Raccolta - Capitolo 11


Parole difficili





COSE CHE MI CHIEDO

(1) Queste note cercano di rispondere ad alcuni interrogativi che si pongono molti di coloro che, come me, hanno partecipato, anche se giovani, alle vicende di Lotta Continua. In particolare a quelle relative all’epoca in cui fu consumato il delitto Calabresi. Chiarisco subito che la questione, non secondaria, che riguarda l’appartenenza o meno dei mandanti e degli esecutori materiali di quell’omicidio a LC, non verrà trattata qui e che non dispongo di informazioni al riguardo. Gli interrogativi ai quali mi riprometto di rispondere sono di ordine morale e possono essere ridotti a tre:

1. se la partecipazione a LC implichi delle responsabilità nei confronti di persone umane e del popolo italiano in generale;

2. se la partecipazione a LC implichi delle responsabilità rispetto all’uccisione del commissario Luigi Calabresi;

3. se, ammesso che responsabilità esistano, si è provveduto, per quanto possibile, a riparare, o a cercare di riparare, ai danni provocati.

PARTE PRIMA

Prima di entrare nei dettagli, invito tutti a rileggere, come ho fatto, le prime annate del giornale Lotta Continua. Non è difficile procurarsele: ci sono in giro molte raccolte ed io stesso ne dispongo. È un’operazione dolorosa. Stringe il cuore vedere la quantità di odio (generico e specifico: per ruoli e ceti sociali, ma anche per persone) che diffondevamo (2). Nella mia scuola, da insegnante giovanissimo, ho dato del fascista a colleghi, di idee conservatrici, che ora considero amici e trattato da compagni gente spregevole. E questo era il nostro agire quotidiano. Il fatto che fossimo in buona fede, ma su questo ritornerò, attenua la colpa, ma non l’entità del danno provocato né il dovere di occuparsene. Scrivevo quasi dieci anni fa:
“... abbiamo combattuto dalla parte sbagliata. Il grosso delle idee che ci muovevano ha vinto, in Italia e ovunque. Rivelandosi per quello che era: un aiuto al deserto che cresceva. Abbiamo contribuito all’avanzare del totalitarismo, alla distruzione degli organismi intermedi e delle comunità, dalla famiglia alla scuola... Ci siamo lasciati dietro una generazione di sbandati, cresciuti alla scuola della deresponsabilizzazione, del vittimismo, del rivendicazionismo. Penso soprattutto a quella che ci è succeduta, che, grazie alle nostre vittorie, ha avuto padri più deboli dei nostri. Uomini, e donne, incapaci di divenire adulti, di trovarsi, di metter su casa, di accudire ai propri figli e quindi pronti alla manipolazione, al consumo, ai media, a consegnare la propria vita ad ogni tipo di esperto, magistrato, psicoqualcosa, a cadere al primo colpo di gelo della realtà. E ne sono caduti molti.”
Ma non spargevamo solo odio: i danni più gravi li abbiamo fatti alla verità. La menzogna è infatti connaturata alla mentalità che all’epoca condividevamo col mondo radical-chic e che continua purtroppo nella maggior parte degli ex. Per sommi capi cerco di definirla.

VERITÀ A BUON MERCATO

a) I fatti e la ragione verranno sistematicamente disprezzati a favore delle interpretazioni e del sentimento.

b) Noi ed i nostri amici siamo per definizione intelligenti anzi geniali, onesti, generosi, eroici; viceversa gli avversari.

c) Essendo noi buoni, bravi ed intelligenti abbiamo il diritto anzi il dovere di accomodare la verità a seconda delle circostanze.

d) È vero solo quello che è vero e ci fa piacere.

e) Quello che è vero ma non ci fa piacere è trascurabile e non vale la pena parlarne.

f) Se qualcuno ci critica con prove ed argomenti razionali ai quali non sappiamo controbattere, non gli risponderemo, ma stenderemo una cortina di silenzio su di lui e le sue opere; inoltre lo diffameremo sul piano personale, senza eccedere perché riguardo ai nemici l’oblio è preferibile alla fama (ancorché cattiva).

g) I delitti o le cattive azioni commesse da noi o dai nostri amici hanno sempre ragioni nobilissime e si estinguono dopo pochi mesi, è assurda l’idea che qualcuno venga imputato per fatti avvenuti tanto tempo prima, quando non una cellula del suo organismo è rimasta la stessa; i delitti o le cattive azioni commesse dai nostri avversari sono irredimibili, anche dopo cinquant’anni. Le eventuali buone azioni commesse dai nemici hanno sempre ragioni meschine.

