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Testata della rivista Il Covile
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№265 (804)

Armando Ermini​

FEMMINISMO E CAPITALE​

Scrivere di femminismo non è sem­plice perché non è un fenomeno li­nea­re ed univoco. In realtà si do­vrebbe parlare di femminismi, uniti da un mi­nimo comune denominatore ma divisi su molte cose. Scopo di questo articolo non è scriverne l’ennesima storia, sulla quale chi è interessato può trovare molto materiale cartaceo e sul web.​

Ci interessa invece tentare di metterne in luce i legami, talvolta espliciti, altre impliciti quantunque ignorati o negati, col capitalismo; nel senso della funzionalità a questo sistema economico, ma anche e soprattutto come fun­zionalità o identità nelle concezioni filo­sofi­che e antropologiche, in senso lato cultu­rali, che ne sono alla base anche quando non esplicitate.​

Possiamo intanto partire da una prima con­statazione. Per esplicita e ripetuta ammissione di importanti esponenti femministe (ad esem­pio Muraro e Dominijanni), il Patriarcato1 è ormai al tramonto e viviamo già in epoca post patriarcale. Cosa vuol dire allora il fatto che, al contrario, il capitalismo è vivo e vegeto e ha ormai sconfitto il suo avversario storico, o al­me­no ciò che si proponeva come tale, diven­tando l'ordine economico/sociale di riferi­mento, non solo per quanto riguarda i rappor­ti sociali ma anche e soprattutto per il modo di pensare e di rapportarsi alla realtà che ci cir­conda? Ora, la fine del Patriarcato implica, necessariamente, anche la fine del suo sistema simbolico, compreso il linguaggio, ma sappia­mo dalla fisica che ogni vuoto tende ad essere riempito, occupato. Da cosa lo vedremo.​

Senza stabilire rapporti necessari di causa effetto ma vedendone piuttosto le influenze re­ciproche, esiste una non smentibile contem­poraneità fra tre fenomeni: 1) l’affermazione e l’estensione a livello planetario del sistema capitalistico; 2) l’evaporazione del padre e del suo simbolismo; 3) la nascita e la crescente in­fluenza politica e culturale del femminismo.​

Si possono fare tutti i distinguo che vo­gliamo, ma da tali fatti emerge che Capitali­smo e Patriarcato sono fenomeni diversi, non sempre compatibili, in particolare quando il capitalismo dispiega pienamente la sua logica per diventare assoluto.2 Il capitalismo dispiega­to nel suo begriff è incompatibile col patriar­cato, ovvero coi limiti imposti dalla legge del padre, mentre al contrario è compatibile, quan­do non diretta­mente connesso, col femminismo e con le sue concettualizzazioni.​

Il minimo comune denominatore dei fem­minismi a cui accennavo sopra è la convinzio­ne che le donne sono sempre state una catego­ria oppressa, quale che ne sia la ragione, men­tre lo scopo è renderle finalmente «libere», quantunque il termine libertà sia declinato in modo assai diverso. Può essere infatti inteso come piena libertà di costruirsi un proprio progetto di vita (ma in questo caso soggiace agli stessi limiti materiali degli uomini), ma anche come sganciamento da ogni determinazione naturale del corpo. Può voler dire agire in positivo per le don­ne, ma anche agire contro gli uomini perché cau­sa dell’oppressione. Infine può voler dire an­che assegnarsi una missione liberatrice univer­sale. Liberarsi dal patriarcato significherebbe rendere anche gli uomini più liberi e au­tentici.​

Scusandomi per l’estrema sommarietà, cre­do sia utile partire tracciando una brevissima mappa classificatoria del femminismo per poi cercare di analizzarne i fondamentali, per quanto possibile nello spazio di un articolo.​

Rispetto alla sua fase iniziale, quando le prime suffragette rivendicavano il riconosci­mento alle donne dei medesimi diritti sociali degli uomini, in primo luogo il diritto di voto attivo e passivo, il femminismo si è diviso in due grandi filoni fondamentali: Il femminismo dell’uguaglianza e quello della differenza. Oc­corre avvertire che tale classificazione è utile per orientarsi ma non deve essere intesa in senso rigido perché, come già detto, esistono similitudini strette di analisi e quindi obbiettivi co­muni, anche se motivati in modo diverso.​

 Il femminismo dell’uguaglianza.​

Si può suddividere a sua volta, nel filone liberale/individualista e in quello di classe di ispirazione marxista.

Entrambi i filoni condividono la concezio­ne che rifiuta il legame fra psiche e corpo, e pongono l’accento esclusivamente sulla co­struzione sociale delle identità, maschili e fem­minili. Si parla perciò di generi (gender) piut­tosto che di sessi. Tale concezione, nata e svi­luppata in particolare negli USA, è stata fatta propria dall’ONU, dall’UE e dalle relative ONG che la propagandano in ogni loro docu­mento come fosse una verità indiscutibile e si adoperano in ogni modo affinché diventi la base educativa dei programmi scolastici, come ha già documentato Il Covile.3 In particolare nel n. 799 della rivista, a cui rimandiamo, ci siamo concentrati sui nessi interni fra la logica del Capitale e la Gender Theory, fino ai suoi esiti più estremi del trans umanesimo.

Ora, se quelle connessioni non disturbano affatto il femminismo liberal, pongono invece qualche problema a quello che abbiamo defi­nito per brevità, benché con approssimazione, di classe.​

• Uguaglianza o uniformità nel femminismo liberal.​

I legami del femminismo liberal coi poteri forti, cioè con i governi occidentali, con le Organizzazioni Internazionali, con le grandi fondazioni statunitensi e colle multinazionali, so­no evidenti e documentati. Ne scrive a lungo Alessandra Nucci.4 La sua tesi è che questo ti­po di femminismo è stato elaborato a tavoli­no da un’élite intellettuale, e non si propone affatto di conoscere e favorire la volontà fem­mini­le, bensì di influenzarla e incanalarla per scopi non sempre corrispondenti all’inte­resse delle donne, e qualche volta addirittura contrari. Le donne sarebbero strumentalizzate per, leggiamo nell’abstract del libro,​

promuovere una società pianificabile, fatta di una moltitudine atomizzata di persone poco in­teressate ad appartenersi l’una all’altro e dun­que poco interessate a riprodursi.​

