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e varia umanità
Stefano Borselli
TRILOGIA DEL COCCO DI MAMMA
Indice
Nota alla presente edizione.
I costanti riferimenti alla Teoria minimale del processo d’astrazione (MTAP) ne mostrano quanto essa sia premessa e fondamento di questo testo, che può perfino leggersi come sua glossa. Le ipotesi qui avanzate non nascono dunque isolatamente, ma all’interno di una più ampia ricerca antropologica già sviluppata altrove. Coerentemente con una prospettiva che rifiuta le riduzioni astrattive e invita al corpo a corpo con la realtà, si rimanda e si invita quindi il lettore a rivolgersi direttamente aux sources: al testo originario del Gruppo Gemeinwesen, dove la postura antropologica qui delineata viene discussa e collocata in una indagine ben più ampia. ¶ Corre l’obbligo di una precisazione: mettere in evidenza gli aspetti talvolta debolissimi, quando non apertamente ridicoli, del pattern comportamentale e retorico del «cocco di mamma» (o «bamboccione», se si preferisce) è ritenuto necessario per una bonifica del terreno e per una liberazione vitale — come spesso avviene con la distruzione pubblica ed esibita di un tabù. Ciò non deve però indurre al biasimo, bensì alla com-passione e all’empatia. Flaubert docet: «Madame Bovary c'est moi»: siamo tutti bamboccioni. E se si prendono sul serio le cose importanti, questo discende a fortiori dal principio di Terenzio: «Nihil humanum a me alienum puto». Nessun individuo articola un solo pattern. Tutti partecipiamo, in misura diversa, di ogni struttura comportamentale e simbolica. È sempre una questione di scala, di intensità relativa e di equilibrio complessivo che rende unico ogni individuo. ¶ Non si deve del resto dimenticare che il pattern qui evidenziato non è che l’evoluzione patologica di una variabilità naturale della specie. Come la lateralizzazione in individui destri, mancini o ambidestri, è comunitariamente più efficiente della pura, omogenea simmetria, così ansiosi e incoscienti, ilici e pneumatici, prudenti e temerari, lenti profondi e veloci brillanti rappresentano polarità originarie, sane, necessarie alla sopravvivenza del gruppo.
Per una fenomenologia del cocco di mamma.
Fonte: Il Covile № 750, 1° maggio 2026.
| Infanzia Preadolescenza |
Maturità | |||
| 1 Tribù non esperita |
2 Assenza di carezze materne |
3 Compensazione |
4 Pessimismo ontologico |
|
| Agostino d'Ippona (354) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Blaise Pascal (1623) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Arthur Schopenhauer (1788) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Giacomo Leopardi (1798) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Charles Baudelaire (1821) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Robert Musil (1880) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Walter Benjamin (1892) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Eugenio Montale (1896) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Jean-Paul Sartre (1905) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Samuel Beckett (1906) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Thomas Bernhard (1931) | Sí | Sí | Sí | Sí |
| Philip Roth (1933) | Sí | Sí | Sí | Sí |
Legenda.
• Tribú non esperita — Non semplice introversione ma fattuale non partecipazione (o partecipazione sotto soglia per scarsità ed estraneità) ai giochi virili dei bambini, «le tribú dei fanciulli con le fionde» di Montale, dove si apprende sia a misurarsi con criteri esterni e multimensionali sia a relazionarsi con altri, reali. Motivi articolati e vari, per ragioni eterogenee e spesso opache: la pressione familiare e di classe sociale, la sua interiorizzazione, psiche, ecc. La tribú se prova a integrare, poi si rassegna.
• Assenza di carezze materne — In senso proprio, corporeo animale, à la Ashley Montagu. Madre anaffettiva, emotivamente inaccessibile, assente fisicamente o morta, con mancanza di allomadri sostitutive: nonne, zie, sorelle maggiori, ma anche figure maschili, padre, fratelli, zii... Si osserva spesso inoltre una madre manifestante un — sempre illusorio e accentuato dal proprio fallimento — senso di predestinazione o elitismo morale/intellettuale per lignaggio (anche lignaggio vivo: padre o nonno...) da dimostrare, e che scarica sul figlio-vicario il compito da lei non assolto.
• Compensazione — Riscatto immaginario col senso di superiorità intellettuale/morale/estetica in un mondo debitore insolvente, lamentatio frequente e dai temi sempiterni. Dileggio (ironia, spleen, distacco sprezzante) verso la vitalità «grossolana» e la mascolinità ordinaria, la vita normale: «Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici» (Villiers De L’Isle-Adam citato da Montale).
• Pessimismo ontologico — Convinzione che l’essere sia segnato da dolore, mancanza, assurdità o male radicale. A volte bandiera esplicita, a volte implicita.
Note su «Cocco di mamma».
• La definizione.
«Cocco di mamma» è la spiccia sentenza emessa dalla tribú: sanzione e giustificazione insieme della fattuale auto-esclusione (o exo-esclusione, o endo-esclusione). «Non glielo chiedere nemmeno se viene con noi a far forca1 a scuola, lo sai che è un cocco di mamma». Esiste anche in francese come fils à maman (cosí Sartre si descrive tra le righe, parlando dei suoi compagni, in Les Mots), mentre nel mondo anglosassone si dice Mother’s boy o Mama’s boy, e in tedesco Muttersöhnchen.
• Uso operativo del termine.
Nella sua forma semplice e «pura», questo è il meccanismo: la madre terrorizza il figlio dicendogli di stare lontano dai bambini selvaggi (la tribú), cattivi e, per di piú, poveri. Vedi Montale. Il bambino si forma cosí. La tribú, tuttavia, è un corpo sociale complesso e articolato fatto di duri e comprensivi, estroversi e introversi, «buoni» e «cattivi», capace di gestire le diversità. Spesso prova a integrare il ragazzino, ma alla fine si rassegna. Quando un amico benintenzionato insiste, gli altri gli dicono: «Lascia stare, ci abbiamo già provato…». Quella rassegnazione della tribú — che pure sa accogliere e gestire le differenze — conferma che il bambino era già stato «formato» altrove, al chiuso. Questo è il caso medio reale (e dell’escluso e della tribú), con variabilità, anche patologica, nelle due direzioni. I cocchi di mamma, tutti studiosi, raccontano il loro racconto.
