Leonardo Tirabassi
Sul lavoro


Intervento preparato per il Convegno "Flessibili ma tutelati, le proposte dei riformisti per un mercato del lavoro più equo ed efficiente" organizzato da Libertàeguale, Firenze, 6 maggio 2002




Credo che questa iniziativa dedicata al lavoro sia molto importante per la sinistra ed in modo particolare per la sinistra riformatrice e socialista a Firenze dove sembra che sia scomparsa.

L'uso dell'espressione "sinistra riformatrice e socialista" non è casuale; non si crede infatti che sia possibile una sinistra popolare e di governo se non nel significato e nella tradizione del pensiero e dell'azione riformatrici; al contrario, una "sinistra non riformista" è un ossimoro e quindi non sta semplicemente dalla stessa parte dei riformisti. In questo senso, un'opera riformatrice non può iniziare altro che da una riflessione sul "lavoro", vero banco di prova delle intenzioni e dei progetti di forze politiche che hanno nella propria storia, fino a formarne la propria identità, le vicende dei lavoratori. E' da qui che inizia il lungo percorso di emancipazione della classe operaia, del mondo contadino, delle classi subalterne, in un difficile equilibrio tra occupazione e diritti, superando la falsa alternativa tra responsabilità e massimalismo movimentista, tra interessi generali e corporativismo.

Non è infatti un caso che oggi chi si richiama a quella tradizione riformatrice si riunisca per discutere di concrete politiche di trasformazione sociale invece di manifestare "contro"; sembra ritornare attuale l'alternativa angosciosa che ha attraversato i partiti di sinistra per più di un secolo, e che francamente speravamo sepolta sotto un cumulo di sconfitte, tra "etica della convinzione" ed "etica della responsabilità".

Ora appunto chi si richiama ai valori della responsabilità come guida della azione politica, si lascia subito alle spalle ogni considerazione moralisticheggiante e agitatoria per affrontare in modo concreto e pragmatico i reali problemi che necessitano di soluzione e di cambiamenti. E' da questo continuo tentativo che si sviluppa l'azione riformatrice, forse la più significativa nel nostro paese, dei Brodoloni, Giugni, Tarantelli, D'Antona, Marco Biagi. E' un caso che molti di loro siano stati scelti come obiettivi del terrorismo delle Brigate Rosse? E' un caso che nessuna altra categoria se non i magistrati o le forze di polizia sia stata così colpita dal terrorismo assassino che si richiama anch'esso alla sinistra?

Se la conoscenza è il presupposto della buona prassi, solo l'azione è la specificità della politica ed il fatto che si sia qui a discutere da questo punto di vista non è una buona cosa; dimostra la costrizione in cui la sinistra riformista si trova, lo stato di minorità in cui versa. In altre parole, siamo qui a discutere perché non possiamo agire e sopratutto perché non abbiamo voluto e potuto agire quando ne avevamo l'opportunità e la possibilità.

Il cosiddetto "pacchetto Treu" era senza dubbio positivo ma incompleto; ad esso è mancato quella organicità che invece è necessaria quando si parla di riforma del mercato del lavoro. Ed è incompleto perché l'azione riformatrice si è fermata per volontà politica. Pensiamo che lo si possa dire con tranquillità perché ormai è una constatazione: stava alla sinistra quando era al governo operare quelle riforme profonde per creare occupazione e migliorare al contempo la qualità del lavoro. Una volta persa l'occasione, come stupirsi adesso che l'azione di un governo non proprio in sintonia con i sindacati riparta appunto da un nodo tutto politico? Da quel nodo creato da chi porta la responsabilità, assieme a chi -al governo- lo ha passivamente subito, dell'impasse in cui siamo. Situazione di stallo tutta politica come dimostra la proclamazione dello sciopero generale, strumento di lotta che poco a che fare con le questioni sindacali.

Un centro sinistra che è stato al governo per più di una legislatura ha come compito politico, e dovere intellettuale, la comprensione dei motivi per cui non ha prodotto riforme significative sul terreno del mercato del lavoro, del perché lasci a Berlusconi, ad esempio, la bandiera dell'innalzamento delle pensioni minime.



Crediamo che si possa solo ripartire, senza paura e cedimenti a fenomeni neo massimalisti oggi di moda, da dove ci si era fermati, da prima cioè degli scioperi antigovernativi in nome della difesa dell'articolo 18.

