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Testata della rivista Il Covile
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№714

Martin Heidegger​

TRE STAGIONI DELLA VITA​

sulla gioia dell’essere in comune in un luogo concreto ​

Fanciullezza​

 Del segreto del campanile.​

La mattina presto di Natale, verso le tre e mezza, i ragazzi campanari entravano nella casa del sacrestano. La sacrestana aveva apparecchiato per loro la tavola con caffellatte e torta. Il tavolo si trovava accanto all’albero di Natale, il cui profumo di abete e di candele tuttora, dalla vigilia, aleggiava nella Stube calduccia. Da settimane, se non per tutto l’anno, i campanari avevano atteso con gioia quell’ora nella casa del sacrestano. In cosa poteva celarsi la sua magia? Certamente non in ciò che i ragazzi, giunti cosí presto nella Stube dalla notte invernale, gustavano. Alcuni di loro potevano aspettarsi a casa loro cose migliori. Ma era la singolarità della casa, del momento insolito, l’attesa dei rintocchi e del giorno di festa stesso. L’eccitazione cominciava già nella casa del sacrestano, quando i ragazzi, sazi, accendevano le lanterne nel corridoio. Esse erano illuminate dai resti delle candele d’altare che il sacrestano raccoglieva a questo scopo in sacrestia in un cassetto da cui noi ragazzi sacrestani prendevamo le «candele» per il nostro altare, dove «leggevamo la messa» in un gioco serio.​

Meßkirch. 1.) la Mesmerhaus, dimora della famiglia Heidegger 2.) Il campanile della chiesa di San Martino.

Una volta che tutte le lanterne erano in ordine, i ragazzi, guidati dal campanaro piú anziano, arrancavano nella neve e sparivano nella torre. Le campane, soprattutto quelle grandi, venivano suonate nella cella campanaria stessa. E indicibilmente emozionante era il preliminare [muto] «dondolio» delle campane piú grandi, poiché i loro batacchi erano fermati alla corda della campana e venivano «lasciati andare», con trucchi speciali, solo quando la campana era già in piena oscillazione. Ciò si faceva affinché ogni campana, una dopo l’altra, potesse iniziare a suonare con il suo pieno rintocco. Solo un orecchio esperto poteva quindi giudicare se ogni campana era suonata «in modo corretto», perché anche la conclusione del rintocco avveniva nello stesso modo, solo al contrario. I batacchi venivano «fermati» [al momento giusto] durante la piena oscillazione delle campane grandi, e guai a chi suonava in modo maldestro e lasciava «andare» la campana.​

Ragazzi campanari di Foresto Sparso (Bergamo), 2017 (© www.campanaribergamaschi.net).

Non appena i rintocchi delle ore quattro dell’alba natalizia si spegnevano, la campana piú piccola, «la Terza», iniziava a suonare. La Terza doveva essere suonata ogni giorno alle tre del pomeriggio. Questo veniva fatto dai ragazzi sacrestani, per cui i loro pomeriggi di gioco nel parco del castello o sul «ponticello del mercato» di fronte al municipio erano sempre interrotti. Tuttavia, soprattutto in estate, i ragazzi spostavano spesso i loro giochi nella cella campanaria o sulle travi piú alte del campanile, vicino al quadrante dell’orologio, dove nidificavano taccole e rondoni. La «Terza» era anche la cam­pana a morto con cui si suonava «il segnale». Ma la «campana del segnale» veniva sempre suonata di persona dal sacrestano.​

Campane del campanile di San Martino.

Quando alle quattro iniziava il «Rintocco dello spavento» (che destava dal loro sonno i dormienti della cittadina), la «Ter­za» era seguita dal suo­no cupo e dolce del­l’«Alve», poi dal­la «Bam­bina» (che suonava per il catechismo e per il rosario), poi dalla «Undici», che veniva suo­nata ogni giorno, di solito dal sacrestano, perché a quel­l’ora i ragazzi erano a scuola, quindi dal­la «Dodici», che suonava anche i rintocchi delle dodici ogni giorno, poi dalla «Piccola», su cui batteva il martello delle ore, e infine dalla «Grande». Con il suo suono pieno, grave e che arrivava lontano, si concludevano i rintocchi mattutini dei giorni di festa solenne. Subito iniziava allora lo scampanio per l’Ufficio dell’Angelo. Questa campana suonava comunque la sera prima della Vigilia, e di solito vi partecipavano anche i ragazzi sacrestani, che per il resto servivano come chierichetti e, naturalmente, come chierichetti anziani quando raggiungevano l’età adatta. Non facevano parte dei «cam­panari», anche se probabilmente avevano «suonato» piú di loro. I campanari erano un tipo speciale di ragazzi.​

Le ringhiere del campanile.

