Raccolta - Capitolo 5


Proibizionismo





I CALVINISTI E IL PROFUMO DI ROSE

(1) Preoccupa la diffusione di una mentalità moralistica, ascetica. È infatti troppo comune quest'idea: che il nostro stile di vita sia all'insegna della ricchezza, dell'opulenza, del lusso, ma che essendo manifestamente questa ricchezza e questo lusso frutti della predazione dell'ambiente (e del terzo e quarto mondo), s'imponga ormai una riconsiderazione morale, una conversione nell'agire, un digiuno. Il pomposo titolo del libro di Passmore, La nostra responsabilità per la natura, è l'epigrafe di questa mentalità.

Ma quale lusso? Com'è che siamo diventati così piccoli, così ometti, da chiamare lussuosa questa vita deprivata da coatti dell'automobile e del televisore. L'etica ascetica, protestante, col suo rifiuto dell'incarnazione, del corpo, non è la soluzione, bensì, come noto, madre naturale della società industriale, dello stato delle cose. (Lo sguardo acuto di Nietzsche riconobbe l'Asceta anche sotto i panni di un altro genitore: l'Uomo di Scienza). (2) Il digiuno s'impone, ma per toglierci dal torpore e dall'intossicazione, per ricominciare a godere.

Se non riuscite a comprendermi, vi propongo un esercizio. Prima leggete con calma questo passaggio de Le Mille e Una Notte. È l'introduzione ai racconti di Sindbab:
Durante il regno del Califfo Harun-al-Rascid viveva a Bagdad un povero facchino, chiamato Hindbab. Un giorno che faceva un caldo terribile, egli doveva portare un carico pesante da un'estremità all'altra della città. Dopo aver percorso un certo tratto di strada, si sentì molto stanco: poco dopo giunse a una via, in cui spirava un fresco zefiro e dove il selciato era innaffiato con acqua di rose. Allora posò a terra il carico e si sedette a riposare un po', vicino a una grande casa. Una squisita fragranza di legno di aloe e di pasticche zuccherine gli giunse alle nari: proveniva da una delle finestre della casa e, mescolandosi col profumo dell'acqua di rose, si effondeva per l'aria all'intorno. Dall'interno si udiva poi un concerto di voci e di strumenti, cui si accompagnava l'armonioso gorgheggio di invisibili usignuoli e di altri augellini canori. Dalla casa proveniva pure un appetitoso odore di carni varie arrostite e il facchino pensò: "Si vede che c'è qualche banchetto, lì dentro...". Sulla soglia stavano alcuni domestici magnificamente vestiti. Egli si accostò a loro e chiese: - Chi è il padrone di questo bel palazzo? - Come? - gli rispose uno schiavo. - Non sai che qui abita il famoso Sindbab, il marinaio che ha percorso tutti i mari?
Ora provate ad uscire di casa, facendo lavorare il vostro naso e i vostri orecchi, e a dirigervi verso il centro di Firenze. Cercate l'opulenza, il lusso. Se dopo un po' non avete ancora capito, lasciate perdere...

VECCHIE STORIE

(3) Ha ricevuto qualche critica l'articolo precedente nel quale, prendendomela con il moralismo imperante, paragonavo il lusso delle Mille e una notte alla miseria attuale. I critici più severi mi hanno rimproverato lo spirito nostalgico, quelli più benevoli la mancanza di senso storico. Colgo allora l'occasione per proseguire, rispondendo alle critiche, quel discorso.

Qualche anno fa Paolo Portoghesi intitolava il saggio col quale lanciava in Italia il post-moderno in architettura Fine del proibizionismo. Cogliendo così in tre parole l'essenza stessa del moderno: il greve moralismo, i non si può e non si deve di una mentalità che in nome di principi astrattissimi (Progresso, Diritti, Funzionalità, Democrazia, Scienza, Stato...) chiede il sacrificio di tutto ciò che è umano, di ogni sano piacere, di ogni sentimento naturale; compresa, a partire da quella di Antigone, la morale stessa. È proprio del moderno inoltre un linguaggio castigato, disinfettato, nel quale termini come nostalgia sono tabù. Ora, come molte altre cose, il sentimento della nostalgia possiede alcune caratteristiche peculiari, direi metafisiche, che lo rendono dimensione ineliminabile dell'esserci dell'uomo nel mondo. Volenti o nolenti se non possiamo vivere solo di nostalgia, non possiamo neppure vivere senza di essa. E quindi perché vergognarcene? Ed ancora: come pensiamo di salvare la foresta amazzonica se non la smettiamo coi disboscamenti interiori?

Mentre i primi critici hanno contestato in toto il mio punto di vista, i secondi, più smaliziati, hanno detto, strizzandomi l'occhio: - D'accordo, d'accordo, ma cosa vuoi farci? Questi sono i tempi. Quel mondo di cui parli possiamo solo rimpiangerlo, è perduto per sempre.

