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Claudio Marcello Rossi
Argentina donde vas?


Conversazione al Rotary Club di Roma - 12 febbraio 2002





Caminito que el tiempo ha borrado…...


Parole d’inizio di uno struggente tango di Carlos Gardel - insuperabile interprete di quella musica negli anni 30 e 40 - che rievocava il segno lasciato e poi cancellato dal tempo, dei passi degli abitanti in un periferico prato fra le case, nell’antico quartiere La Boca a ridosso di un’ansa del porto di Buenos Aires.
Oggi sembra che il tempo, in Argentina, lasciato mal passare da chi lo doveva gestire nei suoi risvolti di potenzialità di crescita a favore di quella grande comunità di persone e cose quale è un grande paese, abbia cancellato il sentiero della direzione e dell’indirizzo per tale comunità, rischiando concretamente di farla perdere in un labirinto di problemi, contraddizioni e comunque di sofferenze.
In pochi anni, perché pochi sono dieci, questi ultimi dieci in particolare, appare cancellata l’economia organizzata del Paese di San Martin e Sarmiento e la sua posizione nel contesto internazionale e con esso messo in discussione l’ordinamento civile e politico di milioni di persone, destabilizzando, se non distruggendo, legittimi interessi d’altre persone e Paesi.

Ragione della modesta conversazione di oggi è quella di disegnare a grandi linee un abbozzo - forzatamente sintetico, ma non per questo senza veridicità e spunti di analisi - del quadro che presenta l’Argentina in questi recentissimi tempi, indicando le ragioni più conclamate della difficile situazione; ma anche altre, non leggibili se non attraverso una chiave letteraria e di pensiero della cultura sudamericana e le sue linfe nascoste.
Credo che dobbiamo avvicinarsi al tema dell’odierna conversazione con il maggior rispetto; dovuto non solo e comunque a qualsiasi paese, inteso innanzitutto quale bandiera, terra e popolo, ma in questo caso ad un grande Paese, ad una grande nazione che è parte della storia del mondo occidentale moderno e dell’Italia.
L’articolarsi di questa conversazione quindi, nel rispetto di tale premessa e convinzione, esaminerà circostanze ed elementi negativi dell’attuale situazione, con chiarezza di espressioni e riferimenti.
Che Paese è l’Argentina e perché è successa questa debacle commentata con apprensione in ogni angolo di mondo? E ci sono rimedi ? Quali ? Chi sta provvedendo ?

Qualche dato di base sul Paese: non perché non alloggi nella mente o nella memoria la sua immagine complessiva, ma per l’opportunità puramente pratica di ricordarne qualche specifico aspetto che aiuterà a far da sfondo ai dati della situazione attuale .

Sulla Storia:


Sulla Geografia:

zona temperata australe: dal 22° al 55° parallelo sud. (da Salta e Misiones al nord alla Tierra del Fuego al sud).
Pianure nel centro-oriente e Cordigliera Andina ad ovest, con punte di quasi 7000 m (Tronador e Mercedario)

Sugli aspetti strutturali:

Repubblica Federale di 23 Stati chiamati Provincias.

La situazione Oggi

"Don’t cry for me Argentina... " dice da 30 anni un bellissimo brano del Musical Evita a Brodway , rianimato dalla star Madonna in un film di questi tempi.
Gli argentini si ritrovano oggi non a piangere Evita, ma loro stessi.
L’Argentina da poco più di un mese è sull’orlo della bancarotta. Formalmente, il 23 dicembre 2001 ha annunciato una moratoria, ovvero la sospensione del pagamento del debito pubblico (principale ed interessi ) per tre mesi. La dichiarazione formale di insolvenza (default) non è stata fatta. Ma è in presenza di sostanziali elementi di rottura del mercato interno e di quello degli scambi con l’estero, quali i vincoli messi sui depositi bancari, i cambi alterati, il valore reale del potere d’acquisto della moneta, l’inflazione in presenza di un’accelerazione della fase recessiva, l’equilibrio sociale in bilico. Cosa è successo e perché ?
E’ necessario rifarsi, per essenzialità espositiva, a due famiglie di elementi:
Dunque:

i dati incontrovertibili.


le ragioni della crisi.

