Raccolta - Capitolo 10


Difesa del lavoro





DALLA SOFFITTA

Tempo fa notavo come ormai nessuno legga più Marx, nonostante molti conservino carriere accademiche, pretese autorevolezze culturali, abitudini mentali, che proprio nel suo nome s'erano costruite. Forse la verità, come sostengono quelli che lo conoscono davvero, è che Marx non è mai stato letto. Fatto è che è stato messo in soffitta alla chetichella, mentre il senso della decenza avrebbe imposto un congedo onorevole, con discorso e brindisi.

Da parte mia, di tanto in tanto, ho invece ripreso a leggerlo. Trovo in questa lettura il gusto di continuare un'abitudine, e quello, nel corso del cammino, di volgersi a vedere la strada compiuta, e mi sembra anche di pagare un debito di riconoscenza verso chi, molto giovani, ci aprì nuovi orizzonti di pensiero. (1) Ecco allora che, rovistando nei bauli della soffitta, capita di trovare ancora qualcosa di buono e inatteso, come il passo sul lavoro umano che presento e che mostra quale altezza letteraria può attingere la filosofia tedesca.

Carlo Marx era una strana persona; dominato da meccanismi ben noti agli studiosi dell'anima umana, proiettava in un mondo di sogno, il suo comunismo, quello che aveva ogni giorno sotto gli occhi: il lavoro concreto degli artigiani, dei contadini, dei produttori indipendenti e delle aristocrazie operaie, nella sua epoca ancora così diffuso. (2) Inoltre, e di qui la follia insita nel suo sistema, mentre da una parte analizzava, con una potenza teorica senza precedenti e con legittima indignazione, il movimento che permette al capitale di svilupparsi distruggendo il lavoro umano e concreto per sostituirlo con quello astratto e massificato degli schiavi salariati; dall'altra Marx era convinto che solo al completamento di questa opera dissolutrice, solo quando il capitale fosse arrivato a dominare l'intero processo produttivo, si sarebbero create le condizioni per la palingenesi sociale. Ne è discesa la subordinazione strategica del movimento comunista al capitale, e la sua lotta "progressista" contro ogni resistenza allo sviluppo della mercificazione. Video meliora proboque: deteriora sequor. (3)

In verità, in tarda età, Marx ebbe qualche ripensamento al riguardo dei paesi asiatici, arrivando a ventilare la possibilità, per la Russia, di un passaggio dall'ancora reale comunità di villaggio al cui studio si era appassionato, al mitico comunismo, senza attraversare l'inferno dell'accumulazione. (4) Incertezze che non dimostrarono i suoi seguaci Lenin-Trockij-Stalin quando, in nome dell'industrializzazione forzata, condussero il più grande massacro di contadini della storia. Lo stesso Marx, in ogni caso, mai ebbe dubbi a proposito dei "paesi dell'Europa occidentale" nei quali sosteneva avere pieno valore "la "fatalità storica" di questo movimento" (5) e dove era quindi necessario proseguire nell'abolizione di quel poco, o quel tanto, di istituzioni precapitalistiche che permanevano.

VIDEO MELIORA

Ma tant'è. Torniamo al nostro bel brano, che parla dell'essenza del lavoro, si faccia attenzione non nel purgatorio socialista, ma nel paradiso comunista. Ci aiuta a scoprire quanti siano ancora oggi i fortunati, pochi, ma più di quanti si creda, che possono permettersi (o hanno deciso di permettersi) il lusso di lavorare così: penso a tanti lavoratori intellettuali e manuali che conosco, a mio padre, a me stesso.
"Posto che noi avessimo prodotto come uomini: ciascuno di noi nella sua produzione avrebbe doppiamente affermato se stesso e l'altro. Io avrei

  1. oggettivato nella mia produzione la mia individualità, la sua peculiarità, e dunque tanto durante l'attività avrei goduto una individuale esteriorizzazione di vita, quanto nella contemplazione dell'oggetto avrei goduto la gioia individuale di sapere la mia personalità come potere oggettivo, sensualmente contemplabile, e dunque sopra ogni dubbio sublime.
  2. Nel tuo godimento o nel tuo uso del mio prodotto, io avrei immediatamente il godimento, tanto della coscienza di aver soddisfatto nel mio lavoro un bisogno umano, quanto di avere oggettivato l'essere umano e dunque di aver procurato il suo oggetto corrispondente al bisogno di un altro essere umano;
  3. di essere stato per te il mediatore fra te e il genere, dunque di essere saputo e sentito da te stesso come un complemento del tuo proprio essere e come una parte necessaria di te stesso, quindi di sapermi confermato tanto nel tuo pensiero quanto nel tuo amore;
  4. di aver creato immediatamente nella mia individuale esteriorizzazione di vita, dunque di avere immediatamente confermato e realizzato nella mia attività individuale il mio vero essere, il mio umano, comune essere (mein menschliches, mein Gemeinwesen) ." (6)

TENTATIVO DI TRADUZIONE

Degli amici, trovando il passo piuttosto ostico, mi hanno chiesto di esporlo in forma più semplice. Ci provo, (7) togliendo la forma ipotetica.

