2001- Il dibattito agostano sul caso Lotta Continua-Calabresi



Giampiero Mughini e Claudio Rinaldi riaprono il caso

www.dagospia.com, 6 Agosto 2001

Il fiammifero che ha riacceso la miccia - gettando scompiglio nella nota lobby di Lotta Continua, quindi innescando un agghiacciante silenzio nella stampa - appartiene alla mano anellata di Giampiero Mughini. Intervistato dal bravissimo Claudio Sabelli Fioretti per Sette, a un certo punto, senza nemmeno essere sollecitato (si parla di voltagabbana), Mughini mugugna:
"Lotta Continua è stata la formazione più vera e poetica. E Adriano Sofri di questa storia è un campione straordinario"
Che cosa pensi della sua vicenda giudiziaria?, butta lì Sabelli Fioretti. E il peso che opprime la bocca dello stomaco di Mughini comincia a trovare la via di uscita:
"Io conosco Adriano da 30 anni e sono uno dei massimi specialisti di Adriano non essendo stato né suddito né fan né nemico. Molti fan di adesso sono dei poveretti. Adriano in quegli anni lì non era così soave come è adesso"
Di quali fans parli?, incalza l'intervistatore
"Daria Bignardi ha scritto che Sofri è stato condannato perché antipatico e Tabucchi manda delle lettere in cui spera di bissare Emile Zola: l'affaire Dreyfus, l'affaire Sofri. L'idea di Dario Fo, che Marino, meglio di Balzac, si sia costruito un romanzo, stimolato dai carabinieri e da magistrati come Pomarici, è un'idea per dementi. Non sanno di che cosa parlano. Lotta Continua non era una congrega di gentiluomini. Alcuni commando facevano le rapine"
E si arriva all'eruzione:
"Penso che un commando di Lc abbia ucciso Calabresi"
Bum! Il tappo è saltato. Pensi anche che qualcuno avesse dato un ordine? La risposta del giornalista di Panorama, già tra i fondatori del Manifesto, direttore responsabile di Lotta Continua per un tratto degli anni Settanta, è un secco "No". Che qualcuno sappia?
"Ci sono dieci italiani che sanno chi ha ucciso Calabresi"
Sofri sa?
"Questo è un punto doloroso. Una volta mi disse: "Se qualcuno mi dice che io so chi ha assassinato Calabresi io rompo i miei rapporti con lui"
Tu che cosa pensi?
"Se tu fossi Dio e mi chiedessi: "E più probabile che Sofri sappia o che non sappia?" io ti direi che è più probabile che sappia"
chiude sbattendo la porta Mughini.

