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№187 (726)

Naturae Delectationes Apposuit Propter Operationes. (2)​

Nikos A. Salìngaros, Luciano Funari, Alzek Misheff.​

Perché lo sviluppo umano richiede l'atto creativo​

 La creazione dell’integrità sana il creatore.​

di Nikos A. Salíngaros.​

Fonte: Prima edizione Il Covile N° 507, aprile 2009.
Ver­sione in lingua inglese col titolo «Making Wholeness Heals the Maker»
su Crisis magazine del 17.9.2012. ​

Vorrei parlare un po’ su «la creazione dell’integrità sana il creatore», un concetto promosso da Chri­stopher Alexander sull’atto creativo ed in particolare la sua applicazione nell’Arte, nella produzione di artefatti e in architettura. Il concetto è fondamentale nella creazione di piccoli oggetti, ma voglio sugge­rire come si applica ad ogni scala.​

Oggi stiamo parlando a livello internazio­nale di città sostenibile, di piani regolatori, di piani urbanistici, di piani casa, ecc. per for­mare le nostre città in un modo piú sano nel nuovo millennio. Ma mentre l’urbanistica opera su una base legislativa, che definisce ciò che si può fare e ciò che non si può, un’altra dimensione richiede la coscienza umana per sistemare i piccoli interventi. Piccoli al livello architettonico di una stanza, di un’estensione del balcone, di una finestra, fino all’ornamento attorno alla porta. Come riuscire a farlo in modo coerente? Abbiamo finalmente preso coscienza che la città a scala umana è il risultato di un numero infinito di piccoli interventi. Alcuni di questi atti sono coordinati tra loro, ma molti non lo sono. La coerenza urbana diventa il prodotto della coscienza umana tramite la cultura attuale del luogo, una manifestazione d’auto-organizzazione.​

Esiste un problema molto grave, però, per­ché la coscienza della nostra società è stata deturpata per formare un «uomo nuovo» strettamente meccanico e ben poco umano. L’élite dominante ci ha convinti a recidere i legami con l’atto creativo, fonte millenaria di sanità per l’uomo. Adesso questa fonte non l’abbiamo piú, l’abbiamo lasciata perdere con­vinti che tutto ciò che è fatto dev’essere ne­cessariamente un prodotto industriale, frutto della filosofia della collettivizzazione dell’individuo. La mano dell’uomo non entra piú nel processo; la legge ferrea dell’ «econo­mia di scala industriale» governa tutta la no­stra vita. Chi di noi crea qualcosa? Chi tra noi dipinge, fa una scultura, tesse una qualsiasi fi­bra o fa un lavoro artigianale con le proprie mani? Chi cucina ancora i propri pasti oggi? Una persona nella società contemporanea non crea assolutamente niente, quindi si ammala perché non può beneficiare dell’effetto rigenerativo e nutritivo della creazione.​

L’atto creativo, un dono che viene da Dio perché è un atto umano che copia esattamente quello che fa Dio, è stato spento dalla propa­ganda del consumo industriale. La creazione è stata di fatto proibita dal potere dei media, diventati piú assoluti ed intolleranti d’ogni re­ligione tradizionale. Invece, che belle parole nella Bibbia descrivono la creazione del­l’uomo formato con la terra dalla mano di Dio! Soprattutto per un convinto evoluzioni­sta come l’autore, ciò illustra l’atto creativo dell’uomo meglio di qualsiasi nozione scienti­fica sull’origine della vita dalle molecole or­ganiche. Ma perché Dio ha creato la vita in primo luogo? La Bibbia non lo spiega, ma è facile da comprendere: perché la creazione dà gran piacere a Dio. Possiamo anche pensare che l’atto creativo aggiunga una coerenza nella divinità di Dio, altrimenti non ci sareb­be bisogno di creare niente. Senza creazione avremmo un universo vuoto, freddo. Dunque, dobbiamo rispettare la creazione come atto sacro, anche se non la comprendiamo.​

Luciano e Giovanni Funari.

Noi esseri umani siamo costruiti con l’istinto creativo, il bisogno nutritivo di creare l’integrità, e lo abbiamo praticato per nutrire la nostra anima ed il nostro corpo per millen­ni fino ai nostri tempi «moderni». A causa della propaganda consumistica abbiamo ces­sato di creare, di generare. Consumiamo sol­tanto, cioè, distruggiamo: è un grave sintomo d’insostenibilità globale. Nel passato la specie umana bilanciava questi due processi opposti: creazione e distruzione; oggi, però, perse­guiamo soltanto il secondo. Oltre all’ambien­te che viene distrutto con rapidità preoccu­pante, è, infatti, l’anima umana ad essere dan­neggiata se non creiamo niente personalmen­te. Tutto oggi si deve comprare, tutto è un prodotto industriale, la possibilità di creare non esiste, è stata dimenticata nei decenni passati. I «contemporanei» hanno soltanto parole di condanna, e paura, per il passato, convinti che qualsiasi sguardo all’indietro sia un tradimento dello sviluppo civilizzatore.​

Gli attrezzi dello scultore.