Oltre alle sette campane citate, sopra del­l’ultima sca­la che portava alla cella campanaria era appesa la «campanella argentata del­la messa», la cui sottile corda scendeva per tutta la torre fino all’ingresso della sacrestia. Con questa campanella, il sacrestano dava ai suonatori in cima alla torre il «segnale» dell’inizio o della cessazione dei rintocchi durante l’E­uca­restia.​

Un’altra cosa a cui non mancavano mai i ragazzi sacrestani era suonare la raganella. Quando le campane tacevano, dal Giovedí Santo alla sera del Sabato Santo, entravano in gioco le raganelle, per chiamare alla Messa e alle preghiere. Una serie di martelli di legno, messi in moto da una manovella, percuotevano il legno duro ed emettevano un suono adeguato ai duri giorni della Settimana Santa. Sulle ringhiere del campanile i congegni venivano utilizzati in modo tale che le raganelle fossero messe in moto ai quattro angoli, a partire da quello di fronte al municipio, cioè venivano girate a turno dai singoli ragazzi.​

Raganella.

A quel tempo, da quelle parti, si stava già ridestando la primavera, e aspettative stranamente oscure sognavano la vastità della torre incontro all’estate.​

La misteriosa fuga in cui le feste ecclesiastiche, i giorni della vigilia, il corso delle stagioni e le ore del mattino, del mezzogiorno e della sera, ogni giorno si fondevano insieme, cosí che un rintocco penetrasse sempre i giovani cuori, sogni, preghiere e giochi —[questa fuga] è uno dei piú magici, salutari e piú duraturi segreti che il campanile racchiude, per donarlo sempre mutato e irripetibile fino all’ultimo rintocco nelle montagne dell’Essere.​

Adolescenza​

 La strada campestre.​

Dalla porta del parco va verso Ehnried. I vecchi tigli del giardino del castello la seguono con lo sguardo da sopra del muro, sia che essa chiara riluca nel tempo di Pasqua fra le semenze che germogliano e i prati che si risvegliano, sia che verso Natale scompaia sotto cumuli di neve dietro la prossima collina. Dal­la croce campestre piega su verso il bosco. Sul ciglio di questo saluta un’alta quercia, sotto la quale si trova una rustica panca di legno.​

Talvolta sopra di essa stava l’uno o l’altro scritto di grandi pensatori, che una giovanile maldestrezza cercava di decifrare. Quando gli enigmi si accalcavano l’un l’altro senza via d’uscita, veniva in aiuto la strada campestre. Poiché essa guida in silenzio il piede nel tragitto tortuoso attraverso la vastità di quelle magre terre.​

Alzek Misheff, La panchina del giovane maldestro, 2024.

Piú e piú volte il pensiero in quegli stessi scritti o propri tentativi va su quel percorso che la strada campestre trac­cia attraverso la campagna. Essa rimane accosto al passo del pensatore come al passo del contadino che di primo mattino va a falciare.​

Piú spesso col passare degli anni quella quercia lungo la strada riporta con forza alla memoria gli antichi primi giochi e prime scelte. A quei tempi, quando in mezzo al bosco una quercia cadeva sotto il colpo della scure, subito il padre cercava per la boscaglia e le radure assolate lo stero di legna che gli veniva assegnato per la sua bottega. Qui, durante le pause del suo servizio, con cura si dedicava all’orologio della torre e alle campane, che intrattengono entrambi una loro relazione col tempo e la temporalità.​

Dalla corteccia di quercia i ragazzi invece intagliavano i loro navigli, che con tanto di banco dei vogatori e timone, galleggiavano nel rio Metten o nella fontana della scuola.​

Quei giocosi viaggi per il mondo arrivavano ancora facilmente alla loro meta e ritrovavano al ritorno la sponda. La natura onirica di tali viaggi rimaneva protetta in uno splen-dore allora appena visibile che si estendeva su tutte le cose. Occhio e mano della madre delimitavano il loro regno. Era come se le sue tacite premure vegliassero su tutte le creature.​

Alzek Misheff, Der Feldweg, 2024.

