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stefano borselli
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e varia umanità
La lettera sulla felicità di Epicuro con una glossa involontaria di G. K. Chesterton
Lettera a Meneceo.
di Epicuro
La vera felicità costa poco:
se è cara, non è di buona qualità.
(François-René de Chateaubriand, Memorie d’oltretomba, Parte I, Libro I, Cap. 7.)
Il tempo per la riflessione (1–121).
Caro Meneceo, quando si è giovani non bisogna aver paura di iniziare a filosofare; quando si ha qualche anno in più non bisogna stancarsene. Nessuno è mai troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima.
Chi dice che non è ancora arrivata, o che è già passata, l’età giusta per filosofare è come se dicesse che non è ancora arrivato, o che è già passato, il momento giusto per essere felice.
Devono occuparsi di filosofia sia il giovane, sia l’anziano. L’anziano perché il piacevole ricordo del passato lo mantenga giovane nell’anima, il giovane perché la saggezza lo renda immune dalla paura del futuro come chi ha già vissuto a lungo.
Alleniamo la nostra mente a ragionare su cosa ci rende felici perché se lo siamo non ci manca niente, se non lo siamo facciamo di tutto per diventarlo.
Rifletti sui miei consigli e mettili in pratica: ti saranno utili per vivere felice.
Gli dei (122–123).
Per prima cosa considera la divinità eterna e beata, come ciascuno immagina l’essenza del divino nella propria anima.
Non pensare che la divinità abbia qualche caratteristica che contrasti con la sua immortalità e la sua beatitudine, piuttosto immaginala in grado di conservare la propria beatitudine per sempre.
Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non possono esistere come li immaginano in tanti che gli attribuiscono caratteristiche in contrasto con la natura stessa della divinità.
Non è blasfemo chi non crede nella religione popolare, ma chi attribuisce agli dei le credenze della maggior parte delle persone. Non si tratta infatti di certezze, ma di supposizioni errate. È per questo che le cause delle più grandi sofferenze o dei beni più straordinari vengono spesso erroneamente attribuite agli dei.
Gli dei accolgono chi gli è simile e considerano estraneo chi non lo è.
La morte (124–127).
In secondo luogo abituati a pensare che la morte non è nulla per noi: ogni piacere e ogni dolore esistono solo quando li percepiamo, ma la morte ci toglie la possibilità stessa di percepire.
La consapevolezza che la morte non è niente per noi rende piacevole la condizione mortale della vita senza bisogno di aggiungere tempo infinito, ma semplicemente liberandoci dalla brama di immortalità.
Non c’è nulla di cui avere paura nel vivere per chi sa che non c’è nulla di cui aver paura nel non vivere più.
Parla a vuoto chi afferma di non aver paura dell’attimo della morte, ma teme di dover morire prima o poi: è sciocco che quello che quando accade non ci fa soffrire ci faccia invece soffrire mentre lo aspettiamo.
La morte, il più terribile dei mali, non è niente. Quando ci siamo noi la morte non c’è, e quando c’è lei noi non siamo più.
La morte non deve preoccupare né i vivi né i morti; per i primi non c’è, gli altri non sono più. Invece in tanti la temono come il più grande dei mali, altri la cercano per liberarsi dai mali della vita.
Il saggio invece non rinuncia a vivere e non ha paura di morire: non considera vivere un male, ma non ritiene nemmeno che sia un male non vivere più.
Come il saggio non sceglie il cibo più abbondante ma il più gustoso, così non vuol vivere il tempo più lungo, ma il più piacevole.
Chi invita i giovani a vivere bene e i vecchi a ben morire è uno sciocco, non solo perché c’è sempre qualcosa di dolce nella vita, ma anche perché muore bene chi è vissuto bene fino all’ultimo giorno. È molto più grave invitare a morire giovani o cantare: «I sometimes wish I’d never been born at all».1
Se è convinto di quel che dice perché non abbandona la vita? Se davvero lo desidera fortemente nessuno glielo impedisce. Se invece scherza cambi argomento: non è opportuno ironizzare su queste cose.