Una persona che si nutre creando oggetti, artefatti, dimore o città non ha un luogo nella società d’oggi. Nel sistema ideologicamente totalitario nel quale viviamo, questa persona sarà esclusa perché retrograda o forse nel mi­gliore dei casi messa ai margini come un esse­re eccentrico e un po’ pericoloso che ha dirit­to al suo comportamento strano. I «moderni» lo guarderanno con un misto di disprezzo e curiosità, ma mai come un esempio da seguire, sicuramente mai come un maestro da quale imparare per poi migliorare la propria vita. Un vero creatore, che sia un artista (nel senso tradizionale), uno scultore, uno che lavora la pietra, un maestro d’ornamentazione archi­tettonica, non vale niente nella nostra società. Non dimentichiamo che l’ornamentazione è stata condannata un secolo fa come un crimi­ne grave. Questa condanna non è mai stata re­vocata e, nelle scuole d’architettura, ancor oggi si continua ad insegnare di guardarsi dal gran crimine dell’ornamento. Il tabú contro la lavorazione artigianale e l’ornamento non è mai stata abolito.​

Le mani dello scultore.

Siamo costretti ad essere assai duri con la gente. Perché hanno voluto distruggere i le­gami con la natura, con l’anima umana, con l’esistenza di un ordine superiore? Gli uomini d’oggi hanno reciso i legami con il nutrimen­to generato dall’atto creativo, perché non creano piú, confondono ormai la vera e pro­pria spazzatura con l’arte, sono stati convinti che un museo pieno d’oggetti schifosi rappre­senta la creazione artistica. Stimano oggetti e edifici che rappresentano tutto ciò che tradi­zionalmente era proibito, che rappresentano l’escremento, l’immondizia, la malattia, e ne lodano i produttori come grandi artisti. Con la creazione di questi oggetti questi cosiddetti «artisti» si sono arricchiti economicamente ma ammalati allo stesso tempo. Come mai uno può fare un tale sbaglio fondamentale? Confondono la creazione con la distruzione. Non hanno letto niente della filosofia e delle religioni tradizionali che parlano di quest’inganno? Infatti, la maggior parte della gente non ha letto niente tranne la propaganda dei media. Abbiamo un popolo indottrinato, un popolo soggetto ad un lavaggio del cervello massivo, quasi universale. Sono preparati come robot per un obiettivo solo: il consumo insostenibile. Come in qualche civiltà del passato, quelli che hanno agito contro la natura sono scomparsi. È questa la nostra sorte?​

Raramente si trova oggi una persona che è un creatore, che lavora con materiali per svi­luppare un oggetto con le proprie mani, per liberare una forma dal materiale informe, che osa imitare l’atto divino che crea ordine dal disordine. Questo individuo prende un gran piacere nell’atto creativo, anche modesto, ali­menta la propria anima e diventa piú sano. Come dice Alexander «la creazione dell’inte­grità sana il creatore». Quando troviamo una di queste persone dobbiamo trattarla come un profeta, un maestro dal quale imparare valori fondamentali per la nostra vita. Non necessa­riamente per fare proprio lo stesso, ma per scoprire il piacere nell’atto creativo e poi ap­plicarlo nella nostra vita quotidiana per farla piú completa, piú ricca. Purtroppo la nostra società non sa far altro che maltrattare questi individui, ed elogiare tutti gli impostori della cosiddetta «modernità». È perciò importante, oggi, compiere ogni sforzo per riconoscere e sostenere i veri creatori.​

Finalmente, come giudicare se una crea­zione è un’espressione d’integrità invece che una superficiale copia d’immagine promossa dai media? Facilissimo! Alexander ci fornisce lo strumento, invertendo la sua regola: se l’atto creatore ti fa piú sano, se ti da una coe­renza dell’anima, se ti nutre in modo inequi­vocabile, il risultato è buono. La forma della creazione non importa: è l’impatto sulle no­stre emozioni che conta. È un criterio basato strettamente sull’incremento dell’integrità del proprio corpo, del sentimento di coerenza nella propria mente. Un artigiano questo lo sa istintivamente, è il principio del creare. Una referenza biologica dipendente dal sistema neuro-fisiologico umano, lontana dai concetti astratti che sono spesso stravolti per servire alla manipolazione. Nessuna comparazione con i disegni alla moda, né con quelli esaltati dagli «esperti» che si vedono sulle riviste, nes­sun criterio di politicamente corretto. L’indi­viduo si è liberato dall’oppressione soffocante dei media che hanno negato la sua natura umana, che hanno subdolamente nascosto la capacità umana di creare l’integrità in ogni atto di vita. Cosí c’è ancora una speranza: che ogni cittadino possa creare un po’ d’integrità, e che tutti insieme possiamo ri-generare l’ambiente costruito.​

Nikos A. Salíngaros​

All’opera.

