Leonardo Tirabassi
In margine alle discussioni sulla guerra (25/11/01)






La prima considerazione a qualsiasi riflessione avvenuta in Italia a partire dai fatti terroristici dell’ 11 settembre, è che la discussione sulla guerra è rimasta prettamente ideologica e che neanche il voto in parlamento a favore dell’ invio delle truppe italiane abbia avuto la forza di riportare il dibattito in un alveo più politico, razionale, tipico delle relazioni internazionali o, se si preferisce il linguaggio della Terza Internazionale, della “forza”.
Anche la discussione aperta visceralmente dalla Fallaci sul Corriere della Sera scorre nel pieno del fiume passionale del sudore e del sangue. Se per dire che dobbiamo difendere la nostra comunità, lo si deve dire a quel modo, di strada ce ne è da fare e molta! E’ insopportabile la confusione di piani argomentativi, la violenza espressiva con il gusto dello scandalo, alla Malaparte, l’espressione apparentemente spontanea e senza pudore della propria soggettività: o si ha la testa come Cioran o il proprio io va trattato con le molle e ironia, perché di solito è banale. Comunque la Fallaci, che può così diventare presidente de jure del nuovo partito dei “cattivisti”, ha il merito con un intervento di zittire i buonisti, malpancisti numerosi e vari.
Sul piano politico, cioè sul terreno del presente, l’Oriana sostiene appunto un po’ di verità e cioè: esiste una comunità di cui si fa parte che si chiama patria ed è purtroppo attaccata da un nemico che non ci siamo scelti, quindi va difesa e va difesa armi alla mano.
Ora, sorge una domanda: perché queste verità, che dovrebbero essere date per certe e condivise, creano scandalo? La risposta è ovviamente molto semplice e risiede nel fatto che quei principi o valori non fanno parte di un patrimonio in comune. In un paese che non provenisse dalla Guerra Fredda, cioè non con alle spalle una guerra civile non combattuta come l’Italia, o che avesse una sinistra con la coscienza a posto con la storia e quindi con senso dello Stato e della Patria (cioè con una sinistra che sapesse a tutti i livelli in che cosa consiste l’interesse nazionale), non ci sarebbe un sondaggio che afferma che il 30 % degli elettori di sinistra è d’accordo con l’affermazione “insomma qualche motivo, buono e fondato, gli arabi/mussulmani/Al Qaida ce lo devono pur avere per combinare tutto quel disastro”. In parole povere, siamo ancora dentro la nostra guerra civile, non l’abbiamo chiusa. (Se qualcuno avesse in mente che l’orrore dell’11 settembre fosse riconducibile alle colpe dell’ occidente, pensi all’Algeria con i suoi centomila morti, con i villaggi distrutti, i massacri di innocenti. Come ha dichiarato un leader di Hamas commentando l’attentato “L’unica soluzione è che Bush si converta all’Islam”; il nemico è l’occidente per le sue colpe incommensurabili religiose che non risiedono solo nella modernità, nella globalizzazione, nella secolarizzazione o nell’imperialismo americano. Si rifletta anche sulla distruzione delle due statue dei Buddha difficilmente identificabili con l’occidente. Questo tipo di fanatismo non riconosce nessun tipo di soluzione economica, politica o sociale).
Esiste in verità un altro tipo di pacifismo - ma non lo definirei così -figlio della storia d’Italia. Esso è piuttosto la manifestazione di una diffidenza profonda e giustificata nei confronti della guerra in generale da parte di un paese che, uscito malamente dall’esperienza di due guerre mondiali, ha buttato a mare l’idea di patria confusa con un nazionalismo imbecille.
Ma un ragionamento serio, che volesse provare a pensare delle alternative all’esistente, può iniziare solo dopo aver accettato quelle ovvie verità dette sopra. Allora si vedrebbe che purtroppo la guerra qualche volta serve. Su questo punto non dicono nulla, anche se non tacciono, i nostri intellettuali. Come si evince dalle risposte alla Fallaci, essi non rappresentano nessuna “coscienza critica” del paese, sono degli orpelli inutili, delle palle di Natale luccicanti. Chi dice qualcosa di intelligente lo dice come esperto. Dopo tanti distinguo, tra Rifondazione e i No Global da una parte e la scelta della lotta al terrorismo a fianco degli USA dall’altra, non c’è spazio per nessuna altra scelta.
