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Testata della rivista Il Covile
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№753

Stefano Borselli​

DIMENTICARE AGOSTINO​

Fu Vincenzo Bugliani a propormi la profondità del personaggio di don­na Prassede,1 dei Promessi spo­si. Ales­sandro Manzoni, spiegava, non vuo­le introdurre un personaggio buffo2 per al­leggerire un racconto edificante, ma descri­vere l’i­deal­tipo del dirigente delle isti­tuzioni cari­tatevoli o beneficenti (fem­minili e maschi­li). Certo non tutte, ma senz’altro una soli­da maggioran­za. Nel tempo quante volte ho detto tra me «Ti ri­conosco, donna Prassede!». Studi piú recen­ti mi hanno porta­to a pensa­re ad un’altra figura, piú antica, che sta die­tro, come in filigra­na, a tutte le Prassedi presen­ti e passate, ben in­dividuata da Qualcuno ben piú autorevole del Manzo­ni; si tratta di Marta di Betania. Ebbene, contro ogni logi­ca, questa figura, racconta Piero Bargellini, è stata indicata «alle donne cristiane come modello di operosità». Qui si cerca di spiega­re perché.​

Giacché, come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo stu­dio era di secondare i voleri del cie­lo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’e­ra di prender per cie­lo il suo cervello. [...] Era donna Pras­sede una vecchia gen­tildonna molto inclinata a far del bene: me­stiere certa­mente il piú de­gno che l’uo­mo possa esercitare; ma che pur troppo può an­che guastare, co­me tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna co­noscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conos­cerlo che in mezzo alle nostre pas­sioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le no­stre idee; le quali bene spesso stanno co­me pos­sono. Con l’i­dee donna Prasse­de si regola­va come dicono che si deve far con gli ami­ci: n’aveva poche; ma a quelle po­che era molto af­fe­zio­nata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia mol­te del­le stor­te; e non eran quelle che le fos­sero men care. Le accade­va quindi, o di pro­porsi per bene ciò che non lo fos­se, o di prender per mezzi, cose che po­tessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punt­o, per una certa supposizione in confu­so, che chi fa piú del suo dovere possa far piú di quel che avreb­be di­ritto; le accadeva di non vede­re nel fatto ciò che c’era di rea­le, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccet­tuarne i mi­gliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tut­te in una volta. (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. xxv.)​

Donna Prassede e Lucia. Illustrazione di Francesco Gonin, incisione di Bernard, dall’edizione del 1840.

 Una curiosa dipendenza.​

La premessa è che si era ai primi del se­colo e le strade di Fi­renze non erano ancora affollate di mendicanti. Ero capita­to, solo quella volta per curiosità, in una riu­nione inform­ale di una piccolissima e transeunte aggregazione di cat­tolici di area lapiriana, e mi colpí lo sfogo di un’an­ziana si­gnora (era del giro piú stretto dei collabo­ratori di La Pira) che si lamentava delle sue difficoltà ad educare cristiana­mente le nipotine, stante che «nella città, di poveri non se ne trova­no piú» — «purtroppo» non lo disse. Ci restai sorpreso: ma come, pensavo, se ormai anche da noi «le figlie cavalcano sellini casuali», non ci sarebbe materia per scelte e formazione cristiana? E se i pover­i da aiutare fossero cosí indispensabili alla sal­vez­za, co­m’è che i medesimi possono guadagnarsi il Para­diso, mi chiede­vo. E ancora: non sarà che, non vedendo piú poveri intorno, la signora inconsciamente tema di non potersi piú contare tra i ricchi?​

 Il Sermo 42.2.​

Non pochi anni dopo mi resi conto che la mentalità della signora lapiria­na è tra i frutti maturi di questo lascito agostiniano:​

Se non trovavo bestie da soma né navi per trasferirmi dall’occidente al­l’o­rien­te, dove troverò le scale per re­carmi dalla terra in cielo? Dio ti dice: Non angu­stiarti! Io che ti ho reso ricco, io che ti ho dato cose da po­ter distribuire, ho fatto anche i poveri che sono come i tuoi facchini (Agostino d’Ippona, Sermo 42.2).​