L’antagonismo di classe viene sostituito con quello fra i sessi, e la storia viene riscritta co­me storia dell’op­pressione maschile verso le donna. In questa visione il Patriarcato è un si­stema di relazione oppressiva maschi/femmine presen­te in ogni epoca storica e in ogni cultu­ra, indipendente dai sistemi economici. Induce quel­li che vengono definiti gli stereotipi di ge­nere, mentre si assume invece come concet­to che non necessita di dimostrazione che ma­schi e femmine avrebbero gusti, inclinazioni, passioni e predisposizioni identiche, che solo la cultura patriarcale e sessista non farebbe emergere. Non interessa la pari dignità di uo­mini e donne e non basta neanche la parità as­soluta in fatto di diritti, che nei paesi occiden­tali è già stata ampiamente ottenuta (e oltre­passata) sul piano legislativo ed anche in larga parta nella società civile. Si punta invece alla costruzione di individui omologati e de identi­ficati partendo dalla convinzione che il sesso biologico non abbia alcun ruolo oggettivo nel­la definizione di ciò che è maschile o femmi­nile, che sarebbero solo costruzioni culturali (Gender theory). Ab­biamo già visto, trattando la questione,5 che l’in­dividuo neutro è funzio­nale alla nuova fase del capitalismo finanzia­rizzato e mondia­liz­zato. La Nucci non manca di sottolineare co­me per arrivare a questo ob­biettivo si debba necessariamente contrastare ogni credenza tradizionale.​

Così descrive l’azione culturale del femmi­nismo di genere:​

Il conseguente assalto alla cultura popolare ha preso sostanzialmente cinque direzioni: dele­gittimare la normalità (stereotipi), far diventa­re norma l’eccezione (culto della diversità), inculcare motivi di risentimento e accusa (vittimismo), delegittimare su questa base la religione cristiana e in particolare la gerarchia cattolica (patriarcato), sacralizzare con inten­to risarcitorio il femminile (neopaganesimo).6

La sacralizzazione del femminile in una gene­rica spiritualità di tipo panteistico (New Age), l’attribuzione alle donne (e solo a loro) del diritto insindacabile di decretare la vita o la morte dei nascituri (diritto all’aborto libero dissimulato sotto la definizione di diritto alla salute riproduttiva), e la corrispondente « svalutazione di tutto quanto attiene al maschile» in quanto ostacolo all’affermazione del mainstream di genere, fino a decretarne l’inutilità,7 sono congrui con gli scopi dei poteri forti, economici, finanziari e politici, che puntano alla denatalizzazione, alla costruzione di individualità deboli e malleabili utili all’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale sotto il loro controllo.​

Sul piano sociale questo tipo di femmini­smo pone l’accento esclusivamente sulla di­scrimi­na­zione sessista e patriarcale che vor­rebbe le donne confinate nel tradizionale ruolo di ange­li del focolare. Si disinteressa perciò alle differenze (di censo, di classe) all’interno del mondo femminile e osteggia ogni provve­di­men­to di legge teso a proteggerle, comprese le tu­tele alla maternità, come residuo patriarcale e paternalista. In coerenza con l’assunto che il genere è un costrutto culturale, lotta incessan­temente contro ogni differenza ovunque si manifesti, e punta, anche mediante discrimi­nazioni posi­ti­ve, a promuovere la piena parità maschi-femmine in ogni campo della vita so­ciale ed economica e identiche possibilità di affermazione personale.​

«Il motore di questa trasformazione è psi­cologico»,8 prosegue la Nucci, e si attua attra­verso l’indignazione e il vittimismo tesi a ri­scrivere completamente la storia come storia dell’oppressione maschile verso le donne. È ciò che Rino Della Vecchia9 chiama la Grande Narrazione Femminista, mediante la quale il femminismo ha assunto, è ancora la Nucci che scrive​

il controllo dell’etica, ovvero della possibilità di stabilire ciò che è giusto, e annullando al contempo il senso di appartenenza a qualun­que struttura capace di suggerire un’etica di­versa.10

Le élite femministe, che non sono compo­ste solo da donne, si sono insediate ai vertici delle istituzioni internazionali è da lì condu­cono la loro guerra con armi incruente ma non meno micidiali. Si tratta, per Della Vec­chia, di una guerra condotta nell’ambito dell’Etosfera, il luogo del buono e del cattivo, del bello e del brutto, del bene e del male. Uno spazio in cui «non si ragione, non si co­nosce, si sente», dove non vale il principio di verità o di logica, ma solo quello di utilità. È vero ciò che è sentito come utile, è falso tutto il resto, e vi possono coesistere concetti ed ele­menti del tutto con­traddittori, che però non solo non sono percepiti come tali, ma sono anzi utilizzati insieme se utili alla causa per la quale ci si batte. Non importa che la GNF non regga ad un confronto coi fatti, dai quali sa­rebbe ben difficile dedurre che i maschi, cui da sempre sono stati affidati i compiti più duri e rischiosi (dal lavoro alle guerre) e che da sem­pre hanno protetto le donne considerando la loro vita più importante della propria, sono dei sadici oppressori col gusto di sottomettere l’altra metà del cielo. Ciò che conta è che la percezione di un’oppressione e­terna e violenta diventi luogo comune per stimolare la guerra fra i sessi. In questo processo, afferma Fabrizio Marchi,11 le donne sono state gratificate attri­buendo loro un grande potere (ses­suale) sugli uomini, a prezzo, però, della mer­cificazione generale di ogni aspetto della vita. Mercifica­zione che le donne hanno ac­cettato, inconsa­pevolmente o meno poco im­porta, introiettan­do i canoni culturali del capitalismo e renden­dosi ampiamente ad esso fun­zionali, tanto da essersi trasformate da elemento di rottura, come si proponevano alle origini del femmi­nismo, nel suo principale supporto.​

 Il femminismo di classe o di sinistra.​

Facile immaginarsi che il femminismo libe­ral di ascendenza Usa, peraltro maggioritario tanto da essere considerato spesso come il femminismo per antonomasia, abbia suscitato più di una critica, in specie in quelle correnti che si richiamano, in modo più o meno stretto, al marxismo.​

Particolarmente netta è stata Nancy Fraser che nel 2013, sul Guardian, ha pubblicato un articolo dal significativo titolo «Come il fem­minismo divenne ancella del capitalismo, e co­me riscattarlo». La Fraser sostiene che la critica del sessismo è diventata una giustifica­zione a nuove forme di disuguaglianza e sfrut­tamento.​

