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№689

Gabriella Rouf​

FEMMINISMO BIANCO​

La storia delle donne nell’occidente ha avuto nel femminismo una componente di rilievo, nell’ambito dello sviluppo economico e sociale e dei rapporti di classe. Alla base, pur tra diversi orientamenti ideali, vi è stata una concezione dell’identità femminile integrata e operante nella società ai fini dell’emancipazione, il rispetto, l’equità, il futuro delle nuove generazioni. Assistiamo invece da vari anni, e in modo che appare irreversibile, a una progressiva separazione tra quello che si definisce femminismo e la condizione e interessi delle donne nel loro insieme, dal punto di vista ideale e concreto; allontanatosi dalla sua base, rimossi i fondamenti razionali dell’analisi strutturale e di classe, il femminismo è venuto configurandosi come ideologia autoreferenziale, di inimicizia verso l’uomo e decostruzione dell’identità femminile; un individualismo ridotto ai suoi dati elementari, disinteressato alla situazione reale delle donne e mosso da istanze negative: per l’aborto e contro il patriarcato, concetto transitato abusivamente dalla storia all’attualità. Da tempo intorno a questa ideologia femminista deformata, teratofemminista, si è costituito un apparato, un ceto, che sviando attenzione e risorse agisce in modo controproducente rispetto alle concrete situazioni, interessi e meriti delle donne. Dato che le disuguaglianze, disfunzioni, carenze (pensiamo alla sanità) sono in diretto e crescente collegamento con le condizioni economiche del singolo e delle famiglie, attribuirle al patriarcato o a discriminazioni sessiste opera un diversivo alla pressione sociale.​

 Eterogenesi dei fini.​

Il teratofemminismo nasce dal confluire del femminismo nell’ideologia LBGTecc., che alimenta la retorica sui diritti di pretese minoranze perseguitate. La deformazione passa attraverso la contaminazione con l’ideologia gender che, negando la realtà naturale e identitaria del sesso, annienta il fondamento del femminismo in quanto tale, la sua legittimità concettuale e rappresentativa, spostandone il fronte in un’area fluida e decostruita. Quella che sembrerebbe un’opzione suicida, lo è in via logica, ma non lo è nell’attualità, in quanto mentre giustifica il disinteresse verso le donne reali, amplia altresí l’appeal mediatico, il nominalismo sessista, il protagonismo di élites cooptate dalle centrali del capitalismo woke. Il supermercato dei generi mette in vetrina il transfemminismo, spaccia ed esibisce nuovi stereotipi e dipendenze, sfruttando cinicamente la cronaca e le tragedie della vita reale a solo profitto della propria spettacolarizzazione.​

Quali sono le conseguenze di questa situazione? Gli organismi internazionali impongono le ideologie gender e relativi automatismi, gli orecchianti delle mode e gli spacciatori di simulacri propagandano e trasmettono, e cosí per sviamento di contenuti e di risorse, si accentua la crisi delle politiche sociali: esse trovano addirittura remora e intralcio nei pregiudizi ideologici quanto alla loro strutturazione come politiche per la classe lavoratrice, per la famiglia, per l’infanzia, per la formazione, la sanità, il territorio. Questo tributo al politicamente corretto comporta una perdita netta proprio del contributo intellettuale e organizzativo femminile, reso strutturalmente ininfluente, mentre gli spazi politici sono monopolizzati e sfruttati dalle «femministe di professione» cooptate e utili al sistema.​

 Il sesso come merce.​

Paradossalmente, mentre si nega il sesso come realtà, il residuo che ne resta nel teratofemminismo è la cosiddetta libertà di ge­stire il proprio corpo sessuato, anzi in quanto sessuato, per venderlo in qualunque modo, e nelle manipolazioni piú aberranti, dalla prostituzione al porno all’utero in affitto.1 In nessuna epoca e luogo il corpo femminile è stato precocemente, cinicamente, offensivamente decostruito e fatto merce come nell’Occidente progressista; su questo il femminismo è stato via via sempre piú complice, ed è con sconcerto e ribrezzo che si assiste all’accreditarsi come eroine femministe di certe influencer o imbonitrici. Tale mercificazione può addirittura configurarsi come una rivincita ovvero una feroce riedizione del «patriarcato»; di certo è l’integrazione e annientamento di ogni movimento anticapitalistico e antisistema che faccia riferimento anche alle diseguaglianze tra i sessi, e prospetta invece nel femminismo un’ideologia serva, giullare e gendarme del capitalismo wo­ke, e complice della cultura di morte.2