Quei viaggi del gioco non sapevano ancora nulla delle peregrinazioni durante le quali tutte le rive vengono lasciate alle spalle. Frattanto durezza e profumo del legno di quercia cominciavano a parlare in modo piú percettibile della lentezza e costanza con cui l’albero cresce.​

La quercia stessa diceva che solo in tale crescita si fonda ciò che perdura e dà frutto; che crescere significa aprirsi alla vastità del cielo e allo stesso tempo mettere radici nel­l’oscurità della terra; che tutto ciò che è solido prospera solo se l’uomo è in pari misura entrambe le cose: pronto alla richiesta del cielo supremo e custodito nella protezione della terra che sostiene.​

Ancora la quercia parla alla strada campestre che sicura del suo percorso le passa accanto. Essa raccoglie ciò che intorno alla strada ha la sua essenza, e a chi la percorre riporta ciò che gli è proprio.​

Gli stessi campi e pendii erbosi accompagnano la strada campestre in ogni stagione con sempre diversa vicinanza. Sia che le montagne alpine sopra le foreste sprofondino nel crepuscolo della sera, sia che nel mattino d’estate l’allodola si alzi in volo là dove la strada campestre balza su un’onda di colline, sia che il vento di levante per di qua infuri dalla contrada ove sta il villaggio natio della madre, sia che il boscaiolo, al calar della notte, trascini la sua fascina di sterpi verso il focolare, sia che un carro per la mietitura traballi verso casa nei solchi della strada campestre, sia che i bambini colgano le prime primule sul ciglio del prato, sia che la nebbia per giorni e giorni faccia scivolare la sua oscurità e il suo fardello sopra i campi, sempre, e da ogni dove, intorno alla strada campestre sta il conforto del Medesimo.​

Il Semplice custodisce l’enigma del duraturo e del grande. Repentinamente prende dimora presso gli uomini e tuttavia necessita di una lunga crescita. Nella non appariscenza del sempre Medesimo esso cela la sua benedizione.​

La vastità di tutte le cose cresciute, che permangono intorno alla strada campestre, dà il mondo. Soltanto nel non detto del suo linguaggio, come dice Eckhart, vecchio maestro di lettura e di vita, Dio è solo Dio.​

Ma il conforto della strada campestre parla fino a quando vi siano uomini che avendo respirato la sua aria possano udirlo. Essi sono soggetti alle loro origini, ma non succubi di macchinazioni. L’uomo col suo pianificare cerca di portare ordine nel globo terrestre, ma vanamente se non si predispone al conforto della strada campestre. Incombe il pericolo che gli uomini d’oggi rimangano sordi al suo linguaggio. Risuona loro al­l’orecchio solo il rumore delle macchine che essi quasi ritengono essere la voce di Dio. Cosí l’uomo diventa distratto e senza una direzione. Ai distratti il Semplice appare uniforme. L’uniforme annoia. Coloro che provano noia non trovano altro che monotonia. Il Semplice è svanito. La sua forza tranquilla si è esaurita.​

Alzek Misheff, Il filosofo sulla strada campestre, 2024.

Verosimilmente si va riducendo con rapidità il numero di coloro che ancora riconoscono il Semplice come loro proprietà acquisita. Ma per pochi che siano, ovunque saranno coloro che rimangono. Essi saranno capaci un giorno, grazie alla mite forza della strada campestre, di sopravvivere alla potenza gigantesca dell’energia atomica che il calcolo umano ha artificiosamente creato e fatto vincolo del proprio operare.​

Il conforto della strada campestre risveglia un senso che ama il Libero, e a un certo punto anche la tristezza si traspone in una finale serenità. Essa si oppone all’ottusità del mero lavorare che, quanto a sé stesso, favorisce solo il Nulla. Nell’aria della strada campestre, mutevole con le stagioni, prospera la consapevole serenità il cui sembiante appare sovente malinconico. Questo sereno sapere è il «Kuinzige». Nessuno lo conquista se già non ce l’ha. Coloro che lo posseggono lo ricevono dalla strada campestre. Sul suo percorso si trovano la tempesta invernale e il giorno del raccolto, s’incontrano la fervida eccitazione della primavera e il quieto morire dell’autunno, si riconoscono l’un l’altro il gioco della giovinezza e la saggezza della vecchiaia. Cosí in un’unica armonia, la cui eco la strada campestre silenziosamente porta con sé e diffonde, tutto si rasserena.​

La serenità consapevole è una porta verso l’Eterno. La sua porta gira sui cardini che vennero un tempo forgiati sull’enigma del­l’esistere da un fabbro esperto.​

Da Ehnried la strada fa ritorno alla porta del parco. Superando l’ultima collina il suo stretto nastro conduce per un basso avvallamento fin verso le mura della città. Riluce fioco al chiarore delle stelle. Dietro il castello si erge il campanile della chiesa di San Martino. Lentamente, quasi titubanti, si smorzano nella notte undici rintocchi delle ore. La vecchia campana, alle cui corde spes­so si sfregarono affocate ma­ni di ragazzi, vibra sotto i colpi del battaglio delle ore, il cui aspetto cupo e bizzarro nessuno dimentica.​