La Guerra Fredda da questo punto di vista è finita anche in Italia (esistono sempre delle eccezioni, delle sacche di “resistenza”, vedi Vattimo). L’autonomia della politica non permette di essere confusa né con la letteratura né con l’estetica, né con la morale, né con le buone intenzioni. Gli intellettuali durante la Guerra fredda facevano la parte in commedia degli inquinatori del discorso politico immettendo nello spazio politico argomenti extra (Aron con il suo Oppio degli intellettuali è stato definitivo già cinquant’anni fa).
Se l’opera di confondere le acque è finita, rimangono purtroppo le macerie. Una diseducazione totale alla discussione politica, una confusione enorme nelle teste che porta a dire ad un leader della sinistra a proposito di alcuni alti dirigenti dei DS, contro la guerra: “Ma che vadano a fare il volontariato!”
Mi sembra però che non sia stato vista un’ulteriore elemento caratteristico nelle origini della scelta movimentista di una parte dei DS: una politica ispirata dalla morale applicata alla cosa pubblica è rigida non consente cioè duttilità né tattiche, né argomentative. Ricade quindi in uno schematismo fisso, immobile dotato per di più di una propria forza di inerzia; in modo particolare, questa coazione non permette quell’azione politica che era la caratteristica del vecchio PCI, vera e propria geniale abilità; ci si riferisce alla pratica della “doppia verità”, sorta di “doppio passo” applicata alla politica. Non solo: dopo venti anni di moralismo giustizialista, si è formato un ceto politico ed un’opinione pubblica che non riescono ad uscire da questa nuova “falsa coscienza” ideologica, vera e propria gabbia di ferro che ha preso il posto del comunismo. Questo ha fatto sì che i DS siano prigionieri di questa logica che non permette al gruppo dirigente di fare in tempo, fino in fondo ed in modo coerente, le scelte necessarie, dato che c’è appunto una separazione totale tra cultura di governo e la cultura politica di ampi settori del partito che appare appunto segnata da un pacifismo e moralismo tipici più di una forza politica antagonista che si esprime in un movimentismo massimalista che di un partito temporaneamente all’opposizione. Tutto questo, oggi, lo si vede bene nella difficoltà, imbarazzo, sorta di “decisione indecisa”, rispetto alla guerra. Come si può essere stati a capo di un governo che appoggia i bombardamenti su di una capitale europea superando l’obiezione della violazione della sovranità nazionale e allo stesso tempo essere contro la guerra a chi ha causato migliaia di morti al di fuori di ogni situazione plausibile di conflitto?


CHE COS’E’ IL TERRORISMO
Nelle pagine seguenti analizzeremo uno dei molti aspetti del nuovo terrorismo fondamentalista di Al Qaida. Molte sono infatti le caratteristiche introdotte da Bin Laden. Vi è un’originalità organizzativa, supportata dai nuovi mezzi di comunicazione e finanziari, e un’altra dottrinaria strategica (a questo proposito, si veda Limes Nel Mondo di Bin Laden e i saggi accessibili su internet della Random Foundation – un riassunto delle posizioni su Ideazione). Entrambe però si ispirano ad una visione del mondo nichilista che andremo a vedere, perché come sempre succede nelle guerre civili, il pensiero ideologico, essendo strettamente connesso agli stili di vita ed alla psicologia individuale dei propri aderenti, arriva anche a permeare il pensiero strategico dottrinario. In questo caso il risultato è la guerra assoluta contro l’Occidente.
Il terrorismo inaugurato da Bin Laden è la prosecuzione della guerra totale del Novecento: esso è cioè ideologico e conduce alle estreme conseguenze la logica duale amico/nemico. Il terrorismo di matrice religiosa non riconosce più nessuna differenza tra militare e civile, tra obiettivi militari e quelli civili, tra proporzionalità della violenza impiegata, mezzi usati, e fini, tra conflittualità in tempo di pace e guerra.