Un lascito che preoccupa: vedremo piú avanti anche la sua manipolazione di un passo evangelico, che non è caso isolato ma esempio di pattern sistematico di deformazione del messaggio cristiano, di fatto funzionale al suo adattamento alle esigenze del­le classi dirigenti di un impero in decomposizione e soprattutto, sui tempi piú lunghi, allo sviluppo dell’homo œconomicus. Fine della ricreazione, del­l’im­mediatezza, della gra­tuità: tutto diverrà ansia, scrupolo, prestazione. Il nesso (non la matrice o la causa) individuato da Weber tra capitalismo e religione non trova la sua origine in Calvino ma in una piú antica postura agostiniana (sua propria, di Lutero, monaco agostiniano, di Calvino, dei Giansenisti, sempre agostiniani), già pienamente operante nel cristianesimo occidentale.​

• Aut ricchi aut poveri.​

Colpisce nel ragionamento agostinia­no citato, quel­la che potremmo chiamare la scomparsa del ceto medio. Non è previsto chi viva senza grandi riserv­e né grandi privazioni, eppure dovevano essercene anche nel­la Cartagine e nella Roma dei Padri.​

Soltanto ricchi o poveri (a volte nella pa­tristica si allude ad «affamati» e «asseta­ti», a povertà assoluta, materiale, ma ben sappiamo che per poveri si intendeva, prima del Covid, an­che i genitori che hanno diffi­coltà per la gita scolastica a Madrid). Per­ché si ignorano le situazioni di mezzo, che maga­ri rappresentano la maggioranza della popolazione?3 A chiari­re il mistero, for­se ci può aiutare René Girard, con la sua teo­ria del desiderio mimetico:​

In Jean Santeuil, primo romanzo in­compiuto di Prou­st, l’autore met­te il suo eroe nel palco della si­gno­ra de Guer­mantes, «arrivato», felice e trionfante. In Alla ri­cerca del tempo perduto, Proust inverte il suo punto di vi­sta, e mette il narratore nel parterre, che contempla con avidità l’oggetto inaccessibile del suo desiderio: il palco della signora de Guermantes. Que­st’inversione, rivelatrice della vera natura del deside­rio, dà alla sce­na la profondità e la dimensione lette­raria che facevano di­fetto alla scena corrispondente di Jean Santeuil. In ef­fetti, l’esperienza vera del desi­derio è quella della man­canza, dell’umilia­zione e del­l’impoverimento del­l’es­sere [...].4

• La droga dell’invidiato.​

Da qualche parte, ma forse ci ha lavorato meno, Girard ac­cenna anche a­l comple­mentare dello sguardo deside­rante. Nel caso, lo sguardo della signora de Guer­mantes: è il cogliere l’altrui desiderio che valorizza il nostro oggetto e ce ne fa mag­gior­mente godere. Anzi, piú spesso (ecco l’inversio­ne, l’alienazione) godremo non tan­to del­l’oggetto (un palco all’O­pé­ra, ma­gari siamo sordi alla musica)5 quanto pro­prio degli sguardi invidiosi.​

Nel gioco invidioso-invidiato non si dan­no figure intermed­ie: è questa la rispo­sta al nostro interrogativo. L’indif­ferente, colui che pur privo non desidera, è fuori dal gioco e vi­sto per­ciò come elemento sgradi­to, perturbante, da rimuo­vere: se gli invi­diosi perdessero il desiderio gli invidiati si sa­rebbero sa­crificati per nulla, disvelamen­to per loro terrificant­e, cata­stro­fico. È il si­lenzio perplesso di Alessandro che non si vede invidiato da Diogene.6

L’analisi di Girard consente di vedere chiaramente come l’economia caritativa agostiniana funzioni nella pratica delle relazioni e della psicologia umana: i buoni ricchi cristiani si sentiva­no chiamati ad educare questi non deside­ranti. Così don Milani, che fa costruire ai suoi ragazzi una pi­scina di cemento per accoglierli nei valori antropologici della sua famiglia d’o­rigine, farli accedere ad un surrogato di ricchezza standard. Con uguale spirito e pras­si, vale a dire distribuendo assaggi di ricchezza, le buone signor­e fiorentine della San Vincen­zo si ag­giravano tra i loro clientes,7 iscritti al registro dei benefi­ciari.​

