ritrovo in rete
diretto da
stefano borselli
dal 2009
risorse conviviali
e varia umanità
Stefano Borselli
DIMENTICARE AGOSTINO
Indice
Fu Vincenzo Bugliani a propormi la profondità del personaggio di donna Prassede,1 dei Promessi sposi. Alessandro Manzoni, spiegava, non vuole introdurre un personaggio buffo2 per alleggerire un racconto edificante, ma descrivere l’idealtipo del dirigente delle istituzioni caritatevoli o beneficenti (femminili e maschili). Certo non tutte, ma senz’altro una solida maggioranza. Nel tempo quante volte ho detto tra me «Ti riconosco, donna Prassede!». Studi piú recenti mi hanno portato a pensare ad un’altra figura, piú antica, che sta dietro, come in filigrana, a tutte le Prassedi presenti e passate, ben individuata da Qualcuno ben piú autorevole del Manzoni; si tratta di Marta di Betania. Ebbene, contro ogni logica, questa figura, racconta Piero Bargellini, è stata indicata «alle donne cristiane come modello di operosità». Qui si cerca di spiegare perché.
Giacché, come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello. [...] Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il piú degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa piú del suo dovere possa far piú di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta. (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. xxv.)

Donna Prassede e Lucia. Illustrazione di Francesco Gonin, incisione di Bernard, dall’edizione del 1840.
Una curiosa dipendenza.
La premessa è che si era ai primi del secolo e le strade di Firenze non erano ancora affollate di mendicanti. Ero capitato, solo quella volta per curiosità, in una riunione informale di una piccolissima e transeunte aggregazione di cattolici di area lapiriana, e mi colpí lo sfogo di un’anziana signora (era del giro piú stretto dei collaboratori di La Pira) che si lamentava delle sue difficoltà ad educare cristianamente le nipotine, stante che «nella città, di poveri non se ne trovano piú» — «purtroppo» non lo disse. Ci restai sorpreso: ma come, pensavo, se ormai anche da noi «le figlie cavalcano sellini casuali», non ci sarebbe materia per scelte e formazione cristiana? E se i poveri da aiutare fossero cosí indispensabili alla salvezza, com’è che i medesimi possono guadagnarsi il Paradiso, mi chiedevo. E ancora: non sarà che, non vedendo piú poveri intorno, la signora inconsciamente tema di non potersi piú contare tra i ricchi?
Il Sermo 42.2.
Non pochi anni dopo mi resi conto che la mentalità della signora lapiriana è tra i frutti maturi di questo lascito agostiniano:
Se non trovavo bestie da soma né navi per trasferirmi dall’occidente all’oriente, dove troverò le scale per recarmi dalla terra in cielo? Dio ti dice: Non angustiarti! Io che ti ho reso ricco, io che ti ho dato cose da poter distribuire, ho fatto anche i poveri che sono come i tuoi facchini (Agostino d’Ippona, Sermo 42.2).
Un lascito che preoccupa: vedremo piú avanti anche la sua manipolazione di un passo evangelico, che non è caso isolato ma esempio di pattern sistematico di deformazione del messaggio cristiano, di fatto funzionale al suo adattamento alle esigenze delle classi dirigenti di un impero in decomposizione e soprattutto, sui tempi piú lunghi, allo sviluppo dell’homo œconomicus. Fine della ricreazione, dell’immediatezza, della gratuità: tutto diverrà ansia, scrupolo, prestazione. Il nesso (non la matrice o la causa) individuato da Weber tra capitalismo e religione non trova la sua origine in Calvino ma in una piú antica postura agostiniana (sua propria, di Lutero, monaco agostiniano, di Calvino, dei Giansenisti, sempre agostiniani), già pienamente operante nel cristianesimo occidentale.
• Aut ricchi aut poveri.
