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Testata della rivista Il Covile
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№754

Stefano Borselli​

FRANZ KAFKA E LA LETTERA ALLA MADRE CHE NON CI FU​

Il boom editoriale degli anni ’70–’80 della Lettera al padre di Kafka — che da noi la portò in seguito fin nelle antologie delle medie inferiori — fu internazionale e, legandosi a quello della critica femminista, favorí una lettura che, col tempo, assunse un carattere pressoché canonico sullo stato delle relazioni tra i tre protagonisti della lettera: Franz, il figlio estensore, Julie Löwy, la madre, e Hermann Kafka, il tirannico padre. In tale chiave di lettura, in sintesi, Hermann incarna il patriarcato borghese ebraico-praghese; Julie è la prima, pura vittima: donna colta costretta a dodici ore di negozio, annichilita dal marito arrivista; Franz l’altra vittima, esposta alla violenza patriarcale.​

Nella Lettera medesima, Franz ne proponeva implicitamente una leggermente diversa, nella quale i ruoli in gioco erano quelli dell’arte venatoria: «Die Mutter hatte unbewußt die Rolle eines Treibers in der Jagd.» — «la madre ebbe inconsciamente il ruolo di un battitore (Treibers) nella caccia». Il cacciatore (il padre: la caccia implica un cacciatore), il battitore (la madre), la preda (lui: implicazione non meno stretta). Vale la pena fermarsi su questa definizione: il battitore è tecnicamente uno «snidatore», colui che con il suo agire spinge la preda a compiere il passo falso. Ci torneremo.​

Proviamo qui a illustrare un’ipotesi diversa, che varrà per quello che potrà valere. Questa, come succede non raramente, pare confermare qualche elemento fattuale, usare altri elementi indiziari e addirittura indurre altre ipotesi. Forse, quindi, un castello di carta. Chissà? Il lettore se ne farà un’idea sua. Fine della premessa.​

 Assunti.​

Iniziamo da sei assunti che per me hanno una forte probabilità se non certezza interiore. Li espongo in modo che tutta l’ipotesi sia considerabile, valutabile, rifiutabile.​

❶ Si assume la condizione di derelizione di Kafka come dato: un uomo che fatica a sposarsi; fatica a separarsi; fatica a decidere; fatica ad abitare il proprio corpo; fatica a lavorare pur essendo capace; vive immerso nel senso di colpa; cerca continuamente autorizzazioni esterne. Ora, della derelizione, nella tradizione che va da Winnicott a Camatte, è condizione necessaria, ma non sufficiente, una madre assente o anaffettiva, ed è il nostro caso. Quando la madre ca­rezza il figlio non meccanicamente, non distrattamente o con scopo, ma con vero affetto, per il bimbo sono attimi eterni. Ripetuti, si sentirà accolto, posizionato, presente. Il piccolo Franz questo non l’eb­be. Senza quell’accoglienza corporea non si costituisce il nucleo indistruttibile del sé, non c’è possibilità di certezza.​

❷ Si assume di conseguenza l’anaffettività della madre Julie come dato certo. L’a­naf­fettività non implica mancanza appa­rente di carezze, ma sono strumentali, di cattura, necessarie come a suo tempo per il partner. Il bambino coglie subito la differenza. Fin dai primissimi anni. Ne risulta anche una sete inestinguibile di affetto e riconoscimento. E sempre già da quell’età il bambino è in grado di approssimare, di capire, i rapporti di potere, chi vince.​

❸ Un passo notissimo della Lettera: «Non era permesso rosicchiare le ossa, ma Tu lo facevi. L’aceto non si doveva assaggiare, ma a Te era consentito. La cosa piú importante era di tagliare il pane diritto; ma che poi Tu lo facessi con un coltello sporco di sugo era indifferente. Bisognava badare di non lasciar cadere briciole sul pavimento, ma sotto la Tua sedia ce n’era un’infinità. A tavola si doveva badare solo a nutrirsi, Tu invece Ti tagliavi e Ti pulivi le unghie, temperavi le matite, Ti frugavi nelle orecchie con uno stuzzicadenti.» La Lettera sappiamo che fu scritta a 36 anni, ma Kafka parla di sé bambino. Ora, dettagli come quelli evidenziati in corsivo, un coltello sporco di sugo, briciole sul pavimento, inducono a pensare che Kafka sia qui ventriloquo, o medium, della madre. Si assume dunque come dato probabile l’esistenza di una forma di repulsione, anche fisica, di Julie per Hermann.​

❹ E, insieme, una fortissima capacita di direzione materna sul figlio, non necessariamente consapevole. Assunto del quale sono corroboranti il fatto che a 36 anni Kafka si debba rivolgere alla madre per fare i conti col padre con la Lettera, nonché il passo «Mettici a confronto: io, per esprimermi in modo assai sommario, un Löwy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di conquista, ma da un pungolo lowiano, che agisce in modo piú segreto e ritroso». In conclusione: «Io … un Löwy».​

❺ Direzione materna sul figlio. Indirizzata a che? Inevitabilmente al combattimento col bruto, tirannico Hermann. L’ipotesi è che lei, di famiglia ben piú colta e anche piú istruita del marito, sul piano dialettico e simbolico l’avesse sempre vinta col ma­rito. Vinceva sul quel piano ma rientrava di fronte alla risposta prepotente del marito, che a sua volta vinceva sul piano operativo, restando escluso da ogni retribuzione affettiva reale, ma conservando il comando (Cumannari è megghiu di futtiri recita il proverbio, nel quale traspare il tentativo di consolazione). Classico doppio legame coniugale.​

