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Mario Di Fidio
LE GUARDIE DEL PO
Quando il popolo era mobilitato in difesa degli argini
Leggendo le descrizioni storiche delle alluvioni in Italia e dei loro effetti sul territorio e sulle popolazioni, non troviamo molte differenze rispetto al presente. Ci stupisce invece la straordinaria organizzazione delle Guardie durante le piene nelle province del basso Po, quando il fiume superava il livello detto ancor oggi «di guardia», minacciando esondazioni: mentre oggi sono allertati esclusivamente gli addetti ai lavori e alla gente si raccomanda di restare chiusa in casa, allora era lo stesso popolo ad essere mobilitato per la sorveglianza e la difesa del territorio.
Colpisce anche il fatto che oggi gli Italiani riscoprono la dimensione sociale nei periodi di normalità (v. Censis: 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, 2025), peraltro spesso in modo superficiale, ossia parlando del piú e del meno, come si fa al bar, mentre nelle emergenze tendono a rinchiudersi in sé stessi, come in un bunker (v. Carmen Gallo: Stanze per una fuga, 2025): il contrario di quello che facevano nelle Guardie del Po, in un tempo che sembra mitico, ma risale a pochi secoli fa Sul tema dell’isolamento si veda anche l’articolo di Stefano Borselli: «Per una fenomenologia del Cocco di mamma» (Il Covile N°750/XVIII, 1° maggio 2026).
Tuttavia l’uomo non è nato per stare da solo e pochi eventi come le alluvioni richiamano la voglia di fare comunità, con l’accorrere dei volontari, in forma spontanea come gli «angeli del fango» a Firenze nel 1966, od organizzata, come le guardie ecologiche volontarie accorse in Valtellina da tutta la Lombardia nel 1987.
Troviamo una bella descrizione delle Guardie del Po in un libro di Alberto Penna (Ferrara, 1621-1691), un personaggio che piú volte ricopre cariche politiche, come membro del Consiglio Centumvirale (l’organo assembleare) e del Maestrato dei Savi (l’organo esecutivo), uno dei quattro consoli di Ferrara, deputato nella Congregazione del Canal Bianco, ecc. Si noti che la struttura amministrativa del Ducato di Ferrara è rimasta sostanzialmente inalterata anche dopo l’annessione allo Stato pontificio (1598), pur essendo subordinata al Cardinale Legato, nominato dal Papa.
La periodica mobilitazione del popolo per la difesa idraulica del territorio contribuisce in modo significativo alla formazione civica, alla cultura popolare e alla coesione sociale. Come in tutte le vicende storiche, accanto alle luci, esistono le ombre: i misteriosi sabotatori degli argini, di cui parlano anche leggende popolari, contro i quali vigilano ronde armate.

Frontespizio del trattato di Alberto Penna (alias Petronio Lambresagni): L’idea del perfetto giudice d’argine (1692).
La cultura idraulica ferrarese.
Penna è un cultore della storia delle acque nel Ferrarese: nel corso della sua vita raccoglie una formidabile quantità di materiali autografi di vari autori (relazioni, diari, lettere, editti, progetti, visite d’acque, ecc.), fra i primi decenni del Cinquecento e gli ultimi del Seicento. Si tratta delle Scritture d’acque ferraresi, ordinate in una decina di volumi, corredati da indici di consultazione: oggi sono la base di tutti gli studi storici nel settore.
Con lo pseudonimo di Petronio Lambresagni, egli scrive un trattato uscito postumo: L’idea del perfetto giudice d’argine (1692), dedicato all’Ufficio preposto al sistema idrografico ferrarese e ricco di notizie e riflessioni sugli aspetti organizzativi, sociologici e psicologici. Ciò è dovuto alla personalità dell’autore, il quale non è un ingegnere, ma un politico con mezzo secolo di esperienze amministrative. I contenuti tecnici del trattato mostrano collegamenti con opere allora inedite di altri ferraresi, in particolare con l’Hidrologia di Giambattista Aleotti e il Trattato dei lavorieri d’argine di Bartolomeo Gnoli, un giovane notaro d’argine.
Il trattato del Penna non è solo il frutto di un appassionato autodidatta d’idraulica, come altri in quei secoli, ma anche e soprattutto di una tradizione locale, dove la difesa dalle inondazioni ha un peso rilevante nella vita sociale, e dove tutti gli amministratori ― chi piú, chi meno ― acquisiscono competenze in materia, lavorando a contatto con gli ingegneri nella gestione ordinaria e con mansioni di comando durante le guardie sul Po: una straordinaria palestra di servizio civile, a cui partecipa tutto il popolo e che il libro ci presenta con vivacità e sentimento.
