inerenti il caso di Bertha Pappenheim (I ricordi di Anna O., Garzanti, Milano 1996), poi contro Lacan (Lacan, il maestro assoluto, Einaudi, Torino 1999) - il quale ultimo, peraltro, riceve la bordata definitiva da Sokal e Bricmont (Imposture intellettuali, Garzanti, Milano 1999). Più recentemente ne è arrivato un altro che, se nella scienza valesse qualcosa della boxe, potrebbe esser definito “da kappao”. L’ha sferrato Luciano Mecacci con Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi (Laterza, Roma-Bari 2000). Si tratta di una serie di saggi dedicati - nell’ordine - a Marilyn Monroe, agli psicoanalisti che analizzavano i propri figli, agli psicoanalisti che ebbero intercorsi sessuali con i propri pazienti, agli psicoanalisti bugiardi e imbroglioni, al caso più ghiotto relativamente a bugie ed imbrogli - cioè, al caso dell’Uomo dei lupi -, al catastrofico abbaglio che costò la vita a George Ghershwin ed ai numerosi psicoanalisti suicidi di cui la strada della disciplina è costellata. Sinteticamente, documenti alla mano, la critica di Mecacci può essere così articolata:
  1. Dalla storia della psicoanalisi emergono numerose autocontraddizioni in ordine alle procedure esplicitate (del tipo: l’analista non dovrà essere coinvolto affettivamente o sessualmente dal rapporto con l’analizzato).
  2. Casi raccontati dai capiscuola e presto eletti a paradigma scientifico sono diventati tali a viva forza - per autoconvinzione dell’analista, per urgenza di far tornare i conti alla teoria, per “innocenti” mistificazioni di cui poi si è perso il controllo, per vera e propria freudolenza.
  3. Conseguentemente, alcune figure carismatiche risulterebbero del tutto inaffidabili.
  4. Gli infortuni sul lavoro sono stati più numerosi e più gravi di quel che si è voluto far credere. La logica di setta religiosa è prevalsa sulla trasparenza (la decisione di rendere inaccessibili agli studiosi la corrispondenza e i documenti privati di Freud fino al 2102, riduce i maneggi intorno al terzo segreto di Fatima ad un gioco da chierichetti).
  5. La psicoanalisi non è affatto una “scienza rigorosa”, ma una visione del mondo tra le altre, una “sorta di concezione filosofica” (pag. 192).
  6. La psicoanalisi è una “teoria debole della psiche”, perché “chi l’ha costruita non era sufficientemente forte per sostenere la complessità della propria vita psichica che dipanava e svelava mentre applicava la teoria stessa” (pag. 195).
Complessivamente, si tratta di tesi condivisibili. Che, tuttavia, lasciano l’amaro in bocca. Non occorreva, voglio dire, tanto apparato documentario - tante notizie e tante rivelazioni - per giungere alle medesime conclusioni. Il colonialismo della mente e della memoria avrebbe potuto esser fermato molto prima. Forse anche sul nascere se l’eredità filosofica della psicoanalisi e la sua inconsistenza metodologica fossero state individuate prima. [6]


Fonti

  1. Dario Antiseri, Introduzione a Aforismi e Pensieri di Sigmund Freud
  2. Kéiron n° 1, giugno 1999
  3. Gazzetta del Sud, 6/9/1998
  4. http://www.accademiafiorentina.it/Pages/Varie/per_sebastiano_timpanaro.htm
  5. L'Unità, 10 Giugno 2000, intervista di Maria Teresa Pallieri a Luciano Mecacci
  6. http://www.dellacosta.com/methodologia/wp/wp_120.htm
  7. http://www.psicoanalisi.it/psicoanalisi/osservatorio/articoli/osserva12.htm
  8. Giovanni Papini, Gog
  9. http://web.tiscali.it/psyclin/diciacca.html