Senza ripetere analisi dette meglio da chi conosce professionalmente i problemi del mercato del lavoro, sul tavolo ci sono per lo meno i seguenti nodi:

fenomeni strutturali tipicamente italiani quali disoccupazione di lunga durata, le profonde differenze tra Nord e Sud, il lavoro nero, gli stipendi da lavoro dipendente particolarmente bassi contro altre particolarità positive nazionali quali, ad esempio, un'imprenditorialità diffusa.

Queste caratteristiche si intersecano con trasformazioni epocali che attraversano differenti aspetti, basta pensare all'Unità Europea, al nascente federalismo italiano, a trasformazioni tecnologiche profonde come la rivoluzione telematica, la new economy. Tutti elementi che si iscrivono, e a loro volta concorrono, nella formazione di quel processo composito che è la globalizzazione con il risultato di trovarci davanti trasformazioni anche antropologiche profonde; si guardi al fenomeno più eclatante e trasversale rappresentato dalla mobilità di tutto e tutti e dalla sua velocizzazione. Non c'è d'altronde bisogno in questa sede di scomodare la sociologia per capire che problemi di integrazione sistemica si coniugano con necessità di integrazione sociale; o detto con altre parole: che la crescita e trasformazione delle forze produttive richiedono nuovi rapporti di produzione.

Gli effetti complessivi sul mercato del lavoro sono riassumibili in poche parole: concorrenza, interdipendenza, necessità da parte della forza lavoro di stare al passo dei tempi. Tutti elementi che sfociano nella richiesta di maggiore "flessibilità", termine che però nasconde cose tra loro diversissime. Non c'è dubbio che vi sia qualcosa di nobile nella lotta contro la richiesta di continua flessibilità, istanza che va rispettata, ripresa e fatta propria; non c'è dubbio che il tentativo di salvaguardare la stabilità è l'altra faccia della necessità di preservare l'integrità dell'unione dei destini individuali ai nessi comunitari, salvando la società dalla minaccia continua di cadere nell'anomia e le persone dal pericolo di ridursi a monadi impazzite.

Ma a questo punto sono necessarie tre osservazioni: la prima, trasformazioni di questa portata avvengono alle spalle anche dei soggetti collettivi e delle loro organizzazioni e anzi quando essi se ne accorgono, vuol dire di solito che le trasformazioni sono già in corso, stanno cioè marciando con passi da gigante. In secondo luogo, lo si accennava in precedenza: questi processi sono talmente profondi che sconvolgono anche gli ambiti vitali, gli stili di vita, i bisogni, le aspirazioni, le percezioni degli individui e cioè appaiono ad essi, come qualsiasi altro cambiamento epocale, in una doppia valenza positivo/negativa. Cambiamenti nell'organizzazione del lavoro, nel rapporto tra l'uomo ed il prodotto finale della sua opera, trasformazioni nell'ambiente di lavoro comportano nuove sensibilità ed atteggiamenti psicologici dei lavoratori nei confronti del lavoro in generale. In terzo luogo: una difesa dell'esistente si limita a tradursi in una spaccatura verticale del mercato del lavoro e nel rompere definitivamente qualsiasi rapporto e patto tra le generazioni che è alla base di ogni ipotesi politica non corporativa.

La politica afferma il suo primato né negando l'esistente né innalzando inutili peana liberisti al "progresso" che risiederebbe in questa postmodernità destrutturatrice: globalizzazione, flessibilità sono davanti agli occhi di tutti e coinvolgono ogni aspetto della vita quotidiana. Se la politica non ci porta alla salvezza e alla felicità, può forse evitare qualche danno. La rigidità che si difende, è la rigidità in qualche posto di lavoro in determinati segmenti; più la si persegue così come essa e data e più si ottiene che in altri settori del mercato del lavoro si diffonda l'effetto di una flessibilità senza controllo, sinonimo di sfruttamento, precarietà ed assenza di garanzie per altri milioni di lavoratori. Non è difficile immaginare cosa sarà il nostro mercato del lavoro nel futuro (una nota biografica: grazie alla assoluta rigidità del lavoro del pubblico impiego, dello stato attuale del collocamento,ecc. nella azienda sanitaria dove lavora uno degli estensori gli atipici sono già il 30%!); quello che si teme è già avvenuto: quando il sommerso è il trenta per cento ed i lavoratori atipici il sedici per cento (dati ACLI), lo smantellamento del mercato unico non è più un'ipotesi.

Se questi sono i problemi, se su questi punti c'è consenso tra tutte le parti sociali, il punto di partenza non può che essere una visione strategica e globale del tema "lavoro" che tenga assieme costruzione di nuovi posti di lavoro, qualità di esso e diritti dei lavoratori (di tutti i lavoratori) correggendo i difetti del nostro mercato e facendo leva sui punti di forza del nostro paese.