Mentre una volta le femministe criticavano una società che promuoveva il carrierismo, ora consigliano alle donne di darci dentro. Un mo­vimento che una volta promuoveva la solida­rietà sociale, ora celebra le donne imprenditri­ci. Una prospettiva che una volta valorizzava la cura e l’interdipendenza, ora incoraggia il successo individuale e la meritocrazia.​

Il femminismo che criticava il capitalismo or­ganizzato di Stato, è diventato ancella del nuovo capitalismo ‹disorganizzato›, globalista e neoliberista. E non perché le donne sono state vittime passive delle seduzioni neoliberi­ste, bensì per alcune scelte precise: 1) la critica al salario familiare in nome dell’emancipazio­ne femminile e del diritto al lavoro, che ha fi­nito per legittimare il capitalismo flessibile. Esso può avvalersi così di una massa di mano­dopera a più basso costo, più flessibile e con minori livelli di sicurezza (insomma l’esercito industriale di riserva come teorizzato da Marx); 2) l’accento posto esclusivamente sulle questioni di genere(sessismo, critica della vio­lenza) piuttosto che su quelle sociali, che ha finito per fare dimenticare le prime; e 3) la cri­tica al paternalismo dello Stato sociale, che è coincisa con l’abbandono da parte degli stati dei programmi macro-strutturali orientati a combattere la povertà.​

In sostanza, le istanze del femminismo, che in origine avevano per la Fraser una loro ra­gione d’essere, sono andate nella stessa dire­zione, e per questo strumentalizzate, dell’evo­luzione in senso neoliberista del capitalismo.​

Le problematiche sollevate dalla Fraser hanno suscitato, era prevedibile, un dibattito intenso nel femminismo di ispirazione di sini­stra intorno al rapporto fra patriarcato e ca­pitalismo, ovvero sulla possibilità che esista un capitalismo non patriarcalista e non sessista. Prenderò come esempio, perché mi sembra il più significativo e denso d’implicazioni, un ar­ticolo di Cinzia Arruzza sul web.12 L’autrice ammette, e oggi sarebbe difficile negarlo, che la struttura logica del capitale è intrinseca­mente indifferente alle differenze di sesso o di razza, ma solo ad un livello di astrazione così elevato che non può trovare mai riscontro nel­la pratica e nella storia.​

Ciò che è possibile su un piano meramente analitico e astratto e ciò che è storicamente possibile sono due cose completamente diver­se.​

Nel suo funzionamento concreto il capita­lismo ha come conseguenza necessaria e natu­rale la riproduzione costante, in forme diver­se, dell’oppressione di genere. Femminilizza­zione e defemminilizzazione del lavoro, ri­con­figu­ra­zione continua dei rapporti familia­ri, creano co­munque nuove forme di oppres­sione fondate sul genere, e così come le con­quiste dei ceti subalterni non significano che il capitalismo potrebbe fare a meno dello sfrut­tamento e dell’e­stra­zione di plusvalore, così le conquiste delle donne non prefigurano la pos­sibilità di un capitalismo in cui non esista l’oppressione di genere.​

C’è una prima obiezione di principio da muovere a questa tesi. Qualunque giudizio se ne dia, un capitalismo in cui non esista la sepa­razione dei produttori dai mezzi di produzione non è concepibile neanche teoricamente; al con­trario, se è concepibile sul piano analitico e teorico un capitalismo non sessista o razzi­sta, la sua realizzazione concreta dipenderà dal contesto storico, che può ovviamente cam­biare nel tempo e nello spazio, ma non può es­sere esclusa in linea di principio. Così fosse la enunciazione teorica risulterebbe immediata­mente falsa. E d’altra parte ciò che accade oggi è proprio la dimostrazione di quanto sopra. Emerge infatti con la massima limpidità che il capitale, lasciate al loro destino la morale e l’etica borghesi o religiose, persegue un solo fine: la sua riproduzione allargata. Tutto il resto viene piegato a questo scopo. Discriminazioni, sessismi, razzismo, uso politico delle religioni, possono essere esercitati in qualunque direzione purché siano funzionali allo scopo, oppure essere osteggiati sempre per lo stesso motivo. Pensare il contrario significa essersi fissati su una fase superata, combattere, e nemmeno con sempre buone ragioni, un avversario immaginario, che ha già abbandonato quella trincea per spostarsi altrove.​

La Arruzza intende dimostrare la sua tesi con un esempio:​

Mettiamo che a un livello meramente astratto […] gravidanze e parti potrebbero essere inte­ramente meccanizzati, che l’intera sfera delle relazioni emotive potrebbe essere mercificata ed espletata attraverso servizi a pagamento. In­somma, mettiamo tutto questo. Si tratta di una visione credibile sul piano storico? L’op­pressione di genere può essere sostituita così facilmente da altre forme di gerarchia che abbiano la stessa presa, appaiano altrettanto na­tu­rali, siano altrettanto radicate nella psiche e nei processi di formazione soggettiva? Qual­che dubbio è più che legittimo.​

Capitalismo e oppressione di genere sareb­bero perciò inscindibili, ma ciò che in realtà risulta da questo esempio è non è l’origine so­ciale delle discriminazioni di genere. Fra que­ste sarebbero infatti le gravidanze e i parti, di cui si auspica la meccanizzazione. Allo stesso modo la mercificazione e la sostituzione con la­vori a pagamento delle relazioni emotive (pen­so voglia dire quelle che implicano un la­voro di cura, come la maternità o l’assistenza agli anziani, cioè attività tipicamente o esclu­sivamente femminili), non è giudicata sbaglia­ta o inumana, ma semplicemente non credibile in una società capitalista. Per usare le parole, un tempo di moda, del Presidente Mao Tze Tung, la Arruzza solleva una pietra che le ri­cade sui piedi. L’origine dell’oppressione con­sisterebbe infatti nella naturale costituzione or­ganica femminile, dal momento che gravidanze maschili sono difficilmente immaginabili. L’e­mancipazione delle donne consisterebbe, semplicemente, nel superamento della natura e nella disumanizzazione della sfera emotiva. La critica al capitalismo si riduce così al rimprovero per non riuscire in questo compito, ossia al­la sua inefficienza, superabile, forse, in un altro tipo di struttura sociale. Il femminismo di origine marxista finisce così per saldarsi con l’altro filone che, partendo dalla negazione del dato naturale, la corrispondenza fra corpo e psiche, approda infine, ossessionato dalle differenze, al transumanesimo. In realtà l’Ar­ruzza sottovaluta semplicemente le capacità del capitalismo di ottenere quelle che lei considera come conquiste.​