La felicità dipende da noi (127–130).
Ricordiamoci che il futuro non è completamente nelle nostre mani, ma non è nemmeno del tutto fuori dalla portata dei nostri progetti. Non aspettiamoci che si avveri ogni nostro desiderio ma non rassegnamoci all’idea che sia impossibile riuscire a realizzarne qualcuno.
Alcuni desideri sono naturali, altri sono futili; tra quelli naturali alcuni sono necessari, altri solo naturali; tra i desideri necessari alcuni sono fondamentali per la felicità, altri per la salute del corpo, altri ancora per la vita stessa.
Solo comprendere correttamente la natura dei nostri desideri ci permette di decidere cosa scegliere e cosa non scegliere in modo di ottenere il benessere del corpo e la serenità dell’anima, in altre parole: una vita felice. Tutto quello che facciamo avrà l’obiettivo di farci evitare il dolore e il turbamento; e quando ci saremo riusciti si placheranno le tempeste dell’anima, perché niente può rendere più completo il benessere dell’anima e del corpo e non sentiremo il bisogno di cercare altro.
Infatti sentiamo il bisogno del piacere quando soffriamo perché ci manca, ma quando non soffriamo più non ne sentiamo il bisogno.
Il piacere è nello stesso tempo il punto di partenza e il culmine della vita felice. Lo consideriamo il bene più importante, parte della nostra stessa natura. In base al piacere che ne deriva facciamo le nostre scelte e le nostre rinunce, sempre in base al piacere giudichiamo ciò che è buono.
Il piacere è così importante per noi che non lo scegliamo a caso: ne rifiutiamo molti, quelli che hanno come conseguenza dolori maggiori; accettiamo invece quei dolori che, dopo averli sopportati anche per molto tempo, ci procurano un piacere maggiore.
Tutti i piaceri sono un bene, perché la nostra stessa natura li cerca; ma non per questo dobbiamo sceglierli tutti. Allo stesso modo ogni dolore è un male ma non dobbiamo evitarli tutti. Meglio giudicare nel merito di volta in volta, e valutare attentamente le conseguenze, perché a volte capita che un bene si rivela per noi un male o al contrario un male diventa per noi un bene.
La semplicità.
Per noi è molto importante la capacità di dire no ai desideri, non perché dobbiamo sempre accontentarci di poco, ma perché quando non abbiamo molto possiamo comunque apprezzare il poco che abbiamo. Apprezza di più l’abbondanza chi non ne è assuefatto. È facile procurarsi quello di cui si ha veramente bisogno mentre è difficile mettere le mani sul superfluo. I cibi semplici danno lo stesso piacere dei più ricercati eliminando il dolore della fame; pane ed acqua danno un piacere completo a chi ha fame.
Essere in grado di vivere felici con un cibo semplice e non ricercato fa bene alla salute e ci aiuta a comprendere di cosa abbiamo veramente bisogno, ci fa apprezzare di più i piccoli lussi che a volte la sorte ci regala e, infine, ci permette di non aver paura degli alti e bassi della vita.
Quando diciamo che il piacere è l’obiettivo della vita non intendiamo i piaceri sregolati dei libertini, come sostengono alcuni che non conoscono il nostro insegnamento o che lo comprendono male o lo avversano, ma ci riferiamo a ciò che aiuta a non soffrire e ad essere sereni.
Ubriacarsi, festeggiare ad ogni occasione, indugiare nei piaceri del sesso, frequentare ristoranti stellati non rende la vita felice; meglio ragionare serenamente sui motivi per cui decidiamo di scegliere o di evitare qualche cosa in modo da liberarci da errori e illusioni che ci rendono inquieti.