Se ho un Rolex e nessuno me lo invidia non vale niente. Se, caritatevolmente, rega­lo a poveri dieci imitazioni, trasfor­mando altret­tanti individui, prima in­differenti agli idoli orologeschi, in com­petenti invidiosi, ecco che il mio Ro­lex autentico si valorizza. Il sistema è, tutto sommato, semplic­e e funziona.​

 Ipotesi su Marta.​

Il brano evangelico che raccon­ta la visi­ta di Gesú a Marta e Maria, in Be­ta­nia, ci dice abbastanza sulla manipolazion­e­ ago­sti­niana tendente a disinnescare con ogni mezzo il Van­gelo dei suoi con­tenuti critici. Il testo, che vede le tradu­zioni abbastanza concordi, narra un epi­sodio reale e credibi­le:​

Mentre erano [Gesú con i suoi di­scepoli, in altre tra­duzioni (N.d.R.)] in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Mar­ta, lo ospitò [nella sua casa, in altre trad. (N.d.R.)]. El­la a­ve­va una so­rella, di nome Maria, la quale, se­duta ai piedi del Signore, a­scol­tava la sua parola. Marta invece era di­stolta per i molti servizi. Al­lora si fece avanti e disse: «Signore, non t’im­porta nul­la che mia sorella mi ab­bia lasciata sola a servire? Dille dun­que che mi aiuti». Ma il Signo­re le rispose: «Mar­ta, Mar­ta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose [troppe co­se, in altre trad., orig. greco: πολλά (N.d.R.)], ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tol­ta» (Lc 10,38–42; testo CEI 2008).​

Abbiamo due sorelle del­le quali una, Marta, è evi­dentemente partecipe di una tipolo­gia psi­cologica, un pattern, assai diffuso tra i due sessi: il tipo anaf­fettivo il quale maschera la propria incapacità di relazio­ne affettiva/te­nerez­za/ascolto con un iperattivismo che mira al controllo totale su uomini e cose e che si regge sulla conti­nua proclamazio­ne di stati di emergenza.​

È certo che l’arrivo improvviso di Ge­sú, con altri discepo­li, rendeva necessaria u­n’at­tività per l’accoglienza e forse la prepa­ra­zio­ne di un pasto, dei letti, insomma lavoro. Ma quanto lavoro? Che pasti? Che letti? Quanto tempo necessa­rio? Non ne re­sterà niente per un affettuoso scam­bio/ascolto iniziale? No di certo per l’a­naffettiv­a Mar­ta, che alza sempre l’asticella del la­voro da fare, proprio per fuggire quel­lo scam­bio relazionale e corporale. Il suo mo­dus operan­di pre­vedeva un Gesú abban­donato in un angolo e le due sorelle, con Maria al suo servizio, solo prese dalle fac­cende.​

Ma Maria non ci sta e si intrattiene, a stretto contatto, con Gesú. Ecco allora Marta, la quale come abbiamo detto aspira al controllo totale, che comanda imperati­va­men­te a Ge­sú,8 «Dille dunque...», di farsi suo portaordini pres­so Ma­ria. Ge­sú, che ov­viamente ignora il comando, replica con quella fi­nezza, quella sprezzatura che ha ri­levato Cristina Campo: «Marta, Mar­ta...». Ce lo immaginiamo mentre sorri­de e scuo­te la testa; a volte, come si suol dire, una pa­rola è poca e due sono troppe. E poi, con affetto, la corregge spie­gandole che è lei a sbagliare quando insiste su un daffare che non c’è, ben ol­tre il necessario. E quel­lo che non è necessa­rio, lo sappiamo, è va­nitas.​

Il racconto mette in discussione l’homo faber, ciò è tal­mente chiaro che gli ordini contemplativi della Chiesa l’han­no sempre letto come una loro approvazione. Venia­mo ora al trattamento che Agostino riserva a questo passo. È nel Sermo 104 che la manipola­zione, fatta anche di tagli e aggiunt­e, traspa­re con chiarezza:​

1. Per poter, contro ogni evidenza, so­ste­ne­re che «Il ser­vizio di Marta non fu bia­simato dal Signore», Agostino cancell­a del tutto le parole piú importanti di Gesú: che Marta si pre­occupa in modo errato, ben ol­tre il necessario («μηδὲν ἄγαν» «ne quid ni­mis» «niente di troppo» raccomandava il sag­gio Chilone). Nella sua argomentazione il servizio preteso da Marta è del tutto tra­sparente, oggettivo, non è in discussion­e. Ma porlo in discussione è proprio quello che fa Gesú.​