Il processo si completa infatti nel cosiddetto transfemminismo, che sposta ulteriormente la frontiera della manipolazione, fino all’agognata estinzione dei sessi, la tecnologizzazione della generazione, la rottura totale con la natura e con ogni forma di comunità umana. La subordinazione del femminismo al sistema e ai nuovi «progetto Manhattan» appare qui sotto un aspetto piú paradossale e tragico, di rifiuto della stessa storia dei movimenti delle donne e di cieco supporto alle tendenze postmoderne di artificializzazione dell’umano, dissoluzione della comunità e schiavitú dell’individuo all’apparato industriale finanziario globalizzato.​

 Agenzie di accettabilità sociale.​

L’analisi dell’ideologia femminista rinvia a due letture simmetriche, che ne spiegano altresí il successo mediatico e la sistematica ed efficiente imposizione di essa per le vie istituzionale e movimentistica, tra loro coordinate e finanziate dalle stesse centrali.​

La prima lettura colloca il femminismo ideologico e i suoi apparati tra le principali​

agenzie di accettabilità sociale (…), partigiani di un mondo integralmente burocratizzato, in costante accelerazione, diretto dalla casta dell’avere, del potere e del sapere.3

C’è da chiedersi infatti perché quello che si definiva e tuttora si definisce femminismo sia stato cosí disponibile a ridursi a fiancheggiatore/variante dello schieramento LBGTecc., il cui baricentro è il t transessuale. È una domanda retorica: gli investimenti, le lobbies, la platea mediatica, sono tutte sul versante della transessualità come risorsa capitalistica ad alta resa finanziaria ed enorme influenza politica, attraverso fondazioni, università, cliniche, categorie professionali, case farmaceutiche, apparati tecnologici ecc… La manipolazione piú precoce possibile ai fini della transizione sessuale inserita in un piano eugenetico garantisce la domanda di trattamenti perpetua ed auto-propulsiva, innestabile su improbabili programmi di transumanesimo, nelle more dei quali si attivano sin da ora comparti ad alto profitto. La storia della promozione pianificata e di massa della transessualità è già piena di orrori, ed è sconvolgente che una materia cosí complessa e delicata venga spensieratamente disciplinata a colpi di leggi, regolamenti e «linee-guida» da parte di burocrati e amministratori d’altra parte screditati e dimostratisi incapaci di gestire decentemente le loro primarie competenze.​

Anche qui c’è chi parla, e non a torto, di un recupero «patriarcale» che passerebbe attraverso l’appropriazione da parte del maschio di privilegi femminili (per ora attraverso la GPA). Ma le femministe diffidenti o pentite dovrebbero autocriticamente risalire all’origine di questi orrori normalizzati, al proclamato rifiuto del «destino biologico» della donna, alla banalizzazione dell’aborto, all’inimicizia verso il maschio, alla riduzione della sessualità a pulsione individualistica.​

 Il supermercato degli stereotipi.​

L’indebolimento del sesso a favore del genere passa attraverso la disintegrazione dell’identità femminile, complesso fisico spirituale individualizzante, empatico nella coppia aperta alla vita e cooperante nella comunità. La fluidità del genere, che altro non è che il supermercato degli stereotipi, sposta l’attenzione dall’orientamento erotico (che emerge dalla maturità fisica e affettiva) a una sorta di combinatoria tra aggregati di stereotipi brutalmente imposti già a bambini e preadolescenti per etichettarli prima possibile e immetterli nella trafila di trattamenti farmacologici, fino alle chirurgie irreversibili.4 Per la stessa via si promuove un modello di sessualità precaria e pulsionale, isolata dalla morale, dal rispetto di sé e degli altri, e quindi tendenzialmente violenta, esibizionistica e sopraffattoria, la cui interfaccia è il sesso virtuale e le piú varie dipendenze surrogatorie.​