In questi ragionamenti la guida migliore è la saggezza; la apprezziamo anche più della filosofia perché ci fa ottenere le altre virtù. Il buon senso ci insegna che non è possibile vivere felici se non si è anche saggi e giusti e, ribaltando le cose, se si vive con saggezza e giustizia, si vivrà felici. Le virtù sono simili e inseparabili dalla felicità.
Prova, se riesci, ad immaginare un uomo più felice di chi ha un’opinione corretta sul divino, non teme la morte, comprende cosa ci rende felice secondo natura, sa che è facile ottenere il poco che serve per vivere felici ed è consapevole che il dolore, se intenso, ci affliggerà per poco o, se persiste, sarà facile da sopportare.
La libertà (133–135).
Il destino non è padrone di ogni cosa: alcune cose sono inevitabili, altre accadono per caso e altre ancora sono conseguenza delle nostre azioni. Su quello che accade per necessità o per caso non possiamo farci nulla, ma il nostro arbitrio è libero e le nostre scelte possono farci meritare lodi o critiche.
Sarebbe stato meglio credere agli dei della mitologia piuttosto che essere schiavi di un inevitabile destino: gli dei potevano sempre essere placati con preghiere e sacrifici, il destino invece ci condanna a una necessità inesorabile.
Il saggio non considera la fortuna una divinità, come credono in tanti, perché la divinità non fa nulla a caso, ma sa che, per quanto poco, influirà sulla sua vita. Non si illude che sia la sorte a dare agli uomini beni o mali importanti per vivere felici, ma sa che dal caso si può prendere spunto per realizzare grandi beni o grandi mali.
Meglio essere saggi e sfortunati che sciocchi e molto fortunati. È preferibile che un’azione pianificata con giudizio fallisca piuttosto che qualcosa preparato senza ragionarci su venga premiato dalla sorte.
Raccomandazioni finali (135).
Rifletti continuamente, da solo e con gli amici, su quello che ti ho scritto e su cose simili, così sarai libero dall’ansia e vivrai come un dio tra gli uomini: non sembra certo mortale l’uomo che vive tra beni immortali.
Epicuro
La traduzione è resa di dominio pubblico (Creative Commons Attribuzione 3.0 Italia License) da www.epicuro.org .
Chiara visione sul gargoyle.
di G. K. Chesterton
Εἰ μὲν γὰρ πεποιθὼς τοῦτό φησιν, πῶς οὐκ ἀπέρχεται ἐκ τοῦ ζῆν; ἐν ἑτοίμῳ γὰρ αὐτῷ
τοῦτ’ ἐστίν, εἴπερ ἦν βεβουλευμένον αὐτῷ βεβαίως· εἰ δὲ μωκώμενος, μάταιος ἐν τοῖς
οὐκ ἐπιδεχομένοις.
Se è convinto di quel che dice perché non abbandona la vita? Se davvero lo desidera
fortemente nessuno glielo impedisce. Se invece scherza cambi argomento: non è opportuno
ironizzare su queste cose.
(Epicuro, Lettera a Meneceo, 127)
Emerson Eames era un eccentrico sotto molti aspetti, ma il suo magistero in filosofia e metafisica era di eminenza internazionale; l’università non avrebbe potuto permettersi di perderlo e, del resto, un accademico non ha che da persistere nelle sue cattive abitudini abbastanza a lungo, esse finiranno per entrare nella Costituzione Britannica. Le cattive abitudini di Emerson Eames erano lo star alzato tutta la notte ed essere cultore di Schopenhauer. Di persona, era un tipo magro, flemmatico, con una barbetta bionda a punta, non molto piú vecchio quanto a mero numero di anni del suo allievo Smith, ma piú vecchio di secoli nei due aspetti essenziali di avere reputazione europea e testa calva.
«Sono venuto, contro le regole, a quest’ora inumana» disse Smith, di cui nulla si notava, se non che era un gran giovanottone che cercava di farsi piccolo «perché sto arrivando alla conclusione che l’esistenza è davvero troppo disgustosa. Conosco tutti gli argomenti dei pensatori che la pensano diversamente: vescovi, agnostici e gente simile. E sapendo che lei è la piú grande autorità vivente sui pensatori pessimisti...»