Un'intervista, preconizza il sommario di Sette, che farà discutere. Santa ingenuità: gli unici a riprenderla sono Libero e Il Foglio. Il quotidiano di Vittorio Feltri la sbatte in prima pagina venerdì 3 agosto, con fotocolor di Mughini e imbarazzanti interviste ai lobbysti di Lotta e governo a cura di Miska Ruggeri.
"Siamo amici…, ne voglio parlare prima con lui… sono davvero stupito"
ci dice Andrea Marcenaro al telefono. Secco rifiuto di Gad Lerner, altro ex di Lc, ora direttore del Tg de La7:
"Non commento, se ne è già parlato troppo"
Sempre meglio - scrive Ruggeri su Libero- della reazione di Enrico Deaglio, direttore di Diario. Il suo "No!!" alla richiesta di un parere si sente a tre scrivanie di distanza. Molto più affabile Toni Capuozzo, inviato del Tg5.
"Beh, la notizia è solo che lo dice Mughini, perché Sofri è in carcere proprio per il delitto del commissario Calabresi. Del resto, Mughini è un tipo che dice quello che pensa, cose graffianti come suo stile… Per quanto mi riguarda posso solo dire che ho seguito il processo e che la storia raccontata da Marino ha parecchie smagliature. E poi, considerare Adriano il mandante è surreale: lo conosco bene e non è certo una persona capace di commissionare un omicidio"
La prova che Mughini abbia messo il ditone nella piaga arriva dalla piega del Foglio - che incarta lo stesso Adriano Sofri, il di lui figlio Luca, Lanfranco Pace, Andrea Marcenaro, Luigi Manconi. La prima stizzita reazione è una lettera di un radicale libero di berlusconizzare, alias Massimo Teodori:
"Perché Mughini parla solo ora a distanza di un quarto d secolo con un giudizio così drastico? Che dica il vero o il falso, Giampiero non convince. Il suo è un atto tra il vile e l'esibizionista… Sorge il dubbio che la spinta a parlare in quel modo venga non dall'onestà intellettuale, né dalla voglia di verità, né dal paradosso della contraddizione, ma sia dalla voglia pazza di mettersi al centro di una polemica. Che, purtroppo, ci sarà e non sarà indolore"
Ma quale polemica: né il Corrierone né Repubblica, tantomeno La Stampa (che ha in redazione Aldo Cazzullo, autore del miglior libro su Lc), tirano fuori uno straccio di pezzo. Invece, entra in campo personalmente Giuliano Ferrara - che negli anni Ottanta incontra gli ex di Lc, via Claudio Martelli, nella redazione del quotidiano Reporter diretto da Enrico Deaglio con Adriano Sofri responsabile della sezione culturale Fine secolo. Scrive l'Elefantino:
"Ogni tanto qualche sconsiderato, ultimo è il caso del nostro amico Giampiero Mughini, fa una passeggiata distratta, occasionale, sul corpo del detenuto di Pisa, aggiungendo chiacchiere innocue alle chiacchiere giudiziarie di una folle e indimostrata chiamata in correità. Meglio chi si volta dall'altra parte e fa finta di niente. Lasciatelo in pace, e liberatelo al più presto"
Il velo strappato da Mughini su Sette ha lacerato anche la campagna in duplex del Foglio e di Panorama, che doveva partire in autunno, per la grazia di Stato a favore di Sofri. Di qui l'incazzatura di Ferrara. Niente, comunque, a confronto di quella naturale e incancellabile di Luca Sofri.
"Se si comincia a spararle grosse, poi smettere diventa difficilissimo. Quando uno come Mughini si definisce "un uomo molto elegante", da lì a inventarsi un "commando" assassino di Lotta Continua il passo è breve"
scrive Luca Sofri sul Foglio. E aggiunge un terribile e criptico post scriptum: Un "commando": cioè una coppia dedita al killeraggio? Sabelli e Mughini sono quindi un commando di Sette?.

A sollievo dello "sconsiderato" Mughini, arriva la cavalleria di Claudio Rinaldi, già Lc e direttore glorioso di Panorama ed Espresso. Ma la lettera di Rinaldi è sbattuta, quasi buttata via, dal Corriere della Sera nella rubrica della posta.
"Sul numero 31 di Sette, a pagina 75, a proposito dell'omicidio Calabresi mi viene attribuita la seguente frase: "Credo che tutti quelli che sono in carcere siano innocenti, Marino compreso". Queste parole non rispecchiano il mio pensiero. Al contrario sono convinto - con Giampiero Mughini - che il delitto sia stato compiuto da un commando di Lotta Continua, come ho detto al redattore di Sette, e come correttamente è stato riportato. Penso anche che il commando fosse composto dalle due persone che sono state condannate in via definitiva, cioè Ovidio Bompressi e Leonardo Marino. Le uniche perplessità che mantengo sulla sentenza riguardano il ruolo di mandante attribuito ad Adriano Sofri, che secondo lo stesso Marino si sarebbe limitato a mormorare una sorta di Nihil obstat durante un occasionale incontro di pochi minuti in un bar"

Adriano Sofri replica a Mughini

Il Foglio del 14 agosto 2001

Introducendo nel tg5 di sabato sera un'intervista con Mughini, l'affabile conduttrice sottolinea la sorpresa che una testimonianza così importante su un caso così sviscerato come il processo Calabresi sia stata così poco raccolta. Tanto più, dice, che Mughini fu direttore del quotidiano Lotta Continua. Dunque una competente “testimonianza” (come “rivelazioni” le annunciò a sua volta Sette, e le anticipò il Corriere della Sera nei giorni scorsi). Trent'anni fa, per sventare una legge sulla stampa che resta deplorevole, Mughini prestò - ciò di cui gli fui e sono grato - la propria firma di iscritto all'albo come direttore responsabile del giornale, per un periodo: la stessa cosa fecero Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini, Piergiorgio Bellocchio, Pio Baldelli, Adele Cambria e altri, restando rigorosamente estranei alla fattura del giornale.

