Raccolta - Capitolo 6


Due tre cose che ho imparato su





ALLEVAMENTO

"Possiamo dire francamente che il libero pensiero è la migliore garanzia contro la libertà. Concepita alla moda del giorno l'emancipazione dello spirito dello schiavo è il miglior modo di impedire l'emancipazione dello schiavo. Insegnategli a torturarsi per sapere se vuol essere libero e non si libererà. (...) l'uomo che vediamo ogni giorno - l'operaio della fabbrica del signor Gradgrind, il piccolo impiegato del signor Gradgrind - ha la mente troppo affaticata per credere nella libertà; egli è tenuto tranquillo dalla letteratura rivoluzionaria; è ammansito e tenuto al suo posto da una costante successione di pazzesche filosofie. Un giorno è marxista, un altro giorno nietzschiano, un altro giorno (probabilmente) superuomo e tutti i giorni schiavo. La sola cosa che resta al disopra di tutte le filosofie è la fabbrica. Il solo uomo che guadagna con tutte le filosofie è Gradgrind: gli mette conto tenere la sua iloteria commerciale sempre fornita di letteratura scettica. E, ora che ci penso, Gradgrind è famoso precisamente per i suoi doni librari; mostra dell'intuito: tutti i libri moderni sono dalla parte sua. Finché la visione del cielo cambierà continuamente, la visione della terra sarà esattamente la stessa. Nessun ideale durerà abbastanza per essere realizzato, nemmeno in parte. I giovani d'oggi non cambieranno mai le cose che li circondano, perché cambieranno sempre il loro pensiero. (1)"

CIRCOLI

  1. (2) Quello che viene chiamato di norma Circolo Vizioso è, geometricamente parlando, una spirale.

  2. Il circolo è vizioso quando ha ceduto alla tentazione della crescita oltre i propri limiti e ne è rimasto schiavo. Non riesce più a richiudersi, a trovare riposo.
  3. Esempi: Denaro-Merce-Denaro, eroina-assuefazione-eroina, traffico-nuove strade-ancora più traffico-ancora nuove strade. Riproduzione allargata, cerchi sempre più ampi, spirali.
  4. Il Pensiero critico, da Marx all'ecologia, potrebbe essere definito come il Gioco alla scoperta di Circoli Viziosi.
  5. Il politico, il responsabile di una comunità, è fatalmente produttore-partecipe di Circoli Viziosi quando vede le cose in termini di "problemi" (quindi isolandole) dei quali cercare possibili "soluzioni" (anch'esse isolate). Tale atteggiamento genera un movimento spiraliforme: problema 1 - soluzione 1 al problema 1 - problema 2 effetto secondario della soluzione 1 al problema 1 - soluzione 2 al problema 2 - problema 3 effetto...
  6. Il Circolo Virtuoso è invece un cerchio vero e proprio. (Quindi è il serpente che si morde la coda, l'Uroboro. A volte viene usata, impropriamente, l'espressione "è un serpente che si morde la coda" riferendosi ad un Circolo Vizioso. Ma, come abbiamo visto, vizioso è il circolo che non si morde la coda!)
  7. Il Circolo Virtuoso opera per complementarità. Logica della cooperazione, dello scambio di doni. Albero che vuole diffondere i semi - Uccello che si nutre dei frutti, Vecchio che ama raccontare - Bambino che ama ascoltare, Maestro che vuole insegnare - Allievo che vuole imparare.

  8. Pochi sono i Circoli Virtuosi a solo due termini.
  9. È finita l'epoca nella quale poteva avere qualche utilità la denuncia di Circoli Viziosi. Oggi ha senso solo trovarne di virtuosi.

  10. Il politico, il responsabile di una comunità, innesca un Circolo Virtuoso quando di fronte ad una difficoltà, invece di rispondere automaticamente riesce a trovare il contesto più ampio nel quale quello che è un problema per qualcuno rappresenta una soluzione per qualcun altro. E chiude un cerchio.
  11. Un Circolo Virtuoso una volta instaurato si autosostiene, diventando così invisibile. Non fa notizia. L'oscurità accompagna perciò necessariamente l'opera del Virtuoso Mediatore: la mano destra non saprà quello che ha fatto la sinistra.