«Tutti i pensatori» disse Eames «sono pensatori pessimisti.»
Dopo un indugio di pausa, non la prima — perché questa deprimente conversazione era andata avanti per alcune ore con alternanze di cinismo e silenzio — il Rettore continuò con la sua aria di intellettualità stanca: «È tutta questione di calcolo sbagliato. La falena vola nella candela perché non capisce che il gioco non vale la candela. La vespa s’infila nella marmellata nello sforzo audace e speranzoso d’infilare la marmellata dentro di sé. Allo stesso modo la gente comune vuol godersi la vita proprio come vuol godersi il gin, perché è troppo stupida per vedere che sta pagando per ciò un prezzo troppo alto. Che non trovino mai la felicità — che non sanno nemmeno come cercare — è provato dalla paralizzante goffaggine e dalla bruttezza di tutto ciò che fanno. I loro colori stridenti sono grida di dolore. Guardi le villette di mattoni oltre il college su questo lato del fiume. Ce n’è una con le tapparelle a pois. La guardi! Ma vada a guardarla!»
«Beninteso» continuò trasognato «uno o due uomini vedono molto lontanamente la realtà dei fatti — impazziscono. Ha notato che i pazzi per lo piú cercano di distruggere le cose o (se sono riflessivi) di distruggere sé stessi? Il pazzo è l’uomo dietro le quinte, come l’uomo che vaga per le coulisses di un teatro. Ha solo aperto la porta sbagliata ed è arrivato nel posto giusto. Vede le cose dalla giusta angolazione. Ma il mondo comune...»
«Oh, s’impicchi il mondo comune!» fece il cupo Smith, calando il pugno sul tavolo con vana esasperazione.
«Prima diamogli il suo brutto nome» disse il professore soavemente «e poi impicchiamolo. Un cucciolo idrofobo probabilmente lotterebbe per la vita mentre lo eliminiamo; ma se siamo misericordiosi, dobbiamo ucciderlo. Cosí un dio onnisciente ci libererebbe dal nostro patire. Ci colpirebbe a morte.»
«Perché non ci colpisce a morte?» chiese con noncuranza lo studente, ficcandosi le mani in tasca.
«È morto lui stesso» disse il filosofo; «in questo è davvero invidiabile.»
«Per chiunque appena pensi» proseguí Eames «i piaceri della vita, volgari e presto insulsi, sono esche per portarci in una camera di tortura. Tutti vediamo che per ogni uomo pensante la semplice estinzione è... Che sta facendo?... È matto?... Metta giú quella cosa.»
Il prof. Eames aveva girato la testa stanca ma ancora loquace verso la spalla, e si era trovato a guardare in un piccolo buco nero rotondo, bordato da un cerchietto esagonale d’acciaio, con una specie di spuntone posto in cima. Era come un occhio di ferro che lo fissava. Durante quegli istanti eterni nei quali la ragione è stordita, egli non capiva nemmeno cosa fosse. Poi vide dietro ad esso il tamburo scannellato e il cane alzato di una rivoltella, e dietro a questi la faccia colorita e un po’pesante di Smith, apparentemente del tutto invariata, ovvero piú mite di prima.
«La aiuterò ad uscire dal suo buco, vecchio mio» disse Smith, con rude tenerezza «libererò il cucciolo dalla sofferenza.»
Emerson Eames arretrò verso la finestra. «Ha intenzione di uccidermi?» gridò.
«Non è cosa che farei per chiunque» disse Smith con calore «ma a quanto pare lei ed io siamo entrati in intimità stanotte. Ora conosco tutti i suoi problemi e l’unica cura, amico.»
«Metta giú quella cosa.» urlò il Rettore.