Mughini consentì a prestare la sua firma in una conversazione con me della quale ricordo che indossava un paio di occhialetti da sole e un cappello da baseball, a casa sua, nei pressi di Ponte Sisto (lui che ha miglior memoria potrà correggere le eventuali inesattezze). Se non sbaglio, e andò a suo merito, non ebbe alcun altro rapporto col giornale: né con la nostra attività politica. Non era testimone di niente, né lo è diventato strada facendo, salvo che a mia insaputa: ma ne sarei sorpreso, perché i testimoni sono venuti nei nostri innumerevoli processi. Essendo stato presente a Pisa il 13 maggio del 1972, il giorno del mio comizio al termine del quale avrei dato mandato di uccidere Calabresi, Mughini fu bensì testimone di una circostanza marginale che la tracotanza dei miei accusatori e condannatori tramutò in un elemento rilevante: che avesse piovuto o no. Essi, per sorreggere Marino, dichiararono che non aveva piovuto, o qualche goccia sì e no. Mughini, che si era bagnato come tutti, riferì di essersi bagnato. Non venne a dirlo in tribunale, come avrebbe certo fatto, perché vennero tanti altri, e perché i giornali del 14 maggio del 1972, compresa l'insospettabile Nazione, avevano scritto di una “pioggia battente, insistente”, di un acquazzone abbattutosi sul comizio ecc. (Ciò non impedì ad alcune sentenze di decretare che non era piovuto, o qualche goccia sì e no).

Fin qui la testimonianza possibile di Mughini, che oltretutto aveva assistito a un comizio concorrente. Ho avuto, nel corso dei successivi trent'anni, rapporti sporadici con Mughini, che dichiara di volermi bene e si chiede – al tg5 - se lo ricambi (sì, va bene, ma Dio ti perdoni), e che, dal mio arresto nel 1988, ha espresso più volte varie opinioni sul nostro caso. Ora l'ha rifatto, per ragioni che mi sono ignote, e che devo immaginare tortuosamente dedite al mio bene, dal momento che mi stima e mi è affezionato (ha detto al tg5) e non deve sfuggirgli che sono perseguitato da 13 anni, e in galera, tutto compreso, da cinque anni. Qual è ora l'opinione di Mughini? Che Marino fosse sul luogo dell'attentato a Calabresi.

Che l'attentato fu opera di gente di Lotta Continua. Che non ci fu ordine di andare a uccidere. Che, in particolare, io non diedi quell'ordine. Infine, che è difficile pensare che io non sapessi, o non sappia, come andarono le cose. Questa – che riferisco quanto più esattamente e seccamente posso – l'opinione di Mughini, e, nel corso di questi anni, di altri. Falsa: ma fatti loro. Ci sono peraltro un paio di dettagli, nei fautori di questa opinione, degni di qualche attenzione. Il primo è che io sono stato accusato, e condannato, e incarcerato, come mandante di un omicidio.

Mughini (e altri) credono che io non abbia dato quel mandato. Dunque che l'accusa sia falsa, la condanna sia ingiusta, la carcerazione infame. Ma non sembrano insistere sul punto, né aver perso il loro sonno per questa enormità. Qualcuno di loro, accorgendosi dell'aporia, nel corso degli anni ha aggiustato la sua opinione, dichiarando che in realtà io l'ordine lo diedi: a costo di accreditare un colloquio con Marino che il processo, con la grottesca collaborazione dello stesso Marino, ha dimostrato mai avvenuto, benché dei giudici abbiano sentenziato il contrario, di quelli che non si bagnano quando piove. Il secondo dettaglio di quella versione, da me rivendicato nel processo, è che se io non diedi quel mandato (come Mughini opina), mentre Marino sostiene che glielo diedi, e per sostenerlo accumula una frastagliata sequela di balle smentite e contraddette, e dunque Marino mi calunnia con la conseguenza di farmi finire in galera da cinque anni e intanto vende crèpes, può esistere una minima possibilità, in un processo giudiziario di uno stato di diritto, fondato sulla sua sola parola, di credere a qualunque altra accusa di Marino? Di dichiararlo “attendibile, credibile, disinteressato”?

Lasciamo perdere: è tutto uno scherzo. Mughini, che deve avere il suo disegno segreto per venire in soccorso di me e della giustizia, dice due altre cose minori che potrebbero forse essere intese come rivelazioni: che in Lotta Continua si fecero delle rapine, e che io, Sofri, in quegli anni non ero “soave” come oggi. Davvero? Le rapine sono un fatto notorio al punto che io (che peraltro non fui ritenuto meritevole di esserne imputato) chiamai il nostro processo un “processo per omicidio a mezzo di rapina” e gli dedicai un capitolo della mia Memoria, stampata poi e venduta in 30.000 copie. Un fatto notorio soprattutto perché Marino le rapine le fece, a fini privati, fino alla vigilia della sua così spontanea confessione.