Precisazione.
Se la tabella sembra illustrare le ipotesi di MTAP riprese in Appendice, va chiarito che si tratta ancora solo di una intrigante, promettente, linea di ricerca e non di risultati stabili: la solidità delle attribuzioni, del punteggio agli autori andrà rafforzata. Questa esposizione si presenta quindi come un invito all’approfondimento e — perché no? — anche a un gioco.
Appendice.
• Il rinchiudimento.
Gruppo Gemeinwesen, Teoria minimale del processo d’astrazione ( mtap), Cap. 1.7.
L’esistenza si svolge in spazi via via piú isolati e sorvegliati. La condizione dell’Hikikomori non è una patologia marginale: appare come un destino. Sempre piú persone vivono giorni e giorni, vite intere, in ambienti chiusi. ¶ Fino a pochi decenni fa, però, la condizione della maggioranza dell’umanità non era urbana: viveva all’aperto, a contatto con la terra, tra rumori e odori naturali, nella Penía aristofanesca, la povertà viva e condivisa che nutriva il godimento della presenza. Gli alberi erano vicini e cosí gli animali selvatici, che di continuo irrompevano nello spazio del vivere e del lavoro. ¶ Ma anche la vita urbana era altra cosa: quale differenza tra un basso napoletano, con la porta aperta sulla via ― dalle cui finestre Liszt poteva ancora catturare le note di Fenesta vascia ― e un appartamento al sedicesimo piano, raggiungibile solo in ascensore. ¶ Il rinchiudimento di bambini e ragazzi, un tempo sfortuna di pochi (malati o benestanti) e oggi maggioritario, è poi il fondamento dello scisma cognitivo, di cui si tratta piú avanti. ¶ Quanta vita mancò all’infanzia di Giacomo Leopardi, che di un giardino di rose non vede profumi né colori, il brulichio di creature alate e striscianti, ma solo disfacimento e morte e descrive l’opera pronuba delle api come stupro e violenza? O in quella di Charles Baudelaire che preferiva l’odore artificiale del benzoino a quello semplice della rosa e della violetta? ¶[...]. ¶ Leopardi — e come lui altri poeti, non tutti — non coglie la realtà «piú in profondità»: la vede meno. ¶ Walter Benjamin, cresciuto in interni borghesi berlinesi, elabora una visione della storia che ricorda il giardino leopardiano dove api e sole torturano rose, e ogni vita è strage: solo macerie vede l’Angelo trascinato dal vento del progresso, non riconoscendo che insieme a quelle rovine c’è vita. Il giovane soldato ferito nella guerra del capitale che in licenza passerà i giorni piú belli della sua vita con l’amata, esperendo gli attimi eterni della presenza, gli risulta invisibile. ¶ Dal caso dei cosiddetti ragazzi selvaggi risulta che se l’apprendimento del linguaggio manca entro una finestra critica, difficilmente si recupera. Cosí, forse, chi perde nell’infanzia la comunicazione immediata con il semplice — i giochi spontanei, le avventure fuori controllo, le grandi amicizie, le liti e le riconciliazioni che insegnano a sentire e misurare sé e gli altri — difficilmente ne ritrova la pienezza in seguito. Ha mancato l’apprendimento intuitivo della realtà relazionale, dei messaggi corporei che scorrono sotto parole e gesti simbolici, della gestione del conflitto e della riparazione. L’occasione perduta lascia un’impronta: la percezione resta amputata, e su questa ferita si innestano immaginari potenti ma scissi. ¶ Quei poeti capivano meno le cose piú semplici e piú belle, ma possedevano il genio di costruire una realtà letteraria che compensava la loro sofferenza per quella mancata accessione, quell’esclusione, con un vicario senso di elezione e finezza — e questa costruzione dà ancora oggi corpo e giustificazione alle incertezze profonde di tutti. ¶ Proprio per questo la loro visione sostiene il mito potente del bisogno di redenzione. Cosí l’attesa salvifica diventa il varco montaliano, il tempo-ora di Benjamin, e la natura leopardiana una matrigna nemica da combattere. È questa promessa di riscatto, componente costitutiva del processo astrattivo, che modella l’immaginario moderno: la realtà non basta, va combattuta, superata, vinta. ¶ Il rinchiudimento, allora, non è solo fisico, ma una condizione dell’anima, che, educata a non fidarsi di ciò che è, di ciò che si mostra, di ciò che si tocca, non sa piú camminare sul sentiero del giorno e, divenendo uno dei dormienti di Eraclito, si involge in un mondo privato.
• Le barchette della tribú.
Stefano Borselli. Dall’intervento al convegno su Vincenzo Bugliani e la sua opera, Firenze, 21 marzo 2026.
Il racconto di Vincenzo Bugliani2 è la testimonianza della crescita di un bambino dentro un mondo di sicurezze e affettività fortissime, vissuto per lo piú all’aperto, in continuità con piante, alberi e animali. Un’esperienza che è stata comune per la maggioranza dell’umanità fino a non molti anni fa. Per l’Italia possiamo anche darne una datazione. Pochi anni fa ho raccolto, tramite un questionario, dati su come si passavano le giornate all’età di otto anni.3 Risultato: fino al 1975 la grande maggioranza dei bambini italiani ottènni passava piú di metà del tempo libero dalla scuola, dal sonno e dai pasti, fuori dalle mura di casa, senza sorveglianza continua di adulti, mercenari o non. A partire dal ‘75 questa autonomia si è via via ridotta fino alla sostanziale sparizione di una ventina di anni fa. Anzi: ormai è proibita dalla legge. Non è chiaro quanto e come sia davvero proibita — è pane per gli avvocati — ma ci sono sentenze in merito, e la manualistica giuridica afferma che fino a 14 anni, se i genitori mandano il figlio a comprare il giornale, rischiano la denuncia per abbandono di minore; e ciò risuona nei discorsi preoccupati che si colgono ai giardinetti. ¶ Anche in quei tempi felici di un’infanzia meno reclusa, tuttavia parte dei bambini non aveva quelle opportunità di libera e naturale crescita. Ne vedremo piú avanti qualche conseguenza. ¶ Nell’edizione coviliana del libro sono responsabile dei due eserghi e del retro di copertina, dove propongo un collegamento con Der Feldweg di Heidegger che non è una forzatura, la questione delle barchette crea un legame con In famiglia davvero notevole:
Dalla corteccia di quercia i ragazzi invece intagliavano i loro navigli, che con tanto di banco dei vogatori e timone, galleggiavano nel rio Metten o nella fontana della scuola. Quei giocosi viaggi per il mondo arrivavano ancora facilmente alla loro meta e ritrovavano al ritorno la sponda. La natura onirica di tali viaggi rimaneva protetta in uno splendore allora appena visibile che si estendeva su tutte le cose. Occhio e mano della madre delimitavano il loro regno. Era come se le sue tacite premure vegliassero su tutte le creature.