2. Agostino mette in bocca a Gesú paro­le da lui inventa­te «La parte scelta da te non è cattiva, ma è migliore questa [scelta da Ma­ria]». Gesú non dice niente della parte, non certo quella sicuramente buona, che è ἀγα­θὴν μερίδα, scelta da Marta: po­trebbe essere solo un po’ meno buona o addirittur­a noci­va, si pensi alla mela di Bian­caneve.​

Sono fortemente tentato dal ritenere che l’opaci­tà del passo evangelico per Agostino sia legata alle probabili corri­spon­den­ze tra la figura di Marta e quella di sua madre, Santa Monica,9 ma è certo che il rovesciamento agostiniano ha avuto un successo impensabile rispetto alla fallacia della sua argo­mentazione. Ripete pe­disse­qua­mente, ad e­sem­pio, Piero Bar­gellini nel suo fortunato I santi del giorno (Val­lecchi, 1958):​

L’amabile risposta di Gesú può suo­nare come rimpro­vero alla fattiva massa­ia: «Marta, Marta, tu t’inquieti e ti af­fan­ni per molte cose; una sola è neces­saria: Ma­ria invece ha scelto la par­te migliore, che non le sarà tol­ta». Ma rim­provero non è, commen­ta S. Ago­sti­no: «Mar­ta, tu non hai scelto il ma­le; Maria ha però scelto meglio di te». Ciononostante Maria, considerata il mo­dello evangelico delle anime con­templative già da S. Basilio e S. Grego­rio Magno, non sembra che figuri nel calendario li­turgico: la santità di que­sta dolce figu­ra di donna è fuori di­scussione, poiché le è stata con­fermata dalle stesse parole di Cristo; ma è Mar­ta sol­tanto, e non Maria né Lazzaro, a comparire nel calen­dario universale, qua­si a ripagarla delle sollecite atten­zioni verso la persona del Salva­tore e per proporla alle don­ne cri­stiane come modello di operosità.​

La pro­posta di Marta quale «modello di operosi­tà», tuttora indiscussa, è la blindatura dell’operazione agostiniana di capovolgimento: come se San Pietro fos­se proposto a modello non per il suo mar­tirio, ma per il suo rin­negamento.​

 Sul filo dei pensieri.​

Se è come penso, Agostino vede Maria con gli occhi della madre, la quale come l’avrebbe considerata in qualità di sua distinta conoscente? Diciamolo: come una infingarda inconcludente a differenza del­l’aurea, provvida, Marta. Averne! Gesú, viceversa, in sostanza le dice «Maria ha visto bene, tu no», e le si rivolge con «Marta, Marta...». Si confronti l’iterazione del nome con «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato...» Lc 22,31 e «Gerusalemme, Gerusalemme...» Lc 13,34. Un elegantissimo modo per qualificarla cieca, ottusa.​

 Precisazione.​

Già nella nota 13 si rimanda ad mtap, della quale questo testo vuole essere anche una glossa. Vedi lì, in particolare l’appunto sulle religioni agostiniane e la voce sul Rinchiudimento la quale, in un guscio di noce, afferma: come faccio se, inaccolto dalla nascita, non riesco ad accedere al godimento del semplice-comune-carnale? Posso dare la colpa all’insufficienza della creazione che redimerò, aggiusterò con il lavoro indefesso e la tecnica e di quel­l’azione godrò vicariamente. ¶ Altrove10 ho cercato di definire meglio questa inac­coglienza. In natura, non solo per gli uomini, il sistema dell'accoglienza dopo la nascita è robusto, ridondante e capace di supplire alla madre assente, ad esempio morta di parto. Quando fallisce non è una madre sola che fallisce, è una rete. È noto che il sistema comprende allomadri sostitutive: nonne, zie, balie stesse, sorelle, anche maschi se capaci: padre, fratello, nonno ecc. Ma a volte la rete non c'è o è bloccata da vari motivi.​

 Ancora sul Sermo 42.2.