 Il mestiere della pietra.​

di Luciano Funari

Fonte: So’ impastato nel peperino, Stampa Alternativa.​

C’è una cosa che piú ne consumi e piú ti sembra averne, piú ne risparmi e meno te ne resta: è il tempo.​

Nessuno aveva piú tempo a disposizione di un artigiano antico, che ne impegnava cosí tanto per compiere lavori, che noi oggi, — uo­mini senza piú tempo da perdere — eseguiamo tanto in fretta con i nostri macchinari tecno­logicamente sofisticati. Ma in quelle pulegge velocissime, tra gli ingranaggi assordanti è ri­masta impigliata anche la nostra vita, in una corsa frenetica dietro al tempo.​

«Il tempo è denaro! — si dice — occorre ri­sparmiare il denaro!»… ma forse non è vero: il tempo non è denaro, no. Il tempo è vita! E in un oggetto fabbricato con le mani c’è un con­densato di tempo, tanto tempo, un pezzo della vita d’un uomo, un’anima infusa nel manu­fatto dal suo lento e paziente artefice. I pro­dotti della civiltà industriale, cosí perfetti, non hanno vita, non hanno anima!​

«Tu sei il nipote di Luigi Anselmi, vero? — mi chiese un anziano signore, incontrato ad una mia mostra di scultura — Se hai tempo da dedicarmi, sono disposto ad insegnarti, sull’arte dello scalpello, quello che tuo nonno (morto nel 1925) ha insegnato a me».​

L’anziano signore era Leandro Leandrini, classe 1899, uno dei «ragazzi» che, impugna­to il ‘91, rischiarono la vita nelle trincee della Grande Guerra. Era il 1986: fu l’inizio di un’entusiasmante avventura nel tempo, attra­verso quegli stessi gesti, con i medesimi at­trezzi, con l’identica passione e pazienza che avevano guidato il lavoro di uno scultore di venti secoli fa.​

Quell’incontro fu come un ponte miraco­loso gettato fra me e le innumerevoli genera­zioni che mi avevano preceduto: un ponte che era crollato inesorabilmente all’epoca in cui le prime lucidatrici avevano sostituito l’orso e i martelli pneumatici cominciarono a «maltrattare la pietra».​

«Lo scalpello deve tagliare la pietra come il fiume consuma i ciottoli» diceva l’anziano scalpellino, soffiando via la polvere di peperi­no con una cannuccia; quella stessa polvere che lasciava cadere, con gesto liturgico, come «emostatico» sulla ferita inferta alla mia ma­no da un maldestro colpo di mazzolo. «Non ti preoccupare, è da qui che entra il mestiere!»​

Chi si sentirebbe di ripetere ad un figlio che l’esperienza e la saggezza si acquistano sulla propria pelle, con il sudore e la sofferen­za? Valori fuori moda e fuori mercato, come quei manufatti, realizzati con precisione ma­niacale e meticolosità certosina. Esiste oggi un tornio computerizzato capace di creare co­lonne mastodontiche come quelle della basili­ca di San Paolo a Roma? Monoliti enormi, cavati a colpi di picchio, trascinati su rulli da coppie di buoi, squadrati e intagliati a mano, con il solo aiuto di qualche regolo e dei tra­guardi ottici. Sono dei capolavori della peri­zia, della precisione, della pazienza di anoni­mi artigiani, che hanno condensato nel loro lavoro un mondo di conoscenze tecniche, un pezzo della loro vita e… tanto tempo!​

Eppure, questa cultura millenaria che fece della nostra Viterbo una piccola «Carrara del peperino» sta definitivamente scomparendo sotto i nostri occhi distratti e quel che ne resta rimane fragilmente appeso alla memoria degli ultimi testimoni.​

Il sogno, anzi il dovere, di noi moderni amanuensi è quello di accogliere e tramanda­re ai posteri questa tradizione millenaria, sal­vando la memoria e il mestiere della pietra dall’oblio della barbarie tecnologica; rileg­gendo, insieme alle generazioni future, i ge­roglifici misteriosi lasciati sull’epidermide delle antiche pietre (quelle d’un monumento, come quelle d’una semplice parete di cava) dai fitti segni del picchio o della subbia, della gradina o dello scalpello. Non mere tracce inconsapevoli dello stridio d’un utensile, ma segni calligrafici d’una vita vissuta, di un’anima donata e di… tanto, tanto tempo.​

Luciano Funari​

Particolare.