COMPRENSIONE

"Ma non si dice che chi tutto comprende tutto perdona?". "Così si dice. Ma è un altro di quei proverbi che non hanno senso, un luogo comune tra i più amati che ci siano. Chi tutto comprende non comprende solo il colpevole, ma anche il giudice che pronuncia la sentenza contro di lui e il carnefice che la esegue. Io direi più modestamente che anche se non comprendo i fatti e le loro connessioni, li ammiro come un capolavoro".

"Allora la pensa diversamente da quelli che dicono che Dio non può esistere perché questo mondo è un luogo di orrori".

Dobrowsky rise. "Anche se non sono che un misero poliziotto, non vorrà attribuirmi simili banalità". (3)


GIOCO

Le mode pedagogiche correnti fanno un uso alluvionale del termine gioco: "imparare la matematica, l'inglese, la geografia giocando...". È sottinteso che sgobbare su un esercizio sui logaritmi non sarebbe un gioco, fare girotondi per rappresentare gli insiemi sì. Il gioco come sdrammatizzazione. Ma il gioco è proprio la drammatizzazione. Qualcosa, Huizinga docet, di terribilmente serio.

È noto che la festa si porta dietro una qualche aria di sangue. Ricordo una conferenza di Lanza del Vasto. Parlava della festa originaria come momento del sacrificio dell'eroe, del figlio del re. Tutt'oggi non diciamo solo fare festa, ma anche, minacciosamente, fare la festa a... Così diciamo sia giocare che essere giocati.

I giochi a Quanto Siamo Buoni E Come Stiamo Bene Insieme, non hanno niente a che vedere col gioco vero. Sono pappe senza sugo, prese in giro. Ve lo ricordate il gioco del silenzio? Ecco perché i bambini preferiscono i giochi di guerra, i motteggi, in mancanza di altre possibilità perfino i mostri di plastica della Mattel, alla desolazione degli stupidissimi giochi "intelligenti", alle animazioni da asilo o da oratorio.

Certo non siamo più i pastori arcaici della festa di Lanza, e certo c'è differenza fra una partita a tressette e un sacrificio umano, ma qualcosa deve pur rimanere. Altrimenti si muore. Di noia.

LAVORO

Ogni genitore che abbia qualche difficoltà con un bambino, poniamo a farlo vestire, sa che ci può riuscire fregandolo col vecchio trucco di trasformare questa attività in un gioco. La faccenda diventa un po' più complicata, ma va in porto.

Noi pensiamo che è perché i bimbi non prendono niente sul serio, ma sbagliamo. Sono loro che non vogliono farsi fregare. Rimaniamo sull'esempio. Vestirsi può essere una pura necessità. "Ho perso un quarto d'ora a vestirmi". Tempo perso, rubato alla vita. Ma può essere ben altro. Il musulmano che impiega qualche minuto ad arrotolare il suo turbante non sta perdendo il suo tempo. La preparazione del turbante è una pratica religiosa, una specie di preghiera. (4) Il lavoro umano non è mai astratto, attività puramente meccanica, sottomissione radicale alla necessità, ma deve sempre contenere un di più di gratuità, di apertura al cosmo.

Così l'artigiano di Loos non rinuncia ad ornare i suoi manufatti per non sentirsi uno schiavo, per non ridursi a bruto.
Le mie scarpe sono tutte ricoperte di ornamenti, formati da dentelli e forellini, lavoro questo che è stato eseguito dal calzolaio e che non gli è stato pagato. Vado dal calzolaio e gli dico: "Per un paio di scarpe lei chiede trenta corone. Io gliene darò quaranta". In questo modo ho portato quest'uomo al settimo cielo ed egli mi ricambierà con un lavoro e un materiale che, quanto a bontà, non avrà rapporto con il maggior compenso. Egli è felice. È raro che la felicità entri nella sua casa. Egli si trova di fronte a un uomo che lo capisce, che apprezza il suo lavoro e non dubita della sua onestà. Con l'immaginazione vede già dinanzi a sé le scarpe finite. Sa dove trovare oggi il cuoio migliore, sa a quale lavorante affidare le scarpe, e le scarpe porteranno esattamente tanti dentelli e tanti puntini quanti se ne trovano in una scarpa elegante. A questo punto io aggiungo: "Però pongo una condizione. La scarpa deve essere completamente liscia". Ora, dal settimo cielo l'ho precipitato nel Tartaro. Egli avrà meno lavoro, ma gli ho tolto tutta la gioia che esso gli dava. (5)
Questo "lavoro in più", il mantenere un'irrinunciabile dimensione rituale o estetica, caratterizza prima di tutto il modo dell'attività. Pensate alla calligrafia e al suo riscattare il lavoro della scrittura dall'essere meccanica funzione di codifica di un messaggio parlato.

