Raccolta - Capitolo 4


Il nucleare e l'analfabeta





(1) Devo fare una premessa necessaria. Chi parla non è un credente. Dico questo perché mi capiterà di fare riferimento a temi cristiani e vorrei evitare equivoci.

Eric Berne iniziò le sue conferenze sul sesso, poi raccolte in Fare l'amore, grosso modo così:
chi non è d'accordo che il sesso è una cosa umida, è inutile che continui ad ascoltarmi.
Del resto anche il nostro Guido Ceronetti, nei recenti Pensieri del tè, più elegantemente afferma:
A chi non capisce l'allusione è inutile fornire la spiegazione
È per questo che stasera non ho intenzione di parlare del perché le centrali nucleari vadano abolite, del perché sia folle e diabolico lasciare a centinaia di generazioni future un'eredità di scorie radioattive semplicemente per pagare la miseria idiota del nostro consumismo. Parlerò piuttosto di quello strano capovolgimento di valori che impedisce a tanti di capire le ragioni morali, razionali, umane che proibiscono il nucleare.

COME ALLA TELEVISIONE

Gli amici del Movimento Popolare, chiamando i Verdi fiorentini a rappresentare la parte antinucleare in questo dibattito, sapevano bene che questi avrebbero affrontato il tema in maniera non convenzionale. Dico non convenzionale per motivi fondati. Da qualche tempo hanno luogo in tutta Italia, e anche a Firenze, incontri più o meno così concepiti: da una parte esperti nuclearisti (spesso tecnici Enel), dall'altra esperti del movimento, anch'essi provvisti di patenti accademiche e scientifiche. Gli avversari polemizzano a suon di citazioni, prove, controprove.

- Il giorno X dell'anno Y si è rotto il tal filtro nella tal centrale.

- Sì, ma oggi si usano filtri diversi e comunque in Italia quel tipo non è mai stato utilizzato.

Il tutto è corredato da sussidi alla moda: lavagne luminose, diapositive e puntatori laser. Così condotto il dibattito non è più uno confronto tra idee, ma una gara spettacolare, nella quale gli elementi decisivi sono il look dei protagonisti e la raccolta di conferme autorevoli. È d'obbligo una reciproca mobilitazione di nomi di successo, massime i Nobel, schierati a difesa delle proprie tesi come tante bocche da fuoco. Diviene allora veramente difficile, per gli spettatori, raggiungere quella che Bertrand Russell chiamava "l'immunità all'eloquenza".

SUA MAESTÀ

Arrivo subito ai temi della critica che condurrò in questa sede. Critica prima di tutto dell'atteggiamento tenuto dai Verdi in quelle occasioni. Non stupitevi se, nel mio intervento, parlerò forse più contro un certo modo di fare gli antinucleari che contro i nuclearisti medesimi. Ci sono perlomeno due buone ragioni. La prima è che considero poco cavalleresco accanirsi contro i difensori dell'atomo con l'ottanta per cento delle forze politiche allineate per il SÌ al prossimo referendum. La seconda è che, come Chesterton,
Ebbi occasione di dire, altrove, che io sono un anti-vivisezionista ed un anti-anti-vivisezionista.
Una critica che devo subito avanzare a questi miei amici, è di condividere l'idea della Scienza con la maiuscola. In genere si fronteggiano almeno due scienziati (evidentemente oggi il titolo di scienziato non si nega a nessuno) e ciascuno si dichiara più scientifico dell'altro. Troppa grazia. Si potrebbe sollevare l'argomento forte, filosofico, domandandoci con Heidegger: "la scienza pensa?". Farò ricorso invece a considerazioni più deboli.

La prima considerazione è che gli esperti mentono. Spendono la loro autorità di specialisti in una disciplina per dare forza ad affermazioni su altre, che non conoscono. La questione nucleare investe infatti temi di tipo fisico, ingegneristico, biologico, economico, morale. Ora, ed è facilmente verificabile, un esperto in settore ristretto non ha solo le comuni probabilità di essere un cretino in un campo diverso (ad esempio un biologo è facile che sia del tutto incompetente di economia, o un fisico nucleare di ingegneria nucleare), ma direi qualcuna di più a causa della forte specializzazione. Invece, potenza dei media e di archetipici simboli di autorità, si ascolta Rubbia sulle prospettive economiche del paese.

Un'altra considerazione è che questi signori millantano una saldezza, una coerenza, del cosiddetto pensiero scientifico o meglio della comunità scientifica, che non è mai esistita. Fortunatamente gli scienziati sono divisi. L'apparato scientifico ha perduto anche quella parvenza d'unità che gli ha permesso di conquistare tanto spazio nella società, fino a fagocitare pezzi del sistema politico, giuridico, religioso...

La riflessione epistemologica contemporanea, inoltre, ha demolito il tentativo di definizione della scienza come sistema chiuso ed autosufficiente. Resta però, una volta caduto l'assolutismo scientifico, quello della pura potenza tecnologica.