❻ Sempre nella Lettera il famoso episodio della pavlatche. Il piccolo Franz (4–5 anni?) piange di notte per l’acqua; Hermann, irritato, lo tira giú dal letto e lo mette fuori sulla pavlatche (il ballatoio esterno freddo) in camicia da notte, chiudendo la porta. Franz resta lí terrorizzato, con l’immagine del padre gigantesco e onnipotente che lo umilia. Nella narrazione di Franz questo diventa il trauma fondante: il padre tiranno, la madre assente o inefficace. «Ich winselte einmal in der Nacht immerfort um Wasser, gewiss nicht aus Durst, sondern wahrscheinlich teils um zu ärgern, teils um mich zu unterhalten.» — «Una volta, di notte, piagnucolai senza sosta per avere acqua, certamente non per sete, ma probabilmente in parte per dare fastidio, in parte per divertirmi.«. Interessante: non per sete. Per dare fastidio: a chi? Per divertirmi? Come? A spese di qualcuno. Il padre, certamente. La mia tesi è che il piccolo credeva la madre invincibile e si immaginava una lotta a due contro il padre. Il suo contributo sarebbe stato premiato dalla madre. Quella figura materna gli crolla, se ne fabbricherà una nuova che poi diverrà il battitore, ma Franz mai avrà la forza di approfondire, di farci i conti, mentre del padre, con la lente d'ingrandimento materna, scruterà ogni minimo dettaglio.​

 Eccezionalismo coniugale.​

In letteratura, la figura della moglie che si sente in qualche modo superiore al marito è un archetipo consolidato, da Emma Bovary che disprezza la mediocrità del coniuge ad Anna Karenina che ne lamenta l’aridità. Nel nostro siamo di fronte una forma particolare, diversa, del conflitto: chiameremo eccezionalismo coniugale quel sentimento di eccezione, piú spesso inteso come finezza e nobiltà d’animo (in altri termini, l’essere pneumatico contrapposto alla rozzezza dell’essere ilico), avvertito non come caratteristica personale, ma di lignaggio. Emerge quindi un «noi» (individualmente la propria pneumaticità è sovente del tutto contraddetta dai fatti, immaginaria). Un «noi» sempre sostanziato per opposizione al «loro» del coniuge, ovviamente. Va aggiunta una importante correlazione: reale o pretesa che sia, l’elezione pneumatica — di per sé un anelito alla disincarnazione — si accompagna piú spesso all’anaffettività.​

La famiglia d’origine di Julie Löwy (commercianti tessili di Poděbrady) era di un livello socio-culturale superiore, un piccolo scarto borghese rispetto all’energico self-made man Hermann Kafka (venuto dal basso, con maniere dirette, vitalità contadina), piccolo ma sufficiente a creare il filtro, un senso di angelo caduto. Questa è l’ipotesi.​

 Conclusione: Tutti perdenti in un gioco antico.​

Hermann: vince materialmente, accumula, impone la propria forza. Ma perde il figlio e vive sotto lo sguardo silenzioso di superiorità della moglie. La sua prepo­tenza, reale, è anche reazione difensiva a un’in­feriorità dialettica percepita.​

Julie: vince simbolicamente, trasmette il proprio sguardo al figlio. Ma perde la capacità di amare davvero chicchessia. Il mito «Noi Löwy» la anestetizza, rendendola incapace di quegli attimi eterni di accoglienza che Franz invoca invano (episodio della pavlatche incluso).​

Franz: trasforma l’incertezza della presenza e la fame affettiva cronica in una delle opere piú potenti del Novecento. Ma resta intrappolato: incapace di autonomia relazionale, di matrimonio stabile, di rottura netta. La letteratura diventa l’unico grembo accogliente che riesce a crearsi.​

 Confronti: Simenon, Wodehouse e il ruolo delle allomadri.​

Il confronto con Georges Simenon è illuminante. Anche lui ebbe una madre particolarmente anaffettiva. Anche lui preso da una inesauribile e meccanica spinta sessuale che mai superò. Ma il padre, mite e affettuoso, funzionò da allomadre, offrendo un nucleo di calore alternativo. Simenon, dopo averla incontrata di persona, senza intermediari, lei novantenne, le fu vicino negli ultimi giorni, e solo anni dopo ha provato a capirla e, a lei già sepolta, scriverà una Lettre à ma mère affrontando il fantasma: «Nous ne nous sommes jamais aimés de ton vivant, tu le sais bien. Tous les deux nous avons fait semblant.» — «Non ci siamo mai amati in vita, lo sai bene. Abbiamo finto entrambi.».​

P.G. Wodehouse, cresciuto con genitori quasi assenti per ragioni coloniali, prima affidato a una sequela di zie orribili — ma tra le quali una umana: Louisa Deane, zia materna, modello di Dahlia Travers; pure con la nutrice, Emma Roper, era stato fortunato — e poi inserito nella mitica, per lui, calda comunità collegiale di Dulwich, trovò le figure accoglienti sostitutive che gli permisero di trasformare il materiale doloroso nel dono elargibile di una commedia solare e liberatoria invece che in angoscia paralizzante covata interiormente.​

Franz Kafka, evidentemente privo di allomadri efficaci — per qualità, durata dell’incontro, circostanze — resta colonizzato. La Lettera al padre è un immenso paravento che nasconde la insopportabile chiara visione della dipendenza da una madre sempre affettivamente inaccessibile.​

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