Ma anche la scansione temporale ne viene segnata. Il lavoro umano necessita di sospensioni: dalle festività che l'interrompono nel corso dell'anno (più di cento nel Medioevo, lo sapevate?) alle pause giornaliere. L'attività astratta, quello che noi intendiamo per lavoro e che i bambini rifiutano, non esiste, è un puro concetto. Non può affermarsi completamente perché vorrebbe dire follia, la morte. Ma nel corso del processo di industrializzazione il lavoro si spoglia sempre di più, avvicinandosi progressivamente a questa astrazione: (6) e infatti la follia aumenta. I bambini, fintanto che sono meno sconfitti di noi, più sani, ci ricordano, molto seriamente, di pretendere un lavoro degno dell'uomo.

LIBERTÀ

I vasi sanguigni, dall'aorta ai capillari, formano un altro tipo di continuo. Essi si ramificano e suddividono e ramificano ancora fino a diventare così stretti che i globuli del sangue, per passare, sono costretti a disporsi in fila indiana. La natura della loro ramificazione è frattale. La loro struttura assomiglia a uno di quei mostruosi oggetti immaginari concepiti dai matematici della svolta del secolo così cari a Mandelbrot. Per una necessità fisiologica, i vasi sanguigni devono eseguire un po' di magia dimensionale. Esattamente come la curva di Koch, per esempio, comprime una linea di lunghezza infinita in una piccola area, così l'apparato circolatorio deve comprimere una superficie immensa in un volume limitato. In rapporto alle risorse del corpo, il sangue è molto costoso e lo spazio dev'essere sfruttato con la massima oculatezza ed economia. La struttura frattale ha consentito alla natura di risolvere il problema in modo così efficiente che, nella maggior parte dei tessuti, nessuna cellula dista da un vaso sanguigno più di tre o quattro cellule. Eppure i vasi sanguigni e il sangue occupano ben poco spazio, non più del cinque per cento circa del corpo. È, come si espresse Mandelbrot, la "sindrome del Mercante di Venezia"; non solo non si può togliere una libbra di carne senza cavare sangue, ma neppure un milligrammo. (7)
Con la sua felice espressione Mandelbrot ha riformulato quella che è una delle linee guida del pensiero ecologico: l'idea che il mondo sia una struttura compatta e completamente interagente. Solo che non sempre se ne traggono tutte le conseguenze, come quella che mette irrimediabilmente in contraddizione la nuova visione olistica con la tradizione liberale.





DICHIARAZIONE DEI DIRITTI (26 agosto 1789)

Art. 4. La libertà consiste nel poter fare tutto quel che non nuoccia ad altri




Se il mondo è veramente interagente, se è vero, ed è vero, come affermano meteorologi ed ecologisti, che "una farfalla che agiti oggi le ali a Pechino può trasformare sistemi temporaleschi il mese prossimo a New York", (8) è impossibile non nuocere ad altri. La libertà, così come la definivano gli uomini dell'Assemblea Nazionale, come la penale di Shylock, non potrebbe mai essere esercitata, non partirebbe mai.

Si tratta, ovviamente, non dello scacco dell'idea di libertà, bensì di quello di una definizione. La libertà può essere concepita, così come lo è stata per secoli nel nostro mondo, come un dono, regolato dal suo rapporto con la verità, e non dall'impossibile calcolo degli effetti di azioni individuali. Un altro addio alla modernità.

MICROFONI

Nel corso di uno dei primi coordinamenti nazionali delle Liste Verdi (si era, ricordo, al circolo Buonarroti di Firenze) proposi, viste le ridotte dimensioni del locale, di fare a meno del microfono.