Non si fanno invece troppi problemi le au­trici della storia del femminismo del sito Leo­nardo.it.13 Vi si inneggia senza riserve al fatto che, depurati dalle scorie delle pretese rivolu­zionarie ben presto appannatesi, gli anni della rivoluzione giovanile e femminile hanno inne­scato una vera rivoluzione antropologica sull’onda dello sviluppo capitalistico in senso edonistico e consumista.​

La liberazione della donna ha mutato la socie­tà. Dal 1972 è nata un’altra donna e tutte le al­tre conquiste che avverranno sono legate a questa mutazione antropologica di questi anni, dove e soprattutto e innanzi tutto non solo la donna ha mutato il suo carattere, ma ha fatto parallelamente mutare carattere anche all’uo­mo. Col ’72, infatti, si sono spente le ultime manifestazioni della contestazione, ed è calata anche la spavalderia, l’arroganza e l’egocen­trica opinione che l’uomo aveva di se stesso. Le donne diventarono sempre più belle, sicu­re, attraenti, eleganti, e se voleva l’uomo com­petere doveva adeguarsi agli stessi canoni. Il medioevo era finito,​

mentre​

Sulla ribalta salgono Versace, Valentino, Trus­sardi, Ferrè, Litrico, Cardin e tanti altri. E iniziano le modelle. È iniziata una nuova era (più gradevole).​

Insomma l’era della Milano da bere. Neoca­pitalismo consumistico e femminismo dell’e­gua­glianza finiscono per supportarsi l’un l’al­tro, in analogia con quanto è accaduto alla critica marxista della società borghese. Inca­pace di inverarsi nel momento costruttivo di una società diversa e più giusta, la critica e la decostruzione dei valori borghesi e religiosi sono state utilizzate dal capitale per liberarsi di quelle scorie ormai ob­solete e inservibili nel suo stadio attuale. Come dimostra oltre ogni ragionevole dubbio la pa­rabola dei partiti ex mar­xisti, questi hanno fi­nito per accettare pienamente la logica e la weltanschaung del capi­tale, diventandone anzi il volto moderno, gra­devole, democratico e politicamente corretto. Idem per il femmini­smo, o almeno per questo femminismo.​

 Il femminismo della differenza.​

La negazione di ogni differenza ontologica e di ogni determinazione corporea dei sessi, conduce il femminismo dell’uguaglianza, al di là di ogni intenzione originaria, a collocarsi nel campo del capitale, come abbiamo tentato di dimostrare.​

Si finisce per bloccarsi su definizioni ed analisi di tipo esclusivamente sociologico, ma con ciò si rimane alle soglie del problema, ri­nun­ciando ad indagare l’universo simbolico originario del maschile e del femminile, l’uni­co atto a render conto in modo non superficia­le del­la storia del rapporto maschi/femmine, e a partire dal quale poter anche indagare come quegli universi simbolici si sono espressi in concreto nei sistemi socioeconomici che l’umanità si è data.​

A questa problematica ha tentato invece di dare risposta il femminismo della differenza.​

Anche questo femminismo è attraversato da differenze importanti. Ne esiste infatti una versione, diciamo così dozzinale nonché in­consistente sul piano teorico e pratico, che leg­ge la differenza nel senso di gerarchia etica e morale, nonché di capacità razionale, ossia d’intelligenza. Le donne sarebbero predispo­ste alla non violenza, alla solidarietà, alla coo­perazione anziché alla competizione, alla pace invece che alla guerra, all’accoglienza invece che all’esclusione. E per di più il loro cervello funzionerebbe meglio, sarebbero cioè complessivamente più intelligenti degli uomini. Lo si sostiene, ad esempio, in alcune così dette ricerche scientifiche,14 ed è ciò che il prof. Veronesi si incarica di propagandare ogni volta che ne ha occasione. Ne discende che un mondo governato dalle donne sarebbe una specie di novello Eden. Non vale la pena spendere parole per contestare queste idee paranoiche. Sono semplicemente avulse dalla realtà, indimostrabili e indimostrate ma soprattutto il frutto di un inedito razzismo di genere che imprime agli uomini uno stigma inemendabile. Semmai è da sottolineare che grazie all’inesa­uribile lavoro di propaganda mediatica e cul­turale,15 queste idee sono penetrate in larga parte dell’universo femminile ma anche in quel­lo maschile e, come sottolinea ancora Ales­sandra Nucci, utilizzate dai poteri forti per disgregare ogni spirito di solidarietà fra uomini e donne in vista del Nuovo Ordine Mondiale.​

Esiste però anche un altro filone del fem­minismo della differenza che, benché minori­tario sul piano della diffusione, ha dignità cul­turale e un importante spazio soprattutto in Francia ed in Italia. Deve per ciò essere preso in seria considerazione. Lo faremo discutendo soprattutto alcune tesi di due autrici importanti, Luce Irigary e Luisa Muraro.​

Questo femminismo non entra, se non per accenni, nel merito specifico dei rapporti fra discriminazione delle donne e capitalismo. Ben­ché quel rapporto possa essere dedotto, ri­mane quasi sempre sotto traccia e raramente esplicitato. Il punto di partenza è la consta­ta­zione, in senso generale sicuramente condi­visibile, che maschi e femmine sono diversi in quanto portatori di istanze, modi di essere, di pensare, di ragionare, non riducibili l’uno al­l’altro. Ma, si sostiene, tutto quanto è fem­minile, a iniziare dal sistema simbolico, è stato emarginato e soffocato dal patriarcato, siste­ma ben anteriore al capitalismo come noi lo cono­sciamo, che ne sarebbe solo una variante. Per iniziare a far emergere la trama delle idee del femminismo della differenza possiamo usare le parole di Luisa Muraro, importante e­spo­nente della Libreria delle donne di Milano e membro della comunità filosofica femminile Diotima.16 Parlando del libro Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa (Liguori, Napo­li 2009), di cui firma la prefazione insieme a Chiara Zamboni, afferma proposito degli effetti del femminismo in epoca postpatriarcale che​

tra privato e pubblico c'è osmosi, le tecniche del potere si sostituiscono all'autorità tradizio­nale delle donne nel lavoro di cura, i media fanno entrare la soggettività più intima nella visibilità pubblica ...​