A Ferrara, come a Mantova, da secoli i problemi idraulici hanno rilevanza enorme, anche nel vissuto popolare. Qui nascono scuole idrauliche speciali, per istruire gli addetti ai lavori. Il mantovano Gioseffo Mari (L’idraulica pratica ragionata, 1784) scrive: «mille volte si tratta (delle arginature) tra di noi e nella città». In società, perfino le signore sono abituare a partecipare a queste discussioni.
Penna precisa le circostanze, in cui è maturata la sua passione per le acque, partecipando ancor giovinetto alle guardie sul Po ed avendo il privilegio di essere ammesso come auditore, durante le terribili rotte del 1640, agli incontri serali di coordinamento:
A detti congressi, ancorché giovinetto ch’io fussi, hebbi l’honore per mera bontà di que’ Signori d’intervenire sovente, dove hebbi occasione d’ammirare la prudenza de’ congregati, d’erudirmi, d’acquistare molte notizie, d’apprendere per necessario lo studio delle Matematiche, e dell’Architettura d’acque, e d’affezionarmivici.

Costituzione per la Congregazione dei Lavorieri di Ferrara, emanata dal cardinale legato Francesco Carafa (1785).
L’Ufficio dei giudici d’argine.
Si può dire che il territorio del Ducato di Ferrara sia stato quasi totalmente conquistato alle acque dall’uomo, mediante l’arginatura dei fiumi e la bonifica delle valli. Da qui l’importanza e l’originalità del suo antico Ufficio dei Giudici d’Argini, posto alle dipendenze del Maestrato dei Savi, presieduto dal Giudice dei Savi (gli organi dell’amministrazione civile).
I corsi d’acqua principali del Ducato sono divisi in Guardie; a capo di ciascuna di esse è posto un Giudice d’argine, il quale ha alle sue dipendenze uno o piú Notari d’argine, con funzioni di vicedirettori. Non ci si lasci ingannare dal nome: giudici e notari d’argine non sono giuristi, ma ingegneri idraulici. Penna descrive qualità professionali ed umane richieste, selezione, carriera, stipendi dei vari ministri. A questo Ufficio competono la custodia e la conservazione degli argini, inclusi i manufatti idraulici e le strade pubbliche ad essi connesse, la direzione dei fiumi e il regolamento delle acque. In subordine a Giudici e Notari d’Argine, troviamo ministri con funzioni esecutive: Battifanghi e Cavarzelani.
Il Battifango è un guardiano idraulico, ma anche un caposquadra, che guida i numerosi braccianti agricoli impiegati nei lavori in economia, e un tecnico minore, che controlla e contabilizza i lavori dati in appalto a ditte esterne. Questo singolare personaggio, competente in tutti gli aspetti pratici, ha un nome pittoresco, che richiama plasticamente le condizioni in cui deve operare, muovendosi a piedi o a cavallo in luoghi umidi e fangosi; l’origine contadina lo aiuta a sopportare una vita durissima:
Il loro esercizio è laboriosissimo, e proprio di Contadini, della quale specie d’huomini vanno scelti, come avvezzi a lavorare, e faticare in campagna, perché a mio credere, una complessione ordinaria non resisterebbe alle fatiche, che loro conviene fare, trattandosi, ch’essi devono fare continuamente molte di quelle cose, che i loro Giudici, e Notari fanno solamente nelle piene del Po, nelle quali essi poi fanno patimenti da cane, a segno, che è quasi incredibile, come un huomo possa resistere, e durarvi, mangiando male, dormendo peggio, e disaggiati, stando in piedi, vegliando, soffrendo le ingiurie hora del Sole cocente, hora da venti freddi, pioggie, nebbie, & inclemenza del Cielo.
Il nome Cavarzelano ha origini dialettali e significa capo-argine (cap-arzele), perché originariamente i suoi compiti erano piú estesi di quelli che ritroviamo alla fine del Seicento. Penna scrive che per ogni Villa, ossia Comune, il cui territorio è interessato dalla Guardia, esiste un Cavarzelano, che costituisce l’agente di collegamento fra l’ufficio del Giudice d’argine e la comunità locale, chiamata a collaborare con varie prestazioni, soprattutto durante le piene, quando l’intera popolazione maschile abile è mobilitata, e i Cavarzelani bussano alle porte degli interessati, con quella che oggi chiameremmo la cartolina di precetto. Questo ufficio dura un solo anno e viene affidato a contadini, designati dai proprietari di ciascuna Villa ed estratti a sorte.