Ci fu chi obiettò: "Via, Illich non è un dogma!". Considerata marginale rispetto a quelle più polpose in discussione (elezioni, simbolo, candidature...) la questione fu lasciata cadere. In seguito mi è capitato di ripensare all'episodio e di chiedermi se il tema fosse poi così secondario.

Non si trattava di dogmi, ma di norme. Vale a dire che un gruppo di persone può decidere liberamente se far uso o meno di un impianto di amplificazione, senza che ciò lo impegni sul pensiero di nessuno.

Perché rinunciare al microfono?

Il primo argomento, forse non decisivo, ma neppure da poco, è che l'uso politico dell'altoparlante è un'invenzione totalitaria. Ciò dovrebbe almeno far riflettere.

Il microfono erige una ulteriore barriera alla possibilità di prendere parola della gente. Per rivolgersi ad un pubblico, ormai anche di cinque persone, non basta più aver qualcosa da dire, bisogna anche saper parlare al microfono. Appunto.

Inoltre lo strumento rafforza il senso di potenza dell'oratore, la perdita della sua coscienza dei limiti. Come l'energia elettrica la vince su quella idraulica per la sua indipendenza da condizioni geografiche e climatiche, creando però nuove e più gravi servitù, così il microfono sostituisce la voce naturale perché è immune da raucedini e raffreddori, ma genera dipendenza dall'impianto e dal tecnico.

La voce amplificata è diversa da quella originale, che copre. Non essendo localizzata risulta di difficile comprensione. Ciò viene in parte compensato dal volume straordinariamente alto. (Vi siete accorti che nelle strade di periferia si sente spesso dalle case la voce dei televisori e quasi mai quella umana?) La ricezione del messaggio parlato non è infatti questione puramente acustica, ma dipende anche dal vedere, e non solo il movimento delle labbra. E ci sono altri fattori, come la convinzione e la forza interiore del parlante, normalmente percepiti, che l'impianto di amplificazione filtra e neutralizza. Il microfono quindi, visto dalla parte dell'oratore, accentua il solipsismo, falsifica il carisma, seleziona i peggiori.

Un ulteriore aspetto, forse più grave, riguarda il pubblico, l'assemblea, la quale, come ogni rapporto sociale, si fonda su un contratto. Un singolo può parlare di fronte a molti solo se questi, accettandolo, si autodisciplinano allo scopo col silenzio e l'attenzione. Senza microfono questa dimensione contrattuale non è mai obliterata: ogni piccolissimo gruppo potrebbe invalidare materialmente l'assemblea coprendo l'oratore, perciò lo svolgimento di questa è già esercizio di una volontà comune.

L'impianto di amplificazione invece separa radicalmente la logica del parlante da quella degli uditori, deresponsabilizzando entrambi. Chiunque può muoversi, parlottare, gridare senza conseguenze. Non è raro vedere, soprattutto in manifestazioni sindacali, tutti che rumoreggiano e protestano mentre la macchina oratoria prosegue inesorabile. Si potrebbe quindi affermare che col microfono propriamente non si dà assemblea, perché il contratto non si rinnova.

Contro tutte queste ragioni si portano quelle del numero, del diritto dei sordi a sentire, dei rauchi a parlare. Come rispondere? In campo sociale gli argomenti non hanno mai la forza del ragionamento matematico, e poi come dimostrare ciò che è evidente? Io so, per esperienza, che fino a diverse centinaia di persone, senza microfono si hanno assemblee con partecipazione più alta. E oltre? Numeri più grandi cominciano a preoccuparmi. Con tre quattro zeri non vedo più uomini e donne che pensano e decidono, ma solo masse eterodirette.

PARTECIPAZIONE

(9) Aspetto caratteristico delle società industriali è il generale sentimento di impotenza, di non contare nulla. Di fatto se l'uomo, reso cieco dalla hybris non sente più che "le forze della natura circostante (...) lo superano infinitamente...", s'accorge però di essere annichilito di fronte ai meccanismi anonimi che dirigono la sua vita; e questo sentimento si rovescia in modo naturale in un desiderio astratto di contare e decidere. Nella rivendicazione di un altro diritto: quello alla partecipazione.