 Progetto Manhattan.​

Nel tentativo di comprendere razionalmente un processo che appare una deriva di follia (ideologia woke, cancel culture, liberalismo biogenetico) ci soccorrono testi che riportano alla base strutturale dei fenomeni. Il libro di Silvia Guerini Dal corpo umano al cyborg postumano5 dà una sintesi ampia e incontrovertibile del legame tra la ideologia gender e la pianificazione dell’artificializzazione del­l’umano, che spiega la sponsorizzazione della prima, in scala con i massicci investimenti nella seconda. Non si tratta di disegni occulti, perché tutto è ufficiale e evidente, ed è solo la malafede o la miopia dei ceti politici ad attardarsi balbettando su inefficaci regolamentazioni e timide remore etiche, a fronte di piani di portata gigantesca. Quanto all’etica scien­tifica e al ruolo di ricercatori e professionisti, appare inadeguata perfino l’analogia col progetto Manhattan e l’atomica, perché qui si ha a che fare con un piano di modificazione dell’umano, che partendo da premesse ascientifiche, usa la tecnologia per strutturare la società in forme irreversibili:​

Il corpo neutro di chi pretende di essere progressista non considera la natura e prepara in realtà la strada alla costruzione del cyborg postumano: Sono i necessari preliminari ontologici per riuscire a costruire corpi neutri con cui produrre in serie umani disumanizzati, umanoidi caratterizzati da identità e da supporti prodotti da altri.6

Silvia Guerini ripercorre le varie fasi in cui la decostruzione del sesso e la biologizzazione del genere viene imposta dalle centrali miliardarie del capitalismo woke, arruolando le già ben disposte star del femminismo accademico e mediatico, che hanno costruito carriere e visibilità giocando sulla confusione con le tematiche dell’omosessualità, aizzando la cultura di morte pro-aborto, l’odio per il maschio, la mercificazione del corpo. Si comprende, dalla posta in gioco in investimenti, profitti e potere, perché il piano si ponga freneticamente e sin da ora alti obiettivi quantitativi, intervenendo sulla generazione (decostruita, mercificata e tecnologizzata) e sulle nuove generazioni (programmi per indurre la «disforia di genere»). Si tratta, e con tutta evidenza, di un complesso d’investimenti che muove interi comparti industriali e apparati del potere, attraverso fondazioni, elargizioni private a pro esenzione fiscale, organizzazioni internazionali ed istituzioni pubbliche, portando altresí alla «saturazione mediatica delle rivendicazioni trans ed LBGTQ+» (p. 1).​

 I figli della macchina.​

Sulle ideologie dell’accettabilità sociale interviene il testo di Renaud Garcia «Gli accettologi. Le <minoranze di genere> a servizio della fabbricazione dei bambini.», in I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica,7 libro che raccoglie contributi sul tema da diversi punti di vista, operando una sintesi allo stato attuale che, sottoposto ad accelerazioni inimmaginabili, tanto meno giustifica il ritardo e l’ottusità in materia da parte di istituzioni politiche, culturali e religiose. Garcia chiama appunto «accettologi» quanti si pongono come mediatori, promotori di consenso e repressori di dissenso. Si comprende cosí come grazie ad essi un’ideologia scientificamente aberrante come quella del gender arrivi ad essere imposta per legge, e che diventino luoghi comuni le approssimazioni astoriche sul patriarcato. E come, reciprocamente, l’utero in affitto e le manipolazioni ormonali precoci, che ripugnano alla spontanea sensibilità umana, vengano edulcorate e banalizzate fino a renderle «accettabili» dall’opinione pubblica.​

Il libro, attraverso i vari contributi, ben mette in evidenza come e perché i piani eugenetici di artificializzazione dell’umano, logicamente e moralmente in contraddizione col femminismo e l’ecologismo, trovino invece di fatto proprio in essi complicità e schiere di «accettologi». Silvia Guerini nel testo «Un mondo senza madri?» aggiorna il panorama del vertiginoso sviluppo di sperimentazioni e ricerche finalizzate alla totale artificializzazione e tecnologizzazione delle nascite, panorama che sta tra gli orrori dell’eugenetica e la fantascienza distopica. Anche qui​

tutto viene propagandato come si trattasse di un aiuto destinato a donne e uomini con patologie degli apparati riproduttivi, con infertilità, e per far accedere anche omosessuali e «transessuali» alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita. (p.88)​

Cosí le teratofemministe che lavorano oggi a un mondo senza padri, si preparano a un mondo senza madri, in cui i corpi mettono i loro componenti genetici elementari sul mercato globale di un mondo polarizzato (non solo geograficamente) tra ricchezza e miseria estreme.​