Col suo ultimo rintocco la quiete diviene ancora piú silenziosa. Giunge fino a coloro che per due guerre mondiali sono stati sacrificati prima del tempo. Il Semplice è diventato ancora piú semplice. Il sempre Medesimo sorprende e risolve. Il conforto della strada campestre è ora ben chiaro. Parla l’a­nima? Parla il mondo? Parla Dio?​

Tutto parla di rinuncia nel Medesimo. Ma la rinuncia non prende. La rinuncia dà. Dà l’inesauribile forza del Semplice. Il conforto ti fa sentire a casa in una lontana origine. ​

Maturità​

 Perché restiamo in provincia?​

Con questo testo il 27 ottobre 1933 Heidegger rese pubblico il proprio rifiuto dell’offerta di una cattedra all’Università di Berlino.

Sul ripido pendio di un’ampia alta valle del Sud della Foresta Nera, si trova, a 1150 metri di altitudine, una piccola baita da sci. In proiezione orizzontale, essa misura sei metri per sette. Un tetto basso copre tre stanze: la cucina abitabile, la camera da letto e un piccolo studio. Disseminate nello stretto fondo valle, alla fine di un contropendio ugualmente ripido, se ne stanno, spaziose e solide, le fattorie dal grande tetto aggettante. Lungo il pendio, i prati e i terreni da pascolo vanno su fino al bosco e ai suoi antichi abeti, alti e scuri. E sopra ogni cosa, un chiaro cielo estivo — nella cui raggiante spaziosità due àstori si levano a spirale, compiendo ampi circoli.​

La baita (Hütte) oggi.

Questo è il mondo in cui lavoro — cosí come appare agli occhi contemplanti del­l’ospite o del turista estivo. Per quanto mi riguarda, non mi accade proprio mai di mettermi a contemplare il paesaggio. Esperisco i suoi mutamenti, che si succedono da un’ora all’altra, giorno e notte, nel grande levarsi e declinare delle stagioni. La gravità dei monti e il rigore delle loro antichissime rocce, la crescita «pensosa» degli abeti, il fasto luminoso e schietto dei prati fioriti, il mormorio del ruscello di montagna nella grande notte d’autunno, l’au­stera semplicità delle terre coperte di neve profonda — tutto ciò si spinge e s’insinua con forza e risuona nell’esistenza quotidiana lassú, ritmandola interamente.​

E questo, ancora una volta, non negli istanti voluti di una voluttuosa immersione o di un’artificiosa immedesimazione, ma solo quando il proprio esistere si raccoglie nel suo lavoro. Solo il lavoro apre lo spazio necessario affinché si stagli questa realtà di monti e vallate. Il corso del lavoro resta immerso in tutto ciò che accade nella contrada.​

Quando, in una profonda notte invernale, si scatena, con i suoi colpi, una tempesta di neve attorno alla baita, e copre e seppellisce ogni cosa — ecco, quella è l’ora alta della filosofia. Il suo interrogare deve allora divenire semplice ed essenziale. L’elaborazione di ogni pensiero deve essere rigorosa, acuta, intensa. La faticosa ricerca della giusta impronta linguistica da dare alla parola è come la resistenza che i grandi abeti oppongono alla tempesta.​

E il lavoro filosofico non si svolge come se fosse l’occupazione «fuori luogo» di un tipo un po’ originale. Esso è inseparabilmente congiunto al lavoro dei contadini; ne condivide il cuore. Quando il giovane contadino sale su per il pendio spingendo la slitta con i pattini ripiegati all’insú e, dopo averla caricata a dovere con ceppi di faggio, la riporta, lungo una pericolosa discesa, giú alla fattoria; quando il pastore, a passi lenti e trasognati, spinge su per il pendio il suo gregge; quando il contadino, nella sua stanza, squadra e assesta a regola d’arte le innumerevoli assicelle di legno per il suo tetto — ebbene, il mio lavoro è esattamente dello stesso genere. Proprio qui si radica l’immediata, corale inerenza all’esistere dei contadini. Il cittadino crede di calarsi «nel volgo» quando si degna di scambiare qualche parola, un po’ piú a lungo, con un contadino. Quando, all’ora della pausa nel lavoro, di sera, mi siedo con i contadini sulla panca accanto alla stufa, oppure al tavolo, nell’angolo del crocifisso, per lo piú non parliamo. Fumiamo in silenzio le nostre pipe. Ogni tanto, forse, capita una parola: che il lavoro al legno, nella foresta, sta per finire; che la notte scorsa la martora è piombata nel pollaio a rubare; che domani, probabilmente, una certa vacca figlierà; che al fattore del Pianoro gli è preso un colpo; che il tempo non tarderà a «cambiare». L’intima ine­renza del proprio lavoro alla Foresta Nera e al­l’esistere dei suoi contadini proviene dal secolare, insostituibile e radicato stanziarsi e abitare nella terra svevo-alemanna.​

Alla fonte. Sul ceppo lo Sternwürfel (Stella octangula), donato al filosofo negli anni ’70 dallo scultore Hans-Jörg Glattfelder.