Ora, se è facile vedere che i diritti, come la nottola di Minerva, aprono le ali sempre al tramonto di ciò che affermano, è forse meno noto il ruolo attivo esercitato dalla loro rivendicazione. Un mutamento radicale è reso semplicemente impensabile dall'instaurarsi di un ciclo nel quale lo stesso movimento di rivendicazione stimola la riproduzione allargata dello stato di cose. Si guardi, ad esempio, allo stretto rapporto tra "diritto alla salute" e sviluppo del complesso medico-industriale-burocratico o a quello tra "diritto al lavoro" e dissoluzione di ogni residua attività autonoma, artigiana e contadina.

Il bisogno di partecipazione si presenta come rivendicazione egualitaria della "intercambiabilità dei ruoli", della "rotazione delle cariche" e della "democrazia assembleare". Figlie naturali dell'attuale forma sociale, queste idee ne sanciscono l'immutabilità.

La parola d'ordine dell'egualitarismo e dell'intercambiabilità generale (peraltro chiaramente antiecologica), si oppone a qualsiasi tentativo di costruire una rete di solidarietà e di fiducia tra uomini concreti (e quindi diversi), capace di strappare l'autorità al dispotismo delle tecniche e delle procedure, per riconsegnarla alla sua sorgente umana: la forza interiore.

L'ideologia della democrazia assembleare se da una parte impedisce ogni maturazione, responsabilizzazione e crescita di autonomia degli individui, facendoli regredire col sentimento consolatorio dell'appartenenza a una massa (pseudocomunità di atomi equivalenti), dall'altra, sul piano collettivo, genera nel peggiore dei casi il Comitato di Salute Pubblica, nel migliore una folla, il grosso animale, che per sua natura trova sempre un domatore capace di blandirlo e addomesticarlo.

Chi lavora, pur senza illusioni, per la rinascita della comunità come unica possibilità per l'uomo di sentire un senso nella propria esistenza e di trovare un giusto rapporto con la natura, sa che una comunità, lungi dall'essere una somma di individui uguali, è sempre organizzata; è una trama di legami tra persone uniche e indispensabili: il vecchio, la donna, il bambino... ognuno con la sua concretezza di genere, età, lavoro, famiglia, storia. Ognuno con il suo potere. Ed è questa conoscenza delle attitudini di ciascuno che fa sì che un popolo, grande o piccolo, sappia su chi contare nei rari momenti di emergenza, quando le sorti di tutti saranno affidate alle rapide decisioni di pochi.

Il contrario avviene nella società di massa, dove nessuno sa a cosa serve il proprio lavoro, né da dove provengano i propri alimenti, né dove finiscano i propri rifiuti e nello stesso tempo ognuno aspira a dirigere e a dire la sua su tutto: dalla formazione della Nazionale di Calcio alla politica monetaria Europea. E la tendenza in atto nella parte democratica del mondo industriale è a gestire questo desiderio: è la democrazia elettronica, dei referendum e dei sondaggi, nella quale moltissime scelte, anche importanti, sono demandate all'opinione dei cittadini.

È la beffa più grande: il potere che si rende trasparente e perciò inafferrabile. "Dove nascondere l'universo se non nell'universo?" recita una sentenza taoista cara a Simone Weil.

PESSIMISMO

e ancor più lontano, a un'incredibile altezza,
nel cielo un orologio illuminato
proclamava che il tempo non era giusto, né errato

Robert Frost
C'è un pessimismo diffuso tra chi si preoccupa delle condizioni presenti della specie e del pianeta e confronta la lentezza della crescita delle nuove consapevolezze ecologiche, e quella ancor più lenta di comportamenti materiali non distruttivi, con la velocità dei processi che producono aumento della dissipazione energetica e materiale, attacco all'ecosistema, distruzione degli ultimi resti di cultura autonoma e non mercantile.

Ogni giorno infatti di fronte alla pila abbandonata sul marciapiede, al bambino che guarda inebetito la pubblicità di un orologio robot, ma anche al nostro stesso modo di vita, vediamo i segni dell'incolmabile scarto tra queste due tendenze.

Non riusciamo quindi a rallegrarci degli ambigui successi elettorali o dal vedere qualche nostro autore assunto nel sistema della moda e la nostra azione ci ricorda quella del bambino che vuotava il mare col cucchiaio. Di qui quel pessimismo tragico che segna la visione del mondo di tanti e che riduce il senso della propria vita a una specie di testimonianza eroica.

