Raccolta - Capitolo 9


Francesco Rutelli e il giorno del Signore





(1) L'iniziativa del sindaco di Roma per l'apertura dei negozi la Domenica, più precisamente per l'abolizione dell'obbligo del riposo settimanale, ha trovato opposizione, com'era prevedibile, solo da parte del Papa e di qualche commerciante. Ha taciuto il vasto fronte che pochi giorni prima, giustamente, si era stracciato le vesti per la coincidenza della data delle elezioni con la Pasqua ebraica. Hanno taciuto i sindacati.

Ritenendo, per contro, la questione molto importante, cercherò di presentare alcuni spunti di rifles- sione sul tema, approfittandone per consigliare due buoni libri, purtroppo di non facile reperimento.

La prima osservazione è di Lewis Mumford ed è tratta da Il mito della macchina (2). Mumford in questo interessantissimo testo trova nelle antiche civiltà mesopotamiche le origini della megamacchina con la quale:
la minoranza dominante creerà una struttura uniforme, onnicomprensiva e superplanetaria, in condizione di operare autonoma- mente. Anziché funzionare attivamente come personalità autonoma, l'uomo diverrà un animale passivo, privo di scopi e condizionato dalla macchina, le cui funzioni, secondo la visione attuale dei tecnici, saranno assorbite dalla macchina o altrimenti severamente limitate e controllate a beneficio di organismi collettivi spersonalizzati. (3)
L'autore svela quindi come le «grandi piramidi egizie» non siano altro che «un preciso equivalente statico dei nostri razzi spaziali. Due meccanismi per assicurare, a un costo esorbitante, il viaggio al cielo di pochi privilegiati.» Ed aggiunge: «Questi aborti colossali di una cultura disumanizzata insozzano con monotonia le pagine della storia, dal saccheggio di Sumer alla distruzione di Varsavia e di Rotterdam, di Tokio e di Hiroshima...» (4). Ma se vi interessa vi conviene leggerlo per intero. Del Sabato si parla nel paragrafo Freni alla megamacchina:
Poiché le principali trasformazioni istituzionali che precedettero la costruzione della megamacchina furono magiche e religiose, non do- vrebbe sorprendere scoprire che le reazioni più efficaci contro di essa partirono dalle stesse potentissime fonti. Una di queste possibili re- azioni mi è stata suggerita da due persone che mi hanno scritto: l'istituzione del sabato fu in effetti un modo per costringere periodicamente all'immobilità la megamacchina, sottraendole il suo materiale umano. Una volta alla settimana essa era sostituita dalla piccola e in- tima unità fondamentale, la famiglia e la sinagoga, che riaffermava in pratica quelle componenti umane che la grande struttura del potere reprimeva. A differenza delle altre feste religiose, il sabato si diffuse da Babilonia a tutto il mondo, soprattutto per merito di tre religioni, l'ebraica, la cristiana e l'islamica. Ma aveva un'origine locale circoscritta, e le ragioni igieniche addotte da Karl Sudhoff per giustifi- carla, pur essendo fisiologicamente solide, non ne spiegano l'esistenza. (...) Soltanto il sabato, le classi inferiori della comunità godevano di una libertà, di una tranquillità e di una dignità che gli altri giorni erano riservate alla minoranza degli eletti.

Questo freno, (5) questa sfida non derivavano ovviamente da una consapevole valutazione critica del sistema, ma devono essere scaturiti da fonti collettive assai più oscure e profonde, forse dal bisogno di controllare la vita interiore con un ordinato rituale oltre che col lavoro obbligatorio. Ma gli ebrei che idearono il sabato e lo trasmisero agli altri popoli erano stati certamente più di una volta vittime della megamacchina che li aveva ridotti in schiavitù, e durante l'esilio babilonese associarono al sabato un altro sottoprodotto dello stesso epi- sodio, l'istituzione della sinagoga.
Per arricchire e completare il quadro, varrebbe la pena di leggere un altro splendido libro: Il Sabato - Il suo significato per l'uomo moderno di Abraham Joshua Heschel, (6) filosofo e teologo ebreo. Ecco quella che per Heschel è la vera essenza del sabato:
L'ebraismo è una religione del tempo che mira alla santificazione del tempo. A differenza dell'uomo, la cui mente è dominata dallo spazio, per cui il tempo è invariato, iterativo, omogeneo, per cui le ore sono uguali, senza qualità, gusci vuoti, la Bibbia sente il carattere diversificato del tempo: non vi sono due ore uguali; ciascun'ora è l'unica, la sola con- cessa in quel momento, esclusiva e infinitamente preziosa.