Esempio 1) Il fatto che Sofri, già condannato, possa tenere una rubrica su un giornale è segno di civiltà; il fatto che Andreotti, appena inquisito, possa continuare a tenere una rubrica sul settimanale L’Europeo è uno scandalo (i nostri ex presenti all’epoca in quella redazione ne chiederanno la sospensione)

Esempio 2) La catena di responsabilità che collegherebbe Marcello Veneziani alle vittime di San Sabba è ben più tenue ed improbabile di quella che da Enrico Deaglio, uno di noi, conduce ai milioni di vittime dei Khmer rossi; ma Deaglio ha comunque la statura morale per ricordare a Veneziani la sua empietà regalandogli platealmente, in televisione, il libro con l’elenco dei morti nel lager della risiera.

UNA SERIE DI MITI

Risultato di questa distruzione sistematica della ragione sono anche una serie di miti su quell’epoca. Accennerò solo ad alcuni.

LC NON ERA STALINISTA

Certamente LC era critica nei confronti della tradizione terzinternazionalista, ma una riflessione organica non fu mai condotta. Se per stalinismo intendiamo tutto quello che è riferito direttamente alla persona di Stalin è vero che nella produzione di LC non troverete cenni di simpatia, ma neppure di odio: infatti alla redazione potevano collaborare tranquillamente stalinisti dichiarati. Le simpatie esistevano eccome, invece, verso personaggi come Secchia e per regimi come quello cinese o albanese che dallo stalinismo erano indiscernibili. Il fatto è che non esistono gli stalinisti, esistono i comunisti e noi all’epoca lo eravamo. Ho memoria di una riunione (nella prima sede fiorentina, in via del Terzolle) dove un collaboratore di Testimonianze ci magnificò i meriti del socialismo contadino di Hoxa che lui medesimo aveva potuto toccare con mano in un viaggio in Albania i cui risultati aveva pubblicato, credo, sulla rivista di Balducci. (Per quanto mi riguarda, ricordo di essere rimasto freddino, a causa forse delle mie simpatie di allora per la setta bordighista, che non è mai stata tenera nei confronti del socialismo realizzato; lo stesso non posso dire a proposito della macelleria cambogiana, che ci vide tutti entusiasti).

ERAVAMO COMPLETAMENTE INNOCENTI ED IN BUONA FEDE

Adriano Sofri ha più volte riproposto una sua lettura dell’episodio evangelico dell’adultera: “chi è senza peccato scagli la prima pietra” dice Gesù. Sofri sostiene che siamo di fronte ad un paradosso perché in quel caso chi è senza peccato, come noi allora, la prima pietra la scaglierà, salvo pentirsene poi. L’osservazione non mi convince: la domanda che dobbiamo porci è se eravamo veramente innocenti, oppure se ci sentivamo tali, il che è già diverso, oppure, ancora, se volevamo sentirci senza peccato.

PORTAVAMO UNA CULTURA NUOVA

Basta leggere giornali e riviste di allora per rendersi conto della denutrizione di una generazione formatasi sotto la dittatura culturale del PCI e dei suoi cani da guardia editoriali (e certamente questo in parte la giustifica). La biblioteca di Monaldo Leopardi pullulava di autori atei, materialisti, libertini, rivoluzionari, così che il giovane Giacomo poté, come suol dirsi, sentire anche l’altra campana e farsi una propria idea. Questo non sarebbe potuto succedere nelle nostre biblioteche d’allora. In molti abbiamo dovuto aspettare Cacciari od i nouveaux philosophes per rompere qualche anatema, la maggioranza non ha mai cominciato. Per dare un’idea dello spirito da Minculpop che ci contraddistingueva, voglio ricordare che ancora nell’86, Alex Langer organizzando un convegno sul tema Quanto sono conservatori i verdi, quanto sono verdi i conservatori pensò bene di invitare, a rappresentare il pensiero di destra, l’altra campana, nientemeno che (e soltanto) Rossana Rossanda.