Dunque l'irruzione delle tecniche di potere nel lavoro di cura, ossia la loro mercificazione e l'in­gresso nel mercato sarebbe un esito posi­tivo della caduta del patriarcato? E l'insop­por­tabile chiacchiericcio del gossip mediatico che mischia vita privata e politica sarebbe anch'es­so un effetto positivo del femminismo? Giudichi­no i lettori, ma l’assonanza con quan­to scri­ve la Arruzzi è evidente.​

Altre femministe, sia pure in modo con­traddittorio, hanno invece una qualche consa­pevolezza che la fine del patriarcato non si­gnifica di per sé una società migliore. Per Sar­tori Ghirardini,17 anch’essa esponente di Dio­tima, infatti,​

con la venuta meno del patriarcato viene meno anche il suo ordine, ma il risultato non è im­mediatamente un nuovo ordine, quanto piutto­sto un aumento del disordine, e il ritorno a forme di regolazione, concettualizzazione, azione, emozione, più arcaiche, sempre più spesso elementari e violente.​

Si assiste infatti alla​

liberazione di un immaginario patriarcale or­mai non più regolato dall'ordine simbolico del padre.​

C’è una evidente contraddizione logica nel­la proposizione per cui il patriarcato, per defi­nizione fondato sulla legge del padre ossia su un sistema di regole e norme, libererebbe mo­rendo il suo immaginario senza regole. Per la Sartori Gherardini il suo posto è preso in un primo momento da forme di fratriarcato con conflittualità sregolata, per superare il quale occorre seppellire, dopo Dio e il padre che lo rappresentava in terra, anche la madre pa­triarcale, ossia quella​

madre spettrale dove si confondono le vecchie paure e le nuove, le tradizionali matrifobia e idealizzazione materna e le più recenti fobie e nostalgie innescate dalla nuova libertà femmi­nile.​

Per superare conflittualità e sregolatezza, dovremmo dunque tornare al primigenio ordine materno. Vedremo quali sono le sue regole psichiche ma anche sociali,​

Tornando a Luisa Muraro, nell’intervento già citato insiste su un concetto: nella politica delle donne,​

il primo posto viene dato alla pratica del parti­re da sé [...] non facile da far intendere a chi non la conosce in prima persona. Il partire da sé è un pensare non in base ad una rappresen­tazione ma ad un rapporto vissuto personal­mente fra sé e ciò che è in questione, esplici­tandolo: io dove sono, che cosa desidero, che cosa m'interessa di questa faccenda. È come schiodarsi da una fissità di dentro e fuori, io e gli altri, nel tentativo di situarsi non astratta­mente [...] il personale è politico, non c'è se­parazione tra pubblico e privato.​

Ancora nello stesso intervento leggiamo che​

abbiamo concepito la politica come un agire che si avvale di relazione e scambi in cui le persone interessate portano l'energia dei pro­pri desideri e la lucidità della verità soggettiva.​

E continua​

Se una è femminista, per lei è importante che ci sia libertà per ogni donna che viene al mondo, libertà di pensare e di agire in rispon­denza ai propri desideri e, prima ancora, liber­tà di desiderare senza misure stabilite da altri: che sia lei, la singola, l'interessata, a dire e de­cidere quello che la riguarda.​

Sono parole importanti, da tenere in mente quando tratteremo dei caratteri del ca­pi­talismo attuale. Qui è da sottolineare che della simmetrica libertà maschile non c'è traccia, co­me se questa fosse presupposta es­serci da sem­pre e quindi la legge del padre im­plicasse norme e limiti per le sole donne, ma questo co­me abbiamo già visto con Sartori Gherardini, non è vero, oppure, di tutto ciò che riguarda il maschile e il paterno alla Muraro non importa nulla, con tanti saluti alla pretesa di liberazione universale che il femminismo ama proporre come suo scopo.​

Il femminile implica quindi per comune ammissione, un elevato grado di soggettività nel­l'approccio alla conoscenza. Si può dire che quel tipo di approccio è opposto a quello maschile, il cui sguardo, almeno intenzio­nalmente, si pone dall'esterno, con lo scopo di oggettivizzare la conoscenza, astrarla dal sen­tire personale, separarsi dall'oggetto, seg­men­tarlo, dividerlo per poi ricomporlo alla fine completo dei nessi logici fra le sue parti, individuati ed esplicitati. È, appunto, quella diffe­renza fra maschile e femminile che Erich Neumann così descrive:​

La coscienza matriarcale che osserva non deve essere confusa [...] con il distanziarsi della co­scienza maschile che porta alla scienza e all'obbiettività; essa viene diretta da sentimenti e intuizioni concomitanti fondati su processi semi-consci, con il cui aiuto l'Io si orienta con una forte partecipazione di tendenze emotive. [...] Si tratta di un tipo di percezione totale a cui prende parte tutta la psiche, nella quale l'Io ha il compito di condurre la libido verso l'evento vitale osservato e di rafforzarlo, più che astrarre da esso e giungere così ad un ampliamento della coscienza.18

Si tratta insomma di una conoscenza che parte da un movimento esattamente inverso a quello maschile oggettivante, e che Jung para­gonò a una gravidanza, a un render pregno.