L'ebraismo ci insegna a sentirci legati alla santità nel tempo, ad essere legati ad eventi sacri, a consacrare i santuari che emergono dal grandioso corso di un anno. I Sabati sono le nostre grandi cattedrali; e il nostro Santo dei Santi è un santuario che né i Romani né i tedeschi sono riusciti a bruciare, un santuario che neppure l'apostasia può facilmente distruggere: il Giorno dell'Espiazione.

(...) Il rituale ebraico può essere caratterizzato come l'arte delle forme significative nel tempo, come architettura del tempo. La maggior parte delle sue osservanze - il Sabato, la Luna Nuova, le feste, l'anno sab- batico e l'anno del giubileo - sono connesse a una certa ora del giorno o a una stagione dell'anno. (7)
Heschel sottolinea inoltre come col Sabato gli oppressi, i lavoratori, riescano ad andare oltre la necessità, riconosciuta anche dai dominatori, di una fisiologica ricostituzione delle forze:
... secondo Aristotele (...): «Noi abbiamo bisogno di rilassarci, perché non possiamo lavorare di continuo. Il riposo, dunque, non è un fine»; esso è dato «in vista dell'attività», allo scopo di acquistare energia per nuovi sforzi. Nello spirito biblico, invece, la fatica è un mezzo per il fine, e il Sabato in quanto giorno di riposo dal lavoro non è stato creato per far recuperare le energie perdute e renderci idonei alla successiva fatica: esso è stato creato per amore della vita. L'uomo non è una bestia da soma, e il Sabato non serve ad accrescere la sua efficienza sul lavoro. (...) Il Sabato non è a servizio dei giorni feriali: sono invece i giorni feriali che esistono in funzione del Sabato. Esso non è un interludio, ma il culmine del vivere. (9)

Dal fondo dei giorni in cui lottiamo e della cui bruttezza soffriamo, noi guardiamo al Sabato come alla nostra patria, come alla nostra sorgente e al nostro punto d'arrivo. In questo giorno lasciamo da parte le occupazioni volgari per ritrovare la nostra condizione autentica, in questo giorno possiamo essere partecipi di una benedizione che ci fa essere ciò che siamo, indipendentemente dalla nostra istruzione, dal nostro successo nella carriera: il Sabato è un giorno di indipendenza dalle condizioni sociali.
Aggiungo solo qualche parola sull'inscindibile legame tra la natura del giorno festivo e la sua obbligatorietà. Abolendo quest'aspetto coercitivo, il riposo settimanale diventa mobile, flessibile, individuale: si riduce quindi al recupero fisiologico. Ma c'è di più, e questo di più spiega perché oggi le idee (o le non idee) di Rutelli si affermino: nel capitalismo maturo, o come meglio lo definiva il vecchio Marx «entro il dominio reale del capitale sul lavoro» (10), anche il giorno festivo, privato del suo carattere comunitario, trasformato in tempo libero, diventa produttivo, mercificato. È il tempo delle agenzie di viaggio e della società dello spettacolo.

Ancora una volta la costrizione imposta dalla comunità, che rende liberi, si oppone alla liberalizzazione rivendicata dal denaro, che rende schiavi. Non stupisca quindi che di fronte a questo sconcio (11) un laico si trovi d'accordo col Papa, contro Rutelli.

marzo 1994



Note

  1. Una Città, anno IV n° 30, marzo 1994.
  2. Il Saggiatore, Milano, 1969, ed. orig. 1967.
  3. Ivi, p. 14.
  4. Ivi, p. 26.
  5. Ivi, pp. 319-320.
  6. Rusconi, Milano, 1972, ed. orig. 1951.
  7. Ivi, pp. 14-15.
  8. Ivi, pp. 24-25.
  9. Ivi, p. 47.
  10. Vedi KARL MARX, Il Capitale: Libro I capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze, 1969. Insuperato commento al testo rimane: JACQUES CAMATTE, Il capitale totale, Dedalo libri, Bari, 1976. Ma chi li legge più?
  11. Per Marx la parola per questa «immane raccolta di merci» era «triviale». vedi l'incipit de Il Capitale e Forme economiche precapitalistiche, Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 88.