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Consonanze: cinque magistrali osservazioni su quello che oggi chiamiamo “buonismo”


Ancora una mia piccola collezione: raccolgo cinque magistrali osservazioni su quello che oggi chiamiamo “buonismo”. Le prime quattro sono elencate nell’ordine cronologico del mio incontro; è roba distillata, commentandole potrei solo peggiorarle.

Ortega Y Gasset

«Nella preoccupazione di fare le cose come si deve - è questa la moralità - c'è una linea, oltre la quale cominciamo a sentire come dovere quello che è pura voglia o smania personale. Cadiamo, quindi, in un altro genere di immoralità, nella peggiore di tutte, che consiste nel disconoscere le condizioni medesime, senza le quali le cose non possono stare. Questo è l'orgoglio supremo e devastatore dell'uomo, che propende a non accettare limiti alla sua volontà e immagina che il reale manchi completamente di una sua struttura capace di opporsi al suo arbitrio. È il peccato più grave, tanto che davanti ad esso perde valore del tutto la questione se il contenuto di questa volontà, per parte sua, era buono o cattivo. Se credi di poter realizzare quello che vuoi, per esempio il sommo bene, sei, senza rimedio, un malvagio. La preoccupazione per ciò che deve essere è degna di stima solo quando ha esaurito il rispetto per ciò che è.»
Discorso sulla caccia, Vallecchi, Firenze 1990


Nicolás Gómez Dávila

«La saggezza si riduce a non insegnare a Dio come si devono fare le cose.»
Escolios a un texto implícito, citato in Cristianità, n° 298, marzo-aprile 2000


Josef Pieper

«In quella frase della preminenza della prudenza si specchia, come in quasi nessun’altra frase dell’etica, l’intima struttura di tutta quanta la metafisica cristiano-occidentale: che cioè l’Essere è prima del Vero ed il Vero prima del Bene. [...]
Secondo l’uso presente del parlare e del pensare, la prudenza sembra essere meno una premessa quanto piuttosto un’elusione del bene. Il bene è la prudenza: codesta affermazione suona quasi assurda per noi. Oppure noi la fraintendiamo come la formula di un’etica utilitaristica abbastanza palese. Infatti prudenza ci sembra abbia, secondo il suo concetto, più affinità col solo utile, col bonum utile, anziché col bonum honestum, col nobile. [...]
La preminenza della prudenza significa che la realizzazione del bene presuppone la conoscenza della realtà. Fare il bene può solo colui che sappia come siano e come stiano le cose.
La preminenza della prudenza significa che in nessun modo sono sufficienti la cosiddetta “buona intenzione” e il così detto “buon proposito”. La realizzazione del bene presuppone che il nostro agire sia conforme alla situazione reale — cioè: alle realtà concrete, che “circondano” una concreta azione umana — e che noi quindi prendiamo sul serio queste concrete realtà con lucida obiettività.»
La prudenza, Morcelliana-Massimo, 1999

Marcel De Corte

«Essere nella verità significa conformare la propria intelligenza a una realtà che l’intelligenza non ha né costruita, né sognata, e che a lei si impone. Fare il bene non vuol dire abbandonarsi agli istinti, agli impulsi affettivi e alla volontà propria, ma ordinare e subordinare le proprie attività alle leggi prescritte dalla natura e dalla Divinità che la intelligenza scopre nella sua instancabile ricerca della felicità»
L’intelligenza in pericolo di morte, Volpe, Roma 1973

Alessandro Manzoni

«Giacché, come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello. [...] Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta.»
I Promessi sposi, Cap. XXV