Colpisce nel ragionamento agostiniano citato, quella che potremmo chiamare la scomparsa del ceto medio. Non è previsto chi viva senza grandi riserve né grandi privazioni, eppure dovevano essercene anche nella Cartagine e nella Roma dei Padri.
Soltanto ricchi o poveri (a volte nella patristica si allude ad «affamati» e «assetati», a povertà assoluta, materiale, ma ben sappiamo che per poveri si intendeva, prima del Covid, anche i genitori che hanno difficoltà per la gita scolastica a Madrid). Perché si ignorano le situazioni di mezzo, che magari rappresentano la maggioranza della popolazione?3 A chiarire il mistero, forse ci può aiutare René Girard, con la sua teoria del desiderio mimetico:
In Jean Santeuil, primo romanzo incompiuto di Proust, l’autore mette il suo eroe nel palco della signora de Guermantes, «arrivato», felice e trionfante. In Alla ricerca del tempo perduto, Proust inverte il suo punto di vista, e mette il narratore nel parterre, che contempla con avidità l’oggetto inaccessibile del suo desiderio: il palco della signora de Guermantes. Quest’inversione, rivelatrice della vera natura del desiderio, dà alla scena la profondità e la dimensione letteraria che facevano difetto alla scena corrispondente di Jean Santeuil. In effetti, l’esperienza vera del desiderio è quella della mancanza, dell’umiliazione e dell’impoverimento dell’essere [...].4
• La droga dell’invidiato.
Da qualche parte, ma forse ci ha lavorato meno, Girard accenna anche al complementare dello sguardo desiderante. Nel caso, lo sguardo della signora de Guermantes: è il cogliere l’altrui desiderio che valorizza il nostro oggetto e ce ne fa maggiormente godere. Anzi, piú spesso (ecco l’inversione, l’alienazione) godremo non tanto dell’oggetto (un palco all’Opéra, magari siamo sordi alla musica)5 quanto proprio degli sguardi invidiosi.
Nel gioco invidioso-invidiato non si danno figure intermedie: è questa la risposta al nostro interrogativo. L’indifferente, colui che pur privo non desidera, è fuori dal gioco e visto perciò come elemento sgradito, perturbante, da rimuovere: se gli invidiosi perdessero il desiderio gli invidiati si sarebbero sacrificati per nulla, disvelamento per loro terrificante, catastrofico. È il silenzio perplesso di Alessandro che non si vede invidiato da Diogene.6
L’analisi di Girard consente di vedere chiaramente come l’economia caritativa agostiniana funzioni nella pratica delle relazioni e della psicologia umana: i buoni ricchi cristiani si sentivano chiamati ad educare questi non desideranti. Così don Milani, che fa costruire ai suoi ragazzi una piscina di cemento per accoglierli nei valori antropologici della sua famiglia d’origine, farli accedere ad un surrogato di ricchezza standard. Con uguale spirito e prassi, vale a dire distribuendo assaggi di ricchezza, le buone signore fiorentine della San Vincenzo si aggiravano tra i loro clientes,7 iscritti al registro dei beneficiari.
Se ho un Rolex e nessuno me lo invidia non vale niente. Se, caritatevolmente, regalo a poveri dieci imitazioni, trasformando altrettanti individui, prima indifferenti agli idoli orologeschi, in competenti invidiosi, ecco che il mio Rolex autentico si valorizza. Il sistema è, tutto sommato, semplice e funziona.
Ipotesi su Marta.
Il brano evangelico che racconta la visita di Gesú a Marta e Maria, in Betania, ci dice abbastanza sulla manipolazione agostiniana tendente a disinnescare con ogni mezzo il Vangelo dei suoi contenuti critici. Il testo, che vede le traduzioni abbastanza concordi, narra un episodio reale e credibile:
Mentre erano [Gesú con i suoi discepoli, in altre traduzioni (N.d.R.)] in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò [nella sua casa, in altre trad. (N.d.R.)]. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose [troppe cose, in altre trad., orig. greco: πολλά (N.d.R.)], ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,38–42; testo CEI 2008).