«Ancora poco, e sarà finita, sa.» disse Smith con l’aria di un dentista premuroso. E mentre il Rettore faceva un balzo verso la finestra e il balcone, il suo benefattore lo seguí con passo deciso ed espressione compassionevole.
Entrambi gli uomini furono forse sorpresi nel vedere che il grigio e il bianco dell’alba erano già comparsi. Uno di loro, tuttavia, aveva emozioni calibrate da assorbire la sorpresa. Il Brakespeare College era uno dei pochi che conservava vere tracce di ornamentazione gotica, e proprio sotto il balcone del prof. Eames sporgeva quello che era stato forse un contrafforte aereo, ancora sfacciatamente modellato in grigi animali e diavoli, ma velato dai muschi e dilavato dalle piogge. Con un salto sgraziato ma piú audace, Eames balzò su tale antico ponte, come unica via di fuga possibile dal pazzo. Si sedette a cavalcioni su di esso, ancora nella sua veste accademica, penzolando le gambe lunghe e magre, e considerando ulteriori opportunità di fuga. La biancastra luce dell’alba apriva sotto e sopra di lui quell’impressione di infinito verticale altre volte notato nei laghetti attorno a Brakespeare. Guardando giú e vedendo le guglie e i camini capovolti nell’acqua, si sentirono soli nello spazio. Era come se come guardando dall’orlo del Polo Nord vedessero sotto il Polo Sud.
«Il mondo s’impicchi, abbiamo detto» osservò Smith «e il mondo è impiccato. Egli ha appeso il mondo sul nulla dice la Bibbia.2 Le piace essere appeso sul nulla? Sarò appeso su qualcosa anch’io. Dondolerò per lei.3 Cara, dolce vecchia frase» mormorò «mai vera fino a questo momento. Ho intenzione di dondolare per lei. Per lei, caro amico. Per il suo bene. Su suo espresso desiderio.»
«Aiuto!» strillò il Rettore del Brakespeare College «Aiuto!»
«Il cucciolo lotta» disse lo studente, con un’occhiata di pietà «il povero cucciolo lotta. Quanto è fortunato che io sia piú saggio e compassionevole di lui.» e puntò l’arma in modo da mirare esattamente alla parte superiore della testa calva di Eames.
«Smith» disse il filosofo con subitaneo passaggio ad una sorta di macabra lucidità «sto impazzendo.»
«Cosí vedrete le cose dall’angolazione giusta» osservò Smith, con un delicato sospiro «Ah, ma la follia non è che un palliativo, una droga. L’unica cura è un’operazione — un’operazione che ha sempre successo: morte.»
Mentre parlava, sorse il sole. Sembrò mettere colore su ogni cosa, con la rapidità di un artista fulmineo. Una flotta di nuvolette che attraversava il cielo cangiava dal grigio tortora al rosa. In tutta la piccola città universitaria le cime dei diversi edifici prendevano tinte diverse: qui il sole tirava fuori il verde smaltato su un pinnacolo, là i mattoni scarlatti di una villetta; qui l’insegna di rame su qualche negozio d’arte, e là le ardesie blu di alcuni vecchi e ripidi tetti di chiesa. Tutte queste creste colorate sembravano avere qualcosa di stranamente personale e significativo, come cimieri di famosi cavalieri inalberati in un corteo o in un campo di battaglia: ognuno catturava l’occhio, specialmente l’occhio roteante di Emerson Eames che guardava il mattino e lo accettava come suo ultimo. Attraverso lo stretto scorcio tra una taverna di legno nera e il grande college grigio, egli poteva vedere un orologio dalle lancette dorate che il sole salendo incendiava. Lo fissò come ipnotizzato; ed improvvisamente l’orologio cominciò a rintoccare, come in una risposta personale. E come ad un segnale, un orologio dopo l’altro ripresero il rintocco: tutte le chiese si destavano come galline al canto del gallo. Gli uccelli erano già canori tra gli alberi dietro il college. Il sole si alzava, radunando una gloria che sembrava troppo colma perché gli stessi abissi dei cieli la contenessero, e le acque basse sotto di loro sembravano oro, profonde e traboccanti da dissetare gli dei. Proprio dietro l’angolo del College, e visibile dal suo bizzarro posatoio, c’erano i punti piú luminosi di quel paesaggio luminoso, la villetta con le tapparelle a pois che aveva fatto testo quella notte. Egli si chiese per la prima volta che gente ci vivesse.