Perché oggi l’Argentina è improvvisamente povera ? Torna alla mente il sogno di Davide, raccontato nella Bibbia: vacche magre che mangiano le grasse e rimangono magre. Chi o cosa sono le vacche magre che si sono mangiate le grasse ? Peraltro in Argentina di vacche ce ne sono tante e la trasposizione del sogno può risultare puntuale.
Per dovuta obiettività e delicatezza nel trattare un tema che investe non solo i conti ufficiali ma le cause a monte che hanno finito per annientarli, generando sommovimenti di piazza e turbativa nei mercati internazionali e non potendo esimersi da una valutazione sulla dirigenza e su taluni aspetti della società argentina in genere coinvolta in questo default, qui si presentano giudizi ed analisi formulate da esponenti argentini e stranieri, nel campo economico, politico, saggistico, religioso ed anche letterario-filosofico. Come vedremo esse puntano il dito su alcuni fattori-causa principali ( intendendo per causa ciò che sostanzialmente sta a monte di successivi fenomeni che sono stati a sua volta causa di problemi. I secondi vanno tutti messi nella categoria degli effetti derivati). Tali fattori-causa non tecnici, visti quali elementi patologici nel seno della società - appaiono essere: la corruzione, il populismo e sindacalismo eccessivo collegato, l’arroganza e l’indifferenza.
Dice oggi Gustavo Beliz, già ministro degli Interni, autore del libro "Non ruberai" ( 1997) : L’iper-corruzione argentina non è solo un problema etico . E’ un problema pratico giacchè esplode in mezzo al popolo, come avvenuto negli ultimi dieci anni, determinando effetti traumatici: l’iper-disoccupazione e l’iper-insicurezza. Rompendosi il contratto sociale – il Patto Stato/Popolo – si instaura la legge della selva, ovvero il si salvi chi può. La lotta al narco-traffico , il controllo delle frontiere, l’eliminazione dell’ arbitrio nell’ applicazione delle norme sono i presupposti della sicurezza: la corruzione li spappola. Nei servizi pubblici il problema non è discutere se aumentare o diminuire la presenza privata, ma di disporre di oneste capacità gestionali. I partiti non devono entrare nei sindacati che devono occuparsi di specifiche negoziazioni nell’interesse delle condizioni di vita delle parti rappresentate. L’Argentina è il luogo “miracoloso” (al contrario) ove a fronte dell’ onere per previdenza sociale più alto dell’intero continente latino-americano, si riesce a poi coprire il controvalore per indennità di disoccupazione del solo 5 % della forza di lavoro disoccupata. Dovranno in futuro essere dati premi a quei Governi regionali-provinciali-locali che abbasseranno il costo dell’apparato pubblico-politico. Ciò che qui si dice e propone appare ovvio e scontato, eppure è il caso di ricordare la frase di un famoso drammaturgo“ Quanto male stiamo se dobbiamo anche discutere dell’ovvio”.
Sulla corruzione, fenomeno generalizzatosi oltre la soglia di tolleranza di un sistema, tanto da costituire una grossa palla al piede del funzionamento del paese, Bartolomeo de Vedia, saggista, aggiunge: Un’indagine Gallup, già nel 1996, rivelava che il 58% degli argentini considerava non utile essere onesti per ottenere un risultato. Da un 3% della popolazione che percepiva nel 1989 la corruzione come un problema nazionale, nel 1992 quel 3 % era divenuto un 30% . Siamo oggi nel 2002 e quel 30% sarà radoppiato o più, poiché il tema corruzione ha fatto parte della titolazione quotidiana dei media. Affari non chiari di gruppi dello Stato, contrabbando di armi, privatizzazioni anomale. E’ possibile che una comunità di cittadini a cui è stato negato il diritto di ritirare i propri risparmi dalle banche, specie se in dollari, (solo in questi giorni inizia una calibrata riapertura) accetti serenamente di vedere sulla stampa la notizia di una magistratura alla caccia di fantomatici 358 camion carichi di divisa che nel giro di qualche mese avrebbero preso la strada dell’aeroporto ? E che notizie di ultim’ora informino che tale indagine è sospesa? Ma sono una forma di “corruzione” indiretta pure le alte retribuzioni degli infiniti posti politici e parapolitici esistenti nei tanti livelli di struttura della Federazione. Contemporaneamente, un analista - Luis Barionuevo - conclude la sua indagine meno scientifica, ma più immediata con un : in questo paese nessuno fa i soldi lavorando; l’importante è avere scorciatoie.
Ritorna così alla mente un verso dell’epopea del Martin Fierro, l’eroe gaucho e nomade di Enrique Fernandez, poeta popolare della pampa del 1800, poeta che io studiavo nei miei anni di studente sul Rio de la Plata; verso cinico e immorale, sempre attuale:

Hacete amigo del juez,
no le des de que quejarse.
Que siempre es bueno tener,
palenque ande ir a rascarse.
Traduzione: - Fatti amico del giudice (di chi decide), e non dargli di che lamentarsi (favoriscilo). E’ sempre bene avere un tronco d’albero ove potere andare a grattarsi -

Barionuevo continua: la società civile soffre di una rottura drammatica delle proprie riserve di moralità: dalla decadenza della famiglia ai sistemi di comunicazione di massa portatori di anti-valori etici. In uno studio della Università di Guttingen (1997) l’Argentina figura fra i più esposti alla corruzione dei 52 paesi ivi nominati, non lontano da Colombia, Bolivia e Nigeria.
L’evasione fiscale, in grande parte frutto della corruzione, non consente alle imposte di coprire, - a priori -, la gran parte della spesa nazionale.
Fra le misure auspicate a gran voce da tutti gli ambienti della società argentina, c’è quella di rendere “idoneo” - per la salute della nazione - il Potere Giudiziario. E questa magistratura, dice una corrispondenza giornalistica de La Naciòn, dopo 20 anni di lavoro ( dal 31 agosto 1982, su denuncia di un privato cittadino), dovrebbe chiudere la requisitoria sulla formazione abnorme del debito estero argentino. Quintali di documenti ora chiusi a chiave negli uffici della Banca Centrale proverebbero i perché di questa travolgente ascesa del debito dal 1976 ad oggi ; ma soprattutto degli ultimi 10 anni. Ascesa che – secondo i periti Tandurella e Florino manca di giustificazione economica, finanziaria ed amministrativa. Un giudizio “leggero” per chi ha contribuito, da amministratore, al formarsi dei 150 miliardi di dollari di debito pubblico . Ma è certo che non ci saranno colpevoli. Il titolare dell’inchiesta, il giudice Ballestrero, pensa di inviare il tutto al Parlamento, almeno per addivenire ad un giudizio politico che costituisca trasparente informazione nei riguardi della storia e degli elettori.
Il 64% di quel debito si trova in mano a creditori esteri. Il rapporto Debito/Pil è intorno al 40%, di fatto al di sotto, a titolo di comparazione, del famoso 60% previsto dagli accordi di Mastricht per altri paesi. Ma quel dato teoricamente a posto, viene destabilizzato da un’altro preoccupante: il rapporto Debito/Export . Il valore delle esportazioni di un anno – 24 mil.di di U$S - non il saldo commerciale ! - non bastano per pagare il servizio del debito di un anno (ammortamento ed interessi). La dimensione del debito Argentino - diceva un responsabile della Goldman Sach - soprattutto in relazione a quella di altri paesi Emergenti, aumenta la vulnerabilità agli occhi degli investitori esterni. Grazie tante, direi io alle varie Golman Sach per questo elegante modo di descrivere il larvato avvertimento, indubbiamente non percepito in maniera adeguata; resta infatti da capire, aldilà del comprensibile e lecito interesse privato degli investitori per i buoni rendimenti e non proprio al corrente dei bilanci statali altrui, quale ruolo di prudente consulenza abbiano svolto le banche, anche in Italia, nei confronti di tali investitori o loro clienti dal momento che esse hanno messo a loro disposizione quantità enormi e senza limite normativo, di tali titoli di debito (miliardi di Euro) . Nessuna autorità ha sollevato alcun rilievo o ammonimento nel nostro paese alla sopracitata “vulnerabilità” di questi titoli in circolazione.
Analizzando il problema del debito, l’analista Ivòn Remeseira cita l’esistenza di ben 100 miliardi di dollari di assets argentini all’estero e ne ricava che, con ottimismo, il saldo netto del debito estero va letto anche in questa chiave. Mi sembra che l’argomento non possa assimigliarsi ad un preludio di legge Tremonti sul rientro dei capitali dall’estero, perché, ovviamente, una cosa è l’aspetto fiscale dei capitali ed il relativo beneficio erariale che tale rientro può dare, altra è rilevarne l’esistenza pura e semplice in quanto beni: liberi perciò di risiedere ove credano e non certo disponibili a farsi ipotecare per alleggerire il debito nazionale.
Riassumendo le opinioni e le analisi solo in piccola parte qui riportate, e con il beneficio quindi dell’incompletezza per esigenza di sintesi, possiamo tentare di chiudere in poche parole le motivazioni della Grande Caduta del bilancio argentino? Si potrebbe dire, riprendendo l’arco delle ipotesi formulate all’inizio, che essa è dipesa:

  1. sul piano politico-ideologico dall’aver portato avanti, sin da epoche lontane il populismo ( ed sindacalismo collegato), ovvero una risposta facile e talora demagogica alle istanze di miglioramento di vita delle classi sociali meno abbienti ,attraverso il rifinanziamento continuo e relativo indebitamento non oculato, dei bilanci federali e provinciali, preposti anche alla copertura dei servizi dovuti a tali classi, senza affrontare le problematiche strutturali (comuni, nel significato, ad ogni paese).
  2. sul piano politico-gestionale dall’aver lasciato crescere, con negligente trascuratezza, la burocrazia e la corruzione ad ogni livello di vita del paese, specie in quella pubblica ed anche a minori livelli di amministrazione (dogane, polizia, transito, ecc) e nel non aver conseguentemente optato per la scelta dei gestori della cosa pubblica secondo criteri di ragionevole competenza; la crescita di una abnorme burocrazia, certamente comodo volàno occupazionale e serbatoio elettorale , è risultata enorme ostacolo alla circolazione dell’economia ed alla sua salubrità.
  3. sul piano fiscale dall’aver accettato e convissuto, senza apportare misure migliorative, con un gettito fiscale nominale dell’ordine del solo 15-20% sul PIL (PIL peraltro debole) laddove nei paesi industriali si colloca su livelli ben maggiori (40% in Europa); tale gettito essendo sostanzialmente generato solo dalle retribuzioni di impiego dipendente e dalle imposte indirette sul giro della produzione si è avvitato in discesa, anno dietro anno, per la crisi recessiva e per la mancanza di investimenti pubblici non finanziabili a loro volta per la carenza di gettito fiscale. Nel solo 2001 i conti statali hanno chiuso con 16,5 miliardi di dollari di disavanzo, molto al di sopra del previsto (di qui il rifiuto del FMI di versare tranche inizialmente programmate) e almeno altri 4 sono attesi per il 2002, nella migliore delle ipotesi. Ottimista quest’ultima previsione se in un altro punto il Budget prevede ben il 10% di riduzione del PIL nel 2002. E’ di questi giorni, fra l’altro, la sospensione del pagamento del debito dell’intera massa obbligazionaria emessa dallo Stato-Provincia di Buenos Aires (4 miliardi di dollari) a cui si vanno affiancando le emissioni di altri Stati-Province
  4. Sul piano della politica monetaria dall’aver mantenuto per dieci anni, fin dal 1991, la cosidetta legge di convertibilità, ovvero l’ancoraggio del peso al dollaro, privilegiando la battaglia allo spettro dell’inflazione, ma trascurando il dettaglio che la parità fra due monete dovrebbe presupporre almeno una reciproca , equilibrata influenza fra le economie dei paesi che la praticano ( e non è certo questo il caso) o l’oggettiva esistenza di elementi strutturalmente similari a quelli del paese guida del dollaro (fiscalità, produttività, concorrenza, ecc.), cosa anche questa – neanche a dirsi - inesistente. Il controllo dell’inflazione così nominalmente gestito ( di fatto covava sotto la cenere il dimezzamento del valore della moneta, oggi rivelatosi, ma occultato finora anche dalla drammatica recessione dell’economia), ha penalizzato le possibilità concorrenziali delle esportazioni argentine, unico ingresso reale di divisa, stante il non ingresso dall’estero di capitali di rischio per investimenti , non invogliati dal quadro complessivo.
    Una digressione: il discorso dell’ancoraggio al dollaro “de jure” o “de facto” delle monete è un problema di portata planetaria e costituisce tema a sé. Si sappia, per intanto, che ai massimi livelli si sta studiando con maggiore attenzione tale problema poiché, se da un lato una moneta-riferimento è e appare elemento di ordine sul mercato, è anche vero che le vicissitudini positive o negative del paese che ha tale moneta -ci si riferisce chiaramente al dollaro – appaiono spesso indebite ed ingiuste nei confronti di paesi sostanzialmente estranei (si pensi ad es. al debito in dollari dell’Argentina, indipendentemente dal perché si è formato ); per non parlare degli immani volumi di capitali e relativa divisa che si spostano nel mondo quotidianamente per ragioni anche e solo speculative e che possono devastare i debiti ed i crediti di un paese estraneo, nella sostanza, a tutto ciò, annullando conquiste di specifica produttività e concorrenzialità merceologica delle imprese (sudatissimo obiettivo) per via dei cambi.