Per la coscienza lunare [femminile. N.d.R.] la conoscenza è al di là dell'affermazione, del re­soconto e della testimonianza. È come un pos­sesso interiore che si sottrae facilmente alla di­scussione poiché il processo conoscitivo inte­riore, entro il quale si trova questa conoscen­za, non è esprimibile adeguatamente e può es­sere trasmesso molto male a qualcuno che non lo abbia sperimentato.​
Le conoscenze della coscienza matriarcale non sono indipendenti dalla personalità che le sperimenta, non sono astratte e prive di emo­tività, poiché essa mantiene il legame con quelle zone dell'inconscio da cui quelle deri­vano. Quindi possono essere spesso in contra­sto con il conoscere della coscienza maschile, fatto di contenuti consci, idealmente isolati ed astratti, privi di emotività, dotati di generale indipendenza dalla personalità.​

Non può sorprendere che la stessa Muraro, commentando il saggio di Luce Irigary Ge­nealogie femminili, scriva che queste genealo­gie sfuggano ad essere definite con precisione.​

Questo tema si trova infatti sul confine fra di­cibilità e indicibilità, come del resto molta parte, non sappiamo quanto grande, dell'espe­rienza femminile.19

Quindi per Neumann il conoscere femmi­nile è «vitale di tipo generale […] appartiene al campo della saggezza e non della scien­za».20

Ora, se la conoscenza femminile è, per esplicita ammissione delle stesse autrici del fem­minismo differenzialista, inscindibile dalla percezione soggettiva, è quanto meno incon­gruo che la Irigary, in polemica con Freud, parli del narcisismo come fenomeno maschile quando invece è evidente il contrario.​

La descrizione freudiana dell’invidia del pene, nella donna, è guidata secondo la Irigary, dal­lo sguardo maschile: è l’uomo che non vede nella bambina niente di simile a sé e ne resta inorridito, per cui costruisce un parallelismo fra la paura maschile della castrazione e l’invi­dia femminile del pene; ma è l’uomo a provare la paura della castrazione e a veder rispecchia­ta tale paura nella donna; se il rassicurante specchio femminile non rimandasse questa immagine, se non ci fosse, da parte femminile invidia del pene, la costruzione maschile nar­cisistica crollerebbe.21

Ma non tanto questo è importante, quanto la necessità per le donne di parole, di un lin­guaggio, ossia di un simbolico conforme al­l’esperienza femminile, che riesca a com­pren­dere il linguaggio del corpo e quello ge­stuale.​

La questione del simbolico materno/fem­minile è cruciale anche in Luisa Muraro, ma con una differenza importante rispetto alla Irigary. Mentre per questa, infatti, esistono «due principi dell'essere e della simbolizza­zione», l'uno paterno e maschile e l'altro ma­terno e femminile, e si tratta di non sacrificare l’uno per l’altro ma di affiancarli e farli coe­sistere, per Luisa Muraro​

non c'è che un solo principio, quello materno, del quale sinora solo gli uomini hanno bene­ficiato, o si sono appropriati, persino dissimu­lando e scartando le donne​

nota Francoise Collin.22

Per la Muraro,23 occorre costruire un ordi­ne simbolico materno, quindi un complesso culturale, concettuale e linguistico, a partire dal fatto incontestabile, che è anche il primo autentico momento della conoscenza, della relazione con la madre. Questa relazione pri­maria, cito da Wikipedia, è​

fatta di contatti, di gesti, di parole, di reciproca comunicazione nella quale non si distingue il corpo dalla mente e la mente dalla parola, è il luogo dell’immanenza, della presenza intera dell’essere. Saper amare la madre, l'esperienza di relazione con la madre, dà così il senso au­tentico dell'essere, e il senso autentico dell’es­sere si manifesta nella coincidenza di avere senso ed essere vero. Saper amare la madre è dunque il principio della conoscenza, ma la ri­mozione culturale del nostro rapporto con la madre che si verifica con l’avvento della legge del patriarcato, la quale si sovrappone all’opera positiva della madre, ha l’effetto di scindere la logica dall’essere ed è causa del nostro perdere e riperdere il senso dell’essere.24

Coerentemente con la concezione secondo cui il filo conduttore della storia sarebbe l’op­pressione maschile sulle donne a partire dalla prevaricazione violenta del Patriarcato sul Ma­triarcato, la Muraro finisce per delegittimare millenni di cultura, tutti inquinati dal­l’oppressione patriarcale, da Platone e Aristotele fino a Cartesio e oltre, inclusi Freud e la psicanalisi, Jung e la psicologia analitica, ed anche, sta­volta in accordo con la Irigary, le narrazioni mitiche della Grecia. Di esse rifiuta la com­plessa lettura metastorica, considerata una di­storsione patriarcale, in favore di una lettura esclusivamente storica, quasi letterale. Così, ad esempio, nell’Orestea vede semplicemente l’instaurarsi violento e in senso sociologico della società patriarcale su quella matriarcale che la precedeva. Ogni altra interpretazione della dialettica patriar­cato-matriarcato, ad esempio in senso psichico, non è presa in con­siderazione per il semplice motivo che mine­rebbe il suo impianto teorico.​

Il simbolico materno si costruisce dunque col ritorno alle origini primigenie, ma per via esclusivamente femminile, attraverso la riap­propriazione del rapporto d'amore madre/fi­glia che il patriarcato ha reciso. Da questo punti di vista esiste una evidente asimmetria fra i sessi, perché il maschile necessita di un distacco del quale tuttavia si nutre perché, se­condo Freud, non è costretto a staccarsi dal­l'amore per l'altro sesso ma lo trasferisce su un'altra donna, elevandola a musa ispiratrice e interlocutrice, mentre la femmina, negando la madre, nega anche il proprio sesso per poter rivolgersi all'altro. È questa negazione dell'a­more materno-filiale, imposta dal pa­triarcato, che la Muraro contesta per riappro­priarsene e concettualizzare, appunto, l'ordi­ne simbolico della madre.​

In lei non c'è, come nella Irigary, la consa­pevolezza che l'amore fusionale è un ostacolo e non un aiuto anche per la donna, perché co­stringe a identificarsi tout court col materno, e pensarsi, come donne, tutte sorelle nell'utopia di una sorta di comunismo matriarcale primi­tivo, in cui ogni aggressività sarebbe rimossa. La Muraro si ricollega alla tesi secondo cui le pacifiche civiltà matriarcali mediterranee sarebbero state distrutte e soppiantate dall’irruzione di popolazioni di cultura guerriera e patriarcale. Ma come ho già evidenziato nel mio lavoro sulla questione maschile,25 non solo questa tesi non spiega né le origini del patriarcato dei popoli invasori né il perché un identico fenomeno si sarebbe verificato in civiltà che all’epoca non avevano alcuna possibilità di comunicare, ma non è nemmeno vero che quelle civiltà matriarcali fossero così pacifiche e non aggressive, come dimostra l’etnografia.​

Nella Muraro, non c'è posto per il padre. In una intervista con Ida Dominijanni26 esplic­ita chiaramente il concetto a partire dalla ri­vendicazione del privilegio di «essere nata del­lo stesso sesso della madre». E il padre?​

