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№749

Gabriella Rouf​

IL TAO DI WODEHOUSE​

Chiudono librerie storiche, nel­l’ipocrita lamentela generale e richiesta di tutele e aiuti pubblici. Intanto, nelle superstiti, gli espositori traboccano di nuove uscite, sulla cui qualità e interesse, è meglio sorvolare, ed è pessima la grafica, improbabili fino al comico le copertine. «La cultura non si liquida!» protestano a Milano. Troppo tardi, la cultura è già liquidata, nelle case editrici come nelle università, e vige l’idillica coesistenza tra l’accademia ideologizzata «alta» e un prodotto ormai indefinibile, che del libro ha l’apparenza esteriore, per quanto degradata, ma non ha i requisiti minimi di cura editoriale, affidabilità, originalità, utilità. Prodotto di massa? Certamente no, perché, per quello che è, non può certo competere coi dispositivi elettronici e i media, e sopravvive per regali dell’ul­tim’ora. Quanto ai cataloghi d’arte, ai libri fotografici, sono oggetti d’arredo.​

P.G. Wodehouse

Mentre le librerie speranzose espongono libri copia-incolla di giornalisti, personaggi televisivi, socialite varie, che raccontano i fatti propri o quelli degli altri, e mentre i classici — quelli filtrati dalle griglie del politicamente corretto — languono in veste dimessa negli scaffali, gli orfani del libro diventano per forza di cose bibliofili e collezionisti. Lo sono da sempre i lettori di Wodehouse, e piú che mai in Italia, dove la sua opera narrativa è stata pubblicata via via che usciva, fino agli anni ‘70, e poi ha visto riedizioni discontinue e di aspetto squallido, per lo piú dei medesimi titoli o in incongrue raccolte. D’altra parte la ricchissima produzione di Wodehouse (quasi cento titoli) e le edizioni in tutto il mondo sono un magnifico terreno di caccia per quei lettori che hanno nel DNA il gene del possesso della massima varietà e completezza. L’opera di Wodehouse si dispiega come un mondo completo, un panorama, e le stesse diversità qualitative vi assumono una loro identità; l’autore sembra materializzarsi nel suo scaffale dedicato, certo ben in vista anche nella piú dotta biblioteca: ecco, lí c’è Plum, e chissà che non si trovi nelle vicinanze delle opere dei grandi filosofi…​

Lao-tze

Plum nello scaffale dei filosofi.​

Stando ai critici letterari, i libri di Wodehouse forse non potrebbero stare neppure nel reparto letteratura inglese, ma magari in una scelta di testi divertenti, capeggiata dal Buon Soldato Sc’vèik. Plum ne sarebbe certo onorato e lieto. Il pregiudizio è valido per l’Italia, dove la tradizionale schizzinosità accademica per la letteratura umoristica (compreso il nostro eccelso A­chil­le Campanile) è anch’essa all’origine dell’inadeguatezza editoriale di traduzioni spesso mediocri, talvolta pessime.​

Nello specifico della valutazione complessiva dell’opera wodehousiana, non sono esauriti i danni della famosa difesa orwelliana,1 che si accompagna oggi a nuove banalizzazioni da parte di letture concettuali e ideologiche, da mettersi comunque in conto all’analfabetismo di ritorno. Questo inedito cimento del resto non fa che dimostrarne ancora una volta l’irriducibilità, anzi libera nuove energie, resistenze, piste interpretative, di cui testimoniano i siti online dedicati;2 e sempre piú presaga appare la famosa citazione da Evelyn Waugh, per cui​

il mondo idilliaco del signor Wodehouse […] continuerà a liberare le generazioni future da una prigionia che potrebbe essere piú fastidiosa della nostra.​

Si avverte comunque nei cultori di Wodehouse, entusiasti e rilassati nel dar conto del loro personale rapporto con la sua opera, un certo riguardo3 nell’estrarne un programma e una generalizzazione, insomma una filosofia. Tali cautele sono fondate, perché la divina grazia dell’umorismo è inafferrabile e permalosa per definizione. Ma se l’immagine antica del filosofo è quella di chi dalla riflessione trae saggezza di vita e agli altri la comunica, un’opera che spinge a pensare e nello stesso tempo conforta e dà gioia, ha piú spessore del vano flusso dei sistemi nihilisti.​