- Gli rispondo: - Siete certi che tutto è perduto? Non si tratta di un (mentale) seppellimento prematuro causato dall'intossicazione storicista? Fin dai primi anni di scuola siamo stati abituati a pensare la Storia come una serie di stadi, ognuno dei quali sostituisce l'altro. È una visione lineare, monodimensionale, di una povertà (anche geometrica) desolante e per nulla corrispondente ai fatti. Come ci ricorda la bella poesia di Montale, non è vero che tutto resta nella rete, qualche pesce trova sempre il modo di scappare. Dovremmo essere nello stadio dell'alimento industriale e della Coca-cola, eppure tanta gente, me compreso, continua ignara a servirsi di vino di fattoria. E c'è anche chi ritorna (magari per nostalgia) a lavorare la terra. Il Verde, alcuni mesi fa, presentava insieme con altre analoghe l'esperienza di due giovani fratelli (i Grifoni, di Castel S.Niccolò) che, invece di tentare la strada dei concorsi pubblici per ragioniere, hanno rimesso in funzione la ruota ad acqua del vecchio mulino di famiglia e ripreso a macinare il grano con le macine di pietra. Come i loro antenati hanno fatto per generazioni. Così anche i mugnai esistono ancora, e pare che se la passino neanche male. Anche se alle lenti polarizzate dei filosofi della storia sono invisibili.

- Ancora d'accordo, - mi si è replicato - ma quelle di cui parli sono forme residuali, strascichi, eccezioni. Le grandi tendenze esistono comunque, le puoi osservare nei comportamenti maggioritari. E, queste, non si possono invertire. È impensabile una restaurazione. -

Le Grandi Tendenze Storiche. Lo vediamo tutti che il deserto avanza da secoli. Ma se esistono le tendenze, esisteranno anche le controtendenze. E a volte quello che non è successo in cento anni, può succedere in un giorno. La storia, come il futuro, si fa sempre beffe di chi parla a suo nome: ti ricordi l'insurrezione dei neri americani degli anni '60? Non uno dei diecimila sociologi USA che l'avesse prevista; eppure da allora molte cose sono cambiate in quel paese per i neri. E il ritorno dell'Islam? Chi ci pensava? Ricordava tempo fa Barbara Spinelli, su LA STAMPA, come nell'Enciclopedia Einaudi la voce Islam non fosse neppure presente...

Ci sono anche altri ritorni, che magari ci piacciono di più, ugualmente inaspettati: ad esempio quello dell'omeopatia, che venti anni fa tutti davano per spacciata. E per quanto riguarda la restaurazione, perché impensabile? Ecco un altro pregiudizio: il rifiuto, prima che per esperienza pratica per ragioni ideologiche, di una parola, restauro, su cui vale la pena soffermarsi. Anzi credo proprio che anche questa parola, dileggiata e falsificata anche sul piano storiografico, dovremmo riabilitarla. Noi restauriamo una cosa per vari motivi. A volte per il suo valore intrinseco e unico, come per le opere d'arte. In questo caso agiamo per ragioni che potremmo chiamare di principio. Altre volte invece il restauro si presenta come un'operazione semplicemente vantaggiosa. Può costare meno recuperare il vecchio divano di famiglia, fatto a mano, che comprarne uno nuovo, soprattutto se si considera che i prodotti industriali sono comunemente irreparabili, fatti per non durare e destinati a passare di moda ancor prima di rovinarsi. La bilancia penderebbe più spesso a favore del restauro se si potessero conteggiare anche le famose diseconomie esterne, che non entrano nel prezzo del prodotto nuovo. Ad esempio l'impatto ambientale dei materiali e delle tecniche impiegate. Ci sarebbe da considerare anche quello sociale: l'attività di restauro rimanda a dimensioni artigianali, locali, di piccola impresa, mentre l'oggetto industriale è sempre più multinazionale e muove la riproduzione allargata di lavoro astratto e subordinato. Insomma il restauro, oltre che da ragioni morali e ideali, può essere giustificato dalla convenienza. Si possono restaurare anche istituzioni e costumi, e ciò si chiama restaurazione, ma è in fondo la stessa cosa.

- Via, non ti metterai ora a difendere anche questo. Il restauro di cui parli è mancanza d'originalità, copia. Anche quei mugnai sanno di posticcio. Ci vedo una connotazione ideologica sconosciuta ai loro antenati, che erano mugnai e basta, non per scelta ecologica. -

Ovviamente il restauro non è il ritorno dell'identico. In qualche modo è sempre un falso. Ma tutto (e quindi niente) è un falso: l'Apollo del Belvedere è il restauro di una copia romana da un originale (?) greco. Se una cosa va bene che importa se è non è autentica? Riprendendo Portoghesi, chi lo proibisce? Come quel tale che morì felice nel suo letto, dopo una vita passata con una moglie creduta fedele e servizievole e poi si scoprì che non era affatto una santa donna. Mi pare che la faccenda riguardasse soprattutto la moglie, perché a lui, in fondo, era andata bene.

- Un po' meno d'accordo. Ma anche accettando questa tua idea, mi pare che non ci sia alcuna possibilità pratica di ripristinare forme di relazioni sociali, come il modello comunitario che so vi è caro, e tecniche produttive, come l'agricoltura naturale, ormai estinte o in via d'estinzione.