Quando nel libro compare, il padre è l'uomo che si affianca alla donna e alla sua maternità, e che lei indica ai suoi figli: questo è vostro pa­dre. In altre parole io non trovo nessuna ra­gione per difendere la necessità del padre, del­la legge del padre, pur ammettendo che un uomo, gli uo­mini, possano invece avere questa necessità. So­no d'accordo con te che un sim­bolico materno che esclude ogni altro amore, ogni amore del­l'altro, sarebbe gravemente di­fet­to­so, ma non penso che questo altro debba essere il padre.​

Non avrebbe potuto essere più chiara nella su­bordinazione e nell’insignificanza della figura paterna, priva di uno statuto simbolico pro­prio e ridotta a puro ausilio della madre.​

Nella stessa intervista la Muraro accenna anche all’attuale «ordine (o disordine) capi­ta­listico», ma come scrive un autore insospet­tabile, Massimo Recalcati,​

La condizione strutturale per accedere al desi­derio implica un divieto di accedere al godi­mento assoluto della Cosa27

e quindi la Legge del padre si configura non come pura interdizione ma «come dono della facoltà del desiderio», mentre senza quella legge si afferma il «discorso del capitalista», che sfrutta la convinzione che «il soggetto sia libero, senza limiti, senza vincoli, agitato solo dal­la sua volontà di godimento», per illuderlo di poter trovare soddisfazione nel consumo avido di oggetti, quando in realtà, «liberato» dal limite imposto dalla Legge e perciò dal desiderio autentico, ciò che lo spinge è la ri­cerca della «Cosa assoluta del godimento» (l’incesto materno).​

Il rifiuto del padre e della sua legge, dun­que, si inscrive di per sé nell’ordine logico e fi­losofico del capitalismo, regolato sul concetto di illimitatezza.​

Si delinea così in modo chiaro la contigui­tà, anzi l’identità, anche del discorso del fem­minismo della differenza cogli assunti filosofi­ci del capitalismo, che tuttavia deve essere an­cora meglio esplicitata. Se finora abbiamo vi­sto il significato della negazione del padre, ora dobbiamo ragionare sul significato del ritorno alla madre, così come lo assumono la Muraro e la Sartori Ghirardini.​

È da sottolineare, prima di tutto, che l’esi­stenza e la legittimità di un ordine simbolico materno/femminile non è mai stata messa in discussione in nessuna delle civiltà definite pa­triarcali. Come nel mito di Demetra/Core così nell’Orestea, il patriarcato non ha soppresso il simbolismo materno/femminile; Core può tor­nare periodicamente alla madre, le Erinni di­ventano le Eumenidi. Stando all’attualità, per lo psicanalista Franco Fornari l’affermarsi del codice affettivo materno, il «regno della ma­dre», è decisivo e insostituibile per la vita del bambino. Gli dona sicurezza affettiva e mate­ria­le, appagamento di ogni bisogno. Ma al tem­po stesso il rapporto madre-bambino è an­che ambivalente perché intessuto di violenza. Durante il parto la madre oscilla tra il timore di morire e quello di far morire il figlio, il bambino sperimenta l’angoscia della perdita della beatitudine onnipotente provata nella vita intrauterina. È perciò necessario che la simbiosi positiva madre/bambino venga pro­lungata tem­poraneamente oltre la nascita, ed a questo provvede il padre assumendo il com­pito di «am­mortizzatore e mallevadore dei pe­ricoli che minacciano la nascita del figlio dell’uo­mo». Il padre diventa così, in un primo momento il garante dell’affermazione del co­dice materno da lui definito autocentrico, ma in seguito anche l’operatore della separazione fra madre e figlio la cui simbiosi proseguirebbe naturalmente fino a diventare regressiva e psi­chicamente mortifera senza l’instaurarsi del codice paterno eterocentrico.​

Qui è il punto decisivo, perché la dinamica individuale descritta da Fornari vale anche quan­do ci trasferiamo sul terreno transperson­sale. Descrive gli stadi di sviluppo dell’umani­tà dalla situazione originaria di prevalenza del­l’inconscio, dell’indistinzione fra l’io e il tu e fra l’uomo e il cosmo circostante, che Neu­mann chiama partecipation mistique, a quella della emersione progressiva della coscienza egoica, ossia in una parola della cultura. Se in­tendiamo con Patriarcato e Matriarcato non tan­to una struttura sociologica di dominanza del gruppo maschile o femminile (fra l’altro di dubbia prova storica e comunque largamente inservibile per analizzare le strutture psichi­che di una società, ben più complesse e in­trec­cia­te), quanto invece la dominanza del­l’ar­chetipo paterno o materno, emerge al­lora che il patriarcato ha avuto una funzione emancipativa per l’umanità. E qualsiasi ecces­so a cui ha potuto dare luogo, qualsiasi infla­zione del ma­schi­le/paterno ai danni del fem­mini­le/ma­ter­no si sia verificata, non inficia minimamente il fatto che, come il singolo bambino (maschio e femmina anche se con mo­dalità e difficoltà diverse che non possiamo qui analizzare) si deve staccare dalla madre per diventare adul­to, così l’umanità, per di­ventare adulta, è do­vuta passare dallo stadio psichico matriarcale a quello patriarcale. Sul piano soggettivo ciò non significa dover rinne­gare il rapporto po­sitivo con la madre che anzi rimane essenziale «per poter diventare madre anche psi­co­logica­men­te»,28 bensì distaccarsi dalla totalità originaria e sperimentare il lato della coscien­za, che anche la donna vive come simbolicamente maschile. Questo è il vero sen­so di ciò che il femminismo definisce come negazione patriarcale del simbolismo mater­no. In assenza di tale distacco, mentre il ma­schio subirà una castrazione simbolica, la fem­mina potrà lo stesso «realizzarsi completa­men­te dal punto di vista femminile e natura­le»,29 tuttavia non sperimenterà lo spirito.​

L’ordine simbolico della madre auspicato dalla Muraro, in assenza di un ordine simboli­co del padre, significherebbe né più né meno che la regressione all’indistinzione originaria, all’indifferenziazione tipica del rapporto sim­biotico madre/bambino, orientato all’autosuffi­cien­za, all’onnipotenza, alla soddisfazione illimitata del bisogno. L’eclisse del simbolismo pa­terno nella postmodernità, ha effetti anche sul piano sociologico. Anche la legge si maternizza, per così dire, e​

celebra il trionfo di un godimento smarrito, barattandolo con un concetto di libertà e di emancipazione in cui tutto è permesso.30