Abbiamo due sorelle delle quali una, Marta, è evidentemente partecipe di una tipologia psicologica, un pattern, assai diffuso tra i due sessi: il tipo anaffettivo il quale maschera la propria incapacità di relazione affettiva/tenerezza/ascolto con un iperattivismo che mira al controllo totale su uomini e cose e che si regge sulla continua proclamazione di stati di emergenza.
È certo che l’arrivo improvviso di Gesú, con altri discepoli, rendeva necessaria un’attività per l’accoglienza e forse la preparazione di un pasto, dei letti, insomma lavoro. Ma quanto lavoro? Che pasti? Che letti? Quanto tempo necessario? Non ne resterà niente per un affettuoso scambio/ascolto iniziale? No di certo per l’anaffettiva Marta, che alza sempre l’asticella del lavoro da fare, proprio per fuggire quello scambio relazionale e corporale. Il suo modus operandi prevedeva un Gesú abbandonato in un angolo e le due sorelle, con Maria al suo servizio, solo prese dalle faccende.
Ma Maria non ci sta e si intrattiene, a stretto contatto, con Gesú. Ecco allora Marta, la quale come abbiamo detto aspira al controllo totale, che comanda imperativamente a Gesú,8 «Dille dunque...», di farsi suo portaordini presso Maria. Gesú, che ovviamente ignora il comando, replica con quella finezza, quella sprezzatura che ha rilevato Cristina Campo: «Marta, Marta...». Ce lo immaginiamo mentre sorride e scuote la testa; a volte, come si suol dire, una parola è poca e due sono troppe. E poi, con affetto, la corregge spiegandole che è lei a sbagliare quando insiste su un daffare che non c’è, ben oltre il necessario. E quello che non è necessario, lo sappiamo, è vanitas.
Il racconto mette in discussione l’homo faber, ciò è talmente chiaro che gli ordini contemplativi della Chiesa l’hanno sempre letto come una loro approvazione. Veniamo ora al trattamento che Agostino riserva a questo passo. È nel Sermo 104 che la manipolazione, fatta anche di tagli e aggiunte, traspare con chiarezza:
1. Per poter, contro ogni evidenza, sostenere che «Il servizio di Marta non fu biasimato dal Signore», Agostino cancella del tutto le parole piú importanti di Gesú: che Marta si preoccupa in modo errato, ben oltre il necessario («μηδὲν ἄγαν» «ne quid nimis» «niente di troppo» raccomandava il saggio Chilone). Nella sua argomentazione il servizio preteso da Marta è del tutto trasparente, oggettivo, non è in discussione. Ma porlo in discussione è proprio quello che fa Gesú.
2. Agostino mette in bocca a Gesú parole da lui inventate «La parte scelta da te non è cattiva, ma è migliore questa [scelta da Maria]». Gesú non dice niente della parte, non certo quella sicuramente buona, che è ἀγαθὴν μερίδα, scelta da Marta: potrebbe essere solo un po’ meno buona o addirittura nociva, si pensi alla mela di Biancaneve.
Sono fortemente tentato dal ritenere che l’opacità del passo evangelico per Agostino sia legata alle probabili corrispondenze tra la figura di Marta e quella di sua madre, Santa Monica,9 ma è certo che il rovesciamento agostiniano ha avuto un successo impensabile rispetto alla fallacia della sua argomentazione. Ripete pedissequamente, ad esempio, Piero Bargellini nel suo fortunato I santi del giorno (Vallecchi, 1958):
L’amabile risposta di Gesú può suonare come rimprovero alla fattiva massaia: «Marta, Marta, tu t’inquieti e ti affanni per molte cose; una sola è necessaria: Maria invece ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». Ma rimprovero non è, commenta S. Agostino: «Marta, tu non hai scelto il male; Maria ha però scelto meglio di te». Ciononostante Maria, considerata il modello evangelico delle anime contemplative già da S. Basilio e S. Gregorio Magno, non sembra che figuri nel calendario liturgico: la santità di questa dolce figura di donna è fuori discussione, poiché le è stata confermata dalle stesse parole di Cristo; ma è Marta soltanto, e non Maria né Lazzaro, a comparire nel calendario universale, quasi a ripagarla delle sollecite attenzioni verso la persona del Salvatore e per proporla alle donne cristiane come modello di operosità.