    Nasce da questo panorama la percezione che si dovrà pensare prima ad una nuova visione della Cooperazione Economica Internazionale e dopo, quale sua derivazione, all’unità di conto appropriata a rappresentarla e gestirla.
  5. sul piano della politica economica dall’aver delegato nei recenti ultimi anni, all’improvvisato liberalismo economico e relative meccaniche, la "responsabilità" - una sorta di lavaggio della coscienza per pratiche opposte portate avanti in tanti anni precedenti - del recupero se non della salvezza dell’economia. E ciò su di un tessuto nazionale privo di difesa, per le ragioni sopra dette, e quindi impreparato alla cura drastica, che pur nel futuro sarà via, via necessaria in dosi e modalità compatibili. Questa interpretazione trova conforto nel pensiero di Jacob Frenkel, già consulente del precedente ministro dell’Economia e oggi Presidente di Merril Linch che afferma: il default è dovuto a problemi interni, il “modello” liberale non c’entra. Inoltre: a)le importazioni di materiali per il consumo diretto o la trasformazione, fatte ovviamente in dollari in un paese che ha l’ 80% del prodotto volto al mercato interno, con una moneta - il “peso” - il cui vero rapporto era ben al di sotto di quello conclamato ufficialmente (da 1: 1 è già 1:2 oggi); b) le esportazioni, sì effettuate in dollari, ma meno competitive spesso, nella specificità, dei prodotti della concorrenza internazionale e in buona parte anche espressione di un’industria semi-fittizia, quella dell’ “assembling” di pezzi importati, con scarsissimo apporto di valore aggiunto nazionale. L’Argentina, come molti Paesi a non completo sviluppo, soffre di questa sbilancio di valore intrinseco dato dalla “specie” del prodotto oggetto dell’import-export. Si esporta in gran parte la materia prima o il semilavorato e si importano beni ad alta industrializzazione e valore aggiunto incorporato. Prendiamo il rapporto con l’Italia: l’Argentina esporta quasi 1.1 miliardi di u$s/anno e ne importa meno di 1 . Ma di cosa: l’Argentina ci esporta carne, pesce, altre materie alimentari, cuoio e pellami, chimica di base, ovvero poco più che materie prime; dall’Italia importa: meccanica fine, motoristica, impianti, apparecchiature, telefonia, armi, mobili, giocattoli, tutti prodotti ad alto valore aggiunto. E’ chiaro che presso ciascun paese il “beneficio reale” dell’interscambio è assai diverso. Questa tipologia di scambi argentini forzatamente è simile con tutti i paesi europei, gli USA ed il Giappone. A ciò si è aggiunta da due anni la concorrenza brasiliana per effetto della svalutazione della loro moneta (del 30%) . Se si guarda anche alle barriere doganali dei Paesi importatori ( una nota all’egoismo dei paesi forti, specie USA, Giappone ed anche Europa, va fatta, altrimenti non ha senso parlare di globalizzazione benefica!), si intende come tutto abbia contribuito al depauperamento continuo del patrimonio nazionale argentino, anno dietro anno. In sostanza: sono state via, via adottate misure di debole difesa monetaria, technicalities, non una politica generale di risanamento strutturale che toccasse nel fondo la verità e l’essenza dei problemi di cui soffre la società.
  6. sul piano intellettuale e comportamentale. Esiste e certamente ha nuociuto una certa arroganza degli argentini (specie delle classi alte, di potere o abbienti), nel considerarsi, da sempre, al di sopra dei problemi dei paesi dell’intera America Latina e quindi privi dell’umiltà, quantomeno della prudenza, per accettare di misurarsi con attenzione e severità con i segnali del pericolo. Un perché di questo atteggiamento, al di là di comode convenienze di ogni genere (politiche, economiche, elettorali ) verrebbe anche da una intima e, tutto sommato inconsapevole, peculiare ambizione e visione del vivere che ha radici nascoste ed anche affascinanti. Di ciò si parlerà nel capitolo finale.