Grazie ad una cosiddetta «vacanza in campagna», il cittadino si sente, tutt’al piú, «ravvivato» e «stimolato». Per quanto mi riguarda, invece, è in gioco l’intero mio lavoro: esso è letteralmente sostenuto e guidato dal mondo di quelle montagne e dei suoi contadini. In questo periodo, il lavoro lassú è interrotto, per lunghi intervalli, da trattative, da giri di conferenze, da discussioni e colloqui, e dall’insegnamento quaggiú. Ma non appena torno su, già nelle prime ore d’esistenza nella baita mi si raccoglie intorno, stringente, l’intero mondo delle domande poste durante il soggiorno precedente; e le ritrovo proprio come le avevo lasciate, impresse nelle medesime dizioni. Mi accade di essere semplicemente trasposto, «tra­piantato», nel ritmo proprio del lavoro; e, in fondo, non sono affatto padrone della sua legge nascosta. I cittadini spesso si meravigliano di questo mio monotono starmene «isolato» cosí a lungo, in mezzo ai contadini, tra le montagne. Ma non si tratta affatto di uno starsene in isolamento! Parlerei, piuttosto, di solitudine. Nelle grandi città, l’uomo può facilmente ritrovarsi davvero isolato quasi come in nessun altro luogo. Ma non può mai essere solo. Infatti la solitudine ha la peculiare capacità di non isolarci mai; essa, piuttosto, libera l’intera nostra esistenza proiettandola nella vastità dell’essere vicini al­l’es­senza delle cose.​

Fuori, grazie a giornali e periodici, si può diventare in un batter d’occhio una «celebrità». Questa rimane la via piú sicura su cui il piú decoroso volere cade sotto la sferza del fraintendimento — per poi finire completamente e rapidamente nell’oblio.​

Al contrario, la memoria contadina ha la sua semplice, sicura e diligente fedeltà. Recentemente, lassú, è morta una vecchia contadina. Chiacchierava spesso e volentieri con me e tirava fuori delle vecchie storie del villaggio. Nell’estro della sua vigorosa parlata custodiva ancora molte antiche dizioni e motti e detti di vario genere — un intero mondo di parole, divenuto già incomprensibile per i giovani del villaggio e quindi completamente perso nella lingua viva. Ancora l’anno scorso — quando restai solo nella baita per delle settimane,— questa contadina veniva spesso su da me, con i suoi ottantatré anni, dopo essersi inerpicata lungo il ripido pendio. Voleva — ripeto le sue parole — ogni volta venire a vedere se fossi ancora lí o se «qualcuno» non m’avesse rapito all’insaputa di tutti. Trascorse la notte della sua morte a parlare con i suoi congiunti. Ancora un’ora e mezzo prima della fine, li incaricò di recare un saluto al «professore». — Un tale modo di rivolgere il pensiero vale immensamente di piú del miglior «reportage» di un qualunque Weltblatt intorno alla mia presunta filosofia.​

Con la moglie Elfride nella cucina della Hütte.

Il mondo della città corre il pericolo di cadere preda di una nociva eresia. Un’invadenza molto sonora e molto impicciona e molto estetizzante sembra spesso preoccuparsi del mondo dei contadini e del loro modo di abitare. Ma, con tali maniere, si nega ciò che adesso bisogna necessariamente fare: mantenere le distanze dall’esistenza contadina, lasciarla piú che mai alla propria decorosa legge. Giú le mani — affinché non sia trascinata fuori di sé per finire in una mendace chiacchiera da letterati intorno ai caratteri nazionali e popolari della «vita contadina» e al «radicato abitare in una terra e su un suolo». Il contadino non ha per nulla bisogno di queste premure; e non le desidera affatto. Ciò di cui tuttavia ha bisogno, ciò che vuole è soltanto questo: che si usi un po’ di tatto nei riguardi della propria essenza e della singolarità che caratterizza il proprio modo di abitare. Ma molti dei cittadini nuovi arrivati e di passaggio — non ultimi gli sciatori — spesso oggi si comportano, nel villaggio o nella fattoria, come se stessero «sollazzandosi» nei luoghi o nei par­chi di divertimento delle loro grandi città. Un tale comportamento distrugge molte piú cose in una sola sera di quante non possano mai essere promosse e conservate da decenni di studi e ricerche sul carattere popolare «della vita contadina» e sul folklore.​