La proposta di Marta quale «modello di operosità», tuttora indiscussa, è la blindatura dell’operazione agostiniana di capovolgimento: come se San Pietro fosse proposto a modello non per il suo martirio, ma per il suo rinnegamento.
Sul filo dei pensieri.
Se è come penso, Agostino vede Maria con gli occhi della madre, la quale come l’avrebbe considerata in qualità di sua distinta conoscente? Diciamolo: come una infingarda inconcludente a differenza dell’aurea, provvida, Marta. Averne! Gesú, viceversa, in sostanza le dice «Maria ha visto bene, tu no», e le si rivolge con «Marta, Marta...». Si confronti l’iterazione del nome con «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato...» Lc 22,31 e «Gerusalemme, Gerusalemme...» Lc 13,34. Un elegantissimo modo per qualificarla cieca, ottusa.
Precisazione.
Già nella nota 13 si rimanda ad mtap, della quale questo testo vuole essere anche una glossa. Vedi lì, in particolare l’appunto sulle religioni agostiniane e la voce sul Rinchiudimento la quale, in un guscio di noce, afferma: come faccio se, inaccolto dalla nascita, non riesco ad accedere al godimento del semplice-comune-carnale? Posso dare la colpa all’insufficienza della creazione che redimerò, aggiusterò con il lavoro indefesso e la tecnica e di quell’azione godrò vicariamente. ¶ Altrove10 ho cercato di definire meglio questa inaccoglienza. In natura, non solo per gli uomini, il sistema dell'accoglienza dopo la nascita è robusto, ridondante e capace di supplire alla madre assente, ad esempio morta di parto. Quando fallisce non è una madre sola che fallisce, è una rete. È noto che il sistema comprende allomadri sostitutive: nonne, zie, balie stesse, sorelle, anche maschi se capaci: padre, fratello, nonno ecc. Ma a volte la rete non c'è o è bloccata da vari motivi.
Ancora sul Sermo 42.2.
Solo un poeta come Eliot poteva condensare in una riga — O Lord, deliver me from the man of excellent intention and impure heart (O Signore, difendimi dall’uomo che ha eccellenti intenzioni e il cuore impuro)11 — il risultato di questo aspetto dello slittamento12 agostiniano: la nascita delle organizzazioni beneficenti, deprecate invano da Illich. Nel racconto gesuano quello che ferma nel suo viaggio il Buon Samaritano non è infatti l’intentio, propria dell’homo œconomicus e risultato dei suoi incessanti calcoli, bensí un moto del cuore. «Vide e ne ebbe compassione» (Lc 10:25–37, CEI 2008): pietà, com-passione, empatia, non calcolo morale. Si china sul ferito, lo aiuta, poi lascia i soldi all’albergatore e prosegue il suo viaggio. Non ne risultano istituzioni e mestieri caritativi.
Sintesi su Agostino.
1) Rovescia l’epocale apertura di Gesú ai bambini — che aveva tolto dall’invisibilità per metterli addirittura al centro, proponendo di accoglierli e imitarli — con una visione negativa dell’infanzia, anticipando l’estromissione luterana dei fanciulli dalle chiese nonché il bambino «perverso polimorfo» di Freud, oggi tramontante.
2) Come mostrato sopra, falsifica il passo evangelico sulle sorelle di Betania, oscurando la critica gesuana del cieco attivismo martano.