Solo un poeta come Eliot poteva condensare in una riga — O Lord, deliver me from the man of excellent intention and impure heart (O Signore, difendimi dal­l’uomo che ha eccellenti intenzioni e il cuore impuro)11 — il risultato di questo aspetto dello slittamento12 agostiniano: la nascita del­le organizzazioni beneficenti, deprecate invano da Illich. Nel racconto gesuano quello che ferma nel suo viaggio il Buon Samaritano non è infatti l’intentio, pro­pria dell’homo œconomicus e risultato dei suoi incessanti calcoli, bensí un moto del cuore. «Vide e ne ebbe compassione» (Lc 10:25–37, CEI 2008): pietà, com-passione, empatia, non calcolo morale. Si china sul ferito, lo aiuta, poi lascia i soldi all’albergatore e prosegue il suo viaggio. Non ne risultano istituzioni e mestieri caritativi.​

 Sintesi su Agostino.​

1) Rovescia l’epocale apertura di Gesú ai bambini — che aveva tolto dall’invisibilità per metterli addirittura al centro, proponendo di accoglierli e imitarli — con una visione negativa dell’infanzia, anticipando l’e­stro­missione luterana dei fanciulli dalle chiese nonché il bambino «perverso polimorfo» di Freud, oggi tramontante.​

2) Come mostrato sopra, falsifica il passo evangelico sulle sorelle di Betania, oscurando la critica gesuana del cieco attivismo martano.​

3) Trasforma lo sguardo sul povero da esempio e meta — Discorso della Montagna, episodio del giovane ricco — in strumento di salvazione per i ricchi, non piú persona.​

4) Oblitera nelle Confessioni nome e circostanze della cacciata della madre del proprio figlio, in contraddizione con la precisione documentaria dell’opera: probabile rimozione affine a quelle evidenziate nel Sermo su Betania. Un pattern dunque.​

5) È il codificatore del peccato originale come colpa ereditaria e il promotore della dottrina della predestinazione radicale.​

6) Accortamente il cristianesimo ortodosso ha evitato l’agostinocentrismo occidentale: chi invece assume Agostino come Maestro non adotta semplicemente un au­tore, ma un’intera proposta e postura antropologica.​

7) Luteranesimo, calvinismo e giansenismo — cosí funzionali al salto di un processo millenario e universale che avviene proprio in Occidente e la cui specificità resta largamente inspiegata — non solo discendono direttamente dal suo pensiero, ma ne portano a compimento le implicazioni piú proprie. Una continuità ancora sottaciuta.​

8) La categoria di «agostinismo» — che non designa tanto una teologia, quanto una struttura antropologica astrattiva e redentiva ben antica, già proposta e argomentata in Teoria Minimale del Processo d’Astrazione (mtap)13 e qui delineata per sommi capi attraverso la lettura di Luca 10 e qualche osservazione sulla filantropia senza φιλία — possiede dunque una capacità euristica che risulta piú feconda rispetto a quella tradizionale di «protestantesimo». Essa aiuta infatti a comprendere come l’Oc­cidente sia stato il terreno fertile di quella che Karl Polanyi chiamò la «Grande trasformazione», evitando al contempo una cesura cronologica artificiosa (XVI secolo) — incapace di raccontare la straordinaria accumulazione, già nelle Crociate e nel boom delle cattedrali, di una massa aurifera ansiosa di crescere e produrre.​

9) Le premesse sono forse già in una possibile lettura di Paolo, ma Agostino ne è il primo grande sistematizzatore. Per questo il nesso tra postura religiosa e sviluppo del­l’homo œconomicus individuato da Weber non trova il suo vero punto d’origine nel calvinismo, bensí in una piú antica matrice agostiniana. L’agostinismo informa, contrastato, il cattolicesimo e l’anglicanesimo, pienamente il calvinismo e il giansenismo e in modo piú temperato il luteranesimo e gran parte del protestantesimo; è invece ininfluente nel­l’Ortodossia, nella mistica apofatica e in correnti come il francescanesimo, i quaccheri e altri, mentre rappresenta una permanente contraddizione interna del tomismo.​