In questi ultimi anni ho cominciato però a chiedermi se sia poi vero che l'orizzonte della tragedia chiuda inesorabilmente lo scenario della nostra presenza del mondo, del nostro esserci, o se anch'essa non sia solo apparenza. Un abbaglio provocato dal peculiare atteggiamento dell'homo faber che comunque, sia che lavori per la pianificazione economica totale o per la rinascita dell'economia di villaggio, non riesce a concepire il mondo, l'Essere, al di fuori della propria opera, del progetto soggettivo, e chiama tragedia la sproporzione tra i dati che gli giungono dalla realtà e quel progetto.

Mi chiedo se accettare la nostra limitatezza, cambiare il modo di pensare alla natura rinunciando alla folle superbia soggettivista per accettarne la guida e il sostentamento, non implichi in qualche modo anche una forma di ottimismo, una maggiore fiducia nell'Essere che non può trovarsi così debole e precario di fronte ai deliri dei vari Stranamore.

Così è ritornato il tema della provvidenza. Ed è curioso che chi, come tutti noi, aveva il Candido di Voltaire e l'Islandese di Leopardi come punti fermi, finisca per ritrovarsi in compagnia di Pangloss e del vecchio Manzoni.

SELEZIONE

Succede alle parole un po' come alle cose naturali, all'acqua, all'aria, di essere inquinate, stravolte, rovesciate di significato. Ma proprio perché sono messe in discussione non vanno abbandonate, magari per sostituirle con altre. Dovremo piuttosto, pazientemente, difenderle, recuperarle, restaurarle.

Oggi il termine selezione è carico di minaccia, evoca inevitabilmente Darwin e la sua teoria della lotta per la vita come molla del progresso evolutivo. Nel contesto darwiniano selezionare vuol dire scegliere chi sopravvive. Per gli altri c'è il nulla, il non-essere. Ma prima di Darwin, e anche dopo, selezionare ha un diverso significato: dato un insieme suddividerlo in sottogruppi in modo che ciascuno sia adeguato ad uno scopo, ad un percorso futuro.

Perché è questo che facciamo a scuola quando selezioniamo: si tratta di un processo di differenziazione, di specializzazione non di annullamento. Quando un ragazzo si presenta per l'ammissione ad una scuola di violino e viene scartato solo guardandogli le mani certamente si tratta di selezione. Ma che c'entra Darwin? Quel giovane, invece di un pessimo violinista, potrà essere un buon pittore, o un filosofo, o un ottimo idraulico, o un bravo netturbino. (Sì, anche questo: se qualcuno pensa che le attività che richiedono un impegno manuale siano poco onorevoli o destino esclusivo di immigrati africani, lo dica per favore...).

Ecco la parola restaurata. Selezionare: permettere a ciascuno di trovare, e far fiorire, la propria vocazione, senza perdere più del necessario tempo, energia, occasioni in strade sbagliate.

TELEFONO

A Parigi, all'epoca dei primi telefoni, Degas era stato invitato a pranzo da un mecenate che si era appena fatto installare il nuovo strumento e che, per mettere in rilievo l'invenzione, aveva fatto in modo di ricevere una telefonata proprio in presenza dell'artista. Tornato, guardò impaziente il suo ospite. "È questo dunque il telefono?" disse Degas "Uno suona e Lei accorre?" (10)

UTOPIA

Una parola che non sopporto. Anch'io l'ho usata positivamente per anni, ma oggi non posso ascoltarla senza fare gli scongiuri. Ho però amici che le sono ancora affezionati e a loro cerco di spiegare le mie ragioni.

Dato che si fa un po' di confusione, chiariamo prima cosa non è utopia. L'immaginazione sociologica, il cercare un miglioramento, non è necessariamente utopia: è un fatto che le cose cambiano e possono cambiare, sia nel senso della scelta tra possibilità esistenti, sia in quello della scoperta di nuove.

Utopia non è la visione di una possibilità, al contrario è l'idea di un mondo totalmente altro da questo, un no fondamentale all'essere. Non un sogno, piuttosto una malattia.