Rifiutando, anzi mettendo in ridicolo l’astrattizzazione e la presunzione modernista, Wodehouse evoca, in via narrativa e fantastica, la totalità dell’essere quale l’uomo può vivere e percepire; gli infiniti casi della vita sono narrati da un metafisico signor Mulliner e, non potendo né comprenderli razionalmente, né dominarli, l’uomo li vive e condivide, vive l’amore, l’amicizia, contempla la bellezza, agisce, riflette, crea e spera. Questo nucleo propulsore muove le trame, è ribadito nei ritorni, nella ciclicità, né mai si conclude in apologo moralistico: dai funambolici capolavori, al­l’artigianato delle commedie rosa e comico-avventurose, tra collegi, campi da golf, pub, castelli, transatlantici e palcoscenici, sempre si afferma «l’essere in comune», né lo scrittore ostenta di saperne qualcosa di piú dei suoi sbalorditi personaggi.​

Anthony Trollope.

L’ammirazione di Wodehouse per Trollope indica non solo un simile e prolifico orgoglio «artigiano», ma analogie profonde. Commentava Henry James alla morte dello scrittore vittoriano:​

Il suo piú grande ed incontestabile merito è la sua totale comprensione dell’usuale... egli riusciva a sentir tutte le cose del quotidiano oltre che vederle. Le sentiva in un modo semplice, salutare, diretto nella loro tristezza, nella loro letizia, nel loro fascino come nel loro aspetto comico ed in tutti i loro significati ovvi e ragionevoli.​

Ben lungi, sull’altra sponda, pur nella prossimità dei tempi, si collocano i costrutti rancorosi e iettatori di un T.F. Powys (1875–1953), e quelli, soporiferi pur nella loro fredda rabbia, di Ivy Compton-Burnett (1884–1969): comunque i poveri suini assunti dal primo a oscuro simbolo demoniaco4 saranno risarciti dall’imperatrice di Blandings, mentre si può immaginare un malcapitato editore Potter5 alle prese coi tetri e pruriginosi drammi familiari della seconda.​

 Un complesso etico coerente.​

La sfasatura e improbabilità di ambienti, usi, comportamenti, non deriva dalla pretesa atemporalità nostalgica e disimpegnata di Wodehouse, invocata da Orwell come attenuante,6 ma dalla deliberata costruzione di un complesso astorico moderno, che in forme talvolta caotiche trascina le memo­rie della tradizione (il collegio) e si apre su un futuro indecifrabile; ma la frequentazione dell’assurdo non crea angoscia esistenziale, bensí lucidità ironica e consapevole.​

Questo spazio di transizione e riflessione può definirsi in termini taoisti, non di passività, ma di accettazione: wu-wei, agire senza forzare; eterno ritorno; armonia con la propria natura. Ma soprattutto: il Tao che può esser detto non è l’eterno Tao.​

Il varco che viene aperto dall’intuizione e dallo slancio del cuore, non può essere colmato da una definizione, da una razionalizzazione sistematica. E reciprocamente, la conoscenza assoluta può essere esperienza della realtà non intellettuale, in forma mistica, oppure di condivisione empatica, di acuita sensibilità che partecipando comunica, immagina, crea.​

Martin Heidegger.

In essa agisce un principio al positivo, che sostiene e aiuta nel discernimento: è il Semplice (heideggeriano), che in sé comprende il vero, il naturale, lo spontaneo, il condiviso, la lealtà verso se stessi e gli altri. La sub­creazione7 di un mondo completo, come quel­la di Wodehouse, non può non originare da una totalità morale, da un basilare stato di coscienza, da una disciplina etica e dominio dell’arte.​