Se si segue l’evoluzione storica dei modi di manifestazione della guerra, si arriva a considerare il nuovo terrorismo una forma propria di guerra che rappresenta la negazione completa delle condizioni storico giuridiche nate dalla pace di Westfalia. Per motivi di fede, ora si ha che dei civili uccidono dei civili innocenti di uno stato a cui è stata dichiarata la “guerra santa” da un’entità politico religiosa transnazionale con sovranità “occasionale”.
Il terrorismo è l’anti-ordine del nuovo ordine del 21 secolo. Secondo il fondamentalismo islamico, la modernità è un atto equivalente al terrorismo; se è così, lo scopo è vendicarsene, distruggendo le fondamenta cioè la fiducia, obiettivo generale e impalpabile che di volta in volta si incarna in qualcosa di diverso. Secondo tale concezione, non c’è più differenza tra obiettivo simbolico e strategico. Sul palcoscenico del mondo si sta recitando una performance drammatica e violenta: questa è la logica del fondamentalismo di origine religiosa.
Per i militanti islamici, la guerra tiene uniti una richiesta di potere, un modo di vedere il mondo, uno stile di vita dove finalmente si collocano al centro del mondo: non dimentichiamoci che la modernità ha inserito nel grande gioco paesi che ne erano ai margini. Il fondamentalismo islamico rappresenta un’idea cosmica della guerra secondo la quale la possibilità di raggiungere realmente il fine viene in secondo piano. La guerra santa è un luogo mentale non suscettibile di smentite controfattuali.
Lo scopo dei terroristi è dimostrare che noi occidentali siamo deboli, imbelli, che i paesi islamici non devono seguire la strada dell’occidente, che niente giustifica un’alleanza con loro. Lo scopo è la diffusione della paura e la destabilizzazione dei paesi mussulmani più deboli: Arabia, Pakistan, Egitto, Palestina. L’obiettivo del terrorismo è indefinito e non quantificabile o misurabile perché nasce da una constatazione di un dato di fatto a più dimensioni incontrovertibile, la superiorità ed il predominio dell’Occidente cristiano, visto come una sconfitta sentimentale psicologico ideologica, fatto storico vissuto come un’offesa personale. L’ obiettivo del terrorismo non è la conquista di un territorio, ma la destabilizzazione dell’Occidente, costi quel che costi. Non ci sono interessi vitali, ma solo strategici: non c’è più un centro definito da colpire. La scelta strategica che ne consegue è semplice: arrecare il maggior numero possibile di danni alla superpotenza, ai suoi alleati con tutti i mezzi possibili.
Prima di definire tutto ciò irrazionale, si pensi alle pagine di Hegel nella “Fenomenologia” dedicate alla dialettica servo-padrone dove il servo si affranca dalla sua condizione, solo dopo aver accettato il destino della morte. O più modernamente al film di Coppola sul Vietnam, Apocalypse Now, alle parole del colonnello interpretato da Marlon Brando: “L’orrore, l’orrore…”, ai motivi della scelta che lo aveva portato alla follia – alla montagna di piccole braccia tagliate perché erano di bambini vaccinati dai soldati americani, metafora di un orrore irraggiungibile senza perdere se stessi - e infatti Kurz muore ucciso dai suoi e gli USA perdono la guerra. O si pensi alle parole del portavoce di Bin Laden, Suleyman Abu Ghaith: “Noi teniamo alla morte come gli americani alla vita”.

Si diceva all’inizio dell’originalità organizzativa. Vorrei solo accennare a due elementi: il primo Al Qaida è un’organizzazione orizzontale, che non risponde a nessun potere statale, formata da militanti professionisti del terrore. E’ cioè una sorta di internazionale terroristica fuori dagli stati, prestatale, policefala, fattore che insieme al fondamentalismo produce una sorta di spontaneismo pericolosissimo perché mutevole, pronto ad assumere qualsiasi forma e a colpire qualsiasi obiettivo con qualsiasi mezzo.
L’occidente fa fatica a comprendere il nuovo terrorismo e a reagire in modo adeguato. Ci sembra irrazionale e reagiamo lentamente: per la potenza di distruzione, la scelta degli obiettivi, l’utilizzo dell’effetto sorpresa; il terrorismo di Bin Laden ha la forza di un attacco militare portato da un nemico terribile e pericoloso, ma come consistenza, forme, natura, organizzazione non è riconducibile a niente.