 Biocapitalismo.​

Nello stesso libro, il testo di Jacques Luzi «La questione del massimo. Biocapitalismo, demografia e genetica.» amplia la prospettiva al contesto demografico e geopolitico.​

Il capitalismo, mezzo e fine della tecnocrazia, è tecnocapitalismo. La sua dinamica è una corsa perpetua all’apertura di sbocchi redditizi per il capitale in eccesso attraverso la continua espansione del dominio della merce: abolendo il gratuito, lo spontaneo e il diverso, che la tecnologia può ritualmente ricondizionare in monetizzabile, programmato e uniforme. Le biotecnologie (…) che promettono di superare i limiti naturali degli esseri viventi, sono i mezzi con cui il tecnocapitalismo può spostare i limiti del suo sviluppo, trasformando gli esseri viventi in materie prime infinitamente sfruttabili. (p. 188)​

Di qui il legame e la conformazione delle strutture del potere e del consenso, punto di non ritorno della stessa democrazia. Luzi cita da Le origini del totalitarismo di Anna Arendt:​

Il totalitarismo, scrive Arendt, «ha il dovere di eliminare non solo la libertà (…) ma anche la fonte stessa della libertà che il fatto di nascere conferisce all’uomo e che risiede nella sua capacità di essere un nuovo inizio.» Ed è proprio questo l’obiettivo del totalitarismo tecnologico di oggi che, promettendo la liberazione della condizione umana, intende ripristinare (geneticamente) e condizionare (numericamente) per proteggersi da ogni imprevedibilità politica.​

Il biocapitalismo e il liberalismo genetico (con la loro corte, cieca o complice, di «accettologi») portano avanti un progetto eugenetico che va oltre le antiche motivazioni selettive e razziali, ma opera una modifica irreversibile dell’umano nei suoi dati ontologici e di specie.​

 Femminismo non bianco.​

La seconda lettura sulle derive del femminismo ideologizzato è quella che valuta l’estraneità ovvero la falsificazione da parte di essa dei problemi reali delle donne nel suo aspetto piú impressionante e tragico, quando cioè si tratta di rapportarsi a situazioni storiche, politiche, etniche diverse da quelle dell’Occidente progressista; mancando infatti le basi razionali ed etiche, di rispetto e consapevolezza storica e antropologica (e spesso di minima informazione), l’ideologia teratofemminista non fa che raddoppiare le perduranti forme di pregiudizio, ignoranza, disprezzo, cinico sfruttamento, portando in esse la sua funesta incapacità di dialogare, comprendere, costruire, cercare in sé le ragioni dell’altro.​

Nel libro di Rafia Zakaria, Contro il femminismo bianco. Appunti per un cambiamento radicale,8 l’autrice rivendica un femminismo «non bianco», e coerentemente non ne fa un dato razziale, bensí storico. Ma la storia del femminismo, coinvolta sin dalle origini se pur incolpevolmente nel colonialismo e imperialismo, è proprio negli ultimi cinquant’anni che nelle sue componenti istituzionali e mediatizzate è pervenuta al suo punto di non ritorno, nel disinteresse e incapacità di guardare al presente e al futuro delle donne nel mondo; il femminismo ideologizzato è infatti concettualmente e logicamente incapace di comprendere i diversi processi storici e del potere, tutto affidandosi, in forma di servitú volontaria, ai miti del sistema capitalistico occidentale, della globalizzazione economica e del consumismo; esso non può che essere «bianco»: è un prodotto, e poi un marketing di altri prodotti, attraverso campagne pubblicitarie, influencer, social, nel supermercato delle dipendenze e della medicalizzazione della solitudine e dell’infelicità. Le donne che si affidano ad esso perdono molto, e certo la capacità di colloquiare con donne di contesti diversi, di aiutarle ed aiutarsi a vivere, di operare coraggiosamente in un mondo polarizzato tra spropositate ricchezze e tragica miseria, diviso da conflitti geopolitici e di sistema; e anche in questo si evidenzia l’inattualità paradossale del teratofemminismo, che induce lacerazioni in un mondo lacerato, sul bordo di apocalissi politiche e ambientali, in cui miseria, fame, mostruose diseguaglianze sono funzionali al sistema quanto o piú delle antiche schiavitú e sfruttamenti coloniali. L’esportazione del modello dell’occidente progressista non è mai pacifica, è aggressiva per sua natura, per la sua irrazionalità materialistica e la perdita del senso della storia (v. il cancel culture). Il «femminismo bianco», nonché rappresentare abusivamente le donne dell’Occidente, nel suo farsi promotore dell’universalizzazione dei «valori» del progressismo totalitario non fa che ribadire verso le donne del resto del mondo la propria posizione di privilegio oggettivamente razzista. Il testo della Zakaria segnala nel femminismo occidentale il «complesso del salvatore bianco», che, nello sprezzo delle culture altre, pretende d’imporre la sua via all’emancipazione, in realtà per monetizzare e compiacersi del proprio status di élite.​