3) Trasforma lo sguardo sul povero da esempio e meta — Discorso della Montagna, episodio del giovane ricco — in strumento di salvazione per i ricchi, non piú persona.
4) Oblitera nelle Confessioni nome e circostanze della cacciata della madre del proprio figlio, in contraddizione con la precisione documentaria dell’opera: probabile rimozione affine a quelle evidenziate nel Sermo su Betania. Un pattern dunque.
5) È il codificatore del peccato originale come colpa ereditaria e il promotore della dottrina della predestinazione radicale.
6) Accortamente il cristianesimo ortodosso ha evitato l’agostinocentrismo occidentale: chi invece assume Agostino come Maestro non adotta semplicemente un autore, ma un’intera proposta e postura antropologica.
7) Luteranesimo, calvinismo e giansenismo — cosí funzionali al salto di un processo millenario e universale che avviene proprio in Occidente e la cui specificità resta largamente inspiegata — non solo discendono direttamente dal suo pensiero, ma ne portano a compimento le implicazioni piú proprie. Una continuità ancora sottaciuta.
8) La categoria di «agostinismo» — che non designa tanto una teologia, quanto una struttura antropologica astrattiva e redentiva ben antica, già proposta e argomentata in Teoria Minimale del Processo d’Astrazione (mtap)13 e qui delineata per sommi capi attraverso la lettura di Luca 10 e qualche osservazione sulla filantropia senza φιλία — possiede dunque una capacità euristica che risulta piú feconda rispetto a quella tradizionale di «protestantesimo». Essa aiuta infatti a comprendere come l’Occidente sia stato il terreno fertile di quella che Karl Polanyi chiamò la «Grande trasformazione», evitando al contempo una cesura cronologica artificiosa (XVI secolo) — incapace di raccontare la straordinaria accumulazione, già nelle Crociate e nel boom delle cattedrali, di una massa aurifera ansiosa di crescere e produrre.
9) Le premesse sono forse già in una possibile lettura di Paolo, ma Agostino ne è il primo grande sistematizzatore. Per questo il nesso tra postura religiosa e sviluppo dell’homo œconomicus individuato da Weber non trova il suo vero punto d’origine nel calvinismo, bensí in una piú antica matrice agostiniana. L’agostinismo informa, contrastato, il cattolicesimo e l’anglicanesimo, pienamente il calvinismo e il giansenismo e in modo piú temperato il luteranesimo e gran parte del protestantesimo; è invece ininfluente nell’Ortodossia, nella mistica apofatica e in correnti come il francescanesimo, i quaccheri e altri, mentre rappresenta una permanente contraddizione interna del tomismo.
Il barbecue del Risorto.
Una curiosa e quasi commovente scena evangelica (nella «Seconda pesca miracolosa», Giovanni 21,1–14), sorprendentemente pressoché assente nell’arte e nella predicazione — il Gesú che arrostisce i pesci sulla griglia dell’acquerello di James Tissot è, con ogni probabilità, un unicum— offre un contrappunto radicale a questa linea. Il Risorto, apparso di notte sulla riva del lago, trova i discepoli, confusi, tornati a fare i pescatori, a mani vuote. Non li rimprovera, non li sprona a una nuova impresa attivistica, non li invita a ristrutturare la loro esistenza. Dice semplicemente: «Gettate la rete» e al mattino, quando la pesca miracolosa si conclude, «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora», aveva già preparato la brace per arrostirlo. «Venite a mangiare». Finisce quasi come un albo di Asterix con tutto il villaggio a tavola, che brinda e canta. Nel brano si manifesta qualcosa che l’agostinismo ha allontanato dal cristianesimo occidentale: la gioia del Semplice carnale e conviviale. Qui non c’è l’affanno delle emergenze di Marta, non c’è il tormento di una donna Prassede che confonde il suo cervello con il cielo, non c’è il povero come facchino provvidenziale per la salvezza del ricco. C’è invece il godimento ridondante della certezza della Presenza, la gioia del Semplice — lasciar-essere, φιλία, wu-wei — carnale e conviviale.