Il peperino.​

Tra fa’ ‘na cosa bella e una brutta,
tanto vale falla bella.​

Provando e riprovando a definire la pietra dei nostri paesaggi, che cosí tanto amiamo la­vorare, ci siamo accorti che la piú bella defi­nizione è quella che cià dato zio Renzo.​

Il peperino è ‘na pietra calda, è ‘na pietra che s’accoppia col mattone, col cotto, col le­gno. Si sposa benissimo con altri materiali. È una materia che il Viterbese la dovrebbe ama­re. Se vedo una cosa fatta di travertino, non è che me dispiace, ma méttece pure il peperino! È bello, i muri devono esse’ fatti de pietra, la casa deve respirà.​
È una materia nostra, e ‘st’amore che ciò lo devo riconosce’ al mi’ nonno, al mi’ padre e ai mi’ fratelli. Di fronte a loro non ho fatto gnente. È stata loro l’idea di mette’ la seghe­ria, il coraggio ce l’hanno avuto loro.​

 La corte del Verderame.​

Maestro Misheff, Montechiaro d’Acqui, 4 ottobre 2012.​

Qualche capriolo, nessun cinghiale si è vi­sto quest'anno. Ogni tanto passa il conta­dino amico rimasto. È l'inizio di ottobre, il periodo dei pomodori che rimarranno verdi. Dalle colline di Montechiaro d'Acqui disegno dal vivo con il dito diret­tamente su iPad e scrivo questo testo per il convegno a Milano.​

Mi devo presentare1... fatica d'obbligo. Sopravvalutato come nuotatore e come avanguardista internazionale, trent’anni sono passati; sono sopravvissuto senza performan­ce, senza installazioni, ho fatto semplicemen­te concerti, molta pittura «non piú moderna», volti e figure di donne e uomini rassomiglianti e per niente deformati e che qualche benevolo amico forse avrebbe chiamato di stile «poetico realista». Di recente anche pittura ad olio e verderame, quella di una volta dei contadini agricoltori per i loro portoni… Forse è la pa­rabola del nuotatore performer che ero e che cerca un amico agricoltore. E se ha una pare­te, per lui vorrei fare un vero affresco su into­naco fresco. Sicuro che non penserà male di me considerandomi soltanto un decoratore o peggio, graffitaro. O peggio ancora, di quelli delle aste.​

Dipingere per qualcuno e non per se stessi, pittura a-fresco fissata per sempre, che non può circolare ed essere valutata e scambiata con il denaro, che non ha un suo vero e pro­prio valore di scambio. Immobile su immobi­le. Questo è il primo punto per quanto con­cerne la professione, il comportamento e pre­sa di coscienza personale. Ovviamente è in contrasto netto con la cosí detta Arte contem­poranea e Arte Concettuale, da dove proven­go, nonostante ci siano segnali incoraggianti di cambiamento di tipo Ambientalista nuovo, come quello dell'ultima Documenta di Kassel.​

Sull'impatto negativo nella vita di tutti provocata dall'Arte e dall'Architettura mo­dernista si stanno levando piú voci. I protago­nisti sono diventati intoccabili non solo per­ché sostenuti dal capitale in denaro planeta­rio, aderente al dinamismo del costume con­sumista «mordi e fuggi», ma per il benestare di molti governi e la loro politica culturale. Praticamente di stile estetico a tutti costi av­veniristico «extraterrestre». Trionfo dell'in­divi­dua­li­smo dissacrante tutto, gli Art e Archistar si sono eletti come unica realtà sa­cra. Naturalmente questi sono argomenti di attualità da sviluppare in altre sedi (su questo argomento vedi numero il N°719 de Il Covile.