Ma oltre a motivi, senz’altro innegabili, di novità e violenza micidiale che fanno sì che l’Occidente sia stato colto di sorpresa, ve ne sono altri che caratterizzano il Vecchio Continente, macchiandolo di colpe non giustificabili. Una delle ragioni, se non quella principe, della debolezza europea, che attraversa le sue istituzioni e ne segna la sua opinione pubblica, è rappresentata dalla difficoltà di pensare alla possibilità della guerra in sé e quindi al terrorismo come atto di guerra. Certamente vi è una motivazione storica evidente, ma credo che il fatto sia dovuto alla mancanza di “vera” politica nel senso della politica che sceglie e si schiera. La ricca Europa è sazia e contenta, quindi pigra, non vuole più pensare a niente, figuriamoci alla famosa definizione della guerra e della politica di Clausewitz. Se Fukyama nel suo saggio sulla fine della storia aveva una ragione, essa stava in quel titolo che sicuramente rappresentava e riassumeva bene le aspirazioni manifeste dell’Europa. Ma queste non sono possibili, sono irrealiste, non tengono conto appunto della realtà internazionale; forse l’Europa vorrebbe ancora nascondersi dietro l’America, essere da lei difesa e giocare da free reider come ha potuto fare nella Guerra Fredda. Se l’Europa, però, non è in grado di pensare alla guerra classica, non ha certo nemmeno gli strumenti e la forza per capire un nemico che oltrepassa addirittura Clausewitz: nelle azioni di Bin Laden, la guerra non è la continuazione della politica.
Tutte le colpe dell’essere stati colti di sorpresa non ricadono però solo sull’Europa; esse sono appunto riconducibili ad alcuni fattori strutturali dell’Occidente e delle democrazie. Le organizzazioni gerarchiche riconducibili allo stato hanno difficoltà a combattere i network e gli stati democratici hanno difficoltà a reagire a questo livello di violenza; per giunta contro il nuovo terrorismo, per motivi diplomatici, giuridici, di consenso interno ed internazionale, non è possibile nessuna azione preventiva massiccia pari al pericolo che esso rappresenta.
La guerra contro il nuovo terrorismo presuppone consapevolezza e determinazione, intelligenza e volontà; da quanto detto, sembra discendere un cambiamento completo di mentalità che si deve riflettere su tutti i piani dove si distende l’azione internazionale. Non a caso si stanno intraprendendo nuove scelte diplomatiche, ad esempio la creazione di vaste alleanze a cerchi concentrici e con molteplici attori con ruoli diversi (ONU, NATO, singoli stati, alleanze militari strette, privilegiate assieme ad altre più larghe a seconda dei momenti e dei teatri). E sono scelte nuove strategie che comportano la possibilità di raggiungere il massimo volume di violenza su obiettivi circoscritti attraverso l’ utilizzo disinibito della supremazia assoluta occidentale –il cielo; la nuova guerra contro il terrorismo mostra un dosaggio cauto di altissima organizzazione e tecnologia innestate su “vecchie” forme, quali la guerra sporca, i mercenari, la guerra per interposta persona. Il cielo è per l’America quello che il mare era per l’Impero britannico, ma in Afghanistan gli inglesi ci sono andati anche a piedi, hanno fatto la guerra, l’hanno persa poi vinta e l’Afghanistan è diventato un protettorato. Non si possono fare le guerre a metà e solo dall’alto; non si può sperare che il dio tecnologico eviti lo scontro: è un pensiero, come dire, “progressista”, positivista che non funziona con chi non ne accetta i presupposti ed i talebani ed i terroristi islamici non ci pensano nemmeno ad accogliere né i presupposti, né le conseguenze del nostro pensiero. Non esistono scorciatoie: bombe, truppe speciali, raggi infrarossi, bombe intelligenti sono tutte non sufficienti contro chi è disposto a morire.