Abbandoniamo quest’invadente e inchinevole confidenza e quest’affettazione popolaresca — impariamo a prendere sul serio quella semplice, rigorosa esistenza lassú. Soltanto allora, essa ci parlerà di nuovo.​

Qualche tempo fa, mi è stata offerta per la seconda volta una cattedra all’Università di Berlino. In tali occasioni, lascio la città e me ne torno alla baita. Ascolto i monti, le foreste e le fattorie. Poi vado da un mio vecchio amico, un contadino di settantacinque anni. Ha saputo dell’offerta di Berlino leggendo il giornale. Che dirà? Rivolge lentamente lo sguardo sicuro dei suoi occhi chiari verso di me; stringe le labbra e le mascelle, posa la sua mano fedele e assennata sulla mia spalla e — scuote quasi impercettibilmente la testa. Questo significa inesorabilmente: No!

 Note ai testi e di traduzione.​

Questo numero, a cura di Stefano Borselli e Gabriella Rouf, è il risultato di un impegnativo lavoro collettivo che ha visto molti apporti, in particolare per l’opera di traduzione dei primi due testi; il terzo è pubblicato grazie alla gentilezza di Gino Zaccaria, che lo rese in italiano per l’edizione Piemme del 1998. Scopo delle nostre due nuove traduzioni è stato anche trasporvi la concretezza che è nel testo tedesco, la precisione di luoghi e mestieri, nel lessico «fine e popolare» col quale Heidegger evoca il posizionamento attivo suo e della sua famiglia dentro la comunità di Meßkirch negli anni del suo apprendistato, quando erano ancora vivi e operativi tradizioni e regolamenti medievali e piú antichi: aspetti concreti della vita nella famiglia, nel paese e del lavoro nelle campagne, anche nostre, oggi oggettivamente lontani dai giovani lettori fino all’inintelligibilità. A questo fine, preziosi sono stati i chiarimenti di Luca Fiocchi, presidente della Federazione Campanari Bergamaschi (www.campanaribergamaschi.net) e di Francesco Renzi, che continua la tradizione di una famiglia di bottai perlomeno dal 1546 (www.renziartigianobottaio.com/it). Un ringraziamento particolare al Maestro Alzek Misheff, che ha realizzato, penna a sfera su carta, le tre illustrazioni per la strada campestre.​

 Gemeinwesen. L’«essere in comune» del titolo redazionale, per la cui comprensione proponiamo co­me guida la nostra edizione di Un percorso nel­l’essere in comune di Marco Iannucci, non ci sembra altro che quella Gemeinwesen, o meglio individualità-Gemeinwesen, su cui Jacques Camatte ha riflettuto tutta la vita. Camatte scrive che la consapevolezza di questa apre al «godimento», il quale «si afferma nella gioia di vivere l’invarianza in seno al divenire» integrando «ciò che avviene, ciò che si manifesta nella spontaneità degli uomini, delle donne, della natura, del cosmo», cioè il Semplice di Heidegger.​

Del segreto del campanile.​

Titolo originale: Vom Geheimnis des Glockenturms.

Fonte e ©: Martín Heidegger, Zum 80. Geburtstag von seiner Heimatstadt Meßkirch. Vittorio Klostermann. Frankfun am Main, 1969.​

Traduzione di Marisa Fadoni Strik e Alice Romoli.​

 Il suono delle campane della chiesa di San Martino, con relative im­magini e ambiente, si può a­scol­tare qui: Meßkirch, Die Glocken der Stadt-pfarrkirche St. Martin: www.youtube.com/watch? v=Ce_me3-mT2M.​

 Di grande aiuto è stata la traduzione spagnola con la prefazione e le documentatissime note di Jose Luis Cancelo (1935–2023) in «El misterio del campanario», Diálogo Filosófico Vol. 5 №14 (1989): Mayo / Agosto. Alcune di tali note, modificate, sono qui riprese con la sigla jlc.​

i ragazzi campanari... ☞ sono i Läuterbuben, un «gruppo speciale di ragazzi» abili con le campane.​

 … entravano nella casa del sacrestano. ☞ Heidegger si riferisce alla casa di suo padre, Friedrich Heidegger, sacrestano della chiesa di San Martino di Meßkirch e artigiano bottaio. Il filosofo ha riconosciuto per tutta la vita l’umiltà e la povertà della sua estrazione sociale e si è sempre sentito in debito con questa semplicità: «Ich stamme aus einem armen und einfachen Elternhaus» «Vengo da una casa paterna povera e semplice», scriveva in una lettera alle autorità civili di Friburgo nel 1945. Cfr. Hugo Ott, «Der junge Martin Heidegger. Gymnasial-Konviktszeit und Studium», in Freiburger Diozesan-Archiv, 104. Band, 1984. Verlag Herder Freiburg, p. 317 (jlc).​