Quando si decidono opere idrauliche straordinarie, si avvia una procedura di consultazione largamente partecipativa, che non disdegna i pareri degli umili, depositari di saperi pratici. Già nella prima fase, ad essa sono ammessi i Battifanghi, grazie alla loro riconosciuta esperienza pratica. Inoltre, dopo la consultazione formale di Comuni e proprietari terrieri, prescritta dalla legge, Penna suggerisce di sentire altre persone non istruite, ma pratiche dei luoghi, «sapendo molto piú un dotto & un ignorante insieme, che un dotto solo».
Questa singolare filosofia, secondo cui l’ignorante può vedere cose che sfuggono al dotto, sembra una reminiscenza di San Paolo: «Dio ha scelto quanto nel mondo c’era di debole per confondere i forti, quanto c’era di stolto per confondere i sapienti» (I lettera ai Corinti, 27–29). Si tratta di una posizione controcorrente, poiché, a partire dalla nascita in Italia dell’idraulica come scienza, con la scuola galileiana all’inizio del Seicento, si delinea in modo netto quella, che potremmo chiamare una linea intellettuale aristocratica.
Gli scienziati guardano con sufficienza gli ingegneri «ricchi di disegni, ma poveri d’ingegno», secondo il giudizio fulminante del gesuita Nicolò Cabeo (De mensuratione aquarum decurrentium, 1646):
italice, speciosissimo nomine, vocentur Ingegneri, nulla re minus utuntur, quantum videre potui, quam ingenio et sunt in scientijs rudes penitus, et inexperti, et qui bonas artes, ne a limine quidem salutarunt, et toti sunt in delineandis, et pingendis graphice rebus, quibus oculos capiunt principum virorum.
A loro volta gli ingegneri, come Giambattista Barattieri (Architettura d’acque, 1656), mal sopportano le lunghe e spesso inconcludenti discussioni con gli interessati, mettendone in evidenza le castronerie e facendo capire, o affermando esplicitamente, che certe decisioni dovrebbero essere lasciate agli addetti ai lavori.

Carta del Ducato di Ferrara (Amsterdam, Schenk e Valk, 1700).
La guardia che si fa al Po in occasione delle piene.
Impressionante è l’organizzazione del Ducato di Ferrara in tempo di piena, che chiama a cooperare con funzioni diverse tutti gli uomini validi, senza alcun diritto d’esenzione per censo o stato sociale, inclusi gli ecclesiastici. Il motivo è evidente: in caso d’inondazione del Po, tutta la comunità è minacciata e viene mobilitata a difesa del territorio. Penna paragona questa condizione a quella dei popoli sempre in armi per difendersi da aggressivi vicini:
Cosí a noi altri per guardarsi da gl’insulti, minaccie, e rovine de’ Fiumi, che invadono questo nostro paese, e che gli s’internano, e passano per le viscere e se bene sono molti, & alcuni tra essi formidabili, niuno però v’è che ci metta piú apprensioni, e che ci oblighi a maggiore difesa del Po, quando come Re de’ Fiumi tutto orgoglioso si gonfia, & alzatosi in se stesso mostra volere superare le sue ripe, & argini, sommergersi & affogarsi, e con noi dilapidare le nostre ricchezze e tenute, e distruggersi & annientarsi. In questo modo ci fa egli continua guerra, e ci tiene in continua difesa, e ispesa, perché quantunque le sue piene non venghino per ordinario che in due tempi dell’anno, possono nondimeno venire, e sovente ancora vengono piú frequenti, il che ci obliga ad una non interrotta applicazione.
Quando le acque del Po rimangono nel livello ordinario, i Giudici e Notari d’argine, con i loro collaboratori, seguono i lavori correnti di custodia e manutenzione. Ma quando il Po è in piena,
s’è introdotto l’uso di fargli la Guardia giorno e notte, e d’obligare tutti indiferentemente ad accorrervi senza veruna distinzione, chi per operare, chi per far operare, chi per ubbidire, e chi per comandare, e tutti per acudire ad ovviare a’ pericoli.