- Vedi, non è detto che ce la faremo. Ma intanto cominciamo a liberarci dalla gabbia di ferro della mentalità dominante, a smetterla con le litanie del "questo non si può più fare alle soglie del duemila", "quello è passatismo", "quell'altro è nostalgia", "così si ritorna al lume di candela" eccetera eccetera. Difendiamo senza complessi le cose che ci piacciono, moderne o meno, vecchie querce e nuovi germogli. Poi vedremo.

maggio-giugno 1989

LASCIATELI GIOCARE IN PACE ALLA GUERRA

(4) Così anche AAM Terra Nuova aderisce alla campagna contro le armi giocattolo. Spero proprio che si tratti di una svista perché dico subito che ritengo l'iniziativa un grave errore, un attentato alla possibilità di un libero e ricco sviluppo della personalità infantile.

Non ho mai amato gli eserciti della salvezza, i civilizzatori per forza, quelli che vogliono mettere le mutande al mondo. "Quousque tandem, Cato, abutere patientia nostra!" scriveva Karl Kraus. Come lui ho sempre nutrito una simpatia per gli ubriaconi, gli irregolari, i selvaggi, qualsiasi malcapitato caduto sotto grinfie moralizzatrici.

Ed ora mi toccherà vedere i bambini chiamati a rendere conto della conformità dei loro giochi ai nuovi profeti della Nonviolenza di Stato? Perché (i presentatori della proposta ci hanno pensato?) per abolire le armi giocattolo non basta intervenire sull'industria, si dovrà bloccare anche l'autocostruzione. A quando un corpo di polizia che controlli casa per casa, sequestrando fionde, cerbottane, pistole ad elastico, spade di legno, schioppi di sambuco?

La contesa, il conflitto, sono sempre esistiti e sono (per fortuna, altrimenti che noia la vita...) ineliminabili. Dalla guerra coi gas alla scaramuccia tra paesi, dalla violenza nei vicoli al torneo cavalleresco alla sfida verbale, ciò che varia, e che fa tutta la differenza, è solo il modo d'espressione del conflitto. E come pensare di aiutare i bambini a crescere verso una gestione meno semplificata dei conflitti, verso una nonviolenza sostanziale, senza permettere loro di lavorarci sopra?

Giocando alla guerra, rappresentandola, simbolizzandola, il bambino impara a fare i conti con la propria aggressività (e quella altrui), a conoscerla, a darle una forma per esprimerla in maniera mediata, controllata. Toglietegli questa occasione e avrete personalità malnutrite, precarie: uomini più esposti, al momento della crisi, al rischio di esserne posseduti, a tradurla in violenza aperta. È questo che rende tanto importante la lite infantile (così frequente rispetto a quella fra adulti, eppure così meno lacerante), che ne fa un momento essenziale di preparazione alla vita adulta.

Rattrista vedere come un movimento che si pretende alternativo invece di condurre una riflessione propria, autonoma, sull'infanzia (magari a partire dal confronto con l'esperienza di quei popoli indigeni che tanto ammira), sia su questo tema troppo spesso subalterno alle mode pedagogiche progressiste o scientiste; le quali portano tutte il marchio di fabbrica della società industriale. Ma forse a questo c'è una spiegazione. Da una parte opera il peso opprimente di vecchi apparati ideologici che molti si portano dietro, dall'altra, più e oltre i residui di mentalità progressista, incombe la pressione sociale e culturale di un esercito di candidati specialisti, tecnici, psicologi, ludologi, terapeuti, pediatri, psicopedagoghi, paciologi, animatori risoluti a fare dell'infanzia un terreno di conquista, la base di carriere e professioni. Gente che vuole colonizzare genitori e bambini, che pretende per sé l'autorità di intervenire sul materiale infantile purgandolo, ristrutturandolo, dividendo, sulla base della moda del momento, i giochi in Intelligenti, Formativi, Morali, Che Educano Alla Pace e Stupidi, Violenti, Classisti, Antifemministi. Come per decenni, prima (ma purtroppo anche dopo) dell'intervento chiarificatore di Bettelheim, hanno fatto con le favole.

Elementi discriminanti della riflessione ecologista, almeno di quella più autentica che in AAM ritrova molto di sé, sono l'opposizione a questa invasione di esperti, la rivendicazione di una ripresa di competenze, di ruoli, di potere da parte della gente e il riconoscimento del valore di pratiche e tradizioni consolidate di contro alle fasulle e astratte teorie di questi pseudoscienziati. È questo che fa gridare ad ogni genitore che pensa con la propria testa: - Giù le mani dai nostri figli. Lasciateli giocare in pace alla guerra!



novembre 1989



Note

  1. Il Verde, n° 13, maggio 1989./LI>
  2. "No! Non mi si tiri in ballo la scienza quando cerco il naturale antagonista dell'ideale ascetico...". FRIEDRICH NIETZSCHE, Genealogia della morale, Mondadori, Milano, 1979, p. 132.
  3. Il Verde, n° 14, giugno 1989.
  4. AAM Terra Nuova, n° 48, novembre 1989.