Questo Heidegger, in Der Feldweg. Nel libro di Vincenzo:
Quando andiamo dalla nonna, a piedi, per me è un viaggio avventuroso. Prima andiamo in un viottolo [Der Feldweg!], che dalla nostra strada va fino al viale della Stazione, per tutto il percorso accompagnato da una piccola gora. L’estate ci gioco spesso con i miei amici: facciamo delle gare con le barchette, tagliando per lungo le zucchine troppo grosse e poi svuotandole — tanto i contadini le buttano via, perché non servono per nutrire i maiali, le galline e le anatre; qualcuno gliele dà, ma contengono solo acqua.
Per opposizione, a rappresentare gli esiti di un’infanzia reclusa, ecco ancora le barchette, ma solo scrutate, da lontano, di un giovane Montale terrorizzato dai giochi di bambini, in Flussi, poesia tra le piú note che ha fornito il nome a Lo scialo di Vasco Pratolini:
I fanciulli con gli archetti / spaventano gli scriccioli nei buchi. [...] e ogni cosa si tende alla flottiglia / di carta che discende lenta il vallo. […] Brilla in aria una freccia, / si configge s’un palo, […] La vita è questo scialo / di triti fatti [...] Tornano le tribú dei fanciulli con le fionde [...] fanno naufragio i piccoli sciabecchi / nei gorghi dell’acquiccia insaponata. / Addio! — fischiano pietre tra le fronde, [...].
Le barchette dei fratelli Heidegger, che salpavano in quei tempi governati dalla madre e pieni di magia, arrivavano sempre a destinazione. Vincenzo dell’approdo delle sue non parla, ma il suo ricordo della magia, «un Paradiso terrestre», e dell’onnipotenza di madre è il medesimo. Abbiamo testimonianza che Eugenio Montale fin da vecchio non sopportava i bambini.
• La voce del Semplice in casa Leopardi.
Giacomo Leopardi, Zibaldone, 2 dicembre 1828.
Memorie della mia vita. — Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi l’Olimpia Basvecchi4 riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventú, in casa, senza vedere alcuno: che gioventú! che maniera di passare cotesti anni! Ed io concepiva intimamente e perfettamente anche allora tutta la ragionevolezza di queste parole. Credo però nondimeno che non vi sia giovane, qualunque maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passar quegli anni, non sia per dire a se medesimo quelle stesse parole.
Dimenticare Agostino.
Fonte: Il Covile № 753, 12 giugno 2026.
Fu Vincenzo Bugliani a propormi la profondità del personaggio di donna Prassede,5 dei Promessi sposi. Alessandro Manzoni, spiegava, non vuole introdurre un personaggio buffo6 per alleggerire un racconto edificante, ma descrivere l’idealtipo del dirigente delle istituzioni caritatevoli o beneficenti (femminili e maschili). Certo non tutte, ma senz’altro una solida maggioranza. Nel tempo quante volte ho detto tra me «Ti riconosco, donna Prassede!». Studi piú recenti mi hanno portato a pensare ad un’altra figura, piú antica, che sta dietro, come in filigrana, a tutte le Prassedi presenti e passate, ben individuata da Qualcuno ben piú autorevole del Manzoni; si tratta di Marta di Betania. Ebbene, contro ogni logica, questa figura, racconta Piero Bargellini, è stata indicata «alle donne cristiane come modello di operosità». Qui si cerca di spiegare perché.
Giacché, come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello. [...] Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il piú degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa piú del suo dovere possa far piú di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta. ( Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. xxv.)

Donna Prassede e Lucia. Illustrazione di Francesco Gonin, incisione di Bernard, dall’edizione del 1840.
Una curiosa dipendenza.
La premessa è che si era ai primi del secolo e le strade di Firenze non erano ancora affollate di mendicanti. Ero capitato, solo quella volta per curiosità, in una riunione informale di una piccolissima e transeunte aggregazione di cattolici di area lapiriana, e mi colpí lo sfogo di un’anziana signora (era del giro piú stretto dei collaboratori di La Pira) che si lamentava delle sue difficoltà ad educare cristianamente le nipotine, stante che «nella città, di poveri non se ne trovano piú» — «purtroppo» non lo disse. Ci restai sorpreso: ma come, pensavo, se ormai anche da noi «le figlie cavalcano sellini casuali», non ci sarebbe materia per scelte e formazione cristiana? E se i poveri da aiutare fossero cosí indispensabili alla salvezza, com’è che i medesimi possono guadagnarsi il Paradiso, mi chiedevo. E ancora: non sarà che, non vedendo piú poveri intorno, la signora inconsciamente tema di non potersi piú contare tra i ricchi?
Il Sermo 42.2.
Non pochi anni dopo mi resi conto che la mentalità della signora lapiriana è tra i frutti maturi di questo lascito agostiniano:
Se non trovavo bestie da soma né navi per trasferirmi dall’occidente all’oriente, dove troverò le scale per recarmi dalla terra in cielo? Dio ti dice: Non angustiarti! Io che ti ho reso ricco, io che ti ho dato cose da poter distribuire, ho fatto anche i poveri che sono come i tuoi facchini (Agostino d’Ippona, Sermo 42.2).
Un lascito che preoccupa: vedremo piú avanti anche la sua manipolazione di un passo evangelico, che non è caso isolato ma esempio di pattern sistematico di deformazione del messaggio cristiano, di fatto funzionale al suo adattamento alle esigenze delle classi dirigenti di un impero in decomposizione e soprattutto, sui tempi piú lunghi, allo sviluppo dell’homo œconomicus. Fine della ricreazione, dell’immediatezza, della gratuità: tutto diverrà ansia, scrupolo, prestazione. Il nesso (non la matrice o la causa) individuato da Weber tra capitalismo e religione non trova la sua origine in Calvino ma in una piú antica postura agostiniana (sua propria, di Lutero, monaco agostiniano, di Calvino, dei Giansenisti, sempre agostiniani), già pienamente operante nel cristianesimo occidentale.