Le guerre sono per l’Occidente più difficili a causa di tre fattori, per definirli in termini economici, “scarsi”: tempo, disponibilità a subire perdite e disponibilità ad accettare la barbarie della guerra. In confronto con la supremazia tecnologica, che produce anche una concezione del tempo diversa ovviamente più accelerata, si produce un’ansia da prestazioni, anch’essa asimmetrica, dato che l’avversario, al contrario, si muove su due piani d’azione con tempi diversi: il suo, scandito da un tempo medievale lentissimo, il nostro dove vige un tempo super accelerato. Il terrorismo fondamentalista utilizza tale scarto a suo favore – ma l’asimmetria è presente in tutti gli elementi elencati. La pericolosità è allora tutta politica, non certo sul piano militare e per questo sono necessarie qualità poco disponibili nel budget dei governi occidentali, pazienza e determinazione. Anche perché i fattori elencati sono incastrati l’uno nell’altro in modo subdolo: ansia, accelerazione nei mezzi offensivi impiegati, aumento di perdite civili, debolezza della propria opinione pubblica a sopportare lo scandalo dei morti innocenti. Tutto ciò si traduce in una mancanza di decisione, rafforzata dallo spauracchio di possibili ricadute nella “sindrome del Vietnam”: escalation, impantanamento, sconfitta.
Per utilizzare una metafora ludica, si potrebbe dire che per combattere un avversario così sfuggente e mutevole, sapendo che si sta giocando a Go, l’occidente deve giocare a scacchi: il nemico va definito, limitato e circoscritto in uno spazio preciso, con la consapevolezza che il gioco non finisce lì. Il mezzo è la difesa di un territorio, la liberazione di una zona geografica, la sua occupazione, la sconfitta di quel nemico in quello spazio, in quel momento; vince però chi controlla più gangli vitali (coalizioni, movimenti, ong, stati, mass media ecc.). Fuor di metafora, il fenomeno Al Qaida si compone di diversi e molteplici elementi, tra cui, per lo meno, se ne possono indicare tre significativi: quello ideologico-religioso, l’aspetto organizzativo militante e militare e l’ospitalità ricevuta dal regime dei Talebani. L’Islam e Al Qaida come organizzazione sono fenomeni transnazionali, mentre il fatto che Bin Laden si sia stabilito in Afghanistan riconduce il terrorismo dentro uno spazio noto, un preciso e determinato stato nazionale. Quando Bush parla di “guerra” contro il terrorismo intende, quindi, cose fra loro diverse: la guerra classica, per così dire, cioè tra stati che si combattono con strumenti militari e la lotta contro il terrorismo di origine ideologico-religiosa che invece va contrastato con altri mezzi. L’originalità di questa nuova guerra al terrorismo, composta ripetiamo di due elementi, consiste appunto che la guerra classica appare essere un derivato dell’aspetto ideologico, che si caratterizza in quanto internazionale e prestatale, perché accidentale appare essere lo stato in cui ha sovranità l’organizzazione terroristica. La conseguenza è che a questo inedito “discorso sulla guerra” non possono essere applicati i termini usuali bellici. La sconfitta militare dei Talebani non coincide con la sconfitta di Al Qaida, né tanto meno significa la sconfitta del terrorismo; constatazione che conduce ad una situazione paradossale. Tutto sommato per il pensiero occidentale, per gli stati che ad esso si rifanno, è più facile combattere il terrorismo sul piano militare, ma contro questa opzione fanno da freno tutti gli elementi che compongono i rapporti tra stati.
Una volta sconfitti i talebani, catturato o ucciso Bin Laden, distrutta Al Qaida rimane sul tappeto un nodo centrale rappresentato dal rapporto tra Islam e Occidente.
Solo dall’Islam, dal suo interno, può venire la sua salvezza: una volta che l’occidente ha evitato ed evita ogni possibile confusione tra Al Qaida ed Islam- ma anche se indicibile, purtroppo siamo davanti ad uno scontro tra civiltà.- e quindi si cerca di ridurre il numero dei nemici, l’iniziativa di un’uscita dal tunnel sta all’Islam e non all’Occidente. Quando fu sconfitto il terrorismo in Italia, non furono certo eliminate le cause da esso indicate quali responsabili e legittimanti della violenza! L’Occidente ha il compito di sconfiggere militarmente il nuovo terrorismo, ma ai paesi islamici spetta la missione di liberarsi dal fondamentalismo omicida.