CHI LA PENSAVA DIVERSAMENTE ERA O CULTURALMENTE ARRETRATO O UNA CAROGNA

Il bello è che, con la chiusura mentale di cui sopra, non avendo mai cercato (e quindi mai incontrato) nel loro millimetrico percorso umano e culturale niente di diverso, (cioè né persone, né libri...) molti questa insulsaggine la propagano ancora.

NON ERAVAMO TOTALITARI

È pazzesco, ma anche questa enormità è moneta corrente. Impedivamo, ovunque lo potessimo, di parlare a chiunque non la pensasse come noi: dai giovani di destra, ai cattolici non cattocomunisti (quelli erano con noi), ai liberali. Per un periodo a Firenze togliemmo l’agibilità politica, come la chiamavamo, anche al Manifesto. Nel ‘77, cito a memoria, un nostro giornalista che aveva partecipato ai funerali di Carlo Casalegno, assassinato dalle Brigate Rosse, ci comunicava, nell’articolo che redasse, la sua scoperta di un’umanità sincera nei borghesi (anche grandi) presenti. Iniziava il disgelo, ma il particolare conferma che come i nazisti facevano dell’appartenenza o meno all’umanità una questione di razza, per noi comunisti era un fatto di classe o di ideologia.

PARTE SECONDA

Rispetto al secondo punto la nostra responsabilità morale è indubbia: LC è stata animatrice di una campagna di linciaggio contro Calabresi, additato al mondo come l’assassino dell’anarchico Pinelli.

Ricordiamoci che, comunque si sia svolta l’oscura vicenda della morte di Pinelli, dichiarare Calabresi, senza alcuna prova né verosimiglianza, non come eventuale responsabile della morte dell’anarchico (di fatto avvenuta mentre Pinelli era trattenuto in questura e quindi sotto la responsabilità delle autorità), ma come assassino, vale a dire omicida volontario, significava automaticamente emettere una sentenza di morte: tutt’ora nei paesi dove è in vigore la pena capitale questa è appunto prevista per l’assassinio. Va aggiunto, inoltre, che per anni abbiamo pensato (e gestito, nella concorrenza con gli altri gruppi estremisti) quell’omicidio come cosa nostra da rivendicare. Quindi tutti noi ci troviamo in uno stato di debito morale nei confronti delle persone più vicine alla vittima.

PARTE TERZA

Avviciniamoci ora alla questione più importante e contingente: se abbiamo provveduto a riparare o a cercare di riparare. Ci arriveremo per gradi.

Innanzitutto è necessario ricordare che la riparazione può essere surrettizia solo per ragioni di forza maggiore: se ho rubato un giocattolo ad un bambino e voglio riparare al malfatto, è inutile che vada in giro a regalare caramelle al primo che passa; no, devo tornare proprio da lui, da quel bambino, a restituirgli il suo giocattolo.

Inoltre la natura, e l’urgenza, della correzione vengono accentuate qualora l’azione nociva abbia caratteristiche che ne prolungano la manifestazione nel tempo. È il caso di chi mette mine in giro, ma è anche, purtroppo, il nostro caso. Chi di noi non continua ad incontrare, vergognandosi, persone che ancora dicono e fanno, in famiglia, nella scuola, nel lavoro, idiozie che hanno imparato da noi? Ci restano male, sentendosi traditi, se spieghiamo loro quello che oggi pensiamo (sembra strano che possa succedere a più di venti anni di distanza, ma è così). L’erba cattiva che abbiamo seminato continua quindi a germogliare.

Torniamo alla domanda: abbiamo fatto qualcosa per riparare?

Prima di rispondere caso per caso, vediamo intanto a chi è rivolta questa domanda. Escludendo la conduzione individuale delle proprie responsabilità personali (che è la cosa più importante, ma che sarebbe illogico trattare qui) si individuano tre soggetti collettivi formati da ex:

a) la piccola cerchia di persone che continuo a frequentare (e stimare) e che chiameremo gruppo di Firenze

b) quello vasto e composito identificabile nell’associazione LiberiLiberi

c) la lobby di LC vera e propria: Sofri, Deaglio, Boato, Manconi, Lerner, Viale...