Ecco spiegato come le vacche magre, questa volta non solo nel sogno biblico, si sono mangiate le grasse e sono rimaste magre.

Le impostazioni per la soluzione alla crisi

Il sistema finanziario internazionale è disposto ad aiutare l’Argentina. Dal messaggio affettuoso del nostro Presidente della Repubblica (forse per la prima volta un messaggio presidenziale di fine anno si apre con auguri agli italiani all’estero, specie per quelli della cara Argentina), al Papa, al presidente USA, ai tenutari dei cordoni della borsa della banca Mondiale e del FMI, e all’Europa, è una voce univoca: aiuteremo, ovviamente sulla base di un piano credibile, fattibile.
"Il cammino della crescita non passa dal populismo" avverte Horst Kohler, direttore generale del FMI., aggiungendo che "per uscire dalla crisi l’Argentina dovrà accettare sacrifici" e, dovendo tenere in giusto conto i riflessi sociali, avverte che "i sacrifici saranno ripartiti fra gli argentini, i titolari dei crediti e le banche"."Sono ottimista" aggiunge "il potenziale dell’Argentina rimane. Nostra colpa è non esser stati severi con il Governo del paese durante gli anni ’90. Il FMI non può produrre il reddito al posto degli argentini; può dare loro assistenza e mezzi perché lo producano".
Cosa chiede di fatto il FMI prima di parlare di eventuali nuovi appoggi ? Un piano generale serio, sano e fattibile per l’intero Paese, appoggiato da (direi: con allegati) appropriati nuovi decreti o nuove leggi immediate ed anche future. Del fabbisogno netto che ne uscirà il mondo internazionale finanziario certamente se ne farà carico. In questo fabbisogno sarà incluso, ovviamente, il debito attualmente in essere; debito di cui alcuni opinionisti locali già chiederebbero, semplificando forse un po’ troppo il concetto di ristrutturazione, un abbondante taglio al nominale ed ai tassi.
La strada della ristrutturazione del debito argentino dovrà pertanto essere tutt’una con quella del piano interno di risanamento. Certo, la pur vera verità data dal fatto che il mondo occidentale non può permettersi il lusso di lasciare andare alla deriva un paese come l’Argentina, concetto sottolineato anche maliziosamente da alcuni commentatori del Rio de la Plata , non può esimere lo stesso mondo occidentale - che responsabilmente intende solidarizzare con questo momento critico della nazione argentina, - dallo spronare la stessa a mettere quanto più possibile ordine al suo interno, non solo nel campo contabile-finanziario. Guardando al domani e non solo al presente.
Ad oggi, ( ogni giorno la situazione è in continua evoluzione) una lista di misure è stata annunciata e qualcuna già è stata presa a Buenos Aires soprattutto sul piano dell’emergenza della liquidità: ma niente ancora di strutturale ( né si poteva) a poco più di un mese dall’elezione della nuova Presidenza della Repubblica. Piccole aperture di scongelamento dei depositi privati vincolati finora dalle banche ( nel frattempo e comprensibilmente il numero di persone che tiene in casa i soldi senza depositarli in Banca è passato dal 27% al 57%); il riconoscimento del cambio di 1:1 per debiti in dollari (debiti nel paese, del tipo mutui acquisto casa ad esempio); il divieto parziale di ritirare dollari dalle banche ai quali è riconosciuto un cambio di 1: 1,40; libertà di fluttuazione per la moneta locale, il peso. E’ peraltro evidente che la mancanza di piena libertà dei cittadini nel ritirare dalle banche i loro averi nella misura del necessario frena la spesa al consumo e quindi la produzione, aggravando il quadro. E’ stata conferita alla Banca Centrale la possibilità di emettere moneta (non coperta da variazioni delle riserve) per un ammontare ( sembra di 3 miliardi u$s) con modalità da definirsi, per pagamenti a dipendenti pubblici e piani di sviluppo.
L’uscita dal labirinto è quindi legata alla credibilità che potrà ottenere, in primis, il nuovo Governo dalla presentazione - sulla carta – di un piano di fattibilità di recupero e relativo fabbisogno finanziario. Tale piano dovrà essere pronto entro brevissimo tempo per consentire l’ inizio delle negoziazioni a Washington con il FMI .
E’ stato formato, a titolo di consulenza ed assistenza, un tavolo con i rappresentanti tecnico-finanziari di Cile, Brasile ed Indonesia, paesi di buon esempio nel recuperarsi da situazioni difficili. Assiste la Spagna.
Per quanto riguarda il ripagamento del debito estero, ovvero le obbligazioni emesse sui mercati, non si sono ad oggi configurati i termini di composizione del problema, poiché essi discendono dalla ristrutturazione complessiva oggetto delle accennate future negoziazioni, innanzitutto con il FMI. Si può tuttavia presumere che saranno affrontate ipotesi quali: a) la riduzione parziale del valore nominale del titolo ( forse 20-30%); b) la riduzione del tasso nominale d’interesse (forse del 10-20%); c) l’allungamento della scadenza (forse 3 anni), combinando opportunamente tali elementi. Felici esempi recenti di ristrutturazioni quali Russia, Ucraina, Equador costituiscono la speranza. Anche l’Europa potrebbe ( e dovrebbe) avere un ruolo particolare nella concertazione della ristrutturazione.
Circa il problema che hanno i possessori dei titoli argentini in Italia, c’è già l’affacciarsi di qualche comitato di difesa , ma le banche rispondono che bisogna comunque attendere i termini delle negoziazioni di Washington ed agire in maniera adeguatamente rappresentativa. C’è da augurarsi , nel frattempo, che il nostro Governo sia interprete e rappresentante degli interessi dei risparmiatori italiani, attraverso suoi organi o delegando altri soggetti competenti (ad es. ABI). Sembrerebbe che tale ipotesi abbia seguito.
Infine, con obiettivi non tecnici né immediati, si è formato in Argentina, ad iniziativa della Chiesa e con la "benedizione" del Presidente della Repubblica argentina, un tavolo di dialogo delle forze della società argentina. Di cosa si tratta ?