Ma tutto questo si svolge nella comunità, anzi è comunità nel suo stesso esistere; è Gemeinwesen, il tessuto di relazioni integralmente umano, contro cui la modernità scaglia dardi dissolutori: è — ancora — il collegio, il villaggio, il circolo e il pub, la cerchia familiare; e dissolutori ne sono gli individualismi, l’ambizione, l’arrivismo, i luoghi comuni del progresso; il capitale, in sé, è ancora concepibile nella sua forma d’imprenditoria, di successo, quindi di agio e ricchezza (che Plum apprezzava), non si è reso autonomo nella finanziarizzazione, nel superpotere di sorveglianza. Tuttavia i segni anticipatori si avvertono in corpore vili, in chi si crede chissà chi, vuol distinguersi, e persegue vane carriere e notorietà: il monumento (letteralmente) è, nel racconto «Bishop’s Move»,8 quello a Lord Hemel di Hampstead, borioso amministratore del Collegio di Harchester, che i suoi vecchi compagni di liceo, il vescovo e l’attuale direttore del collegio, sotto l’effetto di un tonico disinibente preso per errore, verniciano di rosso la notte prima dell’inaugurazione. «per motivi onorevoli e consoni alla piú pura dignità sacerdotale». L’arrivismo politico è altresí biasimato e messo in ridicolo nella figura di Roderick Spode, apparso in quattro romanzi del ciclo di Jeeves, dal 1938 al 1971: si va dal superomismo (anche di stazza) fascistoide,9 messo a rischio dalla sua segreta attività di designer di biancheria femminile (Eulalia), all’oscillazione tra un titolo poi ereditato e la carriera politica populista, cui rinuncerà dopo essere stato colpito da una patata a un comizio. Anche il machismo di Spode sarà umiliato da percosse e ko, e infine Plum lo punirà a vita sposandolo alla terribile sdolcinatissima e ipocrita Madeline Basset. È nello stesso romanzo del 1971,10 che un’altra vecchia conoscenza, l’icona femminista Florence Craye, chiuderà il suo ciclo in una provvisoria zitellaggine, dopo aver funestato con le sue smanie intellettuali sva­riati partner.​

Dove Wodehouse con un qualche disagio, mostrerà di prendere atto di una crescente, sgangherata ossessione del denaro e dello status sociale, è nel vivace romanzo French Leave11 (1956), anomalo nella sua ambientazione franco-americana, e che del resto non pretende di essere originale, visto che è ricalcato su una commedia del 1938 di Guy Bolton, e che, per quanto riguarda l’ambiente d’ufficio della pubblica amministrazione, attinge esplicitamente al Messieurs les ronds-de-cuir12 di Courteline del 1893. Per questa via si può altresí risalire a un capolavoro dell’umorismo inglese, The Diary of an Nobody13 (1892) di George e Weedon Grossmith, in cui l’impiegato Charles Potter, modesto, ligio al dovere e alla sua famiglia, è visto dall’autore con la stessa simpatia di Plum verso il Vecchio Dick di French Leave, aristocratico decaduto, gaudente e riottoso al lavoro d’ufficio.​

Nella contrapposizione al prediletto e parimenti squattrinato Lord Ickenham, zio Fred, spregiudicato ed efficace promotore ovvero demolitore d’intrighi, stanno infatti sempre piú quelli che innestano, sulla base degli aviti privilegi, nuovi opportunismi, ambizioni politiche, arroganza e impunità: in Uncle Dynamite (1948) è il prepotente Sir Aylmer Bostock, ex governatore coloniale in procinto di candidarsi al Parlamento (gli andrà male); dieci anni dopo, in Cocktail Time,14 sarà Sir Raymond Bastable, anche lui ambizioso e manipolatore, che però verrà rieducato.​

E come zio Fred, pur nel manierismo delle opere piú tarde, dall’esilio americano, Wodehouse, sempre piú avvertendo una mutazione disgregante nella società pola­rizzata sul denaro, tenacemente, fino all’ul­timo, quasi a sfidare il precipitare dei tempi, vorrà spargere sweetness and light: vi opporrà i suoi motivi, il suo mondo immaginario, i suoi personaggi — la sua filosofia.​

 Tracce biografiche.​

Questa rappresentazione cosí convinta e costante, era probabilmente maturata sui dati biografici dell’autore: il rapporto col padre, un’infanzia solitaria, il collegio, la gavetta di giornalista, scrittore anche per il teatro, il matrimonio; essa rielabora mancanze, sofferenze, la fatica di vivere; ma tutto riesce a volgere in narrazione, lo svelena, lo ridimensiona, lo condivide. E i personaggi e le storie lo restituiscono al lettore, zio Fred gli darà gioia, Sally allegria, Bertie simpatia, il signor Mulliner la sua inesauribile stirpe, Ukridge le sue improbabili imprese, Galahad l’arte di godere. Non è certo senza significato la ricorrente citazione da «Maud Muller» di John Greenleaf Whittier: «For of all sad words of tongue or pen, / The saddest are these: ’It might have been!»15 — La corretta interpretazione dei versi, nel contesto della parte finale del poemetto, non è di frustrazione e rimpianto, ma al contrario di serena accettazione della realtà; già Whittier vi esprimeva una sorridente ironia, cui Wodehouse fa eco.​

John Greenleaf Whittier.