Ma tutto ciò corrisponde in pieno alla logi­ca del capitalismo attuale, emancipato dai fa­stidiosi limiti esterni che gli ponevano nelle prime fasi del suo sviluppo l’esistenza di una re­ligione del padre e quella di classi, che per quanto contrapposte e in lotta l’una contro l’al­tra, avevano una loro weltanschaung irridu­cibilmente opposta o solo parzialmente so­vrap­ponibile a quella del capitale.​

In una disgregazione integrale sia dell’Io, sia del Super-Io [configurazione tipica della psi­che attribuite dal femminismo al Patriarcato. N. d. R.], l’antropologia proposta dal capitali­smo assoluto-totalitario è, su ogni fronte, quella della destrutturazione […] dell’ego co­gitans cartesiano, destrutturazione volta a in­staurare l’egemonia assoluta del desiderio il­limitato, funzionale alla logica del cattivo in­finito dell’accumulazione.31

Verità soggettiva, illimitatezza e libertà del desiderio, ritorno alla madre e rifiuto del limi­te paterno, esaltazione oppure rifiuto di ogni differenza entrambi cangianti in in-differen­za, così la rivoluzione sessantottina e femmi­nista sono diventate funzionali alla logica de-emancipativa del capitale. De-emancipativa per­ché per attuarsi deve operare una regres­sione del soggetto all’indistinzione delle origi­ni e re-im­mergerlo in uno stato di unificazio­ne mistica col cosmo nella quale si perdono le differenze. Vale allora la pena, per terminare, spendere alcune parole sulla spiritualità new age. Lo faremo con le parole di Alessandra Nucci.​

Il pensiero femminile quindi serve a veico­lare […] anche un modo di pensare che corrisponde ad una filosofia totalizzante, ovvero al modo olistico di vedere il mondo come un tutto unico, in cui l’umanità è po­sta sullo stesso livello delle piante e degli animali e il raziocinio è secondario al­l’e­mo­zione. Questo corrisponde alla corrente di irrazionalismo neo-romantico femmini­sta e New Age, che celebra la sorellanza mistica fra le donne di tutto il mondo. In virtù cioè dell’appartenenza al genere femminile, le donne che si mettono in sintonia colla natura supererebbero le barriere etniche e linguistiche per intendersi automaticamente e in quasi arcadica armonia sui temi della pace, dell’ambiente, della legalità ecc.32

È lo stesso programma del capitalismo glo­balizzato che intende unificare anch’esso il mondo, ma sotto la forma merce.​

Note​

1 Per una analisi più approfondita del concetto di Patriar­cato rimando al mio libro La Questione Maschile oggi, Settecolori, 2014, nel quale propongo chiavi di lettura diverse e a mio avviso più congrue rispetto a quella cor­rente. Tuttavia in questa sede assumiamo per brevità il termine nel significato più comunemente accettato di si­stema sociale fondato sulla discriminazione di genere, in virtù dell’oppressione maschile verso le donne.​

2 Per l’evoluzione del capitalismo da una prima fase astrat­ta a quella odierna assoluta-totalitaria (definita come pe­netrazione del sistema delle merci e della sottesa ideolo­gia in ogni poro della vita sociale e individuale), passando per la fase dialettica (definita dallo scontro di classe e dal permanere di forti contraddizioni anche all’interno delle classi), si veda Diego Fusaro, Minima Mercatalia, filosofia e capitalismo, Bompiani, 2013, e Costan­zo Preve, anomalia della sinistra non normalizzata, in www.ilcovile.it №797.​

3 Il Covile nn. 764, 768, 776, 788.​

4 A. Nucci, La donna a una dimensione, femminismo anta­gonista ed egemonia culturale, Marietti 1820, 2006.​

5 Il Covile, №799.​

6 A. Nucci, op. cit., p. 22.​

7 Si veda, ad esempio, la teoria dell’affidamento fra donne, teorizzata da A. Cavarero e F. Restaino in Le filosofie femministe, Paravia B. Mondadori, Milano 2002.​

8 A. Nucci., op. cit., p. 12.​

9 Rino Della Vecchia, Questa metà della terra, Altrosenso Saggi, 2004.​

10 A. Nucci, op. cit., pag 16.​

11 Fabrizio Marchi, Le donne: una rivoluzione mai nata, Mimesis edizioni, 2007.​

12 www.communianet.org/content/riflessioni-degeneri-3-il-capitalismo-indifferente.​

13 http://cronologia.leonardo.it/storia/a1972g.htm.​

14 Si veda www.maschiselvatici.it/index.php/mondo-selvatico/61-uomini-e-giornali/403-nuove-vecchissime-scemenze-sul-maschio.​

15 Si veda Il Covile №357, «I maschi, l’ultima porta, a sini­stra», ripreso in A. Ermini, op. cit.​

16 http://senonoraquandoreggioemilia.wordpress.com/2011/05/16/intervento-di-luisa-muraro.​

17 In Piero Coppo, «Note a margine di L’ombra della madre di Luisa Muraro», in I fogli di ORISS, 29, 2008, da cui sono tratte anche le citazioni successive.​

18 Erich Neumann, Psicologia del femminile, Astrolabio, Roma MCMLXXV.​

19 www.girodivite.it/Luce-Irigaray.html.​

20 Ibidem., p. 69, 70, 71.​

21 Il Pensiero della Differenza:Luce Irigary, a cura di Wanda Tommasi, in http://www.filosofico.net/irigary2.htm​

22 Francoise Collin, Il pensiero della differenza. Nota su Luisa Muraro.​

23 Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, 2006.​

24 Wikipedia, capitolo ‹Luisa Muraro› nella voce «Femminismo». Il testo sintetizza da L. Muraro, L'ordine simbolico della madre, 1991, pp. 26–27.​

25 A. Ermini, op. cit.​

26 www.ecologiasociale.org/pg/dum_fem_muraro3.html.​

27 Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina Editore, 2011.​

28 Erich Neumann, op. cit., p. 21​

29 Ibidem, p. 20​

30 Giancarlo Ricci, Il padre dov’era, Sugarco Edizioni, 2013​

31 D. Fusaro, op. cit., p. 395.​

32 A. Nucci, op. cit., p. 177.​

 

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