La sacrestana aveva apparecchiato per loro la tavola con caffellatte e torta ☞ Sua madre, Johana Heidegger, è Mesmermutter, termine che traduciamo con «sacrestana».​

i campanari avevano atteso con gioia quell’ora ☞ Quei momenti devono essere stati davvero emozionanti. Fritz Heidegger ricorda che i ragazzi cominciavano a correre sulla piazza della chiesa alle due e mezza del mattino per essere puntuali e non perdere l’ingresso. M. Heidegger ci racconta qui quell’emozione che si riscaldava molto nel momento in cui accendevano le lanterne nell’atrio e preparavano la marcia verso la torre (jlc).​

noi ragazzi sacrestani ☞ il gruppo dei ragazzi sacrestani (Mesmerbuben), dei quali H. parla spes­so in terza persona, forse per sottolinearne il carattere operativo, era costituito dai fratelli Hei­degger: Martin (1889) e Fritz (1894, 5 anni me­no). Con tutta probabilità la sorella Maria (1891, 2 anni meno) aveva aiutato la mamma a fare la torta.​

«leggevamo la messa» in un gioco serio ☞ Era consuetudine, soprattutto ai tempi della fanciullezza e dell’adolescenza di Heidegger, che nelle case cristiane i bambini «giocassero» a dire la messa o a dire preghiere davanti a un loro altare, che essi stessi componevano per il momento in casa, fingendo anche, con abiti appropriati, di essere sacerdoti. Heidegger, come ogni altro ragazzino, faceva lo stesso, con il vantaggio che, essendo figlio del sagrestano, aveva piú mezzi (jlc).​

e sparivano nella torre ☞ La distanza che separa la casa del sagrestano dall’ingresso della torre è di circa trenta metri.​

i loro batacchi erano fermati alla corda della campana e venivano «lasciati andare», con trucchi speciali ☞ È il sistema chiamato «a Slancio Tirolese»: vedi in campanologia.org l’esauriente articolo di Matteo Padovani.​

Quando alle quattro iniziava il «Rintocco dello spavento» ☞ Dopo questo scampanio (Schrecke-lauten, vedi Il Covile №713, dicembre 2024), i venti campanari scendevano rapidamente alla casa del sagrestano. Alle quattro e mezza, sei di loro salivano nuovamente sulla torre con­vo­cando alla «Messa dell’Angelo». Di solito rimane­vano nella torre a scaldarsi le mani, intorpidite dalle corde ghiacciate delle campane, con un fuoco preparato con la cera nella vecchia feritoia (jlc).​

 La strada campestre.​

Titolo originale: Der Feldweg.​

Fonte e ©: Martín Heidegger, Zum 80. Geburtstag von seiner Heimatstadt Meßkirch. ​

Vittorio Kloscermann. Frankfun am Main, 1969.​

Traduzione di Marisa Fadoni Strik e Giuseppe Petrozzi.​

 Una visita alla strada campestre com’era e com’è oggi, guidata da Alfred Denker, presidente del The European Centre for Heidegger Studies: Der Feldweg: Heidegger’s Country Path, www.youtube.com/watch? v=L-vTCp2d9mg.​

Strada campestre (Feldweg) ☞ La comune parola tedesca Feldweg, strada del campo, vale anche strada sterrata, strada bianca, viottolo. Le foto dell’epoca escludono in questo caso il termine «sentiero di campagna» con cui il testo si è diffuso in Italia.​

una quercia cadeva sotto il colpo della scure (Holzaxt) ☞ L’utensile tipico del boscaiolo è la scure (Holzaxt), e non l’ascia (Dechsel), propria del falegname, del mastro d’ascia, del bottaio.​

Holzaxt — Scure
(taglio parallelo al manico)

Dechsel — Ascia
(taglio normale al manico)

il padre cercava... lo stero (Ster) di legna ☞ Tuttora le cataste di legname si misurano in metri steri, che è un’unità di volume: un metro cubo vuoto per pieno. Per stero si può quindi intendere sia una quantità di legna corrispondente al volume di un metro stero, sia una piccola catasta di quella dimensione.​

assegnato (zugewiesenen)... ☞ In base a regolamenti medievali ancora in uso all’epoca del giovane Martin, veniva riservata una determinata quantità di legno al bottaio, per la sua produzione. Tale era infatti il mestiere del padre.​