Altre tracce biografiche potrebbero trovarsi nella rappresentazione grottesca di ragazzi e infanti, al contrario dei simpatici e audaci adolescenti del collegio; anche in questo caso, però, si tratta di un voluto effetto di non-sense, di un paradosso che mette in ridicolo l’ovvietà del sentimentalismo zuccheroso. Basta poi mettere a paragone i wodehousiani bebè urlanti, i ragazzetti appiccicaticci e dispettosi, l’in­cubo delle premiazioni per «il bimbo piú bello», con la satira truce e francamente sa­dica di Saki e Waugh, per rendersi conto quanto da questi inserti buffoneschi trapeli sempre di Plum l’umana tenerezza.​

Anche sull’amore, Wodehouse si pone dichiaratamente in antitesi e sbeffeggiamento della letteratura rosa, dei romanzi sentimentali ed erotici, e delle riviste femminili, mentre piú benevolo è verso i musical e il teatro, a cui lui stesso collaborava e nel cui ambiente si svolgono alcuni suoi romanzi. Se quindi gli innamoramenti, rappresentati nella stampa rosa come fatale passionalità, vengono da lui realisticamente ridimensionati a infatuazioni effimere, connubi interessati o male assortiti, equivoci o vanità, ciò non toglie che dove s’in­contrano attrazione, stima e amicizia, ove insomma ci sia la coppia, Plum la benedica dal primo incontro e, attraverso le eventuali schermaglie, fino al felice coronamento (in genere le ragazze si chiamano Sally, oppure si tratta di coppie di golfisti).​

In omaggio al Semplice, Wodehouse mette in campo il «metodo Ickenman» del­l’ap­proccio amoroso, metodo propugnato da zio Fred per concretamente «spar­gere dolcezza e luce» e incoraggiare i timidi:​

— Le è andato incontro e l’ha afferrata per i polsi, eh?
— Sí.
— E l’ha scossa un po’?
— Sí.
— Poi l’hai stretta al tuo petto e ha coperto di baci il suo viso riverso?
— Sí.
— Coi risultati che si potevano prevedere. Le avevo detto che il sistema Ickenham non fallisce mai. Messa di fronte ad esso, la bellezza piú altera si piega e firma ad occhi chiusi.16

Ernst Jünger.

Qui nasce il paradosso tra chi fa di Plum un sessuofobo e chi un eventuale istigatore di comportamenti «non appropriati»: irriducibile a letture politicamente corrette, forse presago della narrativa anatomo-pornografica (og­gi d’obbligo), Wodehouse colloca il piacere in una sequenza integralmente umana, nell’ethos vitale, ove l’approccio (oggi materia di diritto penale) è incontro, sensualità, fantasia, e anche umorismo. Quello dello zio Fred è un «foolproof method» perché fa sbocciare ciò che già fioriva nel cuore, nei sensi e nell’immaginario, e con l’audacia maschile — la polite violence — agevola la fantasticheria femminile. La bella e corteggiatissima Hermione sognava l’amante risoluto e piratesco, e l’amico Bill, abbandonata la «timida dedizione», la fa cosciente di se stessa e dei suoi desideri. Queste sarebbero le donne vittima del patriarcato? Se in Wodehouse c’è ironia, è casomai proprio verso i giovanotti infatuati e titubanti: e infatti, dove il metodo Ickenman. proprio non basterebbe, si ricorre all’ingiunzione: «Bacia Federico!»17

Una documentata traccia biografica si ha dell’esclusione da parte di Wodehouse dell’inimicizia dai moventi delle relazioni umane, in sé e nella sua subcreazione; vi può essere il conflitto, la rabbia, ma non l’inimicizia sistematica come avversione pregiudiziale e originaria, che prescinde dalla comune condizione, anzi la nega. La sua personale capacità di perdono ha dato prova del­l’autenticità di questa professione morale,18 che è anche scelta artistica e stilistica, perché assume la creazione narrativa come espressione mediata e meditata.​