La posizione della Chiesa

In America Latina in generale, e non meno in Argentina, la Chiesa cattolica ha un forte seguito di opinione ed ascolto; ed il Papa ha un sentimento particolare per quelle terre.
In occasione di un suo recentissimo messaggio di pace ai governanti ed ai popoli ha detto: "Desidero invitare con insistenza i popoli dell’America latina e soprattutto gli argentini a mantenere viva la speranza pur nel mezzo delle attuali difficoltà, ben sapendo che, potendo contare su tante risorse umane e naturali, l’attuale situazione non è irreversibile e può essere superata con la collaborazione di tutti. Per far ciò è necessario porre da parte gli interessi particolari e di partito e promuovere con ogni mezzo legittimo il bene della nazione, attraverso il recupero dei valori morali, il dialogo franco ed aperto…Con questo spirito si tenga presente che l’azione di un politico è innanzitutto servizio alla comunità: servizio nobile, austero e generoso."
E la Chiesa, come accennato, ha prospettato e posto in pratica un progetto concreto, appoggiato dal nuovo presidente della Repubblica Argentina. Il Progetto offerto si chiama Dialogo Argentino. Il luogo di incontro è presso la Caritas (una delle Entità che meglio funziona nel paese) . E’ un tavolo di riunione aperto ai rappresentanti dei vari settori della società perché, al di la delle istanze e posizioni ideologiche, si stabilisca congiuntamente l’effettiva portata dei problemi e gli squilibri derivanti, in un clima elevato e nobile, istruito dalle parole di Paolo VI nell’ Ecclesiam Suam "Prima di parlare è necessario non solamente ascoltare la voce del prossimo, ma il suo cuore .Il dialogo sia forma per tessere un’amicizia con chi si dialoga e a chi si intende rendere un servizio".
Il Dialogo postula, attraverso un documento della Conferenza Episcopale Argentina, che "la Patria è gravemente malata di infermità morale nei settori economici, politici, culturali e si devono accettare i sacrifici derivanti per il suo recupero. Chi non fosse disposto, si facesse da parte, giacchè è necessario riconoscere i gravi errori commessi ed adottare cambi profondi di mentalità e di comportamento. Nessuno può sentirsi non responsabile della situazione, specie i partiti politici ed i sindacati. Dovrà essere ricostruita la pratica dei valori morali, la cultura del lavoro, la modifica dell’uso dei mezzi dell’informazione, oggi degradante, la riforma della giustizia evitando lo spreco immorale delle pubbliche risorse. La forma del Dialogo dovrà avere i connotati della saggezza e della franchezza, della delicatezza, della fiducia e della prudenza, della pazienza e della perseveranza. Che le Forze politiche si convincano che da subito è necessario che esse acquisiscano, attraverso i singoli loro atti, credibilità e rispetto dal popolo, poiché la crisi è innanzitutto morale".

Si potrebbe considerare tracciata a questo punto la sintesi sull’accaduto e di ciò che deve essere impostato in quel bel paese lontano. Ma l’analisi, come si è accennato all’inizio di questa conversazione, intende accennare ad un ultimo capitolo. Gli avvenimenti traggono la loro origine anche da fattori non visibili, non riconoscibili se non attraverso l’insinuante percorso della lettura letteraria e filosofica.

