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e varia umanità
Stefano Borselli
PER UNA FENOMENOLOGIA DEL COCCO DI MAMMA
Nel ricordo di Vincenzo Bugliani che su Leopardi aveva capito tutto, aprendo questa via.
| Infanzia Preadolescenza |
Maturità | |||
| 1 Tribù non esperita |
2 Assenza di carezze materne |
3 Compensazione |
4 Pessimismo ontologico |
|
| Agostino d'Ippona (354) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Blaise Pascal (1623) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Arthur Schopenhauer (1788) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Giacomo Leopardi (1798) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Charles Baudelaire (1821) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Robert Musil (1880) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Walter Benjamin (1892) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Eugenio Montale (1896) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Jean-Paul Sartre (1905) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Samuel Beckett (1906) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Thomas Bernhard (1931) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Philip Roth (1933) | Sí | Sí | Sí | Sí |
Legenda.
Tribú non esperita — Non semplice introversione ma fattuale non partecipazione (o partecipazione sotto soglia per scarsità ed estraneità) ai giochi virili dei bambini, «le tribú dei fanciulli con le fionde» di Montale, dove si apprende sia a misurarsi con criteri esterni e multimensionali sia a relazionarsi con altri, reali. Motivi articolati e vari, per ragioni eterogenee e spesso opache: la pressione familiare e di classe sociale, la sua interiorizzazione, psiche, ecc. La tribú se prova a integrare, poi si rassegna.
Assenza di carezze materne — Madre anaffettiva, emotivamente inaccessibile, assente fisicamente o morta, con mancanza di allomadri vicarie: nonne, zie, sorelle maggiori, ma anche figure maschili, padre, fratelli, zii... Si osserva spesso inoltre una madre forte e manifestante senso di predestinazione o elitismo morale/intellettuale per lignaggio (lignaggio vivo: padre o nonno, se non immaginario), che si tramuta in dovere da compiere, obbiettivo da raggiungere, per il fanciullo.
Compensazione — Riscatto immaginario col senso di superiorità intellettuale/morale/estetica in un mondo debitore insolvente, lamentatio frequente e dai temi sempiterni. Dileggio (ironia, spleen, distacco sprezzante) verso la vitalità «grossolana» e la mascolinità ordinaria, la vita normale: «Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici» (Villiers De L’Isle-Adam citato da Montale).
Pessimismo ontologico — Convinzione che l’essere sia segnato da dolore, mancanza, assurdità o male radicale. A volte bandiera esplicita, a volte implicita.
Note su «Cocco di mamma».
• La definizione.
«Cocco di mamma» è la spiccia sentenza emessa dalla tribú: sanzione e giustificazione insieme della fattuale auto-esclusione (o exo-esclusione, o endo-esclusione). «Non glielo chiedere nemmeno se viene con noi a far forca1 a scuola, lo sai che è un cocco di mamma». Esiste anche in francese come fils à maman (cosí Sartre si descrive tra le righe, parlando dei suoi compagni, in Les Mots), mentre nel mondo anglosassone si dice Mother’s boy o Mama’s boy, e in tedesco Muttersöhnchen.
• Uso operativo del termine.
Nella sua forma semplice e «pura», questo è il meccanismo: la madre terrorizza il figlio dicendogli di stare lontano dai bambini selvaggi (la tribú), cattivi e, per di piú, poveri. Vedi Montale. Il bambino si forma cosí. La tribú, tuttavia, è un corpo sociale complesso e articolato fatto di duri e comprensivi, estroversi e introversi, «buoni» e «cattivi», capace di gestire le diversità. Spesso prova a integrare il ragazzino, ma alla fine si rassegna. Quando un amico benintenzionato insiste, gli altri gli dicono: «Lascia stare, ci abbiamo già provato…». Quella rassegnazione della tribú — che pure sa accogliere e gestire le differenze — conferma che il bambino era già stato «formato» altrove, al chiuso. Questo è il caso medio reale (e dell'escluso e della tribú), con variabilità, anche patologica, nelle due direzioni. I cocchi di mamma, tutti studiosi, raccontano il loro racconto.
Precisazione.
Se la tabella sembra illustrare le ipotesi di MTAP riprese in Appendice, va chiarito che si tratta ancora solo di una intrigante, promettente, linea di ricerca e non di risultati stabili: la solidità delle attribuzioni, del punteggio agli autori andrà rafforzata. Questa esposizione si presenta quindi come un invito all’approfondimento e — perché no? — anche a un gioco.
Appendice.
• Il rinchiudimento.
Gruppo Gemeinwesen, Teoria minimale del processo d’astrazione (mtap), Cap. 1.7.