Qualità del lavoro significa che la flessibilità va circondata da sussidi, ammortizzatori che ne riducano gli effetti negativi economici, sociali, istituzionali e psicologici. Bisogna ridare ai nuovi disoccupati non più giovani gli strumenti per re -immettersi nel mercato del lavoro, bisogna dare l'opportunità ai giovani di crearsi dei profili professionali e delle biografie lavorative separate dal luogo di lavoro, bisogna costruire delle sicurezze sociali anch'esse separate dal luogo del lavoro. Bisogna cioè che le istituzioni e la società diano maggiori certezze agli individui e quindi è necessario che la politica contribuisca a produrre proposte che si facciano carico di questo fardello. Se il legame tra individuo, lavoro, comunità si allenta su di un punto è necessario rafforzarne tutti gli altri aspetti.

Non è la quadratura del cerchio: è la normale opera dei riformisti quando non abdicano alla loro missione. Questo è il punto di partenza metodologico che è presente in ogni documento di questi ultimi anni: la necessità di produrre buone regole che si adattino alle trasformazioni in atto con lo scopo di proteggere i lavoratori, tutti e non soltanto il pubblico impiego o quello delle grandi fabbriche, creando nuova occupazione senza utilizzare leve inflazionistiche.

Mauro Gori, presidente di Obiettivo Lavoro, società dove sono presenti la LegaCoop la Compagnia delle Opere ed altre centrali solidaristiche, a proposito del Libro Bianco, il 30 ottobre 2001:

"Ne condividiamo gli obiettivi e l'impostazione di fondo. Elevare il grado di occupabilità e di adattabilità dell' impresa e delle persone, non ridurre le garanzie per i lavoratori ma ricercare forme di tutela più duttili, introdurre nuove regole e forme contrattuali meno tradizionali e più appropriate per contrastare il lavoro sommerso ed irregolare" .

Compito dei riformisti è in primo luogo creare nuovi posti di lavoro, combattere il lavoro nero e le forme di sfruttamento legate al sommerso, tendere a rendere comunicanti i diversi mercati del lavoro, aumentare le garanzie per i nuovi tipi di lavoro.

Compito dei riformisti è realizzare quella norma programmatica rappresentata dall'articolo 1 della Costituzione. Se infatti non si intende in modo debole e declamatorio tale enunciazione, l'articolo 1 della Costituzione offre la strada per creare delle gerarchie tra diritti diversi, cioè tra diritto al lavoro e diritto dei lavoratori e diritti delle organizzazioni di rappresentanza. Ma la nostra Carta Fondamentale ci suggerisce anche un'ulteriore passo quando afferma di voler tutelare il lavoro in ogni suo aspetto.

Io credo che non siano più possibile mosse tattiche di nessun tipo se si vuole riessere una sinistra popolare: non perdiamo tempo a scrivere un altro libro bianco alternativo per dimostrare che la sinistra esiste. Non facciamo finta che quel libro esca da un Ministero del Lavoro retto dai barbari. Non stiamo zitti come abbiamo fatto in altre situazioni: la polizia di Berlusconi a Genova è la stessa polizia cilena dell'Ulivo a Napoli. Il "libro bianco" di Maroni è scritto dallo stesso gruppo di esperti italiani che opera nel campo del lavoro da sempre! (e la polizia e la magistratura abbisognano di maggiore professionalità e riforme sia sotto Berlusconi che sotto D'Alema). Visto che i mali del governo di centro-destra non ci fanno perdere né l'appetito né il sonno, per lo meno non ci facciano perdere la testa.

Prima di chiudere, vorrei toccare il tema dell'istruzione. Cambiamenti continui nel mercato del lavoro implicano continua formazione anche slegata dal luogo del lavoro, ma se questa condizione va garantita a tutti è anche vero che non tutti potranno o avranno voglia di usufruirne. Non tutti lavoratori assumeranno su di sé le caratteristiche del nuovo intellettuale tecnologico-umanista che Reich descriveva agli inizi dell'era clintoniana; rimarranno ancora lavoratori manuali qualificati, poco specializzati e generici. Ebbene credo che una delle più gravi responsabilità politiche, al limite della colpa, della sinistra sia stata la squalificazione del lavoro manuale, la riduzione dei nostri gloriosi e benemeriti Istituti professionali a fabbriche di frustrati dequalificati (di fronte ad uno dei più bassi indici di laureati della Comunità Europea). Una seria operazione di riforma del mercato del lavoro non può pensare di essere slegata da una riforma radicale della nostra scuola a favore della formazione continua e all'insegna della riscoperta del lavoro manuale.