Wodehouse non isola l’affettività dal flusso integrale della Gemeinwesen, tanto meno ne fa funzione del desiderio, pulsione individuale e narcisistica; contro le concezioni romantiche che creano aspettative insostenibili, le strutturazioni sociali repressive e le destrutturazioni psicanalitiche, applica e­qua­nimemente il suo sense of humor su mogli tiranne, frivole, lagnose, su mariti brontoloni, avidi, pasticcioni, su fidanzate intellettualoidi, sdolcinate, autoritarie, su giovanotti inetti, fannulloni e malfidi, e certo sui ragazzini maligni e golosi. Ma a tutto ciò che è umano perdona, e nel caso dà sostegni viventi ai suoi disorientati personaggi: ed ecco il cacciatore, lo studioso di ramarri, gli allevatori, di api, di polli, di maiali, fino ai custodi di cani, gatti, conigli, pappagalli, serpi e scimmie.​

Baruch Spinoza.

 Jeeves, l’anarca.​

È tuttavia sui limiti estremi della ricerca intellettuale che l’opera wodehousiana lambisce la pura speculazione, il dominio sovrano dell’essere. La semplicità, l’accettazione, la condivisione, non escludono, anzi si rafforzano nella stupita e ammirata contemplazione di un possibile dominio razionale della realtà, che da loro si differenzia non per natura, ma per grado — d’indipendenza, di acume, di audacia. È Jeeves. E qui crollano le letture sociologiche su Wodehouse, circa i capovolgimenti di classe, le critiche antiaristocratiche ecc.. perché Jeeves prescinde dal suo autore stesso — che s’identifica magari nello zio Fred o in Mister Mulliner —, è creatura unica, che si muove sui margini del­l’invenzione, in un oltre che non è quello fan­tastico, ma quello puramente speculativo, del genio. Jeeves testimonia una plausibile comprensione, previsione e controllo della realtà che non è disprezzo solipsistico, superomismo suicida, ma appunto semplice accettazione e lucida consapevolezza dell’assoluto e dei limiti. Qui, se il riferimento piú rassicurante, che Jeeves tenta anche con Bertie, è Marco Aurelio, la sua lettura veritativa è Spinoza, contrapposto ad un Nietzsche che lui recisamente definisce «fundamentally unsound» infondato. Sull’Etica Jeeves tutti sollecita,19 e forse spera addirittura che Bertie, acquistando per lui il volume da un libraio (an­ch’es­so abissalmente ignorante) possa assorbirne qualcosa per osmosi di contatto. «Di Spinoza» — direbbe — «ci si può fidare».​

Sotto altri aspetti, contro l’astrattizzazione ideologica, Jeeves è l’anarca, colui che può servire e attenersi alle gerarchie e alle convenzioni, perché la sua libertà è intangibile, e che, cosciente delle contraddizioni e follia dell’umano, impassibilmen­te vi partecipa. Compagno a Jeeves è Martin Venator, che serve come barista nella casbah di Eumeswil, alla corte del Condor:20 «Il miglior posto è quello in cui si vede molto e si è visti poco.»​

 La Villa del Caprifoglio.​

L’implicazione filosofica in sé compiuta dell’opera di Wodehouse sta concentrata in un testo, anzi in un luogo: la Villa del Caprifoglio. Si può pensare che Wittgenstein abbia citato l’omonimo racconto21 come «una delle cose piú divertenti che ho letto» en passant e per mera convivialità?22 Che il «divertimento» per Wittgenstein fosse un fattore umorale, sconnesso dai rigorosi parametri di un intelletto inesorabile? Qui l’intreccio e lo stile di scrittura rivestono d’un involucro brillante un nucleo enigmatico, un’area di sconfinamento metafisico della mente umana: l’im­maginazione, l’affabulazione, sono cosí potenti che non è poi impossibile che si autonomizzino, manipolino la percezione di se stessi e della realtà fisica. Pensiamo al processo di artificializzazione, di schiavitú ai dispositivi e alla virtualità, che oggi ci è imposto. Nel racconto, la villetta ove la scrittrice di romanzi e novelle rosa ha scritto «nove milioni centoquarantamila parole di glutinosa sentimentalità» ha assorbito e restituisce all’erede, il nipote James, una miscela cosí potente dei luoghi comuni del­l’affettazione e sdolcinatezza, da influen­zarne, contro la di lui volontà, impulsi e azioni, e gli stessi eventi e le persone coinvolte. Egli in ogni momento se ne rende conto, non vorrebbe, ma solo nell’estremo pericolo (nozze!) e con l’aiuto dell’orribile cane William ha la forza di fuggire. La geniale intuizione che sostiene questo, che è un vertice della narrativa mondiale, e non solo umoristica, completa cosí la sua vertiginosa parabola in una rassicurante semplicità, a cui soccorre il simpatico cagnaccio, che ha — conclude il narratore —​