Si tratta di una vera mobilitazione di massa e, siccome avviene almeno due volte all’anno, ognuno sa che cosa portare con sé, dove andare e con chi relazionarsi. La mobilitazione scatta, quando le acque del Po superano un determinato livello di guardia:
Quando però le acque del Po si sono alzate sopra certi segni stabili, in modo che richiede aiuto, e si dice essere da Guardia, li Giudici d’Argini ne avisano li Signori Giudice, e Maestrato de’ Savi, che ordinino si ponghi da Guardia, e che se ne spediscano gli avvisi a tutte le Ville per mezo de’ Caverzelani, che sono persone deputate a ciascuna Villa, quali si portano a casa per casa, e significano a tutte il bisogno di portarsi al Po, e cosí tutti quelli che hanno terreni arrativi, per ogni aratro, o versuro che hanno, mandano una Barozza con un Cavallo, o un par di Bovi e un uomo che la guidi, e questo porta seco un mazzo di legno, una manara, una sega, e stuore, e vimine per fare su gli Argini del Po un Casone, o capano con dette Vimine, coperto con le sudette stuore.
Ogni proprietario è tenuto ad edificare sugli argini del Po un Casone, ossia un grande capanno, in grado di ospitare 4–6 persone, con legna per la notte:
Ad ogni Casone devono quelli che gli hanno fatti accendere il fuoco alle ventiquattr’ hore, e farlo ardere tutta la notte, come pure devono in essi dare ricetto a quanti Contadini possono capirvi.

Casoni di cannucce sull’argine del Po a Goro. Questo antico capanno del delta padano veniva utilizzato anche nelle Guardie sull’argine maestro del Po, in tempo di piena, per ospitare la popolazione mobilitata a difesa del territorio.
I contadini portano con sé un paletto e i viveri per tre giorni, gli artigiani i loro attrezzi, i fattori vengono a cavallo, ma ogni cittadino è chiamato a concorrere:
Ogni Bracente, Castaldo, Braiano, Ortolano, & altri che esercitano opere rusticali portano con sé un paletto; tutti gli Artisti che lavorano di legnami, o d’altro vi compariscono anch’essi co’ loro ordegni. Li Fattori, Cavallari, Cassiari a Cavallo, come pure tutti li Patroni, Cittadini, e Gentiluomini, e ogni altro genere di persone. In ristretto tutti vengono comandati, e tutti, e per termine di buon Cittadino, e per obligo, e per proprio interesse sono obligati concorrervi sotto la Guardia dove sono i loro Terreni.
L’organizzazione sul posto di questo vero esercito popolare è diversa da quella dei periodi ordinari. Il riferimento territoriale sono sempre le Guardie, normalmente presidiate dall’Ufficio dei Giudici d’argine, ma ora il comando è assunto da altri soggetti, con un ruolo politico-militare:
Sono divise tutte le Riviere in tante Guardie, quanti sono i Giudici d’Argini dietro quelle, a ciascuna delle quali Guardie si deputano particolarmente due Cavalieri, o Gentiluomini, o Cittadini di giudizio che vi presedano, a quali tutti gli altri si devono presentare, e da essi pigliare gli ordini, e comandi proporzionati alla loro sfera. Da detti Presidenti dipende il dare fuori il Nome, e il segno che si fanno correre la notte a Guardia per Guardia, come pure il spedire Ronde ogn’hora, anco piú spesso il bisogno lo richiede, che continuamente battono la strada su gli Argini dalle ventiquattr’hore a giorno. Fanno questi la loro residenza ne gli alloggiamenti de’ Giudici d’Argini, che sono sempre piú d’uno per Guardia, in uno de’ quali risiede anco lo stesso Giudice, in un altro il Notaro, e se sono piú di due, ne gli altri Battifanghi de’ piú prattici. A ciascuno anco di detti alloggiamenti stanno pronti per esequire i comandi i Caverzelani delle Ville, tanto quanto dura la Guardia.
Per ogni Guardia, il comando è dunque assegnato a due presidenti, i quali, assieme al Giudice e ai Notari d’argine, costituiscono una specie di stato maggiore, avente come esecutori e portaordini Battifanghi e Cavarzelani. Questo cambiamento della catena di comando non deve stupire, perché è coerente con la necessità di guidare un vero esercito popolare schierato sul campo: solo soggetti dotati del maggior prestigio sociale (cavalieri, gentiluomini, ecc.) hanno anche l’autorità per farsi ubbidire, in situazioni di rischio e di panico (rotta, inondazione), dove le conoscenze tecniche non sono sufficienti. In queste situazioni cosí difficili e rischiose, anche i Giudici d’argine preferiscono ubbidire piuttosto che comandare. Ciò è confermato dallo stesso Penna, che sottolinea la virtú militare richiesta ai cavalieri — presidenti di Guardia:
Quando le urgenze le richiedono, devono detti Cavalieri Pressidenti, come i Capitani, e Condottieri di gente d’armi, esser essi i primi ad andare avanti, & ad incoraggire gli altri a seguitarli e imitarli, lodando i diligenti, animando i rispettosi, raccordandosi che l’esempio del Duce gli altri muove, & in fatti in questa occasione bisogna lasciare il contegno in Città.