All’improvviso chiamò con querula autorità, come avrebbe potuto chiamare uno studente a chiudere una porta.
«Mi lasci andar via da questo posto» gridò «Non lo reggo piú.»
«Dubito piuttosto che lui la regga» disse Smith con occhio critico «ma prima che lei si rompa il collo, o io le bruci le cervella, o la faccia tornare in questa stanza (punti complessi sui quali sono indeciso) voglio chiarire il punto metafisico. Ho capito bene, vuole tornare alla vita?»
«Darei qualsiasi cosa per tornare indietro» rispose l’infelice professore.
«Dare qualunque cosa!» gridò Smith «Allora, sia sfrontato, ci dia un canto!»
«Cosa intende con canto?» domandò l’esasperato Eames «che canto?»
«Un inno, penso, sarebbe il piú appropriato» rispose l’altro solennemente «La lascio andare se ripete dopo di me le parole
Ringrazio la bontà infinita
Che mi sorrise quando ebbi la vita
Che in questo strano posto mi sospese,
Un felice bambino inglese.»
Avendo il prof. Emerson Eames eseguito rapidamente, il suo persecutore gli disse bruscamente di alzare le mani in aria. Connettendo vagamente tale procedimento con la usuale condotta di briganti e rapinatori, Mr. Eames le alzò, molto rigidamente, senza particolare sorpresa. Un uccello che si posò sul suo sedile di pietra non lo notò piú che fosse stato una scultura grottesca.
«Adesso sta celebrando un culto pubblico» osservò gravemente Smith «e prima che io abbia finito con lei, ringrazierà Dio per le anatre che sono nello stagno.»
Il celebre pessimista espresse a mezza voce la sua completa disponibilità a ringraziare Dio per le anatre dello stagno.
«Non dimenticando i paperi» disse severamente Smith. (Eames concesse debolmente i paperi.) «Non ometta nulla, per favore. Ringrazierà il cielo per chiese e cappelle e villette e gente comune e pozzanghere e pentole e padelle e bastoni e stracci e ossa e tapparelle a pois.»
«Va bene, va bene» ripeté la vittima disperata; «bastoni e stracci e ossa e tapparelle.»
«Tapparelle a pois, mi pare si sia detto» sottolineò Smith con ammiccante spietatezza, agitando la canna della pistola verso di lui come un lungo dito metallico.
«Tapparelle a pois» disse flebilmente Emerson Eames.
«Non potreste dire meglio» ammise l’uomo piú giovane «ed ora per finire le dirò solo questo. Se fosse veramente quello che professa di essere, non vedo cosa importerebbe ad una chiocciola o ad un serafino se lei si rompesse quel rigido collo o se le bruciassi le stupide cervella adepte del demonio. Ma nella stretta realtà biografica lei è un compagno tanto caro, che blatera idiozie repellenti, e le voglio bene come a un fratello. Per cui sparerò le mie cartucce intorno alla sua testa in modo da non colpirla (sono un buon tiratore, sarà lieto di saperlo), e poi ce ne andremo a far colazione.»
Sparò due colpi in aria; il professore sopportò con singolare compostezza, e poi gli disse: «Ma non scaricatele tutte.»
«Perché no?» chiese l’altro allegramente.
«Tenetele da parte» rispose il compagno «per il prossimo uomo che le capiti d’incontrare che parli come stavamo parlando noi.»