La chiave filosofico-letteraria

Sfogliando passi di Ricardo Piglia, uomo di lettere e docente presso l’Università di Princeton a proposito del grande scrittore e filosofo argentino Luis Borges, ci si imbatte in considerazioni apparentemente provocatorie eppure, conoscendo l’anima di quel continente, viene da pensare che anche questa realtà intravista mediante il discorso letterario convive con il Paese del Rio de la Plata e ne influenza la vita.
Esisterebbe una sottile relazione fra politica e fiction, una reciproca contaminazione anche nel senso bello di voler dare alla politica il passo, non doverosamente misurato, che ha la novella. Questo intreccio alimenta una visione passionale del mondo, utopica. L’efficacia è legata al reale, al vero, con relativo bagaglio di responsabilità e di piatte calcolazioni sulle necessità, sulla morale dei fatti e delle azioni, sul peso della verità. La letteratura può indurre all’ozio anche pensante, alla gratuità, al fatale, a ciò che non si può ( e non si deve per obbligo) insegnare; in ultima istanza si associa ad una visione della politica come azione seducente, estetica, passionale. "Il populismo è un’ideologia estetica" dice Piglia. E tornano alla mente le grandi adunate peroniste nella Plaza de Mayo e chi ne ha colto con sottigliezza l’anima componendo il Don’t cry for me Argentina. In Luis Borges troviamo il gusto per l’elegia della barbarie, il mondo dell’evocazione e della passione ancestrale delle terre latinoamericane...
Lo scrittore olandese Nooteboom, nel suo libro “Canto” dice: "Gli scrittori immaginano una realtà in cui non hanno bisogno di vivere, ma su cui hanno potere" E se questo potere influenzasse altri? Il grande scrittore latinoamericano Marcos Vargas Llosa, affrontando da par suo in questi giorni la crisi argentina, avanza la sua certezza: la spiegazione non la si troverà unicamente nella statistica o nella cronaca politica. La vera ragione è dietro tutto questo, è una motivazione recondita, diffusa, che più ha a che vedere con la predisposizione dell’animo che con le dottrine economiche e le lotte partidarie per il potere: è il richiamo all’irrealtà, al miraggio della vita possibile, alla fuga dal concreto verso l’onirico, come appunto la letteratura di Luis Borges o di un altro grande, Biòy Casàres, hanno fatto. E non a caso loro sono argentini. L’aver calato inconsapevolmente queste ambizioni (il populismo, il volontarismo, l’utopia del meglio comunque, in una parola: la promessa) nella vita pratica rifiutandone, pur senza dirlo e forse pensarlo, le “meschine” regole dell’amministrazione, ha prodotto la “tragedia”.
In un mio libro ambientato in terre sudamericane, scritto in tempi passati e quindi non sospetti in relazione all’indagine critica costruita oggi, già dicevo, ad elegia di quei popoli, in un momento del racconto:
"Si sentiva quel giorno nell’aria la promessa di miracolo delle terre del continente latino americano. La promessa non era definita, non era leggibile perché non fatta, solo bisbigliata da alcuni. Da poeti, da musicisti, dalle terre stesse, fruibile da pochi anche se a tutti annunciata. Era promessa di vita. Una. Differente. Elitaria e popolare assieme: intuibile per spiriti magici, profondi ed analfabeti”."

La promessa indefinita: fosse questa la chiave ?
Certo, non si fa politica quotidiana e soprattutto finanza con queste chiavi; ma, per quel rispettoso, intelligente ascolto dovuto agli altri, richiamato anche dalla Chiesa nel Manifesto del Dialogo Argentino, possiamo capire qualcosa pur senza giustificare. Luis Borges, non a caso e meno male, non è nato dai corridoi del FMI.
Noi amiamo l’Argentina, perchè anche di noi è fatta. Ha dato patria e vita a molti nostri antenati, sollevando l’Italia da un ulteriore peso in quelle nostre epoche povere. Noi qui, nel piccolo, cominciano ad aiutarla, pensandola con affezione.

C.M.R.



L’autore di queste note ringrazia l’Ambasciatore della Repubblica Argentina presso la santa Sede, S.E. Vicente Espiche Gil per la documentazione fornita assieme al suo illuminato commento verbale sul Dialogo Argentino e la posizione della Chiesa.