Raccolta - Capitolo 1


Ora tocca alla caccia





(1) Il recente articolo di Adriano Sofri contro la caccia (2) affronta temi troppo importanti per essere lasciato senza risposta. Nel testo, evidentemente meditato e non opera d'occasione, s'intrecciano autobiografia, emozioni e giudizi morali. Cercherò allora d'esaminare, insieme con i contenuti, la mentalità dell'autore quale emerge dalla lettura, prescindendo, per quanto possibile, dal fatto di conoscerlo personalmente.

Una prima difficoltà: in un titolo si legge del cacciatore come figura esemplare della "combattività specifica dell'uomo occidentale". La critica del maschio cacciatore viene quindi posta come interna a quella, più generale, "dell'uomo occidentale". È una scelta che lascia perplessi: la caccia infatti compare in tutte le culture, massime in quelle più armoniche con l'ambiente.

Si tratterebbe allora di un'aspra critica della nostra civiltà. Non è neppure così: l'uomo occidentale, impersonato dall'autore, "imbarazzato e pentito" per "avere messo a repentaglio il mondo che gli era stato affidato", non mostra nessuna disposizione ad imparare, ad accettare con umiltà insegnamenti da altri che non ha commesso quegli errori, o che li ha commessi in misura minore. La crisi che sta attraversando lo colloca invece su un piano ancora più elevato rispetto alle tante culture "della certezza"; non si aspetta perciò niente dai barbari e tratta con fastidio e sufficienza ogni forma di "sensibilità etnologica", di "comprensione antropologica". Inoltre, ed è ormai vezzo dell'intellettuale di sinistra, l'autore, contro il maschio cacciatore, parla anche in nome delle "donne (...) che cacciatori non sono". (3) Principalmente, a me pare di scorgere un'analogia tra lo spirito dell'articolo e quello col quale, negli ultimi secoli, è stata condotta la guerra al senso del limite e alle culture materiali e locali.

Un testo chiave sulla nascita del mondo moderno è Michael Kohlhaas di von Kleist. Nel romanzo, Michael, mercante gentiluomo dal cuore generoso, "uno degli uomini più giusti e insieme più terribili del suo tempo", si trova a subire una prepotenza grave e del tutto arbitraria da un don Rodrigo locale (4). Un'ingiustizia di quelle che gridano vendetta al cielo. La certezza della gratuità del torto subito e l'ansia di un'urgente e piena riparazione trasformano quel fatto, agli occhi di Michael, in un buco nero nel quale implode (con la forza d'attrazione della complicità, diretta e indiretta) l'intero universo. Mentre il mondo s'annichilisce, l'ego della vittima si dilata fantasticamente, fino a sentirsi in grado di giudicare chiunque col metro di quel torto. Michael brucerà le città che non si dimostrano pronte alla sua sete di giustizia. Il sentimento di un'ingiustizia radicale apre le porte ad una paurosa semplificazione del mondo: "qualsiasi cosa (anche il nulla) meglio di questo".

L'attuale stile di vita, con l'ecatombe animale e vegetale che implica, (5) ha trovato alimento e giustificazione in una periodica replica del meccanismo Kohlhaas: si pensi all'opera degli uomini della Convenzione, a quella dei Garibaldini o dei Bolscevichi. Ogni volta, il meccanismo ha generato un mondo sostanzialmente peggiore e nel quale le ingiustizie che l'hanno innescato si trovano insieme modificate ed accresciute. Ecco allora Sofri
quelli come me si occupano di animali per vedersela con gli uomini...
che trova la sua ingiustizia assoluta. Lo scopo, dichiarato, è di semplificare,

una variegata compagine ha messo in corso l'idea che sulla caccia bisogna riflettere e distinguere ed essere problematici e non dogmatici.

di costringere allo schieramento: ognuno sarà giudicato.
io non penso più che si possa essere pro o contro la caccia "con giudizio": penso che si può solo essere pro o contro, che non si tratta di chi è cacciato, ma del cacciatore.
Non si tratta di lottare contro l'irrazionalità delle leggi venatorie, contro la caccia tecnologica, contro l'aggressione a quello che resta del sistema ecologico che essa pone in atto, o contro la perdita di ogni dimensione sacra e cavalleresca che la riduce a pura violenza, né si tratta di deplorare i politici che s'arrendono (del resto come a tutte le altre) alla lobby dei cacciatori. No, il bersaglio è la caccia in quanto tale. Forti dell'identificazione con "15 milioni di vittime", si giudica ormai l'intera vicenda umana, accomunando nella stessa infamia assassina l'uomo di Lascaux, Gilgamesh, Ippolito, Alce nero, gli sterminatori di rinoceronti, i quagliodromisti, mio nonno. Così si fa torto alla ragione ed alla verità: non è vero che tutti i cacciatori assomigliano a quelli disegnati nell'articolo! Soprattutto, nessuno, oggi, possiede l'equilibrio sufficiente, né la saggezza, per emettere un tale giudizio.
In Moby Dick si spiegava che le balene, per quanto si dia loro la caccia, non si estingueranno mai. Non era vero. Si sono estinte.
Era vero.