L’esistenza si svolge in spazi via via piú isolati e sorvegliati. La condizione dell’Hikikomori non è una patologia marginale: appare come un destino. Sempre piú persone vivono giorni e giorni, vite intere, in ambienti chiusi. ¶ Fino a pochi decenni fa, però, la condizione della maggioranza dell’umanità non era urbana: viveva all’aperto, a contatto con la terra, tra rumori e odori naturali, nella Penía aristofanesca, la povertà viva e condivisa che nutriva il godimento della presenza. Gli alberi erano vicini e cosí gli animali selvatici, che di continuo irrompevano nello spazio del vivere e del lavoro. ¶ Ma anche la vita urbana era altra cosa: quale differenza tra un basso napoletano, con la porta aperta sulla via ― dalle cui finestre Liszt poteva ancora catturare le note di Fenesta vascia ― e un appartamento al sedicesimo piano, raggiungibile solo in ascensore. ¶ Il rinchiudimento di bambini e ragazzi, un tempo sfortuna di pochi (malati o benestanti) e oggi maggioritario, è poi il fondamento dello scisma cognitivo, di cui si tratta piú avanti. ¶ Quanta vita mancò all’infanzia di Giacomo Leopardi, che di un giardino di rose non vede profumi né colori, il brulichio di creature alate e striscianti, ma solo disfacimento e morte e descrive l’opera pronuba delle api come stupro e violenza? O in quella di Charles Baudelaire che preferiva l’odore artificiale del benzoino a quello semplice della rosa e della violetta? ¶[...]. ¶ Leopardi — e come lui altri poeti, non tutti — non coglie la realtà «piú in profondità»: la vede meno. ¶ Walter Benjamin, cresciuto in interni borghesi berlinesi, elabora una visione della storia che ricorda il giardino leopardiano dove api e sole torturano rose, e ogni vita è strage: solo macerie vede l’Angelo trascinato dal vento del progresso, non riconoscendo che insieme a quelle rovine c’è vita. Il giovane soldato ferito nella guerra del capitale che in licenza passerà i giorni piú belli della sua vita con l’amata, esperendo gli attimi eterni della presenza, gli risulta invisibile. ¶ Dal caso dei cosiddetti ragazzi selvaggi risulta che se l’apprendimento del linguaggio manca entro una finestra critica, difficilmente si recupera. Cosí, forse, chi perde nell’infanzia la comunicazione immediata con il semplice — i giochi spontanei, le avventure fuori controllo, le grandi amicizie, le liti e le riconciliazioni che insegnano a sentire e misurare sé e gli altri — difficilmente ne ritrova la pienezza in seguito. Ha mancato l’apprendimento intuitivo della realtà relazionale, dei messaggi corporei che scorrono sotto parole e gesti simbolici, della gestione del conflitto e della riparazione. L’occasione perduta lascia un’impronta: la percezione resta amputata, e su questa ferita si innestano immaginari potenti ma scissi. ¶ Quei poeti capivano meno le cose piú semplici e piú belle, ma possedevano il genio di costruire una realtà letteraria che compensava la loro sofferenza per quella mancata accessione, quell’esclusione, con un vicario senso di elezione e finezza — e questa costruzione dà ancora oggi corpo e giustificazione alle incertezze profonde di tutti. ¶ Proprio per questo la loro visione sostiene il mito potente del bisogno di redenzione. Cosí l’attesa salvifica diventa il varco montaliano, il tempo-ora di Benjamin, e la natura leopardiana una matrigna nemica da combattere. È questa promessa di riscatto, componente costitutiva del processo astrattivo, che modella l’immaginario moderno: la realtà non basta, va combattuta, superata, vinta. ¶ Il rinchiudimento, allora, non è solo fisico, ma una condizione dell’anima, che, educata a non fidarsi di ciò che è, di ciò che si mostra, di ciò che si tocca, non sa piú camminare sul sentiero del giorno e, divenendo uno dei dormienti di Eraclito, si involge in un mondo privato.
• Le barchette della tribú.
Stefano Borselli. Dall’intervento al convegno su Vincenzo Bugliani e la sua opera, Firenze, 21 marzo 2026.
