Raccolta - Capitolo 2


Peggiorismo scolastico





Nel giugno del 1985 divisi con amici ecologisti la conduzione di improbabili trattative per la Giunta al Comune di Firenze. Un consigliere socialista ci accusò, per la nostra opposizione ai progetti Fiat-Fondiaria, d'essere contro lo sviluppo. Giannozzo Pucci, che era con noi, spiegò allora che per lui sviluppo significava qualcosa che cresce e si trasforma, come il seme che si fa spiga, e non la brutale distruzione di ciò che esiste in nome di astratti principi.

È proprio questo il carattere distintivo del peggiorismo, quel tipo di riformismo che subordina ogni possibile cambiamento al preventivo abbattimento dello stato di cose, per poi giustificare il puntuale esito fallimentare con l'insufficiente radicalità dell'opera demolitrice. Si tratta di un atteggiamento analizzato e denunciato da secoli, ma anche acquisizioni più recenti possono contribuire ad evidenziare l'errore del riformismo desertificante. Scrive l'illustre biologo Jacob:
L'azione della selezione naturale non assomiglia in alcun aspetto al comportamento umano. Ma se si vuol giocare con i paragoni, bisogna dire che la selezione opera non come un ingegnere ma come un bricoleur, il quale non sa esattamente cosa produrrà, ma che recupera tutto quello che trova in giro, le cose più strane e diverse, pezzi di spago o di legno, vecchi cartoni che potrebbero eventualmente fornirgli del materiale: insomma un bricoleur che utilizza tutto ciò che ha sotto mano per farne un oggetto utile. L'ingegnere si mette all'opera solo dopo aver riunito i materiali e gli strumenti che servono esattamente al suo progetto. Il bricoleur, invece, si arrangia con gli scarti. (...) Per molti aspetti questo modo di operare ricorda il processo della evoluzione. Spesso senza progetti a lungo termine, il bricoleur dà ai suoi materiali funzioni non previste per la produzione di un nuovo oggetto. Da una vecchia ruota di bicicletta costruisce una carrucola, da una seggiola rotta ottiene la scatola per la radio. Allo stesso modo l'evoluzione costruisce un'ala da una zampa, o un pezzo d'orecchio con un frammento di mascella. Naturalmente ci vuole tempo. (1)
Possono forse tornare utili anche alcuni concetti provenienti dal campo del software, tanto di moda. È un settore produttivo dove l'innovazione è particolarmente incalzante, e proprio per questo vi si sono definiti con chiarezza termini come compatibilità e trasparenza. Compatibilità, ad esempio per un programma di videoscrittura, significa che l'ultima versione, migliorata, deve poter leggere e trattare i testi scritti con quelle precedenti. Trasparenza vuol dire che le differenze interne di dispositivi hardware e software, non devono interessare l'utente, che deve vedere un hard disk da 40 milioni di caratteri nello stesso modo di un floppy da 360 mila, o una stampante laser remota come una ad aghi vicina.

Il requisito della compatibilità rende più faticosa, e costosa, l'innovazione. Non solo: arriva sempre il momento nel quale il vino nuovo non entra più nelle vecchie botti e qualcuno riparte da zero con prodotti di nuova generazione. Ma questo stile di lavoro dà tempo. Nessuno è lasciato sospeso a mezza strada e mentre i più audaci sperimentano a proprio rischio (2) (le prime versioni sono spesso piene di difetti) i nuovi sistemi, selezionandoli ed evolvendoli, altri continuano a lavorare tranquillamente su quelli vecchi, ormai affidabili e ben conosciuti.

Su questi criteri: riuso, convivenza tra nuovo e vecchio, compatibilità, dovrebbe fondarsi ogni riformismo degno del suo nome, che accetti davvero la sfida del cambiamento qui e ora con condizioni date. Le idee nuove riusciranno a trovare da sole il proprio spazio vitale e le proprie ragioni di esistenza, se ne hanno, senza l'alibi di condizioni al contorno inverificabili.