Fu in quel momento che Smith, guardando in basso, colse l’apoplessia di terrore sulla faccia del vicerettore, e udí il manierato strillo con cui costui invocò il portiere e la scala.
Ci volle un po’ di tempo al prof. Eames per districarsi dalla scala, e ben di piú per districarsi dal vicerettore. Ma non appena riuscí a farlo in modo discreto, raggiunse il compagno della trascorsa scena straordinaria. Rimase sorpreso di trovare il massiccio Smith fortemente scosso e seduto con la testa arruffata fra le mani. Quando lo interpellò, egli alzò una faccia davvero pallida.
«Perché, qual è il problema?» chiese Eames, i cui nervi a quest’ora cinguettavano tranquilli, come gli uccelli al mattino.
«Mi appello alla sua indulgenza» disse Smith, con voce rotta «deve capire che sono appena scampato alla morte.»
«LEI è scampato alla morte?» ripeté il professore con una comprensibile irritazione «Bene, che faccia tosta.»
«Oh, non capisce, non capisce?» gridò il giovane pallido concitatamente «Dovevo farlo, Eames; dovevo provare che lei era in errore, o morire. Quando uno è giovane, ha quasi sempre qualcuno che lui ritiene sia il vertice dell’intelligenza umana, qualcuno che sa tutto, ammesso lo si possa sapere. Bene, lei lo è stato per me; ha parlato con autorità, e non come gli scribi. Nessuno avrebbe potuto confortarmi se LEI avesse detto che non c’era conforto possibile. Se davvero lei pensava che non ci fosse nulla da nessuna parte, era perché era stato lí a vedere. Non capisce che DOVEVO provare che non diceva sul serio... Oppure affogarmi nel canale.»
«Beh» disse Eames esitante «penso che forse lei confonda...»
«Oh, non me lo dica!» gridò Smith con l’istantanea chiaroveggenza della sofferenza mentale «Non mi dica che confondo il godimento della vita con la Volontà di Vivere! Questo è Tedesco, e il Tedesco è Alto Olandese, e l’Alto Olandese è Doppio Olandese. La cosa che ho visto brillare nei suoi occhi quando spenzolava su quel ponte era il godimento della vita e non la ‹Volontà di Vivere›. Quello che sapeva quando stava seduto su quel dannato gargoyle era che il mondo, tutto sommato, è un posto stupefacente e bellissimo; lo so, perché lo sapevo nello stesso tempo. Ho visto le nuvole grigie virare al rosa e il piccolo orologio dorato nello spiraglio tra le case. Erano QUELLE cose che lei odiava lasciare, non la Vita, qualunque cosa essa sia. Eames, siamo stati sull’orlo della morte insieme; non vuole ammettere che ho ragione?»
«Sí» disse Eames molto lentamente «penso che lei abbia ragione. Avrà il massimo dei voti!»4
«Giusto!» gridò Smith, alzandosi rianimato. «Sono promosso con onore, e ora mi lasci andare ad assistere alla mia espulsione.»
«Non c’è bisogno che sia espulso» disse Eames con la tranquilla confidenza di dodici anni di intrighi «Qui da noi è dall’uomo al vertice che tutto discende alla gente intorno a lui: sono io l’uomo al vertice, e dirò alla gente intorno a me la verità.»
Il massiccio signor Smith si alzò e andò compostamente alla finestra, ma parlò con altrettanta fermezza. «Devo essere espulso» disse «e alla gente non deve esser detta la verità».
«E perché no?» chiese l’altro.