Resta solo la rivelazione sulla mia cattiveria di allora, che devo correggere dall'altro capo, della mia soavità di oggi. Sono molto più cattivo: benché non me ne rallegri. Mughini, e chiunque altri, può avere ed esprimere qualunque opinione. Posso chiedermi perché lo faccia, non obiettare perché lo fa. Sembra che ora gli prema di far sapere che sul nostro caso ci sono in giro più colpevolisti che innocentisti, e che la cosa è occultata per la faziosità di alcuni “grandi giornali”. Mah. Ma perché Sette e il Corriere della Sera annunciano le opinioni di Mughini come “rivelazioni”? Ed ecco che arriva il tg5, annuncia l'opinione di Mughini come una testimonianza, oltretutto specialmente autorevole, dichiara stupore per il silenzio (evidentemente complice) in cui è passata, la presenta come una rivelazione di colpevolezza, compresa l'idea che io sia un mandante condannato che non diede alcun mandato. I miei vicini detenuti hanno molto battuto i ferri durante quel telegiornale, e ho dovuto trovare qualche spiegazione. Mughini non c'entra più.

Mentana? Mentana lo conobbi appena, in modo del tutto superfluo. Non mi vuole bene, né male, immagino: e viceversa. Allora perché una così micidiale confezione dell'intervista a Mughini? Me ne vengono suggerite un paio di possibili spiegazioni, che non considero perché non mi riguardano. Ricordo invece un servizio in cui Mentana metteva assieme una notizia riguardante Bettino Craxi e una riguardante me, deprecando che relitti del passato ingombrassero il paesaggio italiano impedendogli di guardare al futuro. E' passato del tempo, Craxi ha sgombrato, io sono qui a mezz'acqua. Rettifico, a ferragosto, su un ospitale (e del tutto irresponsabile delle mie opinioni) foglio da ventimila lettori una squillante rivelazione da qualche milione di spettatori. L'Italia più invincibile è quella di Maramaldo, quella che uccide un uomo morto, o due.

di Adriano Sofri

La risposta di Mughini

Sette del 23 Agosto 2001
Caro direttore,
c'è che di tutte le tragedie italiane degli anni Settanta questa dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, è quella che più dura e devasta. A quasi trent'anni dall'omicidio del trentatreenne commissario milanese, e mentre adesso sono liberi gli assassini di Walter Tobagi o di Aldo Moro, c'è un uomo di 59 anni, Adriano Sofri, racchiuso da quattro anni in un carcere pisano che grida disperatamente la sua innocenza.

Così come mi ha avvilito vedere sui giornali le foto di Ovidio Bompressi com'è oggi, lui che è stato giudicato colpevole di aver premuto il grilletto alle spalle del commissario, e mentre il ministro della Giustizia s'è rifiutato persino di inoltrare la sua domanda di grazia al Presidente della Repubblica. Trent'anni fa, una vita. E difatti Giorgio Pietrostefani, il terzo dei militanti di Lotta continua ritenuti responsabili dell'omicidio, può vivere indisturbato in Francia, perché lì dopo vent'anni un omicidio cade in prescrizione.

Trent'anni, e quando i presunti colpevoli non hanno più relazione alcuna con quello che erano stati al tempo dell'odio e del furore. E quando la bellissima famiglia del commissario Calabresi, Gemma e i suoi tre figli e il suo secondo marito Tonino Milite, non si opporrebbe a un provvedimento di clemenza, un provvedimento che non smentisce la sentenza dei giudici ma va oltre, umanamente e giuridicamente, quella sentenza. Quanto ad Adriano Sofri, che conosco e con cui litigo da trent'anni, il più fraternamente possibile gli auguro di potersene tornare presto alla sua donna, ai suoi figli, al suo cane, alla sua casa fiorentina imbandita di libri, al poter usare da libero la sua frastornante intelligenza.

Detto questo - ma lo avevo detto un centinaio di volte in questi ultimi dieci anni -, che la mia intervista a Sette di un paio di settimane fa sia stata definita “chiacchiere distratte” dal Foglio mi spiace. Me ne correggo: mi spiace molto. Me ne correggo ancora: un po' mi offende.