• Aut ricchi aut poveri.
Colpisce nel ragionamento agostiniano citato, quella che potremmo chiamare la scomparsa del ceto medio. Non è previsto chi viva senza grandi riserve né grandi privazioni, eppure dovevano essercene anche nella Cartagine e nella Roma dei Padri.
Soltanto ricchi o poveri (a volte nella patristica si allude ad «affamati» e «assetati», a povertà assoluta, materiale, ma ben sappiamo che per poveri si intendeva, prima del Covid, anche i genitori che hanno difficoltà per la gita scolastica a Madrid). Perché si ignorano le situazioni di mezzo, che magari rappresentano la maggioranza della popolazione?7 A chiarire il mistero, forse ci può aiutare René Girard, con la sua teoria del desiderio mimetico:
In Jean Santeuil, primo romanzo incompiuto di Proust, l’autore mette il suo eroe nel palco della signora de Guermantes, «arrivato», felice e trionfante. In Alla ricerca del tempo perduto, Proust inverte il suo punto di vista, e mette il narratore nel parterre, che contempla con avidità l’oggetto inaccessibile del suo desiderio: il palco della signora de Guermantes. Quest’inversione, rivelatrice della vera natura del desiderio, dà alla scena la profondità e la dimensione letteraria che facevano difetto alla scena corrispondente di Jean Santeuil. In effetti, l’esperienza vera del desiderio è quella della mancanza, dell’umiliazione e dell’impoverimento dell’essere [...].8
• La droga dell’invidiato.
Da qualche parte, ma forse ci ha lavorato meno, Girard accenna anche al complementare dello sguardo desiderante. Nel caso, lo sguardo della signora de Guermantes: è il cogliere l’altrui desiderio che valorizza il nostro oggetto e ce ne fa maggiormente godere. Anzi, piú spesso (ecco l’inversione, l’alienazione) godremo non tanto dell’oggetto (un palco all’Opéra, magari siamo sordi alla musica)9 quanto proprio degli sguardi invidiosi.
Nel gioco invidioso-invidiato non si danno figure intermedie: è questa la risposta al nostro interrogativo. L’indifferente, colui che pur privo non desidera, è fuori dal gioco e visto perciò come elemento sgradito, perturbante, da rimuovere: se gli invidiosi perdessero il desiderio gli invidiati si sarebbero sacrificati per nulla, disvelamento per loro terrificante, catastrofico. È il silenzio perplesso di Alessandro che non si vede invidiato da Diogene.10
L’analisi di Girard consente di vedere chiaramente come l’economia caritativa agostiniana funzioni nella pratica delle relazioni e della psicologia umana: i buoni ricchi cristiani si sentivano chiamati ad educare questi non desideranti. Così don Milani, che fa costruire ai suoi ragazzi una piscina di cemento per accoglierli nei valori antropologici della sua famiglia d’origine, farli accedere ad un surrogato di ricchezza standard. Con uguale spirito e prassi, vale a dire distribuendo assaggi di ricchezza, le buone signore fiorentine della San Vincenzo si aggiravano tra i loro clientes,11 iscritti al registro dei beneficiari.
Se ho un Rolex e nessuno me lo invidia non vale niente. Se, caritatevolmente, regalo a poveri dieci imitazioni, trasformando altrettanti individui, prima indifferenti agli idoli orologeschi, in competenti invidiosi, ecco che il mio Rolex autentico si valorizza. Il sistema è, tutto sommato, semplice e funziona.
Ipotesi su Marta.
Il brano evangelico che racconta la visita di Gesú a Marta e Maria, in Betania, ci dice abbastanza sulla manipolazione agostiniana tendente a disinnescare con ogni mezzo il Vangelo dei suoi contenuti critici. Il testo, che vede le traduzioni abbastanza concordi, narra un episodio reale e credibile:
Mentre erano [Gesú con i suoi discepoli, in altre traduzioni (N.d.R.)] in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò [nella sua casa, in altre trad. (N.d.R.)]. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose [troppe cose, in altre trad., orig. greco: πολλά (N.d.R.)], ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,38–42; testo CEI 2008).
Abbiamo due sorelle delle quali una, Marta, è evidentemente partecipe di una tipologia psicologica, un pattern, assai diffuso tra i due sessi: il tipo anaffettivo il quale maschera la propria incapacità di relazione affettiva/tenerezza/ascolto con un iperattivismo che mira al controllo totale su uomini e cose e che si regge sulla continua proclamazione di stati di emergenza.
È certo che l’arrivo improvviso di Gesú, con altri discepoli, rendeva necessaria un’attività per l’accoglienza e forse la preparazione di un pasto, dei letti, insomma lavoro. Ma quanto lavoro? Che pasti? Che letti? Quanto tempo necessario? Non ne resterà niente per un affettuoso scambio/ascolto iniziale? No di certo per l’anaffettiva Marta, che alza sempre l’asticella del lavoro da fare, proprio per fuggire quello scambio relazionale e corporale. Il suo modus operandi prevedeva un Gesú abbandonato in un angolo e le due sorelle, con Maria al suo servizio, solo prese dalle faccende.
Ma Maria non ci sta e si intrattiene, a stretto contatto, con Gesú. Ecco allora Marta, la quale come abbiamo detto aspira al controllo totale, che comanda imperativamente a Gesú,12 «Dille dunque...», di farsi suo portaordini presso Maria. Gesú, che ovviamente ignora il comando, replica con quella finezza, quella sprezzatura che ha rilevato Cristina Campo: «Marta, Marta...». Ce lo immaginiamo mentre sorride e scuote la testa; a volte, come si suol dire, una parola è poca e due sono troppe. E poi, con affetto, la corregge spiegandole che è lei a sbagliare quando insiste su un daffare che non c’è, ben oltre il necessario. E quello che non è necessario, lo sappiamo, è vanitas.