 Servitú volontaria.​

Femminismo bianco, professionalizzazione del femminismo, transfemminismo, sono aspetti che interagiscono in una deriva di abbandono di ogni dimensione politica di opposizione al sistema economico finanziario globalizzato, al mondo dei plutocrati, dei ceti privilegiati della tecnologia, della finanza, dello spettacolo, delle istituzioni; i quali, per parte loro, sono promotori e sponsor delle ideologie idonee a sradicare opinioni, coscienze, movimenti dalla base strutturale e farne qualcosa di fluido, manipolabile, da ridurre via via e inesorabilmente alla dimensione isolata e dipendente del singolo.​

Esistono gruppi e singoli che si dichiarano in continuità e condivisione col femminismo storico e quindi contrari all’ideologia gender e a questa servitú volontaria; pur essendo probabilmente espressione del sentire della maggioranza delle donne, essi trovano difficile accesso ai media o vengono accusati di bigottismo o transfobia. Vi è però un’intrinseca debolezza in molte di queste posizioni, ove, nell’inimicizia verso il maschio e la «proprietà» della generazione, si faccia dell’identità femminile, pur coerentemente rivendicata nella sua integralità naturale, un’esperienza individualistica, che non si fa azione e lotta per difendere e ristabilire la comunità e la diade uomo-donna, unica forma efficace e rivoluzionaria per opporsi al totalitarismo e alla ferocia del politicamente corretto.​

 Il male assoluto.​

I piani di artificializzazione dell’umano procedono in sintonia con quelli di sostituzione dell’uomo da parte dell’Intelligenza Artificiale. Agli uni e agli altri sottende una nuova strutturazione del potere postcapitalistico, secondo scenari descritti (ormai per difetto) dalla fantascienza distopica. Il testo di Stefano Isola A fin di bene: il nuovo potere della ragione artificiale9 evidenzia sin dal titolo la mistificazione mediante la quale la specie umana viene oggi esposta a mutazioni irreversibili; il tutto «a fin di bene», dato che, come l’artificializzazione della generazione, l’I.A. toglierebbe scomodità, fatiche, pericoli, facendo l’uomo piú libero e piú longevo. Eppure già gli esiti della delega delle relazioni umane, della conoscenza, del pubblico servizio, ai dispositivi elettronici risultano di segno piú che negativo, e la tecnologia stessa, attivata la megamacchina, puntualmente ne riferisce — e integra — i guasti prodotti e irreversibili. La dimensione e il livello a cui si pone il problema è quello del divenire della specie, verso catastrofi tali da mettere in ombra le stesse apocalissi ambientali. Alla decostruzione filosofica, morale e fisica, che rende l’uomo incapace di concepire la totalità e di viverla, può allora opporsi solo una resistenza individuale e collettiva in forma di comunità integrate e naturali di uomini e donne, irriducibili per motivazione e imprevedibilità agli algoritmi e alla servitú volontaria.​

La via tracciata da Jacques Camatte in Inversione e disvelamento10 indica il possibile di una mutazione antropologica di segno opposto alla schiavitú digitale, che ricostruisca la Gemeiwesen tra gli uomini nella natura. Già nel 1989 con chiaroveggenza Camatte coglieva nel­l’identità femminile, nella diade uomo-donna e nella generazione il nodo vitale e ontologico della specie umana:​