una totale mancanza di apprezzamento delle differenze di classe, che ricorda i peggiori eccessi della Rivoluzione Francese. L’ho veduto coi miei occhi corteggiare una cagnetta di Pomerania, appartenente a una baronessa. E tuttavia James passeggia con lui, quotidianamente, in Piccadilly. È indubbiamente significativo.​

Ludwig Wittgenstein.

Note​

1 George Orwell «In Defence of P. G. Wodehouse», in Windmill, luglio 1946. Per il complesso della vicenda, v. Il Covile №414, maggio 2017, «Amici, nemici, uomini».​

2 Nella davvero vasta panoramica rifulge Madame Eulalie, www.madameulalie.org, la vasta raccolte di materiali wodehousiani di qualità: bibliografie, annotazioni, studi, riferimenti letterari, musica citata nei testi. Con modestia vi si affiancano le pagine del nostro sito dedicate a Plum, www.ilcovile.it/V3_wodehouse.html, con bibliografie italiane e proposte di lettura.​

3 V. Scott Walter, «Il mondo di Wodehouse, commedia bassa e incarnazione» in Il Covile №382 settembre 2016.​

4 V.T.F. Powys, Mr. Weston’s Good Wine, 1927.​

5 «Mr.Potter Takes a Rest Cure» in Blandings Castle and Elsewhere, 1935. V. Il Covile №731, luglio 2025 «Semi di zucca».​

6 V. nota 1.​

7 Secondo Tolkien, l’uomo, nei suoi limiti di creatura, può poeticamente subcreare mondi complessi, e non solo in forma fantastica e mitica, ma anche in varianti parallele o tangenti ad un ambiente ed un’epoca osservata.​

8 Racconto compreso nella raccolta Meet Mr. Mulliner, 1927. Trad. it. «Il vescovo si risveglia» in Mister Mulliner.​

9 Personaggio spesso citato dai difensori di Wodehouse come dimostrazione del suo dissentire dalle ideologie fasciste.​

10 Much obliged, Jeeves. Trad. it. Grazie mille, Jeeves.​

11 In traduzione italiana E chi s’è visto s’è visto, ed. Elmo 1956.​

12 George Courteline, Quelli dalle mezze maniche.​

13 George e Weedon Grossmith Il diario di un nessuno.​

14 Prima traduzione italiana Mister I ci sa fare, ed. Elmo 1960.​

15 «Che di tutte le parole che si dica o che si scriva,/le piú tristi e vane sono —Ah, poteva andar cosí…-.» Traduzione dell’intero poemetto in Il Covile №105, maggio 2011.​

16 Uncle Dynamite (1948). Traduzione italiana, di Adriana Motti, Lo Zio Dinamite, ed. Elmo 1955. Il «metodo» è di nuovo messo in azione con successo in Cocktail Time, 1958, Service with a Smile, 1961, Plum Pie, 1966.​

17 In «Portrait of a Disciplinarian» in Meet Mr Mul­liner, 1927. Trad. it. «Ritratto di una disciplinatrice» in Mister Mulliner, 1930.​

18 V. Il Covile №696, giugno 2024, «Nell’opera di P.G. Wodehouse tracce dell’inquietante laboratorio delle storie di Winnie the Pooh».​

19 Un simposio spinoziano tra Jeeves, Althusser e Toni Negri?​

20 Ernst Jünger, Eumeswil, 1977.​

21 «Honeysuckle Cottage», nella raccolta Meet Mr Mulliner, 1927. Il racconto era uscito nel 1925 su The Strand Magazine e su The Saturday Evening Post. Venne in seguito adattato per pubblicarlo unitamente agli altri come narrazione di Mr Mulliner; ciò conferma la particolarità e l’autonoma ispirazione originale del testo. La prima traduzione italiana è di Alberto Tedeschi in Mister Mulliner (ed. Monanni 1931, poi Bietti 1933).​

22 Fonte: Drury, M. O’C., Conversations with Wittgenstein. V. Il Covile №718, marzo 2025 «Piú forti e piú allegri».​

 

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