Il racconto mette in discussione l’homo faber, ciò è talmente chiaro che gli ordini contemplativi della Chiesa l’hanno sempre letto come una loro approvazione. Veniamo ora al trattamento che Agostino riserva a questo passo. È nel Sermo 104 che la manipolazione, fatta anche di tagli e aggiunte, traspare con chiarezza:
1. Per poter, contro ogni evidenza, sostenere che «Il servizio di Marta non fu biasimato dal Signore», Agostino cancella del tutto le parole piú importanti di Gesú: che Marta si preoccupa in modo errato, ben oltre il necessario («μηδὲν ἄγαν» «ne quid nimis» «niente di troppo» raccomandava il saggio Chilone). Nella sua argomentazione il servizio preteso da Marta è del tutto trasparente, oggettivo, non è in discussione. Ma porlo in discussione è proprio quello che fa Gesú.
2. Agostino mette in bocca a Gesú parole da lui inventate «La parte scelta da te non è cattiva, ma è migliore questa [scelta da Maria]». Gesú non dice niente della parte, non certo quella sicuramente buona, che è ἀγαθὴν μερίδα, scelta da Marta: potrebbe essere solo un po’ meno buona o addirittura nociva, si pensi alla mela di Biancaneve.
Sono fortemente tentato dal ritenere che l’opacità del passo evangelico per Agostino sia legata alle probabili corrispondenze tra la figura di Marta e quella di sua madre, Santa Monica,13 ma è certo che il rovesciamento agostiniano ha avuto un successo impensabile rispetto alla fallacia della sua argomentazione. Ripete pedissequamente, ad esempio, Piero Bargellini nel suo fortunato I santi del giorno (Vallecchi, 1958):
L’amabile risposta di Gesú può suonare come rimprovero alla fattiva massaia: «Marta, Marta, tu t’inquieti e ti affanni per molte cose; una sola è necessaria: Maria invece ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». Ma rimprovero non è, commenta S. Agostino: «Marta, tu non hai scelto il male; Maria ha però scelto meglio di te». Ciononostante Maria, considerata il modello evangelico delle anime contemplative già da S. Basilio e S. Gregorio Magno, non sembra che figuri nel calendario liturgico: la santità di questa dolce figura di donna è fuori discussione, poiché le è stata confermata dalle stesse parole di Cristo; ma è Marta soltanto, e non Maria né Lazzaro, a comparire nel calendario universale, quasi a ripagarla delle sollecite attenzioni verso la persona del Salvatore e per proporla alle donne cristiane come modello di operosità.
La proposta di Marta quale «modello di operosità», tuttora indiscussa, è la blindatura dell’operazione agostiniana di capovolgimento: come se San Pietro fosse proposto a modello non per il suo martirio, ma per il suo rinnegamento.
Sul filo dei pensieri.
Se è come penso, Agostino vede Maria con gli occhi della madre, la quale come l’avrebbe considerata in qualità di sua distinta conoscente? Diciamolo: come una infingarda inconcludente a differenza dell’aurea, provvida, Marta. Averne! Gesú, viceversa, in sostanza le dice «Maria ha visto bene, tu no», e le si rivolge con «Marta, Marta...». Si confronti l’iterazione del nome con «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato...» Lc 22,31 e «Gerusalemme, Gerusalemme...» Lc 13,34. Un elegantissimo modo per qualificarla cieca, ottusa.
Precisazione.
Già nella nota 13 si rimanda ad mtap, della quale questo testo vuole essere anche una glossa. Vedi lì, in particolare l’appunto sulle religioni agostiniane e la voce sul Rinchiudimento la quale, in un guscio di noce, afferma: come faccio se, inaccolto dalla nascita, non riesco ad accedere al godimento del semplice-comune-carnale? Posso dare la colpa all’insufficienza della creazione che redimerò, aggiusterò con il lavoro indefesso e la tecnica e di quell’azione godrò vicariamente. ¶ Altrove14 ho cercato di definire meglio questa inaccoglienza. In natura, non solo per gli uomini, il sistema dell’accoglienza dopo la nascita è robusto, ridondante e capace di supplire alla madre assente, ad esempio morta di parto. Quando fallisce non è una madre sola che fallisce, è una rete. È noto che il sistema comprende allomadri sostitutive: nonne, zie, balie stesse, sorelle, anche maschi se capaci: padre, fratello, nonno ecc. Ma a volte la rete non c’è o è bloccata da vari motivi.
Ancora sul Sermo 42.2.
Solo un poeta come Eliot poteva condensare in una riga — O Lord, deliver me from the man of excellent intention and impure heart (O Signore, difendimi dall’uomo che ha eccellenti intenzioni e il cuore impuro)15 — il risultato di questo aspetto dello slittamento16 agostiniano: la nascita delle organizzazioni beneficenti, deprecate invano da Illich. Nel racconto gesuano quello che ferma nel suo viaggio il Buon Samaritano non è infatti l’intentio, propria dell’homo œconomicus e risultato dei suoi incessanti calcoli, bensí un moto del cuore. «Vide e ne ebbe compassione» (Lc 10:25–37, CEI 2008): pietà, com-passione, empatia, non calcolo morale. Si china sul ferito, lo aiuta, poi lascia i soldi all’albergatore e prosegue il suo viaggio. Non ne risultano istituzioni e mestieri caritativi.
Sintesi su Agostino.
1) Rovescia l’epocale apertura di Gesú ai bambini — che aveva tolto dall’invisibilità per metterli addirittura al centro, proponendo di accoglierli e imitarli — con una visione negativa dell’infanzia, anticipando l’estromissione luterana dei fanciulli dalle chiese nonché il bambino «perverso polimorfo» di Freud, oggi tramontante.
2) Come mostrato sopra, falsifica il passo evangelico sulle sorelle di Betania, oscurando la critica gesuana del cieco attivismo martano.
3) Trasforma lo sguardo sul povero da esempio e meta — Discorso della Montagna, episodio del giovane ricco — in strumento di salvazione per i ricchi, non piú persona.
4) Oblitera nelle Confessioni nome e circostanze della cacciata della madre del proprio figlio, in contraddizione con la precisione documentaria dell’opera: probabile rimozione affine a quelle evidenziate nel Sermo su Betania. Un pattern dunque.
5) È il codificatore del peccato originale come colpa ereditaria e il promotore della dottrina della predestinazione radicale.