I cacciatori come Achab sono scomparsi, infatti, prima delle balene. È la tecnologia che ha distrutto, insieme, la caccia e la preda. Non trova giustificazione, perciò, la richiesta d'abolizione definitiva della caccia. Dobbiamo pensare, allora, che questa è avversata per la sua natura premoderna, per essere forse l'ultima testimonianza della cultura degli usi civici e del diritto comunitario.

La caccia nasce regolamentata, avvolta da una rete di norme, riti, tabù di tipo spaziale e temporale, legati ai cicli animali e a quelli sociali. È logico che oggi, con la devastazione ecologica che è in corso, le maglie di questa rete debbano di molto infittirsi. Il fatto è che l'autore non guarda tanto agli animali: combatte una cultura. Tant'è che, da uomo razionale, fa anche i conti con eventuali sovrappopolazioni, proponendo un esercito professionale. Magari aggregato alle USL.
Occorre un prelievo, per ragioni di equilibri ecologici? Lo si dimostri e lo si assicuri in modo serio: forse il modo migliore non è di dar licenza ai volontari, vigendo la pena di morte, di eseguirla di persona, visto che ci provano gusto.

Una volta di più la catastrofe ecologica contribuirà alla spoliazione dell'uomo da ogni saper fare sul suo ambiente, ed all'aumento del potere degli esperti.
Da quando ero piccolo in qua, il numero delle persone capaci di tirare il collo ad una gallina è drasticamente diminuito. È vero che le galline, allora come oggi, finivano sempre in pentola, ma la loro vita, tra l'uovo e la pentola, affidata ora alle cure di seri professionisti, non è certo migliorata.

Un ulteriore allontanamento dell'uomo comune dalla naturalità, come propone l'articolo e verso il quale spingono le cose, non è destinato a ridurre, bensì ad aumentare, la sua aggressività verso l'ambiente. Un tipo umano come il lettore di Airone, con il suo videoregistratore, i suoi fuoristrada, il suo walkman, le sue adventures, è infatti molto più distruttivo del cacciatore medio. Distruttivo non solo per la quantità di merci e quindi d'inquinamento che presuppone, ma anche per il modo consumistico di vedere la natura che lo caratterizza.

L'argomento più forte che sorregge la tesi abolizionista, è quello della legge. È vero: le leggi non sono rispettate, e ciò rende ridicola ogni idea di migliorarle. Dalle mie parti, in Mugello, il bracconiere era figura solitaria e notturna, spesso di tradizione familiare, conoscitore d'ogni segreto del bosco, d'ogni abitudine della lepre, uso più al laccio che al fucile e, sicuramente, provvisto di una sua ribellistica coscienza morale. Oggi, in pieno giorno, squadre di dieci, venti, arroganti, da Prato, Pistoia, Empoli, Firenze, lasciano le auto in bella vista sulla strada e penetrano in bandita, sparando a tutto quello che si muove, compresi i pochissimi caprioli. I guardiacaccia sono impauriti. Alcuni ci hanno rimesso la pelle.

La disosservanza delle leggi sulla caccia non si differenzia dalla caduta generale del rispetto per la legge. Sono le estreme conseguenze, come tanti hanno rilevato, di quel permissivismo, quel clima d'eterna vacanza morale, che anche noi, purtroppo, abbiamo contribuito ad instaurare.

Di fronte a questa desolazione, si propone una soluzione simmetrica alla liberalizzazione dell'eroina. Nel caso dell'eroina si afferma: "la legge non ce la fa, aboliamo la legge: niente norma, niente trasgressione". Nel caso della caccia: "la legge non riesce a disciplinarla, aboliamo la caccia: è più facile controllare che non ci sia caccia piuttosto che si svolga nella norma".

Si tratta di un vero suicidio morale: è semplicemente mostruoso valutare una regola non per la sua equità, ma per l'accettabilità o meno da parte di chi da ogni dimensione morale è fuori. Certo, in un paese nel quale un ministro dei trasporti dichiara che mai lui farà rispettare i limiti di legge sulla velocità nelle autostrade per ragioni di pecunia, è difficile sperare in un raddrizzamento, ma non abbiamo altra scelta. Non possiamo abbandonare l'idea della legge e arrenderci alla barbarie di Bruxelles o di chi spara alle cicogne.