"Tutte le volte in cui noi produciamo qualcosa come uomini, esempio un vaso, ciascuno di noi nella sua produzione afferma due volte se stesso e l'altro. Infatti io ho

  1. espresso nella mia produzione la mia individualità, la mia diversità da chiunque altro, e quindi fabbricando quel particolare vaso ho goduto del piacere di esprimere me stesso. Inoltre nella contemplazione dell'oggetto da me creato, ho goduto la gioia individuale di sapere la mia personalità come potere oggettivo sulle cose. La mia personalità, espressa nell'oggetto, in più è divenuta sensualmente contemplabile, sublime.
  2. Vedendo il tuo godimento, il tuo uso del mio prodotto, io ho il piacere, e la coscienza, di aver soddisfatto col mio lavoro un bisogno umano di una persona concreta. E, insieme, ho il piacere di avere espresso la mia umanità creando l'oggetto tipico che produce l'essere umano: quello corrispondente al bisogno di un altro essere umano.
  3. Come pure ho il piacere, il godimento, di essere stato per te il mediatore fra te e il genere umano. Infatti gli oggetti prodotti dagli uomini, che si caratterizzano per essere frutto di un'attività comunitaria, non sarebbero in genere possibili a partire dall'attività di individui isolati(8). Quindi essendo stato proprio io, fornendoti il vaso, a fare da mediatore fra te e tutta l'umanità, ho ancora il piacere di essere saputo e sentito da te stesso come un complemento del tuo proprio essere e come una parte necessaria di te stesso. Sono contento di sapere che tu sai che quell'oggetto così utile e ben fatto, è stato prodotto da me e che quindi mi sei riconoscente.
  4. Infine ho il piacere di aver espresso me stesso nella creazione, imprimendo il carattere della mia interna e invisibile personalità in un oggetto esterno e tangibile, e di averlo fatto direttamente, senza mediazioni. E quindi di avere altrettanto semplicemente confermato e realizzato nella mia attività individuale il mio vero essere: la mia natura umana, che ha infatti la peculiarità di essere una natura in comune con gli altri, aperta agli altri, e di realizzarsi in modo pieno solo partecipando di questo aspetto comunitario."

CONSONANZE

Ecco ora due frammenti di un autore contemporaneo che mostrano forti consonanze col precedente. (9)
"Il lavoro appartiene così alla vocazione di ogni persona; l'uomo, anzi, si esprime e si realizza nella sua attività di lavoro. Nello stesso tempo, il lavoro ha una dimensione "sociale" per la sua intensa relazione sia con la famiglia, sia col bene comune"
"Quando non riconosce il valore e la grandezza della persona in se stesso e nell'altro, l'uomo si priva della possibilità di fruire della propria umanità (...) È infatti mediante il libero dono di sé che l'uomo diventa autenticamente se stesso."


L'autore è Giovanni Paolo II, i passi sono tratti dall'enciclica Centesimus annus, del 1° maggio 1991. E non è un caso che le teste d'uovo del potere abbiano sempre più chiaro, e comincino a dirlo, che il vero avversario dei prossimi anni, quello da annientare, è la Chiesa cattolica. Ma di questo avremo occasione di riparlare.

novembre 1995



Note

  1. "Quando parlo di queste persone, io ho forse l'aria di sorriderne; ma non bisogna crederlo. Io ho bevuto il loro vino. Gli sono rimasto fedele." Così GUY DEBORD, forse la mente più brillante della generazione del '68, in Opere cinematografiche complete, Arcana editrice, Roma, 1980, p. 269. Naturalmente anche per il vulcanico Guy, che forse lo aveva capito, ma non è riuscito ad uscire dal suo personaggio, valgono le cose che poi si dicono di Marx.
  2. Che nell'Inghilterra di Marx persistessero aree di lavoro meno o non alienato è certo. Ne sarà testimoniananza, una ventina d'anni più tardi, la vita e l'opera di William Morris. Una grande figura, quasi dimenticata, di cattolico socialista, artista, scrittore, agitatore politico, organizzatore di aziende artigiane nelle quali il lavoro ritrovava l'antica dignità, che è all'origine dello stesso movimento ecologista di lingua inglese. Per una presentazione, vedi l'ottima raccolta: WILLIAM MORRIS, Come potremmo vivere, a cura di Lia Formigari, Editori Riuniti, Roma, 1973; ingiusto e banale invece: M.MANIERI ELIA, W.M. e l'ideologia dell'architettura moderna, Laterza, Bari, 1976.
  3. Vedo ciò che è meglio e lo lodo, ma faccio ciò che è peggio. Forse Marx, spendendo tutte le sue forze nello studiare e combattere il capitale, ne era rimasto prigioniero. Secondo Nietzsche: "non puoi guardare a lungo l'abisso senza che l'abisso guardi dentro di te."
  4. Per un quadro della questione: K.MARX-F.ENGELS, India Cina Russia, a cura di Bruno Maffi, Il Saggiatore, Milano, 1960; K.A.WITTFOGEL, Il dispotismo orientale, Vallecchi, Firenze, 1968; GIANNI SOFRI, Il modo di produzione asiatico, Einaudi, Torino, 1969.
  5. India Russia Cina, cit. p. 304.
  6. KARL MARX, Appunti su James Mill, in Scritti inediti di economia politica. Citato in JACQUES CAMATTE, Il capitale totale, cit., p. 274.
  7. Con la supervisione di Leonardo Tirabassi, che ringrazio.
  8. Marx dileggiava il mito di Robinson Crusoe e definiva robinsonate le tesi di storici ed economisti che non vedevano l'ineliminabile carattere sociale della produzione e dello scambio fra gli uomini.
  9. Del lavoro e la parte di piacere correlata si occupa anche Baudelaire in Il mio cuore messo a nudo: "Bisogna lavorare, se non per amore, almeno per disperazione, perché, tutto ben considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi" (in CHARLES BAUDELAIRE, Tutte le poesie e i capolavori in prosa, Newton, Roma, 1998, p. 845.) Secoli prima il disincantato autore di Qohelet: "Perciò ho osservato che nulla c'è di meglio per l'uomo che gioire delle sue opere, perché questa è la sua porzione [di gioia]." (Ne approfitto per segnalare il bel commento: Qohelet. L'uomo dal cuore libero di RENZO LAVATORI - LUCIANO SOLE, Dehoniane, Bologna, 1998).