6) Accortamente il cristianesimo ortodosso ha evitato l’agostinocentrismo occidentale: chi invece assume Agostino come Maestro non adotta semplicemente un autore, ma un’intera proposta e postura antropologica.
7) Luteranesimo, calvinismo e giansenismo — cosí funzionali al salto di un processo millenario e universale che avviene proprio in Occidente e la cui specificità resta largamente inspiegata — non solo discendono direttamente dal suo pensiero, ma ne portano a compimento le implicazioni piú proprie. Una continuità ancora sottaciuta.
8) La categoria di «agostinismo» — che non designa tanto una teologia, quanto una struttura antropologica astrattiva e redentiva ben antica, già proposta e argomentata in Teoria Minimale del Processo d’Astrazione ( mtap)17 e qui delineata per sommi capi attraverso la lettura di Luca 10 e qualche osservazione sulla filantropia senza φιλία — possiede dunque una capacità euristica che risulta piú feconda rispetto a quella tradizionale di «protestantesimo». Essa aiuta infatti a comprendere come l’Occidente sia stato il terreno fertile di quella che Karl Polanyi chiamò la «Grande trasformazione», evitando al contempo una cesura cronologica artificiosa (XVI secolo) — incapace di raccontare la straordinaria accumulazione, già nelle Crociate e nel boom delle cattedrali, di una massa aurifera ansiosa di crescere e produrre.
9) Le premesse sono forse già in una possibile lettura di Paolo, ma Agostino ne è il primo grande sistematizzatore. Per questo il nesso tra postura religiosa e sviluppo dell’homo œconomicus individuato da Weber non trova il suo vero punto d’origine nel calvinismo, bensí in una piú antica matrice agostiniana. L’agostinismo informa, contrastato, il cattolicesimo e l’anglicanesimo, pienamente il calvinismo e il giansenismo e in modo piú temperato il luteranesimo e gran parte del protestantesimo; è invece ininfluente nell’Ortodossia, nella mistica apofatica e in correnti come il francescanesimo, i quaccheri e altri, mentre rappresenta una permanente contraddizione interna del tomismo.
Il barbecue del Risorto.
Una curiosa e quasi commovente scena evangelica (nella «Seconda pesca miracolosa», Giovanni 21,1–14), sorprendentemente pressoché assente nell’arte e nella predicazione — il Gesú che arrostisce i pesci sulla griglia dell’acquerello di James Tissot è, con ogni probabilità, un unicum— offre un contrappunto radicale a questa linea. Il Risorto, apparso di notte sulla riva del lago, trova i discepoli, confusi, tornati a fare i pescatori, a mani vuote. Non li rimprovera, non li sprona a una nuova impresa attivistica, non li invita a ristrutturare la loro esistenza. Dice semplicemente: «Gettate la rete» e al mattino, quando la pesca miracolosa si conclude, «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora», aveva già preparato la brace per arrostirlo. «Venite a mangiare». Finisce quasi come un albo di Asterix con tutto il villaggio a tavola, che brinda e canta. Nel brano si manifesta qualcosa che l’agostinismo ha allontanato dal cristianesimo occidentale: la gioia del Semplice carnale e conviviale. Qui non c’è l’affanno delle emergenze di Marta, non c’è il tormento di una donna Prassede che confonde il suo cervello con il cielo, non c’è il povero come facchino provvidenziale per la salvezza del ricco. C’è invece il godimento ridondante della certezza della Presenza, la gioia del Semplice — lasciar-essere, φιλία, wu-wei — carnale e conviviale.

James Tissot, Repas de Notre-Seigneur et des apôtres, 1886–1894, acquerello.
Franz Kafka e la lettera alla madre
che non ci fu.
Fonte: Il Covile № 754, 12 giugno 2026.
Il boom editoriale degli anni ’70–’80 della Lettera al padre di Kafka — che da noi la portò in seguito fin nelle antologie delle medie inferiori — fu internazionale e, legandosi a quello della critica femminista, favorí una lettura che, col tempo, assunse un carattere pressoché canonico sullo stato delle relazioni tra i tre protagonisti della lettera: Franz, il figlio estensore, Julie Löwy, la madre, e Hermann Kafka, il tirannico padre. In tale chiave di lettura, in sintesi, Hermann incarna il patriarcato borghese ebraico-praghese; Julie è la prima, pura vittima: donna colta costretta a dodici ore di negozio, annichilita dal marito arrivista; Franz l’altra vittima, esposta alla violenza patriarcale.
Nella Lettera medesima, Franz ne proponeva implicitamente una leggermente diversa, nella quale i ruoli in gioco erano quelli dell’arte venatoria: «Die Mutter hatte unbewußt die Rolle eines Treibers in der Jagd.» — «la madre ebbe inconsciamente il ruolo di un battitore (Treibers) nella caccia». Il cacciatore (il padre: la caccia implica un cacciatore), il battitore (la madre), la preda (lui: implicazione non meno stretta). Vale la pena fermarsi su questa definizione: il battitore è tecnicamente uno «snidatore», colui che con il suo agire spinge la preda a compiere il passo falso. Ci torneremo.
Proviamo qui a illustrare un’ipotesi diversa, che varrà per quello che potrà valere. Questa, come succede non raramente, pare confermare qualche elemento fattuale, usare altri elementi indiziari e addirittura indurre altre ipotesi. Forse, quindi, un castello di carta. Chissà? Il lettore se ne farà un’idea sua. Fine della premessa.
Assunti.
Iniziamo da sei assunti che per me hanno una forte probabilità se non certezza interiore. Li espongo in modo che tutta l’ipotesi sia considerabile, valutabile, rifiutabile.
❶ Si assume la condizione di derelizione di Kafka come dato: un uomo che fatica a sposarsi; fatica a separarsi; fatica a decidere; fatica ad abitare il proprio corpo; fatica a lavorare pur essendo capace; vive immerso nel senso di colpa; cerca continuamente autorizzazioni esterne. Ora, della derelizione, nella tradizione che va da Winnicott a Camatte, è condizione necessaria, ma non sufficiente, una madre assente o anaffettiva, ed è il nostro caso. Quando la madre carezza il figlio non meccanicamente, non distrattamente o con scopo, ma con vero affetto, per il bimbo sono attimi eterni. Ripetuti, si sentirà accolto, posizionato, presente. Il piccolo Franz questo non l’ebbe. Senza quell’accoglienza corporea non si costituisce il nucleo indistruttibile del sé, non c’è possibilità di certezza.