Come si spiega questa tendenza, che è di tutti, a rifiutare l'adesione all'essere? È che non riusciamo ad accettare la presenza del male, soprattutto l'orrore di quello subito da innocenti. Già Simone Weil annotava che non siamo ancora arrivati a comprendere pienamente il passo evangelico sul buon Dio che "fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni, e fa piovere sui giusti come sugli ingiusti". La pioggia sui giusti è difficile da digerire. Il sole sui cattivi di più.

Eppure il filosofo insegna che questo è il migliore dei mondi possibili, nonostante le camere a gas e i gulag, nonostante il male. Dio avrebbe potuto creare un mondo nel quale il male non esistesse, ma era necessario togliere la libertà all'uomo. Quindi non sarebbe stato il migliore possibile. Quindi non avrebbe potuto crearlo.

Sembra che in Eden il leone pascesse insieme all'agnello. Non lo divorava, ma poteva farlo: se era un leone possedeva fauci. La libertà che ci è concessa consiste appunto nel poter fare del male, a noi stessi e agli altri. In particolare nel poter fare il male a vittime innocenti. Va da sé che nel momento che usi questa libertà la perdi, che resti libero solo se te ne astieni.

I teologi spiegano come per dare spazio alla nostra libertà Dio, come un padre che voglia lasciar crescere i figli, debba ritrarsi dal mondo, lasciarci soli. Insomma Dio deve esporci al male, tradirci.

Tutte le utopie in questo s'assomigliano: nell'idea che il mondo, non un particolare ordinamento sociale, una tradizione, una legge, ma il creato in quanto tale, è sbagliato e che sarebbe possibile rifarlo privo di orrori, a patto di... togliere un po' di questa libertà. Di qui l'inevitabile approdo totalitario e, se permettete, la mia insofferenza.

VERITÀ, OSSERVAZIONI PSICOLOGICHE

Nell'informatica, il mio lavoro, lottare contro gli errori (chiamati in gergo, affettuosamente, con vari nomignoli: bugs, bachi, pulci...) è attività diuturna. Realizzare un programma significa essenzialmente, dopo le fasi iniziali di analisi, progettazione e scrittura, lottare per ripulirlo dagli inevitabili errori, dai bachi. Si è aiutati in questo da appositi strumenti, detti debugger.

Gran parte di questa defatigante attività di correzione viene svolta in solitudine, ma non mancano momenti di confronto. Ora, se sei tu ad individuare una contraddizione nel programma di un altro, ti troverai di fronte ad una reazione che può oscillare tra due poli estremi. Qualcuno farà immediatamente sua l'osservazione, mostrandosi grato per l'aiuto, altri resisterà all'evidenza dell'errore, difendendo il suo elaborato con contorti ragionamenti.

È mia esperienza che questa differenza di atteggiamento distingue i buoni, o meglio i veri, programmatori dalle mezze calzette.

La capacità personale rimanderebbe allora a quella che si può chiamare "rappresentazione psicologica della verità". I primi rivelano infatti una concezione di tipo platonico: la verità per loro è qualcosa di preesistente, da scoprire e contemplare, e quindi di impersonale. E come la verità non è tua, così anche l'errore, che può essere "guardato da lontano". Per i secondi invece la verità si costruisce e si possiede: ed in questo contesto anche l'errore diventa una bruciante sconfitta personale.



settembre 1985 - luglio 1995



Note

  1. G. K. CHESTERTON, L'ortodossia, Morcelliana, Brescia, 1947, p. 106.
  2. Il Verde, n° 6, ottobre 1988.
  3. ERNST JÜNGER, Un incontro pericoloso, Adelphi, Milano, 1986, p. 117.
  4. Vedi l'interessante: FRITHJOF SCHUON, Comprendre l'Islam, Éditions du Seuil, Parigi, 1976, p. 37.
  5. ADOLF LOOS, Parole nel vuoto, Adelphi, Milano 1980, p. 227.
  6. Utile al riguardo: Lavoro "astratto" ed espropriazione reale dei produttori di GIANFRANCO LA GRASSA, in aut-aut n° 141, maggio 1974.
  7. JAMES GLEICK, Caos, Rizzoli, Milano, 1989, p. 111.
  8. Ivi, p. 14.
  9. Il Verde, numero unico, agosto 1985.
  10. ERNST JÜNGER, Il libro dell'orologio a polvere, Adelphi, Milano, 1994, p. 15.