Che cosa avevo detto, nell'intervista in cui Claudio Sabelli Fioretti mi aveva così intelligentemente interrogato e incalzato? Nei modi bruschi che sono propri di un'intervista, avevo reso esplicito quello che avevo adombrato in un mio libro di un paio di anni fa, Il grande disordine, un libro che si era guadagnato gli elogi di un Gad Lerner o di un Marco Boato. Dicevo che alla tesi secondo cui il “pentimento” di Leonardo Marino è stato architettato e inventato da carabinieri, magistrati e “comunisti” io non credo minimamente.

Nel mio giudizio e nella mia ipotesi, Marino non è un Richard Burton o un Vittorio Gassmann che recita innanzi a giurie e corti di tribunali un ruolo che gli è stato dettato in una caserma dei carabinieri o in un'aula istruttoria ignobili più che non la caserma di Bolzaneto, e dove un magistrato come Federico Pomarici starebbe compiendo qualcosa di moralmente ignobile né più né meno che il Calabresi che avrebbe torturato a morte il povero Giuseppe Pinelli. A questa panzana io non ho mai creduto. Nove su dieci, Leonardo Marino a via Cherubini il 17 maggio c'era davvero. Come mai, ha scritto una volta Marino, se io non ero a Milano quella mattina nessuno può testimoniare di avermi incontrato a Torino, lì dove vivevo e dove tutti mi conoscevano?

Certo che il suo “pentimento” è stato lubrificato da carabinieri e fors'anche da magistrati, che gli hanno promesso qualcosa in cambio di qualcosa. Certo che quel “pentimento” ha alla sua origine ragioni moralmente dubbie e contraddittorie. Certo che il personaggio non è di quelli che lasciano il suo marchio nell'immaginazione pubblica. Solo che il suo “pentimento” non è inventato di sana pianta. Così l'hanno giudicato i giudici di sette successive corti italiane. Così lo giudicò il cronista dell'Unità decano quanto ad esperienze di tribunali, Ibio Paolucci, il quale dichiarò una volta che la testimonianza di Marino gli sembrava “insuperabile”. Così la pensano la grandissima parte delle persone che conosco. Perché la realtà dei fatti è molto lontana dalla sovrarappresentazione del fronte innocentista quale risulta da molti giornali, e dalla eccezionale irradiazione morale che su quei giornali esercita la firma di Adriano Sofri.

La realtà dei fatti è che il fronte innocentista è largamente minoritario nella stessa società intellettuale. E siccome sono uno molto “elegante”, a Luca Sofri che mi ha dato del “killer”, non farò la lista di quanti mi hanno espresso la loro solidarietà per le cose che avevo detto a Sabelli Fioretti. E' una lista che lo stupirebbe, e per la sua lunghezza e per i nomi che ne fanno parte.

Se Marino ha detto la verità, o meglio una parte di verità, è difficile pensare che Ovidio Bompressi a via Cherubini non ci fosse. Se per ragioni psicanalitiche è plausibile credere a un risentimento di Marino nei confronti di Sofri, di uno che lui credeva incontrasse ogni sera Florinda Bolkan nei “salotti”, non si capisce proprio perché in una tale catastrofe lui abbia messo dentro il nome di Bompressi, uno certo sconosciuto ai carabinieri, ai magistrati e ai “comunisti” che gli stavano dettando un romanzo degno di Honoré de Balzac.

Perché avrebbe dovuto mettere dentro quel nome e aggiungere la chicca che quando tornò dall'esecuzione, si sedette in macchina e pronunciò un “che schifo!”? La penso esattamente come Claudio Rinaldi. Nove su dieci, Bompressi a via Cherubini c'era. E difatti a difesa della sua innocenza io non ho mai speso una sola parola. Ciò che non smussa di una sola virgola il mio desiderio e il mio augurio che lui sia oggetto di un provvedimento di clemenza.

Ecco esplicitato il senso dell'espressione “commando di Lotta continua” che avevo usato con Sabelli Fioretti. Non certo un commando che era stato formato e addestrato ad hoc, all'uccidere commissari di polizia, ma un commando che era nato dalle viscere della Lotta continua del 1972, dalle sue febbri e dai suoi furori eversivi, dall'ossessione di quella campagna anti-Calabresi che non aveva alcun fondamento di fatto.