❷ Si assume di conseguenza l’anaffettività della madre Julie come dato certo. L’anaffettività non implica mancanza apparente di carezze, ma sono strumentali, di cattura, necessarie come a suo tempo per il partner. Il bambino coglie subito la differenza. Fin dai primissimi anni. Ne risulta anche una sete inestinguibile di affetto e riconoscimento. E sempre già da quell’età il bambino è in grado di approssimare, di capire, i rapporti di potere, chi vince.
❸ Un passo notissimo della Lettera: «Non era permesso rosicchiare le ossa, ma Tu lo facevi. L’aceto non si doveva assaggiare, ma a Te era consentito. La cosa piú importante era di tagliare il pane diritto; ma che poi Tu lo facessi con un coltello sporco di sugo era indifferente. Bisognava badare di non lasciar cadere briciole sul pavimento, ma sotto la Tua sedia ce n’era un’infinità. A tavola si doveva badare solo a nutrirsi, Tu invece Ti tagliavi e Ti pulivi le unghie, temperavi le matite, Ti frugavi nelle orecchie con uno stuzzicadenti.» La Lettera sappiamo che fu scritta a 36 anni, ma Kafka parla di sé bambino. Ora, dettagli come quelli evidenziati in corsivo, un coltello sporco di sugo, briciole sul pavimento, inducono a pensare che Kafka sia qui ventriloquo, o medium, della madre. Si assume dunque come dato probabile l’esistenza di una forma di repulsione, anche fisica, di Julie per Hermann.
❹ E, insieme, una fortissima capacita di direzione materna sul figlio, non necessariamente consapevole. Assunto del quale sono corroboranti il fatto che a 36 anni Kafka si debba rivolgere alla madre per fare i conti col padre con la Lettera, nonché il passo «Mettici a confronto: io, per esprimermi in modo assai sommario, un Löwy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di conquista, ma da un pungolo lowiano, che agisce in modo piú segreto e ritroso». In conclusione: «Io … un Löwy».
❺ Direzione materna sul figlio. Indirizzata a che? Inevitabilmente al combattimento col bruto, tirannico Hermann. L’ipotesi è che lei, di famiglia ben piú colta e anche piú istruita, sul piano dialettico e simbolico l’avesse sempre vinta. Vinceva sul quel piano ma rientrava di fronte alla risposta prepotente del marito, che a sua volta vinceva sul piano operativo, restando escluso da ogni retribuzione affettiva reale, ma conservando il comando (Cumannari è megghiu di futtiri recita il proverbio, nel quale traspare il tentativo di consolazione). Classico doppio legame coniugale.
❻ Sempre nella Lettera il famoso episodio della pavlatche. Il piccolo Franz (4–5 anni?) piange di notte per l’acqua; Hermann, irritato, lo tira giú dal letto e lo mette fuori sulla pavlatche (il ballatoio esterno freddo) in camicia da notte, chiudendo la porta. Franz resta lí terrorizzato, con l’immagine del padre gigantesco e onnipotente che lo umilia. Nella narrazione di Franz questo diventa il trauma fondante: il padre tiranno, la madre assente o inefficace. «Ich winselte einmal in der Nacht immerfort um Wasser, gewiss nicht aus Durst, sondern wahrscheinlich teils um zu ärgern, teils um mich zu unterhalten.» — «Una volta, di notte, piagnucolai senza sosta per avere acqua, certamente non per sete, ma probabilmente in parte per dare fastidio, in parte per divertirmi.«. Interessante: non per sete. Per dare fastidio: a chi? Per divertirmi? Come? A spese di qualcuno. Il padre, certamente. La mia tesi è che il piccolo credeva la madre invincibile e si immaginava una lotta a due contro il padre. Il suo contributo sarebbe stato premiato dalla madre. Quella figura materna gli crolla, se ne fabbricherà una nuova che poi diverrà il battitore, ma Franz mai avrà la forza di approfondire, di farci i conti, mentre del padre, con la lente d’ingrandimento materna, scruterà ogni minimo dettaglio.
Eccezionalismo coniugale.
In letteratura, la figura della moglie che si sente in qualche modo superiore al marito è un archetipo consolidato, da Emma Bovary che disprezza la mediocrità del coniuge ad Anna Karenina che ne lamenta l’aridità. Nel nostro siamo di fronte una forma particolare, diversa, del conflitto: chiameremo eccezionalismo coniugale quel sentimento di eccezione, inteso come finezza e nobiltà d’animo (in altri termini, l’essere pneumatico contrapposto alla rozzezza dell’essere ilico), avvertito non come caratteristica personale, ma di lignaggio. Emerge quindi un «noi» (individualmente la propria pneumaticità è sovente del tutto contraddetta dai fatti, immaginaria). Un «noi» sempre sostanziato per opposizione al «loro» del coniuge, ovviamente. Va aggiunta una importante correlazione: reale o pretesa che sia, l’elezione pneumatica — di per sé un anelito alla disincarnazione — si accompagna piú spesso all’anaffettività.
La famiglia d’origine di Julie Löwy (commercianti tessili di Poděbrady) era di un livello socio-culturale superiore, un piccolo scarto borghese rispetto all’energico self-made man Hermann Kafka (venuto dal basso, con maniere dirette, vitalità contadina), piccolo ma sufficiente a creare il filtro, un senso di angelo caduto. Questa è l’ipotesi.
Conclusione: Tutti perdenti in un gioco antico.
Hermann: vince materialmente, accumula, impone la propria forza. Ma perde il figlio e vive sotto lo sguardo silenzioso di superiorità della moglie. La sua prepotenza, reale, è anche reazione difensiva al «pungolo lowiano», a un’inferiorità dialettica percepita.
Julie: vince simbolicamente, trasmette il proprio sguardo al figlio. Ma perde la capacità di amare davvero chicchessia. Il mito «Noi Löwy» la anestetizza, rendendola incapace di quegli attimi eterni di accoglienza che Franz invoca invano (episodio della pavlatche incluso).