James Tissot, Repas de Notre-Seigneur et des apôtres, 1886–1894, acquerello.
Note
1 Parte di questo testo riprende, rivisti, brani dell’articolo «Donna Prassede come figura agostiniana», Il Covile №582 del gennaio 2021.
2 Si potrebbero citare, come insuperato contrappunto umoristico, le patronesse del Buon soldato Sc’vèik, prodighe di gingilli devozionali, e i cui mirabolanti polli arrosto son causa per i sospetti simulatori di una punitiva lavanda gastrica.
3 Tra pari si tratterebbe di aiuto fraterno, di mutuo soccorso: un ambito estraneo al tema qui trattato e al sentire della signora.
4 La frusta letteraria, www.lafrusta.net, riassume cosí un testo dello stesso Girard.
5 Della duchessa de Guermantes non so dire, avendo sempre ignorato il capolavoro di Proust.
6 Incidentalmente notiamo che, nel racconto di Plutarco, Alessandro è spinto dalla medesima sollecitudine dei nostri filantropi seriali: «il monarca si rivolse a lui salutandolo, e gli chiese se volesse qualcosa, Diogene rispose: ‹Sí, stai un po’ fuori dal mio sole›.» Torna alla mente anche uno dei ragazzini pestiferi wodehousiani: «Mi sovvenne che questo Edwin era uno di quelli che non si risparmiano, e, come sua sorella Florence, si impegnava seriamente nella vita, come aveva ampiamente dimostrato da quando era entrato nei boy scout. Non volendo rifuggire dalle sue responsabilità si era conformato con spirito ardente e risoluto alla regola della buona azione quotidiana, ma, purtroppo, tra una cosa e l’altra, rimaneva sempre indietro e non riusciva mai a compierla con regolarità, per cui ogni qualvolta intravedeva l’occasione propizia, si buttava a capofitto, cercando di recuperare con chi gli capitava a tiro, trasformando rapidamente ogni posto in cui si trovava in un inferno perfetto per uomini e bestie. (Joy in the Morning)».
7 Il termine latino di clientes non è usato qui come boutade ma individua una figura sociologica importante e senza tempo: persone (meglio se di riguardo, ma comunque in gran numero) che gratifichi/retribuisci perché, invidiandoti, ti corroborino nella tua identità.
8 Nei Vangeli è unica tra i suoi ad usare con Gesú l’imperativo in modo davvero direttivo.
9 Una donna, sembra, dal carattere forte, che non mollava finché non l’aveva vinta, instancabile nel «secondare i voleri del cielo»: col marito, col figlio, colla nuora.
10 «Per una fenomenologia del cocco di mamma», Il Covile №750, maggio 2026.
11 V. T.S. Eliot, Cori da La Roccia (The Rock), V coro.
12 Questa modalità della rimozione è stata classificata con precisione da Jacques Camatte come détournement nel suo, indispensabile, Glossario.
13 Gruppo Gemeinwesen, mtap Teoria minimale del processo d’astrazione, www.ilcovile.it, novembre 2025.
Wehrlos, doch in nichts vernichtet
Inerme, ma in niente annientato
(Der christliche Epimetheus
Konrad Weiß)
Legenda: Translated by/Traduit par/Tradotto da; Title of the text in the edition/Titre du texte dans l'édition/Titolo del testo nell'edizione;
Title-Date of original text/Titre-Date du texte original/Titolo-Data del testo originale;
Downloadtext/Télécharger le texte/Scaricare il testo; Book / Livre / Libro; Magazine/Revue/Rivista; Print editions/Éditions imprimées/Edizioni cartacee; Collections/Raccolte; Manifestos/Manifestes/Manifesti; Poems/Poèmes/Poesie; Website.
www.ilcovile.it