CHI ILLUMINA CHI?

Ma voglio parlare qui di un'altra autosufficienza, nella quale anch'io credo. Per il pensiero cristiano, se capisco bene, ogni persona gode, quasi per definizione, di risorse interne inattaccabili che le permettono di distinguere sempre il bene dal male sulla base dell'ascolto della propria coscienza (2). Anche l'analfabeta e l'umile vecchina, che si cita sempre, possiedono un olfatto interiore col quale sono in grado di sentire l'odore di zolfo della scelta sbagliata.

Viene in mente il motivo di una bella canzone di Dylan:
Non hai bisogno di un meteorologo per sapere da che parte tira il vento
Di più. Oggi molti meteorologi passano la vita in stanze chiuse, seguendo davanti ad un terminale l'evoluzione di complesse equazioni e, se non hanno la passione della nautica, sono incapaci di riconoscere alla svelta la direzione del vento, quello vero.

È di questi giorni la notizia di una nuova manifestazione delle tribù australiane contro gli insediamenti nucleari. Ci potremmo chiedere: quali esperti li hanno convinti? Quali dati? Chi avranno consultato prima di muoversi? Perché non domandarsi invece cosa possiamo imparare da questi popoli. Qual è la natura della scienza che ancora possiedono e che permette loro in anticipo, e scienza è anzitutto previsione, di sapere che l'apertura di una miniera d'uranio è un crimine naturalistico?

Per contro Jerry Mander ci racconta fino a che punto nel nostro mondo ipersviluppato si sia rinunciato a pensare con la propria testa per delegare tutto agli autonominatisi addetti ai lavori:
In un arco di sei mesi nel 1973 The New York Times pubblicò le seguenti scoperte scientifiche.

Un importante istituto di ricerca spendeva più di 50.000 dollari per scoprire che il formaggio è il boccone preferito dai topi.

Un altro studio era giunto alla conclusione che il latte materno possedeva caratteristiche nutritive meglio bilanciate per gli infanti che non quello prodotto con formule commerciali. In quello studio si dimostrava anche che per i piccoli dell'uomo il latte materno era migliore del latte di vacca o del latte di capra.

In un terzo studio si stabiliva che una passeggiata è notevolmente più salutare per gli apparati respiratorio e circolatorio dell'uomo, in effetti per la sua sanità e vitalità nel loro insieme, che non una corsa in auto. Anche alla bicicletta si riconoscevano caratteristiche benefiche.

Un quarto saggio dimostrava che il succo di arance fresche ha un valore nutritivo superiore a quello del succo di arance in scatola o congelate. (3)
E l'elenco continuava. Perché allora gli amici del Movimento Popolare devono chiamare degli esperti per avere lumi sul voto al referendum? Visto che è impossibile per chiunque dominare seriamente le tematiche scientifiche e le altre coinvolte, come accennavo prima, dovranno affidarsi, per la loro scelta, ad impressioni superficiali.

In questo modo si è confinati nel campo dell'opinione, ci si riduce a contare gli scienziati pro e contro, e la scelta diventa l'esito di un processo quantitativo, quindi di forza. Non è una strada percorribile per chi dice d'avere a cuore il problema della verità.

ARRIVARE UN PO' TARDI

Cercherò allora di mostrare la qualità del nucleare solo con un cenno. C'è un episodio dell'agiografia lapiriana, riferitomi da Giannozzo Pucci, che mi ha sempre colpito. La Pira, in occasione di un viaggio per la pace, si trovava a Mosca per incontrare il Soviet Supremo. Pare che si fece aspettare quasi un'ora. Quando finalmente arrivò si scusò del ritardo spiegando, tra lo stupore dei burocrati, come lungo il percorso, verosimilmente a piedi, vedendo una chiesa, avesse sentito il bisogno di raccogliersi un po' in preghiera. Nessuno, credente o laico, resta indifferente al contenuto d'umanità, prima che di fede, dell'episodio. Se si fosse fermato per bere un bicchiere con un vecchio amico, incontrato casualmente, il senso cambierebbe di poco.

I tecnici delle centrali nucleari, che si aggirano tra porte magnetiche e corridoi permanentemente sorvegliati, non possono fermarsi un poco lungo la strada, né per salutare un amico, né per una preghiera. La tecnologia nucleare richiede perfezione assoluta. Basterebbe questo. A proposito di Cernobyl, Adriano Sofri ricordava qualche tempo fa su Reporter, che gli antichi sapevano che le cose troppo perfette, compiute, erano hybris e destavano l'ira degli Dei gelosi. Ancora oggi, proseguiva, le tessitrici persiane di tappeti se alla fine del lavoro s'accorgono di non aver commesso neppure un errore, saltano di proposito qualche nodo.

Dopo qualche secolo di incubi meccanicisti anche la scienza moderna (pur tramite un percorso tortuoso ed economicamente, nel senso dell'economia di pensiero, molto meno efficiente di quello della sapienza) offre oggi una chiave che permette di comprendere la profonda razionalità di quell'antica diffidenza. Questa chiave è il concetto d'entropia: il paradigma termodinamico.