Egli richiama anche le necessarie doti di cortesia in chi comanda:
Questi Cavalieri, che non stanno ne anch’essi a nozze, se vogliono havere concorso di Gentilhuomini, Cittadini, & altri, devono mostrare di gradirli, e trattarli come compagni, non come servi, perché oltre che l’usare tratti di gentilezza, è proprio della loro condizione, e serve per captivarsi gli animi, non dando materia a quelli d’esacerbarsi e di partirsi, come o mal nati, o mal visti, o mal graditi, e negletti.
Infine suggerisce di prestare la necessaria attenzione ai pareri tecnici, consultando eventualmente piú esperti:
Nelle occorrenze, per aveduti, e giudiziosi che siano, è sempre bene sentano il parere de gli altri, al quale effetto devono chiamarne piú come a Consiglio, & a Congregazione, perché in questo modo si sentono piú proposizioni, e s’appiglia alle migliori.
Alberto Penna, che nella sua vita, in ruoli diversi, ha piú volte partecipato a queste straordinarie e indimenticabili guardie ferraresi sugli argini del Po, ne parla in termini commossi ed esalta gli addetti ai lavori. Lo spettacolo notturno degli argini illuminati dai fuochi è straordinario; la dura ed emozionante esperienza durante le Guardie lascia segni indelebili nelle coscienze: una grande scuola formativa per tutti i cittadini:
È cosa fuor di modo bella, e vaga il rimirare in tempo di notte oscura tutti gli Argini del Po da una parte, e dall’altra allumati da’ fuochi de’ medesimi Casoni, ma non è già bella né buona per alcuno l’assistervi quando i tempi vanno piovosi, nebbiosi, ventosi, brinosi, fraggiosi, e se v’è di peggio, e pure bisogna durarvi, né abbandonare i posti o le incumbenze. Li patimenti che ciascuno fa in simili congiunture non sono noti, né credibili a chi non li ha provati, ma è cosa certa che i Giudici e Notari d’Argini, come pure i Battifanghi scontano i salari, e le paghe che per piú mesi hanno tirato senza gran fatica, e quasi andando a spasso, e molto piú quando le urgenze richiedono il lavorare giorno e notte, perché se bene quando il Po è da Guardia, semplicemente non hanno tempo da dormire, né da spogliarsi, convenendoli vegliare tutta la notte per spedire, e ricevere le Ronde, nondimeno in casi di stravaganze si accresce il patimento, a segno che si rende poco meno che intollerabile.
Quando finalmente il Po comincia a calare, a un dato segnale, per ordine del Maestrato dei Savi, si licenziano tutti i cittadini mobilitati nella Guardia e si fanno i conti delle spese:
Le Guardie del Po’, per poco che durino, quando anco solamente riescono come un all’arme falsa, sono sempre di gran spesa al publico, e perciò è desiderabile ne stiano lontane le occasioni.

Il Padimetro è un idrometro monumentale, collocato nel centro storico di Ferrara (portico del palazzo ducale), che segna le altezze raggiunte dal Po a Pontelagoscuro nelle piene dal 1705 al 1951.
La ripresa delle rotte.
Non sempre si riesce a prevenire il danno maggiore temuto, ossia la rotta del fiume in qualche punto degli argini. Allora la gente delle campagne allagate corre a rifugiarsi sugli argini stessi, che sono il luogo piú sicuro; chi non ce la fa ed è investito dall’inondazione, sale sui tetti delle case o sugli alberi, aspettando di essere soccorso con le barche. Questo spettacolo si ripeterà fino al Novecento (vedasi la rotta del Polesine del 1951) e viene cosí descritto dall’autore:
Vero è che quelli, che sono vicini agl’argini e che hanno tempo, ad essi rifugono con gl’animali, e con le loro famiglie intiere, & è gustosissimo per una parte, e compassionevole per l’altra il vedere ivi tanti miscugli di bestie, massarizie, letti, botti, pentole, persone, fanciuli, donne, huomini, arnesi, biade, e ciò che altro può idearsi penello pittoresco, per formare groteschi, & arabeschi; ma quelli, che non ponno godere di simile beneficio, acciò non periscano, vengono soccorsi dal publico con aiuti, e pane, che dalla carità di chi commanda sono mandati per tutto ad aiutarli, e sovenirli con barchette per le acque delle rotte.