In generale in questa sede a noi invece in­teressa il contributo di valori che la cultura artistica potrebbe e dovrebbe indicare in rela­zione al mondo italiano degli agricoltori di oggi. Credo che convenga a proposito, torna­re molto indietro per riascoltare l'autorevole voce del nostro Patrono:​

Chi lavora con le mani è un operaio, chi la­vora con le mani e con la testa è un artigiano, chi lavora con le mani, con la testa e con il cuore è un artista.​

Semplice da capire, facile da ricordare. Non dice che l'operaio e l'artigiano sono senza cuore, ma cuore significa visione globa­le, responsabilità, dare dei valori oggettivi. Invece sono gli altri quelli che decidono se il cuore dell'opera è grande e sincero. Mani, te­sta e cuore. E non menziona, comunicatori, analisti e altri e altri, questi non esistevano. Mani, testa e cuore, dove sono rimasti, dove cercarli? Nel suolo, nella terra, nel clima, nel vento e nella pioggia, nelle vaste porzioni di territori abbandonati, le piccole comunità, oasi rurali di umanità. E se per qualcuno San Francesco d'Assisi dice poco o ha preteso troppo o che è troppo tardi oggi nell'epoca della crisi, sentiamo un altro brav'uomo che non è un santo e nemmeno un artista:​

... è nella crisi che sorge l'inventiva, le sco­perte e le grandi strategie… Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato... Senza crisi non c'è merito... Perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze...​

Lo scrisse intorno al 1929 quell'incorreg­gibile ottimista ed inventore Albert Einstein. Aveva ragione per il singolo, per il comporta­mento individuale, allora e adesso. E oggi per una visione allargata e sociale sulla crisi e i cambiamenti tecnologici, sul dominio econo­mico che si estende su tutto e tutti, cosa pos­siamo dire e fare?​

Non riesco ancora a intravedere come quei pochi artisti con pensieri e comportamenti, che io chiamo «non piú moderni» possano mettersi al servizio di moti movimenti che ri­vendichino l' autenticità del piccolo, del loca­le e del valore culturale storico, per il quale ho scelto tempo fa un temine: «sentimento italiano». D’altra parte se si vuole riconoscere almeno in parte che è il desiderio che orienta la vita del mondo, quanto tempo deve passare prima che gli intellettuali della metropoli co­mincino a desiderare le sane e belle fanciulle che ci sono, nate, cresciute e che vivono in mezzo alla natura. O quante belle poetesse o esperte delle nuove tecnologie s’innamorino del bell’agricoltore? Detto oggi, mi rendo conto, la domanda che ha qualche aspetto an­tropologico, pare poco seria. Il costume, il gusto, le abitudini e l’erotismo oggi sono tutti metropolitani o vacanzieri ed esotici, pur­troppo e comunque in relazione economica. Forse ci vuole tempo, ci vogliono generazio­ni, la metropoli è inerte in questo. Ma si deve provare, come fanno tanti e tante piccole for­ze, nuovi modelli di ambientalismo che si stanno costituendo come la nostra associazio­ne La corte del verderame nata poco tempo fa durante il recupero della nostra cascina. Tipi­ca tipologia piemontese inizio secolo. Recu­pero rigoroso, lavorare con le proprie mani, usare calce, sabbia e pietra locale. E porte e portoni da risistemare e ridipingere. E lí im­provvisamente accade qualcosa di speciale: la scoperta del verderame. Cercare di capire quel millenario colore verde, l'ossido di rame, e dargli un senso ordinante e fisico, un ruolo universale per realizzare affreschi, pittura su tela o su tavole di legno. E dargli un valore lessicale, una reale metafora che è «la corte»- sede dell'Associazione. A chi si rivolge? In primo luogo agli agricoltori, piccoli o grandi. Dopo, agli artisti e agli architetti sensibili culturalmente alle piccole realtà rurali, a per­sone sensibili, ai piccoli per adesso, ma im­portanti cambiamenti culturali in atto, ai me­cenati se ancora esistono, alle aziende che ga­rantiscono non solo i materiali tradizionali e genuini, ma anche processi e l'etica della la­vorazione.​

L'arte di oggi ha bisogno del contadino per sopravvivere in qualità, in autenticità, per non dire in sincerità. Il contadino o l' agricoltore hanno bisogno dell'artista e della comunica­zione per poter sopravvivere in qualità, che è anche l'autenticità della produzione. L' agri­coltore deve servirsi della cultura per riaffer­mare il suo esistere sociale che il consumismo gli ha sottratto, nel nome di una visione del mondo come unico mercato. Questo il mio so­gno, difficile da realizzare: la metamorfosi da un artista internazionale a un artista locale.​

Davanti ho quel piccolo vigneto senza piú uva. Ottobre, verrà color rosso. E giallo. E oro. Tra poco.​

Maestro Misheff.​

Alzek Misheff, Nella vigna.

Note​

1 Intervento letto al Convegno DallAgricoltura le risorse per salvare lEconomia, Aula Magna della Facoltà di Agra­ria-Università degli Studi di Milano, 12 ottobre 2012.​

 

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