GLI AMICI DI FIRENZE

Per quanto riguarda il gruppo di Firenze possiamo dire che, al momento dell’arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, esso aveva già concluso, tramite esperienze diverse (di area socialista ed ecologista per la precisione), il processo di liberazione dalla mortifera ideologia comunista, ma non si era ancora posta in maniera approfondita la questione della riparazione dei guasti prodotti. Furono proprio quegli arresti ad imporci quella riflessione, che fu svolta coerentemente. Ci dichiarammo pronti ad affrontare, insieme agli arrestati, tutte le responsabilità morali (certe) relative all’omicidio Calabresi. Ed anche quelle materiali, qualora esistessero. (Ripeto che non disponiamo di informazioni al riguardo, ma era per noi esperienza diretta che la Lotta Continua dell’epoca, in concorrenza con Brigate Rosse e Potere Operaio, dopo la grande frustrazione del 12 dicembre ‘71 a Milano, quando aveva fatto la figura del gigante impotente, aveva una mentalità che avrebbe consentito l’omicidio politico). Manifestammo allora pubblicamente, in una conferenza stampa che lasciò stupefatti i giornalisti, la nostra disponibilità a pagare ogni debito col passato, non lasciando soli gli imputati ad affrontare il peso di responsabilità che erano collettive.

Pensavamo, visti gli elementi di riflessione che erano comparsi su Fine secolo, che gran parte degli ex ci avrebbe seguito. Le cose andarono diversamente.

La lobby scelse la strada della difesa tecnica lasciando a Boato, in un gioco delle parti neppure troppo mascherato, il compito di raccontare le balle più grosse.
“La linea del ‘ma quando mai?’, la linea dei trasecolati, era buona per i mandanti che così non si dichiaravano dirigenti di un’organizzazione compatibile con un omicidio, ma non era buona per te, perché ti isolava dal mucchio di tutti noi, da cui eri stato estratto come nostro esempio... Quella difesa ti metteva in croce. Tagliava il tuo legame col mucchio in cambio della rispettabilità di tutti i non imputati. Così fu scelto e tu hai acconsentito: per rispetto dei capi d’allora, per tua dannata modestia, per tuo bisogno di sentirti ancora parte di quella comunità, dodici anni dopo che si era sciolta”.

Erri De Luca a Ovidio Bompressi. (3)
Preoccupati dalle possibili difficoltà causate dalla nostra presa di posizione alla linea difensiva degli imputati abbiamo, da allora, deciso di tacere, associandoci, sempre con basso profilo, alle manifestazioni in loro appoggio, fino al digiuno. Gli altri motivi del nostro comportamento sono ben definiti da Erri De Luca.

Di fatto abbiamo aperto una linea di credito illimitato ad Adriano, rimettendoci alle sue decisioni ed alle sue considerazioni di opportunità nel condurre scelte morali complesse quali quelle che possono implicare il carcere per delle persone. Ma si è rivelato un errore.

LIBERILIBERI

Su questo secondo gruppo c’è poco da dire ed ancor meno da sperare. La sua composizione era ben visibile alla manifestazione di Pisa di qualche anno fa (senza considerare gli autonomi):

1. persone che non erano in LC in quegli anni, non ne sanno e non ne vogliono sapere niente, ma simpatizzano per Adriano e per qualsiasi cosa sappia di ‘68;

2. nostalgici convinti che Calabresi se l’è meritata e che ora si tratta solo di tirare fuori di galera i compagni;

3. ex divenuti persone rispettabili (4) fra i quali (ad una prima stima di uguale numerosità):

3.1. chi non ha nemmeno un dubbio sull’innocenza di tutti e tre gli imputati (più spesso si tratta di persone che all’epoca avevano ruoli gregari);

3.2. gli agnostici, solidali con gli imputati;

3.3. chi, sulla base non di informazioni dirette, ma per via deduttiva, o perché si sente più smagato, pensa che la frittata sia stata fatta, ma che ormai si debba solo cercare di sanare tutta la faccenda. Incombenza che può suscitare anche un certo fastidio: “Ma quanto è stronza Gemma Calabresi. È cattolica no? Perdoni e la faccia finita”. Così una ex, ora distinta, e annoiata, signora in una piacevole serata alla quale ero presente.

È un mix che per sua natura non si può neppure porre la questione che ci interessa. C’è da chiedersi, però, se chi conosce meglio i fatti essenziali del periodo non sia in dovere di metterli a disposizione anche di queste persone.