Per ridurre i danni, è necessario intervenire il piú presto possibile a «pigliare», ovvero chiudere la rotta: «per diminuirli, e impedirne i progressi maggiori conviene, immediatamente seguita la rotta, applicare a pigliarla, chiuderla, assicurarla, e con essa tutto il paese affondato e quello ancora, che per consenso, o direttamente, o indirettamente ne può patire». Qui si allude alle ‹rotte di consenso›, a monte della prima, generate dalla corrente accelerata delle acque, che precipitano verso la fuoriuscita dall’alveo.
Complessi sono i lavori per la «ripresa» della rotta, lavorando in presenza dell’ac-qua, che continua a fuoriuscire. La fase piú emozionante è quella finale:
accelerando sempre il lavoro […] e continuandolo fino all’havere ridotta in perfezione l’operazione, e chiuso il varco alle acque, sustituendo quando il bisogno lo richiede gente fresca alla faticata, e stanca, né turbandosi per accidenti che accorressero, e che per ordinario succedono, particolarmente d’alzamento d’acqua presso detta palificata, o argine, essendo cosa mirabile il vedere in un battere d’occhio alzarsi molto piú della superficie dello stesso fiume ivi le acque cosí minacciose, che pare vogliano sormontare la medesima palificata, & ingoiare chi pretende impedirgli il passo, e transito.
Quando si chiude con successo una rotta, i responsabili tornano a Ferrara trionfanti:
Quando le cose caminano come qui sopra s’ è figurato, si può con raggione dire che caminano bene, & in questo caso, ommessa la considerazione del male principale accaduto nella rotta, e per causa d’essa, si può con raggione ancora dire le spese occorse essere ben fatte, e le applicazioni, e patimenti bene impiegati, e rispettivamente ogn’uno goda, ogn’uno se ne rallegra, e gioisca. Chi ha operato ha conseguito il fine delle sue fatiche, e chi ha preseduto colmo di gloria se ne ritorna alla Patria cantando il trionfo, e meritevole d’essere applaudito, come Benefattore, sollevatore, e quasi Padre della Patria, d’essere premiato d’eterna memoria.
Queste parole ci fanno capire l’importanza di questi eventi nella vita della comunità: la chiusura di una rotta è come una battaglia vinta contro il nemico e il vincitore è meritevole di trionfo.

Chiusura della rotta ricostruendo l’argine in linea retta fra i monconi, mediante una palificata doppia, costituita da due Travi Maestri paralleli, sopra i quali si dispone il Mezzo Castello per battere i pali verticali (Agucchie), conficcati nel fondo solido. Questa struttura portante viene riempita di terra (Figura tratta da G. A. Alberti, 1748).
Le ronde durante le Guardie del Po.
Penna parla piú volte genericamente di Ronde durante le guardie del Po. Maggiori dettagli sulle ronde troviamo nella Costituzione per la Congregazione dei Lavorieri di Ferrara (1785) del cardinale Francesco Carafa, legato pontificio a Ferrara. La struttura della Congregazione dei Lavorieri di Ferrara era simile a quella degli attuali consorzi di bonifica italiani; questi tuttavia gestiscono abitualmente le reti dei canali irrigui e di scolo, mentre la Congregazione si occupava soprattutto degli argini sui fiumi. La costituzione precisa che coloro che posseggono cavalli sono arruolati per le ronde:
Quando si credano necessarie le ronde dai Ministri, dovranno ordinarsi secondo il modo sin’ora praticato, avvertendo, che l’aggravio sia con equità distribuito egualmente. Saranno a ciò tenuti tutti i Cavallari, Casari, Saltari, Carrattieri, Munari, Cavallanti, Artisti, o altre Persone benestanti, che hanno Cavalli atti a cavalcare, e che dovranno presentarsi colle loro armi da fuoco agli alloggiamenti de’ Presidenti, o Ministri, pronti a battere le ronde nelle ore, che loro saranno destinate, e in quel modo che verrà loro prescritto.