Prendiamo ad esempio le modalità di uscita dell’Occidente dal nazismo e dal fascismo, cioè come è avvenuta la pacificazione dell’Europa. La Seconda Guerra Mondiale, prima vera guerra totale ideologica, si è conclusa con una sconfitta chiara di un contendente che ha ripudiato il proprio modello, ha preso quello del vincitore e di conseguenza è stato aiutato economicamente. Cioè ci sono tre elementi su cui è avvenuto il confronto: il piano militare, quello economico e l’ambito idelogico/istituzionale. Se manca un elemento, si ha la non uscita dal conflitto, ma solo un suo dilungarsi nel tempo, come ad esempio è successo alla fine del primo conflitto mondiale quando, a causa di una pace vessatoria nei termini economici e debole territorialmente, è succeduto un rifiuto del modello istituzionale/ideologico occidentale, producendo un ordine instabile che ha condotto di nuovo l’Europa nella tragedia di una nuova guerra. Il fatto che gli Alleati con la pace di Versailles avessero gettato le basi della II GM, non giustifica né assolve Hitler: la genesi dei problemi ad un certo punto non ha più rapporto con gli effetti che vanno affrontati per quello che sono. Nella storia dell’Occidente chi perde militarmente, viene aiutato economicamente e convinto ideologicamente o colonizzato; questo passaggio può essere scelto consapevolmente dal paese sconfitto oppure avvenire di forza, oppure dare adito a situazioni impossibili da essere gestite.
Nelle guerre tra occidente, tra paesi occidentali e paesi in un qualche modo che ora si rifanno all’Islam (Israele/paesi arabi, guerra contro l’Iraq) questo triplice passaggio non è mai avvenuto: essi pur sconfitti non hanno accettato la realtà, non hanno sviluppato un processo economico tramite l’aiuto dei vincitori, non hanno accettato nessuna mediazione ideologica/culturale/istituzionale. Vi è un’eccezione a favore di questa tesi ed è rappresentata dalla Turchia dopo la dissoluzione dell’ Impero Ottomano. Questo circolo vizioso la dice lunga sulle capacità e qualità delle leadership locali che portano la responsabilità di scelte suicide ed irresponsabili.
L’antiamericanismo si presenta come l’ultimo alibi davanti ad una modernità che nessun paese e classe dirigente può né scegliere né rifiutare: l’estremismo islamico è il fallimento delle leadership e delle istituzioni di quei paesi. Il suicidio è la manifestazione più estrema di rifiuto della globalizzazione e della modernità. Quindi da quell’area proviene una minaccia costante: non si può lanciare nessun piano Marshall finché i paesi islamici non accettano i valori minimi della convivenza internazionale: mercato, stato di diritto, integrazione delle masse nel funzionamento dello stato e della società, élite responsabili. Non si può lanciare perché non verrebbe accettato, esso verrebbe subito, visto dalle masse come un atto imperialista e in più gestito per fini personali e di cricca da classi al governo corrotte ed incapaci.
L’Occidente è quindi obbligato a far intravedere questa soluzione mentre si combatte, ma non può smettere di combattere perché non ha scelto nessun nemico: è stato scelto, chiamato ad essere sacrificato.
Se il terrorismo è un fenomeno mutante, se i paesi a maggioranza islamica non accettano livelli di integrazione e cioè la realtà, non si intravede a breve una fine, ma uno spezzettamento delle azioni militari ed uno stato endemico di guerra.