Oggi, sull'onda delle recenti agitazioni studentesche, si torna a parlare di riforma per le superiori, ed è corrente l'idea che questa dovrà essere il tardivo coronamento di quella delle medie del '62, il cui vero limite sarebbe stato la settorialità, il mancato inserimento in un progetto complessivo dalle elementari all'università. A mio parere questa è solo una formula, ormai logora, che copre l'assenza di analisi sulla realtà scolastica. Al contrario, il fatto più negativo di quella riforma, di cui paghiamo ancor oggi le conseguenze, fu proprio la sua radicalità. Si trattò di un intervento desertificante perché abolì per decreto le due scuole vive, ginnasio e scuola d'avviamento, sostituendole con un progetto non sperimentato.

Un approccio ecologico alla questione avrebbe consigliato, anche in quel caso, i criteri della trasparenza e della compatibilità. Si poteva affiancare a quanto di buono esisteva una nuova scuola, aperta a tutti, ma controllando poi che chi voleva continuare gli studi fosse attrezzato dei requisiti minimi richiesti dalle varie scuole superiori. Ciò avrebbe permesso di prendere tempo, di fare delle verifiche, di non vietare a nessuno d'insegnare e studiare con ritmi e contenuti più impegnativi di quelli proposti per la nuova scuola. Un menu più variato e non la solita minestra assistenziale.





Nietzsche a Pforta



A proposito di menu variati, ecco come Nietzsche ricorda gli anni passati alla "dura scuola" di Pforta (3):
Io non riesco a vedere come un individuo possa rimediare al fatto di non aver frequentato al momento giusto una buona scuola. Costui non conosce se stesso, cammina sul sentiero della vita senza aver imparato a camminare, a ogni passo che fa si rivela la sua floscia muscolatura... La cosa più auspicabile è in tutti i casi una disciplina rigorosa e dura al momento giusto, cioè in quell'età in cui riempie d'orgoglio vedere che si pretende molto da noi. Giacché questo distingue la scuola dura, in quanto buona scuola, da ogni altra: che si pretende molto e lo si pretende inflessibilmente; che le cose buone, anzi perfino quelle eccellenti, vengono pretese come normali; che la lode è rara, l'indulgenza assente; che il biasimo si fa sentire con asprezza e obiettività senza riguardo per il talento e la provenienza sociale.
Siamo certi che oggi questo tipo di scuola non abbia nessun senso, che sia solo un residuo del passato da attaccare e debellare come le malerbe? Non potrebbe rappresentare anch'essa un genotipo ancora prezioso, un patrimonio da conservare? Claude Lévi-Strauss pensa di sì (4):
Pur essendo stato educato, come molti altri, in licei dove l'entrata e l'uscita di ogni classe si faceva a suono di tamburo, dove le più piccole infrazioni disciplinari erano severamente punite, dove i componimenti venivano scritti nell'angoscia, e dove i loro voti, proclamati con estrema solennità dal preside accompagnato dal censore, provocavano l'abbattimento o la gioia, non ricordo che la grande maggioranza di noi bambini ne abbia concepito odio o disgusto. Oggi adulto, e per di più etnologo, ravviso in queste usanze il riflesso, attenuato sì ma pur sempre riconoscibile, di riti diffusi in tutto il mondo, che conferiscono sacralità alle pratiche grazie alle quali ogni generazione si prepara a condividere le proprie responsabilità con quella che segue.
aprile 1986





Note

  1. FRANÇOIS JACOB, Evoluzione e bricolage, Einaudi, Torino, 1978, p. 17.
  2. Trovando così l'occasione di scaltrirsi. Per Baltasar Graciàn "Due categorie di persone sanno prevenire i mali: gli scaltriti , che molto hanno imparato a proprie spese; e gli astuti, che hanno imparato a spese altrui." In I moralisti classici, a cura di Giovanni Macchia, Garzanti, Milano 1978, p. 210.
  3. Cit. in MAZZINO MONTINARI, Che cosa ha veramente detto Nietzsche, Ubaldini, Roma, 1975, p. 12.
  4. CLAUDE LÉVI-STRAUSS, Considerazioni in ritardo sul bambino creativo, in Lo sguardo da lontano, Einaudi, Torino, 1984.