Franz: trasforma l’incertezza della presenza e la fame affettiva cronica in una delle opere piú potenti del Novecento. Ma resta intrappolato: incapace di autonomia relazionale, di matrimonio stabile, di rottura netta. La letteratura diventa l’unico grembo accogliente che riesce a crearsi.
Confronti: Simenon, Wodehouse e il ruolo delle allomadri.
Il confronto con Georges Simenon è illuminante. Anche lui ebbe una madre particolarmente anaffettiva. Anche lui preso da una inesauribile e meccanica spinta sessuale che mai superò. Ma il padre, mite e affettuoso, funzionò da allomadre, offrendo un nucleo di calore alternativo. Simenon, dopo averla incontrata di persona, senza intermediari, lei novantenne, le fu vicino negli ultimi giorni, e solo anni dopo ha provato a capirla e, a lei già sepolta, scriverà una Lettre à ma mère affrontando il fantasma: «Nous ne nous sommes jamais aimés de ton vivant, tu le sais bien. Tous les deux nous avons fait semblant.» — «Non ci siamo mai amati in vita, lo sai bene. Abbiamo finto entrambi.».
P.G. Wodehouse, cresciuto con genitori quasi assenti per ragioni coloniali, prima affidato a una sequela di zie orribili — ma tra le quali una umana: Louisa Deane, zia materna, modello di Dahlia Travers; pure con la nutrice, Emma Roper, era stato fortunato — e poi inserito nella mitica, per lui, calda comunità collegiale di Dulwich, trovò le figure accoglienti sostitutive che gli permisero di trasformare il materiale doloroso nel dono elargibile di una commedia solare e liberatoria invece che in angoscia paralizzante covata interiormente.
Franz Kafka, evidentemente privo di allomadri efficaci — per qualità, durata dell’incontro, circostanze — resta colonizzato. La Lettera al padre è un immenso paravento che nasconde la insopportabile chiara visione della dipendenza da una madre sempre affettivamente inaccessibile.
Note
1 Fare forca lo dicevamo in toscana, marinare era diffuso al centro-sud, fare sega veneto, bigiare lombardo-piemontese. Non c’è parola colta: abbiamo solo il parlato locale. Ma anche questo è finito col controllo digitale nella scuola.
2 In famiglia. Memorie dal monte di Pasta. Acro-Pòlis, 2025.
3 V. Taeg8. Studio sulla scomparsa del Tempo Autonomo Esterno nell’infanzia e le sue conseguenze, Le raccolte del Covile, 2023–2024.
4 Il fratello minore di Monaldo, Vito (1779–1850) sposò nel 1812 Olimpia Melchiorri, vedova Basvecchi, che cosí divenne zia del poeta. Doveva essere una persona viva in quella Casa degli Usher in cui crebbe Giacomo, come certamente fu Silvia (Teresa Fattorini, figlia del cocchiere). Ma per Olimpia non abbiamo nessuna poesia, era in casa, carnale, non un’idea: un pericolo per le muraglie difensive.
5 Parte di questo testo riprende, rivisti, brani dell’articolo «Donna Prassede come figura agostiniana», Il Covile №582 del gennaio 2021.
6 Si potrebbero citare, come insuperato contrappunto umoristico, le patronesse del Buon soldato Sc’vèik, prodighe di gingilli devozionali, e i cui mirabolanti polli arrosto son causa per i sospetti simulatori di una punitiva lavanda gastrica.
7 Tra pari si tratterebbe di aiuto fraterno, di mutuo soccorso: un ambito estraneo al tema qui trattato e al sentire della signora.
8 La frusta letteraria, www.lafrusta.net, riassume cosí un testo dello stesso Girard.
9 Della duchessa de Guermantes non so dire, avendo sempre ignorato il capolavoro di Proust.
10 Incidentalmente notiamo che, nel racconto di Plutarco, Alessandro è spinto dalla medesima sollecitudine dei nostri filantropi seriali: «il monarca si rivolse a lui salutandolo, e gli chiese se volesse qualcosa, Diogene rispose: ‹Sí, stai un po’ fuori dal mio sole›.» Torna alla mente anche uno dei ragazzini pestiferi wodehousiani: «Mi sovvenne che questo Edwin era uno di quelli che non si risparmiano, e, come sua sorella Florence, si impegnava seriamente nella vita, come aveva ampiamente dimostrato da quando era entrato nei boy scout. Non volendo rifuggire dalle sue responsabilità si era conformato con spirito ardente e risoluto alla regola della buona azione quotidiana, ma, purtroppo, tra una cosa e l’altra, rimaneva sempre indietro e non riusciva mai a compierla con regolarità, per cui ogni qualvolta intravedeva l’occasione propizia, si buttava a capofitto, cercando di recuperare con chi gli capitava a tiro, trasformando rapidamente ogni posto in cui si trovava in un inferno perfetto per uomini e bestie. (Joy in the Morning)».
11 Il termine latino di clientes non è usato qui come boutade ma individua una figura sociologica importante e senza tempo: persone (meglio se di riguardo, ma comunque in gran numero) che gratifichi/retribuisci perché, invidiandoti, ti corroborino nella tua identità.
12 Nei Vangeli è unica tra i suoi ad usare con Gesú l’imperativo in modo davvero direttivo.
13 Una donna, sembra, dal carattere forte, che non mollava finché non l’aveva vinta, instancabile nel «secondare i voleri del cielo»: col marito, col figlio, colla nuora.
14 «Per una fenomenologia del cocco di mamma», Il Covile №750, maggio 2026.
15 V. T.S. Eliot, Cori da La Roccia (The Rock), V coro.
16 Questa modalità della rimozione è stata classificata con precisione da Jacques Camatte come détournement nel suo, indispensabile, Glossario.
17 Gruppo Gemeinwesen, mtap Teoria minimale del processo d’astrazione, www.ilcovile.it, novembre 2025.
www.ilcovile.it>
Wehrlos, doch in nichts vernichtet
Inerme, ma in niente annientato
(Der christliche Epimetheus
Konrad Weiß)
Legenda: Translated by/Traduit par/Tradotto da; Title of the text in the edition/Titre du texte dans l'édition/Titolo del testo nell'edizione;
Title-Date of original text/Titre-Date du texte original/Titolo-Data del testo originale;
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