I paesi dell’ Europa non hanno più scelta; l’Europa non ha, a differenza della Guerra fredda dove vi erano margini di gioco, nessuna sponda. Ogni spazio lasciato vuoto da qualcuno di loro (ma poi per andare dove? per allearsi con la Siria?) verrà occupato saldamente da qualche altro. Già si assiste ad un nuovo sviluppo di relazioni tra attori regionali come la Russia, la Cina, l’India e gli USA, che spostano l’attenzione lontano dall’Europa (appendice degli Stati Uniti?), a cui ogni paese europeo arriva e si unisce in ordine sparso. E’ sotto gli occhi di tutti l’assenza dalla scena mondiale delle due organizzazioni internazionali tipicamente europee: la NATO e l’Unione Europea e per diversi motivi. La NATO è un’alleanza politico-militare, l’Europa è un’unione economica, senza testa politica; i due insiemi per molti versi hanno corrispondenze biunivoche, ma non combaciano perfettamente. La NATO è stata creata per combattere un nemico geograficamente collocato in modo preciso ed in modo da affrontarlo con altrettanti precisi modi di azione: guerra nucleare, confronto militare tra eserciti di massa e con una linea del fronte sicura. La NATO permetteva la difesa dei paesi europei più deboli da parte del potente alleato americano tramite il dispiegamento delle sue forze, nucleari e non, in Europa. La Nato rispondeva agli interessi sia degli Stati Uniti che dei paesi del vecchio Continente; oggi questa situazione è diventata dispari: l’alleanza risponde agli interessi più dell’Europa che degli USA, dato appunto l’assoluto squilibrio di spesa e di efficienza dei due partner. Tuttavia, la NATO a tutt’oggi dispone di procedure certe, organizzazione, apparati, addestramento, know-how comuni che non vanno sprecati, ma l’organizzazione atlantica manca di chiari obiettivi politici: insensato appare l’allargamento ad est senza la nuova Russia. Non si capisce a questo punto perché possa esserci nell’organizzazione atlantica la Turchia e non la Russia.
L’Europa, d’altro canto, è un soggetto economico, ma non politico-militare, incapace di difendersi e di mettere ordine in casa propria. Senza creare inutili doppioni e senza creare vuoti politici pericolosi, il processo di allargamento della NATO, con relativo aggiustamento politico, ed il processo di unione politico militare della Europa dovrebbero essere pensati in parallelo anche se a velocità diverse. Il risultato allora sarebbe qualcosa di straordinario. Certo ad un prezzo per i paesi europei notevole: pensare a se stessi e quindi spendere di più in armamenti e sicurezza.
Non è solo l’Europa ad essere incerta ed in una situazione di passaggio, ma incerta è anche la forma che dovrà assumere il nuovo ordine mondiale. Se la pax britannica, e poi americana, rappresentava la pace del mondo mercato e le rivoluzioni del novecento il rifiuto di alcuni paesi di adattarsi ad esso – si veda Messico e Russia -, l’avvento di organizzazioni netwar può essere governato da chi incarna una forma stato? La pace può ancora dipendere da uno stato egemone anche se nelle forme di un megastato? Queste domande arrivano quando la sola super potenza non aveva ancora deciso che ruolo giocare: se quello imperiale o se invece ritirarsi in un isolazionismo più o meno splendido, mentre d’altronde, come si diceva in precedenza, la globalizzazione, in tutti i suoi aspetti, da una parte inserisce paesi prima ai margini, d’altra parte marginalizza culture locali con il sospetto critico che il terrorismo fondamentalista di origine religiosa sia una forma bestiale per reagire all’anomia portata dall’attuale processo di crescente interdipendenza mondiale. Difficile capire come si tenga la “fine dello stato-nazione”, la nascita di nuove entità transnazionali come le nuove regioni economiche, la nascita delle organizzazioni internazionali (dalle ONG al WTO alla criminalità organizzata) che si affiancano alle multinazionali economiche, la moltiplicazione degli stati su basi etniche e il bisogno di sicurezza anche interno, patto sociale iniziale da cui, ricordiamo, nacque sia l’idea che la realtà dello stato-nazione. La politica è quindi chiamata a trovare soluzioni che tengano assieme esigenze opposte ma urgentissime, perché non possiamo dimenticarci che per la prima volta nella storia questo terrorismo nichilista può avere armi in grado di distruggere il mondo. Questa è la nuova sfida del ventunesimo secolo, altro che movimentismo antagonista!
Nessuna forma organizzativa nuova scaccia la vecchia, nessuna forma di guerra sostituisce le altre, si dovrà pensare ad un nuovo pensiero strategico che tenga assieme le guerre stellari ed i mercenari uzbeki.

Leonardo Tirabassi