LA LOBBY

Il terzo gruppo ha mostrato di non essere interessato a fare i conti col passato per una serie di motivi (tra i quali non è da considerare la paura di pene eccessive: tutti sanno che le istituzioni e la famiglia Calabresi erano, e sono, pronte alla grazia)

- perché la menzogna è divenuta per molti una seconda natura, o un mestiere (giornalisti, politici...)

- perché troppi scrupoli potrebbero mettere a rischio carriere, cattedre, affari ecc.

- per un malinteso senso dell’onore che genera l’incapacità di ammettere di aver sbagliato e soprattutto fa venire meno al dovere di illuminare chi ha commesso o sta per commettere i nostri stessi errori.

PER FINIRE

Concludendo: la riparazione non c’è stata, al contrario si è spontaneamente solidificata una generale reticenza (che impronta di sé anche questo scritto). Ancora non è stata testimoniata da nessun protagonista la storia di quegli anni fuori dal mito. Pongo come tema di riflessione a tutti gli amici del gruppo di Firenze, se non sia arrivato il momento, se non si sia già in ritardo, di pagare il nostro debito alla verità ricostruendo, a partire dai fatti, tutto quello che abbiamo visto e vissuto affinché serva da insegnamento ai giovani ed ai nostri figli.


febbraio-marzo 2000

Aggiornamento

Nell’agosto del 2001 un’intervista di Sette a Giampiero Mughini ha riaperto la discussione sugli esecutori materiali dell’omicidio Calabresi.



Note

  1. Questo testo è stato fatto circolare, privatamente, per mesi tra almeno una dozzina di ex con cui mantengo rapporti. Era preceduto da queste righe: “Mi sono trovato spesso, in questi anni, a discutere sulle cose che trovate più sotto. Nel confronto orale è impossibile sfuggire alla logica della competizione dialettica e all’animosità, soprattutto su temi che toccano l’identità medesima, e l’onore, degli interlocutori. Poiché quello che a tutti deve interessare non è ottenere la ragione, ma trovarla, ho provveduto a mettere in forma scritta (e per me non è cosa facile) quello a cui sono arrivato. Accetto volentieri, anzi chiedo, correzioni, emendamenti ed osservazioni e sarò lieto di modificare qualsiasi affermazione che risulti sbagliata, forzata o imprecisa.” Non avendo registrato nessuna obiezione mi decido, dopo due anni, a diffonderlo liberamente.
  2. [15 aprile 2004] Su Il Giornale di oggi un’intervista ad Adriano Sofri, di Stefano Zurlo:
    “E’ vero che vi educavate all’odio?
    «C’era una gara a chi odiava di più e c’era addirittura un’invidia piccolo borghese da parte di alcuni nei confronti di altri a cui l’odio veniva istintivo. Tutto ciò può sembrare incredibile ma allora era normale»“
  3. tratto da Gli angeli e la storia - considerazioni attorno al processo Sofri, intervista ad Oreste Scalzone a cura di Cosimo Piovasco; disponibile in rete a: http://orescal.free.fr/Comunautilus/Comunautilus/121201i.htm. Di Scalzone ho sempre apprezzato il sincero amore per la verità.
  4. [2003] Un episodio più recente, e che, devo dire, mi ha stupito: uno dei vecchi pisani, da anni approdato al PDS-DS nonché animatore di LiberiLiberi, l’anno scorso, in un pomeriggio tra vecchi amici, ci narrava, non senza fierezza, di come nel '68, in qualità di leader, fosse sempre scortato da un bellimbusto, il cui nome pure non farò, che “rafforzava” quando necessario la sua dialettica. Aveva caro il ricordo di una discussione con un esponente della Gioventù Liberale, a proposito dell’orario della biblioteca di facoltà, che il compare bruscamente abbreviò stendendo con un improvviso diretto l’interlocutore. Lo raccontava così, con innocenza, senza vergogna alcuna. Alla mia osservazione che quelli erano metodi che una volta si definivano “fascisti” si adombrò: il suo acuto sillogismo fu che essendo lui, e compagni, sempre stati antifascisti, non era possibile (a fortiori) che quei metodi fossero fascisti.
    ([Nota alla nota] E’ una storia tutta da scrivere quella dei pisani di L.C.; per avere un’idea del loro ruolo si pensi ai Sardaukar, la guardia imperiale del ciclo di Dune, oppure agli Ascari. Nelle geniali vignette guareschiane sul “Contrordine compagni!” i pisani sarebbero stati quelli che il contrordine lo portavano.)