Qui sorge una domanda: perché le ronde a cavallo devono anche essere armate con armi da fuoco, avendo il solo scopo di prevenire le rotte e le inondazioni? Potrebbe essere logico dopo questi infausti eventi, quando la missione della ronda fosse prevenire lo sciacallaggio nelle case abbandonate. In realtà, su questo punto c’è qualcosa di reticente, che trova conferma nelle successive indicazioni sull’impiego dei militari. Nella Costituzione Carafa compaiono interessanti disposizioni sulla collaborazione delle truppe di stanza sul Po, nella misura di volta in volta richiesta dalla Congregazione:
Ingiungiamo, e confermiamo, e sempre maggiormente incarichiamo ai Capitani, e loro Ufficiali tanto d’Infanteria, che di Cavalleria destinati alla Custodia del Po, e fiumi in tempo di Escrescenza, ai loro Soldati, ed altri, che a quello sono obbligati, il portarsi puntualmente ai loro rispettivi Posti, allorché saranno avvisati, e specialmente comandiamo a tutti gli Uffiziali di qualunque rango, i quali si troveranno sul luogo, o in quelle vicinanze, che, avuto l’avviso dai pubblici Ministri d’ordinare le rispettive soldatesche, debbano immediatamente farne seguire l’ordinazione, ed in quel numero preciso, che loro verrà ricercato; e ciò senza aspettare ordine alcuno dai loro Ufficiali maggiori, i quali però dovranno rendere immediatamente intesi, assicurandoli, che loro sarà somministrato prontamente pane, vino, fieno, legna, lumi.
I militari devono mettersi a disposizione dei Presidenti alle Piene, o in loro mancanza del Giudice e Notaro d’Argine,
invigilando giorno, e notte, acciocché non accadano sconcerti sugli Argini, portarsi in ronda la notte rispetto a quelli di Cavalleria, o soli, o in compagnia de’ Rondini da un Posto all’altro, e rispetto all’Infanteria battere la Pattuglia da un quartiere all’altro secondo le circostanze, e gli ordini.
I militari devono quindi assicurare un servizio di Ronda a piedi e a cavallo, da soli o assieme ai civili.
La Costituzione precisa che i militari devono arrestare i soggetti trovati di notte sugli argini senza la parola d’ordine:
Non permetteranno, che alcuno transiti sopra gli Argini in tempo di notte, né sopra le banche, né al piede di essi senza il dovuto nome, e segno, e ritrovandone qualcheduno sia di qualunque grado, e condizione, dovranno arrestarlo, e condurlo al Sig. Presidente, ed in mancanza di lui al pubblico alloggiamento, consegnandolo al Ministro, il quale secondo i casi dovrà darne parte, e ricevere gli ordini, o di Noi, o della Congregazione de’ Lavorieri.
Non solo, ma i militari devono anche controllare tutte le imbarcazioni sul Po:
Essendo poi della massima importanza il prevenire qualunque inconveniente anche dalla parte del fiume, si ordina, che niuna Barca in tempo di notte, e di Piena possa transitare per il Po, e Panaro, quando il Parone non sia premunito del necessario Passaporto, o licenza in iscritto firmata da Noi, o dal Sig. Giudice de’ Savj, e Congregazione de’ Lavorieri.
Qui si comincia a capire meglio il significato delle ronde armate, civili o militari che siano, che va al di là di eventuali interventi di polizia, per assicurare l’ordine delle operazioni sugli argini, normalmente garantito dall’organizzazione civile delle Guardie, ma anche dal senso civico della popolazione mobilitata per la difesa del paese. Il nemico da tenere sotto controllo non è soltanto il fiume in piena, ma anche misteriosi sabotatori degli argini, provenienti dalla sponda opposta, ossia, come scrive il veneto Bernardino Zendrini (Leggi e fenomeni, regolazioni ed usi delle acque correnti, 1741),
qualche tristo e malizioso, che con trivelle fori a dirittura l’argine stesso, poiché anco con trivelle ben lunghe di ferro maliziosamente dagli uomini per qualche suo scellerato fine, si fanno succedere le rotte, bastando all’acqua per farle, ogni benché picciolo buco, onde insinuarsi.
L’abate Filippo Maria Bonini (Il Tevere incatenato, 1663) descrive uno di questi fatti, a cui ha assistito personalmente, durante una piena del Po nel 1648: egli vede i paesani schierati di sentinella, sugli argini delle due sponde (cremonese e parmigiana) ― facenti capo rispettivamente al duca di Milano e al duca di Parma ― per evitare sorprese:
e pure non valsero quegli di Vinduno, con la loro vigilanza, a far sí che di notte quegli dell’altra sponda, vassalli del duca di Parma, non rompessero gli argini, e non si rovinasse in gran parte lo stesso luogo, e Paese di Vinduno.
Nel caso del Ferrarese, è chiaro da dove può venire l’innominato nemico: dal Polesine di Rovigo, ossia dalla Repubblica veneta: ecco perché l’accurato controllo delle imbarcazioni. Ovviamente, sono questioni delicate sul piano diplomatico, di cui non si può parlare apertamente in un documento ufficiale come la Costituzione dei Lavorieri.