Non si tratta di ambienti urbani degradati, non ci sono alibi di disoccupazione e miseria; se necessario, che la medicina sia amara: perché non affidare la faccenda ai carabinieri? O meglio, perché non imporre ai cacciatori stessi delle corvée in squadre di controllo e repressione? Non c'è da avere troppi tentennamenti: aiutare, anche con le cattive, questa gente a trasformarsi da macchine desideranti in uomini è un dovere prima di tutto verso di loro. Certo, anche in questo caso, non è la fretta che ha da essere consigliera. Ci vuole intelligenza, accortezza e flessibilità, ma non rinuncia.

È pensabile una buona legge sulla caccia? Riesco solo ad immaginare alcuni principi informatori. Il fine dovrebbe essere di riportarla da sport massificato e distruttivo ad essere arte, scuola di vita.

La caccia, come peraltro ogni attività di pesca o raccolta, dovrebbe essere sottomessa ad ogni limite richiesto dall'equilibrio ecologico; ed i sistemi ecologici hanno le loro geografie, di grande e piccola scala, che non rispettano quelle politiche.

Andrebbe proibita ogni forma di ripopolamento attivo, d'allevamento sul territorio, che inquina le popolazioni animali e snatura la caccia. Si cacciano solo le specie in buona salute, se c'è crisi si sospende la caccia, si diminuiscono i giorni, si pongono restrizioni sul tipo d'arma.

Il piombo, che intossica il territorio, andrebbe abolito da subito; ma si dovrebbe anche prevedere un graduale abbandono delle armi da fuoco. Questo si rende necessario sia per restituire alla caccia il suo carattere di pratica concreta, come dicevo, sia per affidare al cacciatore un ruolo ecologico di predatore.

Prioritaria sarebbe la territorializzazione, passaggio obbligato per ripristinare un radicamento del cacciatore e anche per permettere un reale controllo. La caccia dovrebbe potersi esercitare soltanto entro un Comune (o in aree più piccole), e anche se si decidesse (e a mio avviso sarebbe bene) d'accettare i non residenti, sarebbe imprescindibile stabilire una gerarchia. Una scala di privilegi tripartita: i contadini residenti, i residenti, gli altri.

I cacciatori dovrebbero assolvere impegni di tipo ecologico e di protezione civile, nonché partecipare al controllo sull'osservanza della legge.

So che questi sono soltanto sogni. Il senso comune e il futuro gli s'oppongono. Qualche anno ancora e la caccia finirà; se non altro perché i cacciatori, fuori moda, diminuiscono, mentre si moltiplicano i loro più accesi nemici: gli uomini delle villette e dei tosaerba, che li odiano ferocemente perché fanno disordine, perché (unici) camminano ancora fuori dai sentieri, fino a scavalcare quei recinti con i quali, giorno dopo giorno, stanno richiudendo l'intero territorio.

La caccia finirà. Noi, certo, saremo ancora più poveri.



settembre 1985





Note

  1. Vincenzo Bugliani, che all'epoca era nella redazione di Reporter, mi chiese di rispondere ad un articolo di Adriano Sofri con l'intenzione di aprire un dibattito sul giornale. Sofri, considerandolo un attacco personale, decise poi di non pubblicarlo, ma il testo circolò tra gli amici. Anni dopo ho scoperto che forse qualche eco era rimasta. Dall'intervento di Gianni Sofri all'Assemblea nazionale dei Verdi, Montecatini Terme, 13 marzo 1999 (in rete a http://www.sofri.org/gianni0399.html ): "Una persona cui sono molto legato, anzi la persona a me più cara, mi ha esposto tempo addietro un dubbio per lei angoscioso: che da parte nostra non si stia ripetendo la tragedia di Michele Kohlhaas."
  2. ADRIANO SOFRI, Disarmo e doppiette, in Reporter del 21 settembre 1985.
  3. Qual è il punto di vista della donna sulla caccia? Siamo sicuri che abbia a passarsela peggio col cacciatore piuttosto che col facitore di diapositive? Difficile rispondere. Certo è quantomeno riduttivo risolvere la questione in maniera demoscopica o istituzionale; in questo ultimo caso la soluzione, da noi, è scontata: per la donna rivolgersi alla Rossanda...
  4. Il sopruso era relativo ad un "privilegio signorile", una barriera doganale. Non mi risulta sia stato a sufficienza sottolineato come quella di Michael sia in fondo una lotta per lo sviluppo, contro i "lacci e lacciuoli" che impediscono la libera circolazione delle merci a Monsieur le Capital.
  5. Mi riferisco qui a quella quotidiana del sistema produttivo, non a quella domenicale della caccia.