 … per la sua bottega (Werkstatt) ☞ Il luogo di lavoro del bottaio in Italia era generalmente chiamato bottega.​

durante le pause del suo servizio (Dienste). Anche in questo caso si tratta della rievocazione precisa e commossa di come il padre artigiano giustificasse il suo lavoro come compito assegnatogli dalla comunità.​

frattanto durezza (Härte) e profumo (Geruch) del legno di quercia ☞ Chi lavora il legno con i ferri (come facevano a volte i fratelli Heidegger) ne percepisce la durezza e il caratteristico odore. Nell’officina il profumo vivo del rovere, la varietà di quercia utilizzata dai bottai, appena lavorato accentuava quello di fondo prodotto dalle doghe poste a stagionare per qualche anno prima di essere utilizzate nella costruzione delle botti.​

Questa sereno sapere è il «Kuinzige» ☞ In una lettera del 15 aprile 1954 al dottor Walter Zluhan di Stoccarda, Heidegger dava questo chia­rimento: «[...] Il suo significato va grosso modo nella direzione dell’ironia di Socrate, che non può essere riassunta. La parola si riferisce a una superiorità allegra e malinconica verso tutto ciò che è ordinario e consueto, e viene preso sempre troppo sul serio — ma questa superiorità non ha nulla di altezzoso, e nemmeno il tipo di derisione maliziosa. ¶ Il «Kuinzige» implica un affetto nativo per le persone e le cose, e una preoccupazione genuina per loro; ma non cerca consapevolmente di rimanere imperscrutabile, il che potrebbe essere facilmente frainteso come inganno. [...]» (Vedi: Reden und andere Zeugnisse eines Lebenswegs, Frankfurt am Main, Klostermann 2000).​

coloro che per due guerre mondiali sono stati sacrificati prima del tempo ☞ Tra i quali vi erano certamente qualcuno, forse molti, dei Läuterbuben del primo ricordo. Alcuni dei sopravvissuti accompagnavano a volte il vecchio Martin nelle sue passeggiate sul Feldweg.​

 Perché restiamo in provincia?​

Titolo originale: Schöpferische Landschaft: Warum bleiben wir in der Provinz?
}Fonte e ©: M. Heidegger Scritti Politici (1933–1966)Fonte e ©: M. Heidegger Scritti Politici (1933–1966), a cura di François Fédier, ed. it. a cura di Gino Zaccaria, Piemme, 1998. Disponibile su www.eudia.org.
Traduzione di Gino Zaccaria.​

 Le note siglate gz sono di Gino Zaccaria; quelle ff sono di François Fédier.​

nell’angolo del crocifisso ☞ Nelle fattorie tradizionali della Foresta Nera, appeso all’angolo in cui è posto il tavolo, si trova sempre un crocifisso e, talvolta, un’immagine sacra. Si forma cosí quello che ancora oggi è chiamato lo Herrgottswinkel, l’«angolo del crocifisso» (ff).​

il fattore del Pianoro ☞ Il testo dice: «der Oehmibauer». Oehmi designa, in alemanno, ciò che noi chiamiamo un pianoro, ossia uno spazio piú o meno pianeggiante su un terreno ondulato o montagnoso. Poco distante dalla baita di Heidegger, dall’altro lato della cresta che la sovrasta a Sud-Ovest, si trovava, adagiata su un pianoro, la fattoria chiamata Ebnehof. Il contadino di questa fattoria veniva chiamato, dalla gente del posto, der Oehmibauer (gz).​

piú del miglior «reportage» di un qualunque WeltblattWeltblatt: giornale letto in tutto il mondo (gz).​

affinché non sia trascinata fuori di sé ☞ ovvero: estirpata da sé stessa (gz).​

il proprio modo di abitareEigenständigkeit — anche: decoro del proprio singolare stanziamento (gz).​

sul carattere popolare ‹della vita contadina› e sul folklore ☞ Sui disastri delle intrusioni cittadine, sulla fragilità dell’esistenza autenticamente contadina, si possono leggere con profitto le pagine di Simone Weil dedicate allo «sradicamento contadino» (si veda La prima radice, Edizioni di Comunità, 1980, pp. 71–88). A pagina 72, ad esempio, si trova la seguente osservazione: «Beninteso, questo stato d’animo [quello dei contadini che si sentono disprezzati dai cittadini] si è aggravato per colpa della radio, degli spettacoli cinematografici nei paesi, e della circolazione di giornali come Confidences e Marie Claire, al cui paragone la cocaina è un prodotto innocuo» (ff)​

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Wehrlos, doch in nichts vernichtet
Inerme, ma in niente annientato
(Der christliche Epimetheus
Konrad Weiß)

 


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