DEL FARSI LA BARBA

L'accenno alla termodinamica mi consente d'affrontare l'ultimo argomento che mi sono proposto. Si rimprovera agli ecologisti di denunciare i pericoli e le conseguenze della tecnologia nucleare, senza offrire alternative. Più precisamente d'offrire alternative ingannevoli, inducendo la gente a credere che le energie dolci (solare, eolica...) siano altrettanto a buon mercato di quella nucleare. È un equivoco che hanno contribuito a creare gli amici di cui dicevo con la loro ricerca del consenso ad ogni costo.

Per mostrare a qual punto la cultura ecologista sia invece consapevole dell'incompatibilità tra scelte energetiche non inquinanti e società consumistica, farò riferimento al Programma bioeconomico minimale di Georgescu-Roegen.

Georgescu-Roegen è un grande economista ed è stato il primo a sviluppare una critica dal punto di vista ecologico della propria disciplina, con risultati devastanti per il quadro teorico dominante nella scienza economica. Il programma è in otto punti e definisce un rigido quadro di risparmio energetico. Il primo punto propone la proibizione di ogni produzione bellica, notoriamente energivora; il secondo e il terzo si riferiscono ai paesi sottosviluppati. Ecco per esteso gli altri.
Quarto, finché l'uso diretto dell'energia solare non diventa un bene generale o non si ottiene la fusione controllata, ogni spreco di energia per surriscaldamento, superaccelerazione, superilluminazione ecc. dovrebbe essere attentamente evitato e, se necessario, rigidamente regolamentato.

Quinto, dobbiamo curarci dalla passione morbosa per i congegni stravaganti, splendidamente illustrata da un oggetto contraddittorio come l'automobilina per il golf, e per splendori pachidermici che non entrano nel garage. Se ci riusciremo, i costruttori smetteranno di produrre simili "beni".

Sesto, dobbiamo liberarci anche della moda, quella "malattia della mente umana", come la chiamò l'abate Fernando Galiani nel suo famoso Della moneta (1750). È veramente una malattia della mente gettar via una giacca o un mobile quando possono ancora servire al loro scopo specifico. Acquistare una macchina "nuova" ogni anno e arredare la casa ogni due è un crimine bioeconomico. Altri autori hanno già proposto di fabbricare gli oggetti in modo che durino più a lungo (...). Ma è ancor più importante che i consumatori si rieduchino da sé così da disprezzare la moda. I produttori dovrebbero allora concentrarsi sulla durabilità.

Settimo, (strettamente collegato al punto precedente), i beni devono essere resi più durevoli tramite una progettazione che consenta poi di ripararli. (Per fare un esempio pratico, al giorno d'oggi molte volte dobbiamo buttar via un paio di scarpe solo perché si è rotto un laccio.)

Ottavo, (in assoluta armonia con tutte le considerazioni precedenti), dovremmo curarci per liberarci di quella che chiamo "la circumdrome del rasoio", che consiste nel radersi più in fretta per avere più tempo per lavorare a una macchina che rada più in fretta per poi avere più tempo per lavorare a una macchina che rada ancora più in fretta, e così via, ad infinitum. Questo cambiamento richiederà un gran numero di ripudi da parte di tutti quegli ambienti professionali che hanno attirato l'uomo in questa vuota regressione senza limiti. Dobbiamo renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è una quantità considerevole di tempo libero trascorso in maniera intelligente. (4)
Fin qui Georgescu. Da parte mia una sola considerazione: succede spesso di mettere in discussione il consumismo in termini moralistici. Di vedere un quadro di minore dissipazione energetica e materiale come una perdita, una dolorosa ma necessaria stagione di vacche magre e musi lunghi. Penso in special modo a Berlinguer e alla sua austerità. Ci sbagliamo: basta soffermarsi per qualche minuto, magari mentre si è in coda lungo i viali, su quello che ci arriva dai cinque sensi, per sentire come questa civiltà sia tutta all'insegna di una profonda miseria, e per capire come il suo superamento possa ridare spazio, e sapore, ad una pratica di "arte del vivere" (e anche "del farsi la barba") ormai quasi perduta.



dicembre 1987





Note

  1. Intervento ad un dibattito organizzato a Firenze dal Movimento Popolare alla vigilia del referendum sul nucleare, nel dicembre 1987
  2. Molto più tardi ho scoperto che l'intuizione originaria del precetto morale si chiama sinderesi.
  3. JERRY MANDER, Quattro argomenti per eliminare la televisione, Dedalo, Bari, 1982, p. 45. Un libro straordinario che non ha avuto nessuna fortuna in Italia. Sarebbe utile chiedersi perché.
  4. NICHOLAS GEORGESCU-ROEGEN, Energia e miti economici, Boringhieri, Torino, 1982, p. 74.