Il racconto di Vincenzo Bugliani2 è la testimonianza della crescita di un bambino dentro un mondo di sicurezze e affettività fortissime, vissuto per lo piú all’aperto, in continuità con piante, alberi e animali. Un’esperienza che è stata comune per la maggioranza dell’umanità fino a non molti anni fa. Per l’Italia possiamo anche darne una datazione. Pochi anni fa ho raccolto, tramite un questionario, dati su come si passavano le giornate all’età di otto anni.3 Risultato: fino al 1975 la grande maggioranza dei bambini italiani ottènni passava piú di metà del tempo libero dalla scuola, dal sonno e dai pasti, fuori dalle mura di casa, senza sorveglianza continua di adulti, mercenari o non. A partire dal ‘75 questa autonomia si è via via ridotta fino alla sostanziale sparizione di una ventina di anni fa. Anzi: ormai è proibita dalla legge. Non è chiaro quanto e come sia davvero proibita — è pane per gli avvocati — ma ci sono sentenze in merito, e la manualistica giuridica afferma che fino a 14 anni, se i genitori mandano il figlio a comprare il giornale, rischiano la denuncia per abbandono di minore; e ciò risuona nei discorsi preoccupati che si colgono ai giardinetti. ¶ Anche in quei tempi felici di un’infanzia meno reclusa, tuttavia parte dei bambini non aveva quelle opportunità di libera e naturale crescita. Ne vedremo piú avanti qualche conseguenza. ¶ Nell’edizione coviliana del libro sono responsabile dei due eserghi e del retro di copertina, dove propongo un collegamento con Der Feldweg di Heidegger che non è una forzatura, la questione delle barchette crea un legame con In famiglia davvero notevole:
Dalla corteccia di quercia i ragazzi invece intagliavano i loro navigli, che con tanto
di banco dei vogatori e timone, galleggiavano nel rio Metten o nella fontana della
scuola. Quei giocosi viaggi per il mondo arrivavano ancora facilmente alla loro meta
e ritrovavano al ritorno la sponda. La natura onirica di tali viaggi rimaneva protetta
in uno splendore allora appena visibile che si estendeva su tutte le cose. Occhio
e mano della madre delimitavano il loro regno. Era come se le sue tacite premure vegliassero
su tutte le creature.
Questo Heidegger, in Der Feldweg. Nel libro di Vincenzo:
Quando andiamo dalla nonna, a piedi, per me è un viaggio avventuroso. Prima andiamo
in un viottolo [Der Feldweg!], che dalla nostra strada va fino al viale della Stazione, per tutto il percorso
accompagnato da una piccola gora. L’estate ci gioco spesso con i miei amici: facciamo
delle gare con le barchette, tagliando per lungo le zucchine troppo grosse e poi
svuotandole — tanto i contadini le buttano via, perché non servono per nutrire i maiali,
le galline e le anatre; qualcuno gliele dà, ma contengono solo acqua.
Per opposizione, a rappresentare gli esiti di un’infanzia reclusa, ecco ancora le barchette, ma solo scrutate, da lontano, di un giovane Montale terrorizzato dai giochi di bambini, in Flussi, poesia tra le piú note che ha fornito il nome a Lo scialo di Vasco Pratolini:
I fanciulli con gli archetti / spaventano gli scriccioli nei buchi. [...] e ogni cosa
si tende alla flottiglia / di carta che discende lenta il vallo. […] Brilla in aria
una freccia, / si configge s’un palo, […] La vita è questo scialo / di triti fatti
[...] Tornano le tribú dei fanciulli con le fionde [...] fanno naufragio i piccoli
sciabecchi / nei gorghi dell’acquiccia insaponata. / Addio! — fischiano pietre tra
le fronde, [...].
Le barchette dei fratelli Heidegger, che salpavano in quei tempi governati dalla madre e pieni di magia, arrivavano sempre a destinazione. Vincenzo dell’approdo delle sue non parla, ma il suo ricordo della magia, «un Paradiso terrestre», e dell’onnipotenza di madre è il medesimo. Abbiamo testimonianza che Eugenio Montale fin da vecchio non sopportava i bambini.
• La voce del Semplice in casa Leopardi.
Giacomo Leopardi, Zibaldone, 2 dicembre 1828.
Memorie della mia vita. — Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi l’Olimpia Basvecchi4 riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventú, in casa, senza vedere alcuno: che gioventú! che maniera di passare cotesti anni! Ed io concepiva intimamente e perfettamente anche allora tutta la ragionevolezza di queste parole. Credo però nondimeno che non vi sia giovane, qualunque maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passar quegli anni, non sia per dire a se medesimo quelle stesse parole.
Note
1 Fare forca lo dicevamo in toscana, marinare era diffuso al centro-sud, fare sega veneto, bigiare lombardo-piemontese. Non c’è parola colta: abbiamo solo il parlato locale. Ma anche questo è finito col controllo digitale nella scuola.
2 In famiglia. Memorie dal monte di Pasta. Acro-Pòlis, 2025.
3 V. Taeg8. Studio sulla scomparsa del Tempo Autonomo Esterno nell'infanzia e le sue conseguenze, Le raccolte del Covile, 2023-2024.
4 Il fratello minore di Monaldo, Vito (1779-1850) sposò nel 1812 Olimpia Melchiorri, vedova Basvecchi, che cosí divenne zia del poeta. Doveva essere una persona viva in quella Casa degli Usher in cui crebbe Giacomo, come certamente fu Silvia (Teresa Fattorini, figlia del cocchiere). Ma per Olimpia non abbiamo nessuna poesia, era in casa, carnale, non un'idea: un pericolo per le muraglie difensive.
Wehrlos, doch in nichts vernichtet
Inerme, ma in niente annientato
(Der christliche Epimetheus
Konrad Weiß)
Legenda: Translated by/Traduit par/Tradotto da; Title of the text in the edition/Titre du texte dans l'édition/Titolo del testo nell'edizione;
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