E' stato un tempo, ha scritto Erri De Luca, lo scrittore napoletano che negli anni Settanta era a capo del servizio d'ordine romano di Lc, in cui “ciascuno di noi” avrebbe potuto uccidere Calabresi. E' stato un tempo del “chiodo”, del trafiggere e del fare male, e non del “nodo”, che si può sciogliere senza lasciare traccia e vulnerazione, come ha scritto Sofri in un suo bellissimo libro che pochi dei suoi fan hanno letto. E' stato un tempo, mi ha detto una volta Gianfranco Bolis (uno dei dirigenti storici di Lc), in cui abbiamo rasentato l'abisso.

Il tempo in cui era del tutto naturale che militanti di Lc dessero l'assalto alla federazione del Msi di Torino, e finì a bottiglie molotov e fucilate. E Daniela Garavini, l'allora compagna di Guido Viale, da latitante si rifugiò nei “bassifondi” rappresentati da casa mia, a riprendere l'espressione che mi ha rivolto Enrico Deaglio, ex direttore di Lotta continua e attuale direttore del Diario, uno la cui antropologia intellettuale fosca e jattante non smette di stupirmi.

Certo, che ci sono almeno dieci persone che “sanno”. Possibile che di tutti gli agguati terroristi sappiamo ogni sfumatura, e chi vi prese parte, e se i revolver inizialmente si incepparono, e chi sparò e che cosa disse mentre sparava, e invece niente dell'agguato di via Cherubini? L'ipotesi più probabile, nove su dieci, è che chi sa tace. Possibile che non ne sappiano nulla quelli che in quel momento stavano scherzando con il fuoco, Giorgio Pietrostefani uno di questi? Non ne sa nulla quello che era allora il capo del servizio d'ordine nazionale di Lc o quello che era il capo del servizio d'ordine milanese?

Nessuno sa nulla. Gli assassini sono venuti dal nulla. In trent'anni che dura questa tragedia mai un indizio, mai un pentito, mai una lettera anonima, mai un'orgogliosa rivendicazione che connotino un “altrove” rispetto a quello delineato da Marino. Certo che in linea di principio gli assassini avrebbero potuto essere, tanto per fare un'ipotesi plausibile, dei “feltrinelliani”, un gruppo che dell'uccidere Calabresi ne faceva uno stemma. Ma com'è che quando i feltrinelliani hanno organizzato l'agguato al console boliviano ad Amburgo, uno che era stato corresponsabile dell'assassinio di Che Guevara, hanno lasciato la loro firma in quell'agguato e invece niente su Calabresi?

Fin qui le mie ipotesi. Oltre non vado di un centimetro. Non credo affatto che ci sia stato un “ordine” dall'alto; meno che mai che i dirigenti di Lc si siano riuniti e abbiano alzato il ditino, chi a chiedere la morte di Calabresi chi no. Così come non esistono prove, a parte la parola di Marino, che quel sabato pisano, e mentre stava smettendo di piovere (ero lì, a poche decine di metri), Sofri sia sceso dal palco dove aveva commemorato Franco Serantini e gli abbia mormorato un “Vai e uccidi!”. Questo mai lo crederò.

Giampiero Mughini

Ps. Fu Adriano Sofri, una mattina di trent'anni, a venire a casa mia e chiedermi di fare da “direttore responsabile” di alcuni loro giornali. Direttore responsabile significa che è responsabile di fronte alla legge, ma che non ha nulla a che vedere con la fattura del giornale. Ne ho avuti 24 processi, tre condanne, e sempre mi sono pagato da me le spese processuali. Ricordo che, per assurgere a quella carica spinosa, dovevo fare un atto notarile per il quale non avevo i soldi a un tempo in cui riuscivo a mangiare una volta al giorno. Quelli di Lc mi mandarono una busta con dentro cinquemila lire. L'atto notarile me ne costò 1500 e io lo rimandai indietro assieme a 3500 lire di francobolli. Dopo una quindicina di giorni mi telefonarono da Lc lamentandosi che non avessi fatto nulla. Risposi che avevo mandato e l'atto notarile e quel che non avevo speso. A quel punto sentii un urlo. Uno che stava accanto a chi mi aveva telefonato s'era ricordato in quel momento che la mia lettera l'aveva ricevuta, se l'era messa in tasca e se l'era completamente dimenticata. Così erano quelli di Lc: tumultuosi, generosi, anarchici, lievemente scombinati. Di aver fatto loro da direttore responsabile sono e resto orgoglioso. Così come di aver detto a Sabelli Fioretti le cose che ho detto.

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