 Il barbecue del Risorto.​

Una curiosa e quasi commovente scena evangelica (nella «Seconda pesca miracolosa», Giovanni 21,1–14), sorprendentemente pressoché assente nell’arte e nella predicazione — il Gesú che arrostisce i pesci sulla griglia dell’acquerello di James Tissot è, con ogni probabilità, un unicum— offre un contrappunto radicale a questa linea. Il Risorto, apparso di notte sulla riva del lago, trova i discepoli, confusi, tornati a fare i pescatori, a mani vuote. Non li rimprovera, non li sprona a una nuova impresa attivistica, non li invita a ristrutturare la loro esistenza. Dice semplicemente: «Gettate la rete» e al mattino, quando la pesca miracolosa si conclude, «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora», aveva già preparato la brace per arrostirlo. «Venite a mangiare». Finisce quasi come un albo di Asterix con tutto il villaggio a tavola, che brinda e canta. Nel brano si manifesta qualcosa che l’agostinismo ha allontanato dal cristianesimo occidentale: la gioia del Semplice carnale e conviviale. Qui non c’è l’affanno delle emergenze di Marta, non c’è il tormento di una donna Prassede che confonde il suo cervello con il cielo, non c’è il povero come facchino provvidenziale per la salvezza del ricco. C’è invece il godimento ridondante della certezza della Presenza, la gioia del Semplice — lasciar-essere, φιλία, wu-wei — carnale e conviviale.​

James Tissot, Repas de Notre-Seigneur et des apôtres, 1886–1894, acquerello.

Note​

1 Parte di questo testo riprende, rivisti, brani dell’articolo «Donna Prassede come figura agostiniana», Il Covile №582 del gennaio 2021.​

2 Si potrebbero citare, come insuperato contrappunto umoristico, le patronesse del Buon solda­to Sc’vèik, prodighe di gingilli devoziona­li, e i cui mirabolanti polli arrosto son causa per i sospet­ti simulatori di una punitiva lavanda gastrica.​

3 Tra pari si tratterebbe di aiuto fraterno, di mutuo soccorso: un ambito estraneo al tema qui trattato e al sentire della signora.​

4 La frusta letteraria, www.lafrusta.net, riassume cosí un testo dello stesso Girard.​

5 Della duchessa de Guermantes non so dire, avendo sempre ignora­to il capolavoro di Proust.​

6 Incidentalmente notiamo che, nel racconto di Plu­tarco, Alessan­dro è spinto dalla medesima solle­citudine dei nostri filantropi se­riali: «il monarca si rivolse a lui salutandolo, e gli chiese se volesse qualcosa, Diogene rispose: ‹Sí, stai un po’ fuori dal mio sole›.» Torna alla mente anche uno dei ragaz­zini pestiferi wodehousiani: «Mi sovvenne che questo Edwin era uno di quelli che non si rispar­miano, e, come sua sorella Florence, si impegnava seriamen­te nel­la vita, come aveva ampiamente di­mostrato da quando era en­trato nei boy scout. Non volendo rifuggire dalle sue responsa­bilità si era conformato con spirito ardente e risoluto alla rego­la della buo­na azione quotidiana, ma, purtrop­po, tra una cosa e l’altra, ri­maneva sempre indietro e non riusciva mai a compierla con rego­larità, per cui ogni qualvolta intravedeva l’occasione pro­pizia, si but­tava a capofitto, cercando di recuperare con chi gli ca­pitava a tiro, trasformando rapida­mente ogni posto in cui si trova­va in un inferno perfetto per uomini e bestie. (Joy in the Mor­ning)».​

7 Il termine latino di clientes non è usato qui come boutade ma indi­vidua una figura sociologica im­portante e senza tempo: persone (meglio se di riguardo, ma comunque in gran numero) che gratifi­chi/re­tribuisci perché, invidiandoti, ti corrobori­no nella tua identità.​

8 Nei Vangeli è unica tra i suoi ad usare con Gesú l’imperativo in modo davvero direttivo.​

9 Una donna, sembra, dal carattere forte, che non mollava finché non l’aveva vinta, instancabile nel «secondare i voleri del cielo»: col marito, col figlio, colla nuora.​

10 «Per una fenomenologia del cocco di mamma», Il Covile №750, maggio 2026.​

11 V. T.S. Eliot, Cori da La Roccia (The Rock), V coro.​

12 Questa modalità della rimozione è stata classificata con precisione da Jacques Camatte come détournement nel suo, indispensabile, Glossario.​

13 Gruppo Gemeinwesen, mtap Teoria minimale del processo d’astrazione, www.ilcovile.it, novembre 2025.​

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