«Perché intendo seguire il suo consiglio» rispose il giovanottone «intendo tenere in serbo i colpi rimasti per le persone nello stato increscioso in cui lei ed io siamo stati la scorsa notte… e vorrei persino invocare l’ubriachezza. Intendo tenere quelle palle per i pessimisti: pillole per gente pallida. E cosí voglio percorrere il mondo come una meravigliosa sorpresa — fluttuare pigramente come il pappo del cardo, e arrivare silenziosamente come il sorgere del sole; non si deve essere attesi piú del fulmine, né richiamati indietro piú della brezza leggera. Non voglio che la gente mi anticipi come una battuta ben nota. Voglio che entrambi i miei doni arrivino vergini e violenti, la morte e la vita dopo la morte. Punterò una pistola alla testa dell’Uomo Moderno. Ma non la userò per ucciderlo, solo per riportarlo alla vita. Comincio a vedere un nuovo significato nell’essere lo scheletro al banchetto.»5
«Difficile definirla uno scheletro.» disse il dottor Eames, sorridendo.
«Dipende da essere andato troppo ai banchetti» rispose il giovane colosso «Nessuno scheletro può mantenere la linea se va sempre a cena fuori. Ma non è esattamente quello che intendevo: è che ho colto una sorta di barlume del significato della morte e di tutto questo — il teschio e le ossa incrociate, il memento mori. Non è solo pensato per ricordarci una vita futura, ma per ricordarci anche una vita presente. Con i nostri deboli spiriti invecchieremmo nell’eternità se non fossimo tenuti giovani dalla morte. La Provvidenza ha tagliato l’immortalità in pezzetti per noi, come le bambinaie tagliano in porzioni il pane e burro.»
Poi aggiunse improvvisamente con una voce di forzata normalità «Ma ora so qualcosa, Eames. L’ho capito quando ho visto le nuvole virare al rosa.»
«Cosa intende?» chiese Eames. «Cosa ha capito?»
«Ho capito per la prima volta che l’omicidio è veramente sbagliato.»
Strinse la mano al prof. Eames e si avviò a passi in po’ sconnessi verso la porta. Prima di scomparire attraverso di essa, aveva aggiunto: «È davvero pericoloso, però, quando un uomo pensa per una frazione di secondo di capire la morte.»
Il prof. Eames rimase in quiete e meditazione alcune ore dopo che il suo recente aggressore lo aveva lasciato. Poi si alzò, prese il cappello e l’ombrello e andò a fare una camminata veloce ma girovagante. Diverse volte, però, si fermò davanti alla villetta con le tapparelle a pois, osservandole attentamente con la testa leggermente inclinata su un lato. Alcuni lo presero per un lunatico, altri per un possibile compratore. Lui non è ancora sicuro che i due personaggi sarebbero molto diversi.
G. K. Chesterton
La traduzione è di Gabriella Rouf.
Tratto da Manalive (Uomoviv0), 1912.
Esergo redazionale.
Note
1 «Qualche volta vorrei non essere mai nato», da Bohemian Rhapsody di Freddie Mercury. Epicuro cita invece un verso di Teognide che recita: «Meglio non essere mai nati, o non appena nati, subito passar le porte dell’Ade».
2 Giobbe 26,7. Nel testo si passa da «impiccato» a «sospeso» con lo stesso termine hanged upon.
3 I’m going to swing for you. Espressione che vale «Ti ucciderò e sarò impiccato di conseguenza» ovvero «Per amor tuo son pronto ad uccidere ed essere impiccato».
4 Nel testo: First (First.class honours), voto massimo finale di laurea nell’Università inglese.
5 Skeleton at the feast. Espressione che indica una persona o un evento che turba a un banchetto o ad una festa. Deriva dal testo «Il convito dei sette savi» dai Moralia di Plutarco, che accenna all’abitudine degli egiziani di esporre nei banchetti uno scheletro come ammonimento morale. Tale riferimento è stato nel tempo interpretato anche in senso opposto, come incitamento a godere piú possibile lussi e piaceri dato che la morte incombe.
Wehrlos, doch in nichts vernichtet
Inerme, ma in niente annientato
(Der christliche Epimetheus
Konrad Weiß)
Legenda: Translated by/Traduit par/Tradotto da; Title of the text in the edition/Titre du texte dans l'édition/Titolo del testo nell'edizione;
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