Francesco Bolzoni: Disegno dell’inondazione seguita all’intorno della città di Ferrara, nella Rotta del Po del 1705. In poche ore le acque invadono tutto il territorio ferrarese, eccettuato il Polesine di San Giorgio.
Nel Medioevo questo territorio è stato funestato dalla terribile rotta di Ficarolo, nella sponda sinistra del fiume, di fronte alla Stellata, a monte di Ferrara, attorno al 1150 d. C. Non essendo stata possibile la ripresa della rotta, essa ha creato un nuovo alveo, detto Po Grande o di Venezia, che scorre a settentrione, con un piú breve percorso autonomo fino all’Adriatico, convogliando un’aliquota crescente delle acque, fino a lasciare asciutto il vecchio alveo del Po di Ferrara, con danni enormi alla navigazione. Una leggenda dice che la rotta di Ficarolo è stata provocata da un taglio artificiale dell’argine, da parte di un certo Siccardo. A distanza di secoli, il ricordo dello straordinario evento, che ha cambiato la geografia dei luoghi, è ancora vivo nel popolo. Nel Canto 43 (cap. 53) dell’Orlando Furioso, narrando il viaggio di Rinaldo che si addormenta in barca, discendendo il Po per raggiungere Ferrara, Ludovico Ariosto scrive:
Restò Melara nel lito mancino; nel lito destro Sermide restosse; Figarolo e Stellata il legno passa, ove le corna il Po iracondo abbassa.
Mario Di Fidio (4 maggio 2026)
Uomini, fiumi, comunità.
In questo numero, Mario Di Fidio continua nel suo prezioso recupero di testimonianze dal passato, portando alla nostra attenzione l’antica tradizione delle Guardie del Po, che grazie a una poderosa organizzazione di tutta la popolazione difendevano gli argini del fiume Po durante le piene stagionali. Per me, il racconto che Di Fidio trae dal volume di un autore ferrarese del XVII secolo è un ricordare familiare; da anni vivo a Ferrara e ho passato l’infanzia vicino alla confluenza di fiumi e torrenti appenninici, tra Reno, Idice e Sillaro nella zona della Romagna estense. ¶ Non solo le immagini e i luoghi che troviamo in queste pagine mi sono familiari, ma alcuni ricordi sono anche recenti, come quello dell’alluvione nella Romagna del maggio 2023. Per salvare il paese di Lavezzola, al confine tra il ferrarese e la Romagna, gli abitanti si mobilitano e corrono volontariamente, trasportando sacchi di sabbia sull’argine di un canale in tracimazione (a www.youtube.com/watch?v=TIbcyWpkeUc si possono vedere immagini e voci di quanto avvenne). Un piccolo evento positivo nel disastro dell’alluvione del 2023, ma che riproduce in minore scala il senso della mobilitazione per difendere le proprie case e terreni. Viene cosí da pensare che ancora non tutto è perduto. ¶ In simili ricordi, piú o meno lontani, conviene abbandonare la mera annotazione storica, non vederli come storia dal passato, ma piuttosto come parti di una tradizione. Come scriveva Rodolfo Quadrelli, la tradizione è un portare avanti, un consegnare al futuro possibilità che troviamo sempre all’interno dell’uomo, portare avanti ciò che poteva essere stato e non è ancora stato. In questo senso la tradizione è opposta alla storia, e nell’esperienza delle Guardie del Po si trova anche, come tradizione importante, la consultazione aperta a tutti nei casi di difficoltà, emergenza e pericolo: consultazione «largamente partecipativa, che non disdegna i pareri degli umili, depositari di saperi pratici» come ci riporta Mario di Fidio. ¶ Ben si può apporre al testo le parole di Rodolfo Quadrelli: ¶ «Non è da ravvisare, comunque, nelle pagine che seguono, una nostalgia dell’antico, dell’antico contrapposto al moderno: c’è la convinzione che vi siano delle idee da ritrovare non necessariamente nel passato, sí piuttosto nelle possibilità permanenti che giacciono al di sotto della storia e in interiore homine.» (Rodolfo Quadrelli, I potenti della letteratura, Rusconi editore, 1970, p. 8).)
Stefano Silvestri

Lavezzola, maggio 2023.
Wehrlos, doch in nichts vernichtet
Inerme, ma in niente annientato
(Der christliche Epimetheus
Konrad Weiß)
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