Parallelamente a questo fenomeno che riempie l’arco storico in cui si compie Homo gemeinwesen, si ha quello della trasformazione dell’innato in acquisito. Il primo riguarda il continuo, si può difficilmente riprodurlo e soprattutto produrlo in serie, mentre il secondo può esserlo perché è discontinuo. Di conseguenza il trionfo totale del capitale è concomitante con la scomparsa di ogni natura umana: la specie è puro prodotto, una storia, ecc. Un semplice esempio: se una donna è dotata d’istinto materno, alleva il suo bambino «naturalmente», lo allatta, ecc. ella è un essere amorale, asociale, acomunitario del capitale, perché non permette in alcun modo al processo di quest’ultimo di realizzarsi, di fruttificare, e soprattutto impedisce la piena occupazione, poiché ciò che fa, potrebbe acquistarlo sotto forma di servizi prestati da altri. In compenso, una donna liberata, avendo superato tutti i suoi istinti, si rivolgerà a pediatri, puericultori ecc. per curarlo, accudirlo, e comprerà il latte maternizzato. Si tratta di un essere totalmente morale, sociale, comunitario del capitale ecc.. Avremmo potuto prendere il fenomeno piú a monte: un uomo e una donna si amano, si uniscono, hanno un figlio: è antisociale, anticomunitario, irrazionale, perché è gratuito. Inoltre è pericoloso perché l’atto sessuale è una causa preponderante delle malattie sessualmente trasmissibili. Questo atto è inaffidabile perché non si sa in partenza se si avrà un maschio o una femmina. Un ultimo aspetto ha ora a che fare con la dinamica del potere: un uomo e una donna modesti possono avere un figlio genio! Fortunatamente lo sviluppo della scienza e della tecnica permetterà di abolire l’amore. I bambini saranno fatti in vitro e saranno comprati. Da cui la piena occupazione e capitalizzazione, nonché soddisfazione per le coppie: compreranno il figlio immaginato dai loro fantasmi indotti dalla comunità capitale.11

Note​

1 Se non fosse una tragedia, sarebbe comico ovvero patetico lo spettacolo delle anime belle che di fronte all’aberrazione della GPA celano ipocritamente la mostruosità della pratica, evocando l’innocenza del nascituro (che per l’aborto invece non vale) o addirittura fantomatiche sorellanze. È altresí caratteristico del teratofemminismo ignorare disinvoltamente la natura classista e schiavistica del sistema internazionale degli uteri in affitto, facendo della GPA un caso di autodeterminazione della donna. Ciò corrisponde alla decostruzione del corpo e della psiche femminili, il primo mercificato, la seconda ridotta a stereotipi.​

2 Nei giorni scorsi il Parlamento francese a larga maggioranza e con toni trionfalistici ha approvato la modifica della Costituzione con l’inserimento della «libertà garantita» per le donne di far ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza. Dato che la Costituzione è una carta di principi al positivo, ciò significa assumere come tale l’eliminazione di un essere vivente. Non siamo piú nell’area del possibile, e possibilmente evitabile, ma di un diritto a prescindere, in contrasto e arretramento rispetto ai diritti essenziali della persona umana.​

3 Cfr. Renaud Garcia, «I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica», piú avanti e nota 7.​

4 A questa violenza sono esposti i bambini in Stati USA, in Canada, in Australia e in vari Paesi europei che si sono uniformati alle «raccomandazioni» pro gender delle burocrazie UE. Negli asili, nelle classi elementari, attraverso apposite guide didattiche, viene imposta la fasulla neutralità sessuale e indotta la «scelta del genere», incanalando i casi di «disforia» — da incoraggiare, sancire, anche in contrasto con le famiglie, in quanto necessari a giustificare l’apparato e i relativi protocolli — e gestendoli su percorsi di medicalizzazione farmacologica, ormonale e in seguito chirurgica.​

5 Ed. Asterios 2020, seconda edizione aggiornata 2023.​

6 Michel Onfray, Teoria della dittatura, ed. Ponte alle Grazie 2020, citato in Silvia Guerini, op.cit.​

7 Ed. Asterios 2023, traduzione italiana del №65/2022 della Revue écologie e politique «Les enfants de la machine. Biotechnologies, Reproduction et Eugenisme».​

8 Against White Feminism: Notes on Disruption, W. W. Norton & Company. New York 2021; trad. it. Add editore, 2023, vedi commento e trattazione di Sandro Moiso in «No, non è soltanto una questione di genere», www.carmillaonline.com, 2 novembre 2023.​

9 Ed. Asterios 2023. Vedi anche «Da Homo sapiens a Homo digitalis nella società dell’insignificanza», intervista a Stefano Isola, Il Covile №688/2024.​

10 Inversione e disvelamento, Il Covile, Firenze, 2017.​

11 Emergenza di Homo gemeinwesen, Cap. 9. Il fenomeno del valore, nota 2. In corso di traduzione.​

 

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